De Bello Gallico (V) – Libro Quarto

Il 55 è un anno in cui succede qualcosa un po’ in tutto il mondo conosciuto – fatto che mi rincuora, poiché è il motivo per cui mi sono imbarcata in questa folle impresa estiva. Approfondirò il tutto nel prossimo articolo, ma i fatti sono i seguenti:

– a Roma, consoli Pompeo e Crasso, come concordato a Lucca dal triumvirato, viene inaugurato il teatro di Pompeo: come quasi qualunque cosa lui escogiti, è illegale;

– in Egitto, il pompeiano Aulo Gabinio rimette sul trono di Alessandria (che, ripeto, non significa essere faraone di tutto l’Egitto, ma solo re di una città) Tolomeo Filadelfo, detto Aulete (“suonatore di flauto”, probabilmente per la sua voce… flautata), con interessanti conseguenze sul futuro: ci avviciniamo a Cleopatra!

Quest’anno Cesare avrà da combattere contro Germani e Britanni. I primi, sottoforma di Usipeti e Tenteri, si manifestano attraversando il Reno vicino alla foce (nel Mare del Nord). Com’è prevedibile, stanno scappando dalle popolazioni che li hanno invasi, gli Svevi (o Suebi, che dir vogliate). Questi ultimi fanno davvero paura: si dice possiedano cento villaggi che forniscono mille armati ognuno all’anno. Ma la cosa più inquietante, per noi capitalisti dei posteri, è questa affermazione:

Nessun campo è presso di loro di proprietà privata né definito da limiti; nessuno può rimanere più di un anno a lavorare la terra nello stesso luogo.

Il che mi fa domandare con un brivido fino a che punto i Germani fossero imparentati con gli Sciti, gli antichi abitanti della Russia europea!

Una particolarità dei Germani è che non stravedono per i cavalli: mentre i Galli li comprano dagli Ubii per migliorare le loro razze, gli Svevi si tengono i loro pony, addestrandoli a sopportare grandi carichi e a rimanere immobili anche in mezzo alla battaglia se il padrone smonta. Ah, e come i Veri Barbari Doc, considerano vile usare una sella. Gli Ubii cui ho accennato sono la nazione germanica più civilizzata – e filoromana – che li divide dalla Gallia e che è loro tributaria.

Ora, i Menapi, che abbiamo incontrato di sfuggita nell’articolo scorso, hanno villaggi sia sulla sponda belgica che su quella germanica del Reno: quando Usipeti e Tenteri, nella loro marcia per attraversare il fiume, li cacciano dalla loro riva, i Belgi si ritirano sulla sponda sinistra e li bloccano. I Germani allora fanno finta di ritirarsi e, quando vedono che i Menapi hanno riattraversato il Reno, tornano indietro con la cavalleria, li massacrano, si impossessano delle imbarcazioni e raggiungono la Gallia Belgica, dove banchettano a spese dei vinti per tutto l’inverno.

A questo punto, Cesare inizia a temere che i Galli si lascino entusiasmare dall’inaspettato arrivo di rinforzi e si ribellino di nuovo a Roma. O, come sottolinea, “teme la loro leggerezza”, e dunque decide di mobilitare l’esercito prima del solito. Quando arriva nella Gallia vera e propria (non la Provincia Romana), scopre quello che aveva temuto: i Galli si sono messi a disposizione degli invasori, invitandoli ad insediarsi con loro. I Germani ne approfittano spingendosi fin tra gli Eburoni e i Condrusi, tributari dei Treveri.

La solita cartina. Mi sento stupida a riproporvela per la terza volta, ma dovete sapere dove sono i Treveri, gli Usipeti, gli Ubii, gli Eburoni e i Sigambri!

Cesare convoca un’assemblea pangallica in cui finge di non sapere del tradimento, dichiara guerra ai Germani e chiede rinforzi. Poi fa provviste, recluta cavalieri e, arrivato a pochi giorni di marcia dagli insediamenti Germani, riceve le loro ambascerie. Il messaggio è che i barbari non attaccheranno, ma si difenderanno: altrimenti, se ai Romani garba, possono allearsi, a patto che essi assegnino loro delle terre in Gallia o permettano loro di tenersi quelle appena conquistate. Cesare risponde che

Nessuna amicizia avrebbe potuto esistere tra lui e i Germani, se essi fossero rimasti in Gallia, né era giusto che chi non aveva saputo difendere le proprie terre occupasse quelle altrui.

Come ho evidenziato, Cesare non si fa nessuno scrupolo a tacciare 430.000 persone di vigliaccheria, dall’alto della sua romanità, e, per ulteriore derisione, aggiunge che possono sempre rifugiarsi tra i loro tributari Ubii, prestando loro soccorso contro gli Svevi che minacciano d’invaderli: in cambio di questa cortesia, Cesare ordinerà loro di ospitare questi Germani.

I Germani allora chiedono tre giorni di tempo per decidere, durante i quali Cesare dovrebbe rimanere fermo dov’è, ma l’imperator risponde di non poter concedere nemmeno questo: sa che è un tranello. Gli è stato infatti riferito che i barbari sono in attesa del ritorno di buona parte della cavalleria con tanto di provviste, che si trovano al di là della Mosa: vogliono riunire le forze prima di rifiutare le condizioni romane, già abbastanza vergognose per loro.

Dunque Cesare continua a marciare verso i Germani. Riceve l’ennesima ambasceria a diciotto chilometri dai loro accampamenti, senza nemmeno fermarsi. Gli viene di nuovo chiesto di fermarsi, di concedere loro del tempo o quantomeno di non attaccarli. Rifiuta per la quarta volta, ma si impegna a non proseguire che per altre quattro miglia quel giorno, in cerca d’acqua. Indice per il giorno dopo un’assemblea con quanti più Germani possibile per discutere ulteriormente delle loro richieste. Infine manda ordine ai prefetti dell’avanguardia – il cui capo è nientemeno che quello sciocco di Marco Antonio, praefectus equitum – di non attaccare e, se assaliti, di resistere sulla difensiva fino all’arrivo dell’esercito.

Ora, l’avanguardia romana è composta da cinquemila cavalieri, e tuttavia i Germani pensano di poterla sbaragliare con solo ottocento dei loro – ricordate che il resto della loro cavalleria è andata a far provviste oltre la Mosa. Ecco che i Romani si riordinano dopo l’attacco a sorpresa, ed ecco i Germani che scendono dai loro nerboruti cavallini. Feriscono le cavalcature romane dal basso, facendo cadere i cavalieri e mettendoli presto in fuga, e li inseguono fino ad arrivare in vista dell’esercito romano. Il bilancio delle perdite è di settantaquattro morti fra i Romani, tra cui il nobile Pisone Aquitano, morto per coprire la ritirata del fratello – invano, visto che questi ha onorato il suo sacrificio facendosi ammazzare nell’intento di vendicarlo…

A questo punto Cesare decide di non aver più a che fare con questi barbari senza senso dell’onore, e di non voler sapere cosa succederà al ritorno della cavalleria germanica, quindi si risolve ad attaccare. Il giorno dopo incarcera l’ultima ambasceria inviatagli e schiera l’esercito in triplex acies, con l’abbattuta cavalleria in retroguardia. Percorre in fretta le otto miglia che lo separano dal nemico e piomba sull’accampamento, privo com’è di comandanti: facevano parte del gruppo di ambasciatori trattenuti da Cesare. I Germani, a questo punto, non sanno se attaccare, difendersi o fuggire, e poiché esitare è sempre fatale, i pochi che decidono di resistere vengono sbaragliati senza difficoltà dai legionari. Infine la cavalleria si ritempra dalla sconfitta del giorno prima inseguendo e uccidendo i fuggitivi, in massima parte donne e bambini. I pochi che si salvano correndo arrivano alla confluenza tra Mosa e Reno, ci si buttano per arrivare alla riva opposta e annegano tutti. I Romani subiscono pochi feriti e nessuna perdita: la spaventevole guerra contro 430.000 barbari è finita! E tutto prima ancora della fine di maggio…

L’ultimo atto di Cesare prima di una delle sue imprese mozzafiato è di liberare gli ostaggi, i quali preferiscono rimanere fra i Romani piuttosto che subire le ritorsioni dei Galli: dopotutto, Usipeti e Tenteri hanno devastato le loro terre.

Ebbene, nel quarto libro assistiamo alla prima di queste imprese mozzafiato che ho menzionato: la costruzione del ponte sul Reno.

Il motivo, innanzitutto. Cesare pensa sia necessario, oltre che glorioso, andare in Germania: se gli Svevi pensano di poter invadere la Gallia quando sono comodi, perché i Romani non dovrebbero fare lo stesso con loro? Ne hanno il coraggio e l’abilità. In più rimane da vendicarsi su Usipeti e Tenteri catturando la cavalleria inviata oltre la Mosa, che ora si è rifugiata fra i Sigambri. Alla richiesta di consegna di Cesare, i Germani rispondono che la riva destra del Reno non è di competenza romana. Ma gli Ubii, unici fra le popolazioni d’oltre Reno ad avergli consegnato ostaggi, chiedono con insistenza l’intervento di Cesare per difenderli dagli Svevi, e può Cesare negare soccorso a così insostituibili alleati? Come con gli Edui tre anni fa, la risposta è no.

Il problema su cui Cesare focalizza la nostra attenzione è che non sarebbe “né sicuro né confacente alla dignitas sua e del Popolo Romano” (dBG, IV, XVII) entrare per la prima volta nella Storia in Germania a bordo di misere zattere fornite da barbari. Dunque vada per il ponte. Ecco le istruzioni per chi volesse ricrearlo.

Per prima cosa, si formano delle specie di cavalletti con delle travi appuntite all’estremità inferiore e lunghe a seconda della profondità del fiume, congiunte a coppie a sessanta centimetri l’una dall’altra. Poi le si cala nel fiume tramite dei macchinari e le si conficca con battipali (altri macchinari appositi).

Una delle macchine usate per costruire il ponte, collocato in un punto incerto nei pressi di Coblenza.

I cavalletti non vanno confissi ad perpendiculum come le palafitte, ma inclinati nel senso della corrente. A circa dodici metri da essi si dispone un’altra fila di cavalletti, questa volta in senso contrario, e sopra di essi si incastrano delle travi lunghe sessanta centimetri – cioè la distanza tra un palo e l’altro di ogni cavalletto – che danno alle due strutture, per ora separate, l’aspetto di scale a pioli. L’accorgimento serve per tenere separati i piloni dei diversi cavalletti. Per lo stesso motivo, alle estremità dei pali da sessanta centimetri ci sono dei ramponi che impediscono ai cavalletti di avvicinarsi. Il tutto è così ben congegnato – gongola Cesare – che più violenta è la corrente e più solida è la struttura. Infine, sulle traverse si aggiungono delle travi ricoperte di tavole e graticci, che costituiranno il passaggio. Il ponte è ulteriormente puntellato a valle da contrafforti in senso obliquo, e difeso a monte da altre travi che faranno da “colino” contro tronchi e navi che i Germani userebbero per distruggere il capolavoro. Il ponte risulta lungo cinquecento metri e largo quattro, ed è pronto – dice Cesare – in soli dieci giorni. Avrà vita breve, nemmeno tre settimane, ma questo non conta. Anzi, per secoli ci si spremerà le meningi chiedendosi dove sia il segreto. Il primo che capirà il tutto e lo documenterà con abbondanti disegni sarà Andrea Palladio – di cui, in attesa di un articolo per me insolitamente cinquecentesco, vi dico solo che chiamerà i figli Leonida, Marcantonio, Orazio, Silla (notare, grazie!) e Zenobia: grazie solo agli ultimi due e al suo cognome, Palladio fa parte del mio personale empireo dei Grandi!

Il ponte in un dipinto “neoclassicamente romantico” di John Soane, 1814.

Ad ogni modo, vediamo or ora otto legioni romane passare il Reno, lasciando abbondanti presidi su entrambe le sponde, per poi marciare sui Sigambri (che, vi ricordo, ospitano la residua cavalleria tentera e usipeta). È giugno.

La Germania come apparirà ai Romani nati quasi tre secoli dopo Cesare. Questa cartina serve per mostrarvi quanto enorme sia rispetto ad oggi.

I quali Sigambri, consigliati a loro volta da quei vigliacchi dei rifugiati, hanno da tempo appallottolato famiglie e averi nei carri e se la sono svignata nelle loro foreste.

Cesare ha imparato dall’anno scorso e non ha la minima intenzione d’inseguirli: devasta i campi, brucia villaggi e costruzioni isolate e poi va dagli Ubii. Qui giunto, viene informato del fatto che gli Svevi sanno del ponte e li aspettano al centro delle loro terre con un immenso esercito composito. Il nostro eroe prende una decisione forse inaspettata, per come lo conosciamo, ma sicuramente l’unica razionale: se ne va. Beh, lui non lo dice così, ci tiene a convincerci che davvero ha già raggiunto tutti gli scopi che si era prefisso – intimorire i Germani, punire i Sigambri e aiutare gli Ubii – e che ha rischiato abbastanza in nome della gloria sua e dell’interesse di Roma, ma noi non ce la beviamo: se avesse potuto, non ci sono dubbi che avrebbe massacrato almeno i Sigambri ed i loro protetti, no?

Dunque, dopo diciotto giorni in Germania, Roma torna a spadroneggiare sulla sponda sinistra del Reno, e il mitico ponte viene distrutto. Ma rimane ancora un po’ d’estate, Cesare non vorrà sprecarla!

No, infatti. Si va in Britannia. E perché mai?, direte voi. Il motivo vero è lo stesso della spedizione in Germania: acquisire auctoritas per il Grand’Uomo. Il motivo di copertura è punire le genti che mandano fisso i rinforzi ai cugini Galli quando si tratta di liberarsi da Roma. In effetti, come vedremo – se vi aggrada – nel prossimo articolo, i Britanni della costa sud sono discendenti o addirittura parenti dei Galli e dei Belgi, quindi non stupitevi se notate che i nomi di certi popoli, come gli Atrebati, compaiono sia nella Belgica che in Britannia.

Ci sono già degli indizi che ci fanno pensare che Cesare voglia spezzare la spedizione in due campagne, cosa che in effetti farà. In particolare afferma (dBG, IV, XX) che, anche se quest’anno non ci fosse tempo per fare una guerra, è sempre meglio familiarizzare con popoli e luoghi.

Come suo solito, cerca di raccogliere quante più informazioni sull’isola, arrivando a radunare dozzine di mercanti e ad inviare Voluseno a perlustrare la costa, ma con risultati talmente trascurabili che non ci vengono nemmeno riferiti – cosa che mi irrita alquanto. Intanto che i suoi legati sono a caccia di conoscenza per lui, Cesare va a trovare i Morini, che detengono il controllo dello stretto. E qui qualcuno urlerà: “Ma come, non si sa niente della Britannia, eppure tu hai già lasciato intendere che i Romani sanno che è un’isola e che c’è uno stretto?” Sì, sanno tutto questo perché abbiamo detto che i Veneti commerciano con la Britannia, e dunque ne conoscono i porti – ma rimane il fatto che nessuno di essi è adatto per ospitare cento navi, tra longae ed onerariae (cioè rispettivamente da guerra e da carico). E i Romani, avendo battuto i Veneti, hanno anche accesso alle loro conoscenze. Infine, la Britannia fu circumnavigata dal greco Pitea, che arrivò a vedere il sole di mezzanotte e l’aurora boreale.

Queste cento navi che Cesare conta di possedere gli risultano dalla flotta dell’anno scorso più quelle da carico – compresi praticamente anche tutti i pescherecci della zona, data la fretta che ha. Intanto la notizia della spedizione giunge, attraverso i mercanti, fino ai Britanni, che si affrettano a mandare a Cesare ostaggi e offerte di obbedienza. Cesare, compiaciuto del fatto che il nome di Roma incuta timore a duemila miglia di distanza, esorta i barbari a mantenere saldi i loro propositi e li rispedisce sulla loro isola insieme a Commio, che lui stesso ha nominato re degli Atrebati dopo la guerra, con l’incarico di preparare il suo arrivo.

Meraviglia delle meraviglie, mentre Cesare sta ancora facendo i preparativi per la crociera, i Morini gli si presentano chiedendo umilmente perdono per la loro condotta disdicevole, l’anno prima, “quando essi, barbari rudi e ignari delle nostre abitudini di clemenza, avevano fatto guerra al Popolo Romano” (dBG, IV, XXII) e mettendosi al suo servizio. Indovinate un po’? “Cesare ritenne ciò molto opportuno”, perché non è proprio il caso di lasciarsi un nemico alle spalle che ti controlla i punti di approdo… e comunque non ha tempo di far loro la guerra: la Britannia prima di tutto. Per cui accetta di buon grado la pace, raduna un’ottantina di navi da carico, in cui stipa la Settima e l’immancabile Decima, più altre diciotto per la cavalleria – le quali, vi preannuncio, non riusciranno mai a raggiungerlo sull’isola. Sul posto lascia il legato Sulpicio Rufo a coprirgli le spalle con gli uomini che ritiene necessari, mentre il resto dell’esercito (cioè, diciamo, almeno quattro legioni, ma non ci viene detto), guidato dai soliti Titurio Sabino e Aurunculeio Cotta, viene mandato a sottomettere le tribù di Menapi e Morini che non hanno fatto atto di obbedienza.

A mezzanotte di quella stessa sera, Cesare salpa col vento in poppa e alle dieci del mattino seguente raggiunge la costa britannica. È il 26 agosto. Le diciotto navi con la cavalleria a bordo se la sono presa comoda e sono rimaste indietro. Ipotizzo che gli sarebbero servite subito, visto che le colline che sovrastano la spiaggia sono costellate di armati: i nemici sono in posizione sopraelevata e così vicini che i loro dardi raggiungeranno la riva; Cesare non trova un punto protetto in cui sbarcare e attende quelle benedette diciotto navi all’ancora per cinque ore. Infine, non potendo contare su di esse, tiene un consiglio di guerra in cui decide di far sbarcare i suoi su un lido piano ed esposto.

L’operazione è già difficile di per sé, poiché le navi hanno una carena così curva che si sono dovute ancorare a distanza per non arenarsi, e quindi i soldati devono saltare giù con le armi in mano, trovare un punto stabile in mezzo all’acqua e combattere; tutto col bagaglio, seppur ridotto, addosso*. In più i barbari li hanno visti e cercano d’impedire lo sbarco con carri e cavalleria. A questo punto, ancora una volta la tecnologia salverà tempo e vite, perché Cesare manda le navi da guerra a respingere il lato destro nemico, scoperto, per mezzo delle armi da gitto: fionde e frecce, certo, ma soprattutto balliste**.

Una ballista. Ci si potrebbe aspettare un attrezzo di dimensioni colossali, invece i Romani sono intelligenti e compattano, proprio come l’IKEA.

I Romani riprendono coraggio al parziale ripiegamento dei barbari, e ancora più eroico è il comportamento dell’aquilifero della Decima – che, vi ricordo, se perde l’insegna, la legione o muore con lui, o viene decimata, o viene congedata con disonore… più spesso la prima ipotesi – : questi invoca gli dèi e urla “Saltate giù, compagni, se non volete consegnare la vostra aquila ai nemici: io da parte mia farò il mio dovere per Roma e per il nostro imperator!” E si butta nella mischia, protetto con nuovo ardore dai legionari.

Tuttavia, se gli atti di coraggio (o di disperazione, che ammiro moltissimo) bastano nell’Iliade a far vincere una battaglia, coi pragmatici Romani così non è: i nostri non riescono a tenere la posizione e le formazioni sono traballanti perché ognuno, sbarcando, si è aggregato sotto la prima insegna che ha trovato, mentre i Britanni vedono i buchi dall’alto, scendono a cavallo e circondano i gruppi isolati. Cesare rimedia mandando i pochi rinforzi di cui dispone dove c’è bisogno. In questo modo, per improbabile che possa sembrare, i Romani non solo non vengono respinti, ma raggiungono la spiaggia, riformano gli schieramenti e mettono in fuga i Britanni! L’unica pecca è che, mancando la cavalleria, non possono inseguirli a lungo sulle colline:

Questo solo mancò perché Cesare avesse anche quella volta la solita fortuna.

Infine, con i messi inviati per i negoziati risbuca Commio Atrebate, poveretto, che scopriamo essere stato incarcerato nel riferire ai barbari suoi cugini le volontà del divo Giulio. Chiedono la pace “in considerazione della loro ignoranza” (dBG, IV, XXVII) (ci manca solo che implorino perdono ‘in considerazione’ dell’evidente demenza dei loro anziani, perbacco!) e la ottengono dopo una buona dose di cesariane lagnanze – “Ma come, hanno spedito gente fino in Gallia per dire che avrebbero obbedito, e poi accolgono il loro dominus facendogli guerra senza neanche un pretesto? Mah!”

Il quarto giorno di permanenza sull’isola quelle disgraziate diciotto navi salpano di nuovo dal continente, questa volta arrivando fino in vista del campo di Cesare: subito scoppia una tempesta così tremenda che alcune vengono risospinte verso la Gallia, mentre altre si scontrano con le scogliere a sud-ovest. Quella stessa notte accade un altro disastro: i Romani non sanno prevedere quando si manifesterà l’alta marea, per cui le navi da guerra tirate in secco si riempiono d’acqua mentre le onerarie, ancorate, vengono sbatacchiate qua e là senza che le si possa manovrare. Il risultato: molte navi danneggiate, altre inservibili (perché una nave sia inutilizzabile basta non avere funi ed ancore). Dunque, non ci sono altre navi, né pezzi di ricambio, né materiali per realizzarne di nuovi ed il cibo inizia a scarseggiare, perché si era messo in conto di svernare sul continente.

I principes britanni si riuniscono e vedono che Cesare manca di cavalieri, navi e approvvigionamenti: non può attaccare al massimo della sua potenza, non può scappare e non può restare… Basta sconfiggerlo, e le ingerenze di Roma sulla loro verde isola finiranno per sempre (mai previsione fu più errata)! Dunque si mobilitano per la seconda volta – infatti, non chiedetemi perché, hanno congedato i soldati della prima scaramuccia pur vedendo bene che Cesare non era fuggito, anzi… Bah!

Cesare, per una volta, non è al corrente di tutto questo, ma sospetta.

Itaque ad omnes casus subsidia comparabat.

Cioè si prepara a tutto: fa portare del grano dai campi circostanti ogni giorno, sventra le navi morte per riparare quelle ferite (come facciamo con gli umani), riutilizzando soprattutto le parti metalliche e fa venire dal continente il resto. In questo modo perde “solo” dodici delle ottanta navi di cui dispone.

Intanto che prende tutti questi accorgimenti, la Settima viene mandata a fare frumento. I legionari arrivano sul posto, si liberano delle armi, delle armature e del bagaglio, indossano le loriche di cuoio (vi immaginate la tortura di indossare una corazza a piastre, ad anelli o a fasce metalliche per i lavori manuali?) e si mettono a tagliare il raccolto.

Torniamo da Cesare. Passa diverso tempo e lui sospetta il peggio. Quando gli viene riferito che c’è un gran polverone nella direzione in cui si è allontanata la Settima, il nostro eroe prende le coorti di guardia al campo, ordina ad altre due di prendere il loro posto e alle altre di armarsi e seguirlo. Arriva mentre i suoi sono completamente circondati dai barbari, che corrono come forsennati scagliando frecce dai carri, insinuandosi nelle aperture, smontando e combattendo a piedi. Intanto gli aurighi dispongono i carri in modo da favorire la fuga, in caso di sconfitta; tattica che Cesare, pur nel mezzo della narrazione di una battaglia, non manca di apprezzare: i Britanni, dice, hanno così la mobilità dei cavalieri e la stabilità dei fanti. Poi, come si vanta lui stesso, interviene proprio nel momento giusto, sbaraglia gli attaccanti e riporta la depressa Settima al campo. Non è il caso di attaccare una battaglia seria: ha solo due legioni con sé.

Per inciso, non vi ho detto come hanno fatto i Britanni a capire dove sarebbe andata la legione: facile, era rimasto solo un punto in cui ancora non avevano fatto tabula rasa del raccolto…

I Romani dunque rientrano nel loro castra e lì rimangono per diversi giorni, bloccati dagli uragani. Intanto i Britanni mandano messi a destra e a manca in cerca di alleati. Quando sono soddisfatti del loro numero, marciano verso i nostri.

Cesare, “forte” della trentina di cavalieri racimolati da Commio Atrebate fra i britanni filoromani, schiera le legioni. Sa che non otterrà una vittoria completa, perché i nemici si ritireranno senza grosse perdite e senza essere inseguiti a lungo. Infatti i Romani sfondano il loro schieramento al primo assalto, li incalzano fin dove possono e bruciano i villaggi.

Naturalmente, arriva l’ennesima ambasciata de pace petens. Cesare, poco convinto, ordina la consegna di molti ostaggi da spedirsi sul continente. Salpa a mezzanotte, approdando incolume a Porto Izio, nella Belgica (oggi in Piccardia). Così viene coronata la prima spedizione romana in Gallia: non molte perdite, ma anche pochi risultati concreti. L’anno prossimo andrà meglio!

Ma non è ancora finita, perché i Morini – che, proprio come i Britanni, avevano chiesto spontaneamente la pace – li aspettano al varco: mentre i legionari stanno sbarcando, li circondano e ingiungono loro di gettare le armi o essere uccisi fino all’ultimo. Ovviamente i Romani si difendono e Cesare manda la cavalleria in loro soccorso. I Morini sono più di seimila: dopo quattro ore sono sconfitti e si arrendono all’arrivo dei rinforzi. Poi, visto che non sanno fare altro, scappano.

Il giorno dopo Labieno e le legioni “britanniche” vengono mandati a sistemare la cosa. Ora, se ricordate, l’anno scorso i Morini hanno trovato rifugio nelle paludi, ma ora è autunno: sono secche. Quindi non hanno altra scelta che sottomettersi.

Infine il circolo delle operazioni lasciate in sospeso con la partenza di Cesare si chiude quando Sabino e Cotta tornano al campo dopo aver devastato i raccolti e i villaggi dei Menapi, mentre la popolazione se ne stava nascosta nei boschi. Cesare acquartiera le legioni lì dove si trova, nella Belgica, dove gli giungono gli ostaggi promessi di soltanto due tribù britanniche (ecco perché ho detto che era poco convinto): equivale ad una dichiarazione di guerra. Il Senato ammaestrato dai triumviri indice altri venti giorni di ringraziamento agli dèi per la ‘buona riuscita’ dell’impresa.

Fine Libro Quarto: prima campagna contro Germani e Britanni.

***

*Immaginatevi il terrore dei Romani che, dopo più di tredici ore per mare – cosa che odiano e temono più di tutto – si trovano a combattere in mezzo all’acqua e all’improvviso fra i barbari vedono alcuni “reparti” di gente piena di tatuaggi e disegni blu sul corpo e sulla faccia! Sono i famosi Picti, bellicosa popolazione che compare perfino nei romanzi pseudostorici (ma più volgari che altro) di Jacqueline Carey. Sì, sì, ridete pensando ai Puffi, vorrei vedere voi alle prese con loro! Poveri i miei Romani!

**Ne parlerò diffusamente prima, durante o dopo l’articolo sul Libro Settimo. Questo è un riferimento troppo stringato, per ora.

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