De Bello Gallico (IV) – Libro Terzo

*** Premessa che non c’entra un tubo caramellato con quel che ho da dirvi: noto che ultimamente sono soggetta ad imbarazzanti errori di battitura. Se ne trovate qualcuno, potete segnalarmelo oppure lasciare che faccia una figuraccia, in ogni caso chiedo scusa in anticipo. Grazie! ***

Siamo nel 56 a.C., anno di morte del compianto Lucio Licinio Lucullo. Vale la pena parlarvene un po’. Membro della gens Licinia, la stessa di Crasso, Lucullo è un perfetto patrizio: è nipote dei famosissimi fratelli Metello Numidico – padre di Metello Pio, migliore amico di Silla – e Metello Dalmatico – la cui figlia, non per niente, sarà l’ultima moglie di Silla: tutte le strade mi portano a lui! – e fratello di Marco Terenzio Varrone Lucullo, console. Ora, io vorrei raccontarvi le storie di quattro generazioni di patrizi, ma dovrei prendere a parlare dai tempi di Mario. Impossibile, lo farò in separata sede. Ad ogni modo, c’è un aneddoto in particolare che ci dimostra la sua patrizia superbia, nonché l’innata passione per lo sfarzo: si narra che, una delle rare volte in cui Lucullo non aveva ospiti a cena, un servo gli portò un pasto singolo. La risposta fu “Non sai dunque che oggi Lucullo cenerà con Lucullo?”, e fece preparare per due.

Lucullo, ve l’ho accennato non ricordo dove insieme alla storia dei tordi, era un conservatore come Silla, ciononostante sposò Clodia Quinta, sorella dello scandaloso Publio Clodio. Prevedibilmente, l’unione non durò a lungo: quella generazione di Clodii aveva la tendenza al tradimento (e forse anche all’incesto tra fratelli e sorelle), quindi Lucullo la ripudiò e si fece nemico lo stesso Clodio. Una cosa che mi ha colpita, poi, è che nei romanzi della McCullough si dice che il generale avesse una passione per le ragazzine e per le droghe orientali: “notizia” molto probabilmente falsa, ma che di certo contribuisce a far rimanere in mente il personaggio!

Veniamo a noi. Cesare parte per Lucca, dove riconferma il triumvirato: ottiene il proconsolato delle stesse Province per altri cinque anni, mentre Pompeo e Crasso saranno consoli l’anno prossimo. La Gallia Transalpina viene ufficialmente dichiarata Provincia Romana. Il legato Servio Galba viene mandato ad aprire il valico del Gran San Bernardo, ufficialmente per aprire le vie ai mercanti. Con sé ha la Legio XII “Victrix”, ancora sotto organico dopo la battaglia coi Nervi (un’intera coorte, la IV, spazzata via, centurioni decimati, il primipilo Baculo gravemente ferito) e parte della cavalleria. La prima considerazione che mi viene da fare è: a cosa potrà mai servire la cavalleria in mezzo alle Alpi? Ad affamare i soldati con le esigenze dei cavalli? La risposta è che i cavalieri, proprio perché sono così costosi da mantenere, sono stati divisi per non gravare tutti sulle stesse popolazioni. In effetti, le volte in cui il cibo sarà un’incognita nei piani di Cesare sono moltissime. Fra poco ce ne sarà una di più.

Galba pacifica l’area fra le terre degli Allobrogi, il Lemano e il Rodano, lascia due coorti a presidiarla e col resto dei militari occupa Octoduro, un borgo situato in una stretta valle chiusa dai monti e diviso in due da un fiume. Una metà viene assegnata alla popolazione gallica, l’altra metà viene requisita per il castra stativa insieme alle scarse derrate di grano che i Veragri, il popolo della zona, hanno raccolto.

Tutto tranquillo, finché Galba viene a sapere che all’improvviso la zona “residenziale” di Octoduro è stata evacuata dai civili e che le creste dei monti circostanti sono gremite di soldati Veragri e Seduni, loro confinanti. Questo, per la mentalità gallica, è cogliere di sorpresa il nemico. Sarà. Cesare riferisce che i Galli considerano le forze romane trascurabili, decurtate come sono di due coorti e degli uomini in cerca di cibo. Di vero c’è che il castra è in posizione nettamente svantaggiata, e che la valle è troppo angusta per muoversi agilmente: dentro o fuori campo che siano, i Romani non subiranno che perdite. I Galli esagerano e si convincono che già il primo assalto sarà fatale.

Tutto questo quando il castra non è ancora fortificato a dovere, né è completo l’approvvigionamento di grano: d’altra parte, non si era pensato fosse urgente. Galba convoca il consiglio di guerra – anche se ricordiamo che, in assenza di Cesare, il legato è la massima autorità e può agire di testa sua. Sa che non riceverà aiuto né viveri, poiché le strade sono tutte bloccate all’altezza dei valichi. Una parte degli ufficiali suggerisce di abbandonare i bagagli, fare una sortita e mettersi in salvo. In perfetto stile gallico, non vi pare? La maggior parte del consiglio decide di riservare quest’opzione come ultima spiaggia, e intanto di tentare la fortuna tenendo la posizione.

I Galli, telepaticamente, non attendono un secondo di più. Si scagliano giù da tutti i lati lanciando pietre e giavellotti.

I nostri dapprincipio resistettero con tutte le forze; trovandosi in posizione più elevata, non lanciavano nessun dardo a vuoto e ogni volta che un punto dell’accampamento, sguarnito di difensori, sembrava cedere, correvano a difenderlo.

Sì, Cesare, ma il punto è che i legionari non sono in numero sufficiente nemmeno per coprire tutto il perimetro del campo, per cui sono costretti a correre qua e là senza cedere, anche se stanchi o feriti. Mentre i nemici possono sempre mandare avanti forze fresche – per quanto fresche possano essere dopo aver sceso di corsa i monti ed aver attraversato di corsa una vallata, dico io.

Dopo sei ore di lotta, in cui ai Romani iniziano a mancare anche le armi e i nemici li incalzano distruggendo la palizzata e riempiendo il fossato del castra, i centurioni Baculo (il solito Rambo che viene sempre ferito e non muore mai) e Voluseno dicono a Galba che è ora di ricorrere al piano B. Detto fatto, il legato dà ordine che i soldati si riposino un po’ limitandosi ad intercettare i dardi e poi di irrompere fuori contando ognuno su di sé. I soldati (poco più di 4.500) eseguono e, fortuna delle fortune, circondano da ogni parte i nemici, ne uccidono un terzo (10.000 su 30.000) e mettono in fuga gli altri. Questi ultimi sono così terrorizzati che non si fermano a riposare nemmeno sulle montagne.

Galba non osa sfidare di più la Fortuna, quindi distrugge Octoduno e il giorno dopo parte per la Provincia in cerca di cibo, accampandosi sano e salvo fra gli Allobrogi: non ha incontrato la minima resistenza sul suo cammino…

Come abbiamo visto alla fine dello scorso libro, Cesare ha riferito in Senato che la Gallia è stata pacificata, e per questo ha anche ottenuto quindici giorni di ringraziamento, ma ora ci pare ovvio che non sia così. Le notizie dei fatti di Octoduro lo raggiungono in Illirico, all’inizio dell’inverno, dove si trova “perché voleva recarsi anche presso quei popoli e conoscere quelle regioni” (dBG, III, VII). Sì, come no. In contemporanea scoppia un’altra guerra in Gallia. Dunque lasciamo Cesare per andare a vedere che succede là. Si tratta dei Veneti.

Ripropongo la cara vecchia cartina delle popolazioni, cosicché possiate raccapezzarvi di quanto dirò fra poco:

I principali popoli e città galliche. Concentratevi sulla parte occidentale.

 La zona sull’Oceano, in particolare quella degli Andi, è occupata da Publio Crasso (distintosi con Ariovisto, molto ammirato da Cesare per la sua clemenza) e la Settima. Ci troviamo in Armorica; cito non testualmente da wikipedia: “Armoar in celta gallico significa ‘terre sul mare’, in contrapposizione con l’argoat, l’interno della penisola.” Anche qui c’è carestia, per cui prefetti e tribuni vengono mandati in giro per le città vicine a fare rifornimenti. I due che capitano tra i Veneti, tali Velanio e Sillio, vengono trattenuti con la speranza di ottenere la restituzione degli ostaggi da Crasso (e non saremo informati della loro fine).

Ora, Cesare sa tutto, ma è troppo lontano, quindi ordina di costruire delle navi da guerra, o naves longae, sulla Loira (che sfocia nell’Oceano) e di arruolare rematori e timonieri dalla Provincia. Appena le condizioni atmosferiche lo permettono, parte alla volta dell’esercito.

I Veneti si preparano alla guerra alleandosi con tanti nomi buffi: Osismi, Lexovi, Namneti, Ambiliati, Diablinti (un tipo di Aulerci), Morini e Menapi, questi ultimi provenienti dalla Belgica: non è bastata loro la lezione dell’anno scorso?

Naturalmente Cesare tiene molto a ricordarci che non agisce tanto perché si annoia, ma per “timore che, se egli avesse trascurato di dare un esempio, le altre genti si sarebbero convinte di poter agire nello stesso modo” (dBG, III, X). Il che è vero, ma suona falso lo stesso! Poi dà ordine che tutto l’esercito si sparpagli per il territorio, per evitare che i Galli, “desiderosi di novità, mutevoli e impulsivi”, si accodino alla rivolta veneta.

Labieno viene spedito con la cavalleria tra i Treveri, affinché tenga a bada Remi, Belgi e Germani – che non venga loro in mente di arrivare a centinaia di migliaia proprio ora! In Aquitania va il venticinquenne Crasso con dodici coorti legionarie e una scorta di cavalieri, per bloccare gli aiuti gallici. Titurio Sabino va con tre legioni a tenere occupati Venelli (o Vnelli o Unelli, a seconda di quanto siete bravi a pronunciare le parole strane), Coriosoliti e Lexovi. Infine “il giovane Decimo Bruto” viene messo a capo della flotta costruita da Cesare e integrata dai rinforzi di Pictoni, Sàntoni e altri. Cesare prende le truppe terrestri e lo segue dalla costa.

Come sapete, o come dovreste sapere, la costa nord della Francia è una gran schifezza: i fondali sono bassi, le maree cambiano ogni dodici ore e l’Oceano di per sé fa i capricci. In più le città venete sorgono su promontori a strapiombo sul mare, all’estremità di lingue di terra che farebbero incagliare le navi mediterranee con la bassa marea e proibirebbero l’accesso alle truppe terrestri con l’alta marea. Un disastro. Come Cesare riesce ad espugnare una città, la popolazione viene caricata sulle navi venete e portata altrove senza alcun danno, e così avanti potenzialmente all’infinito. Di certo, per tutta l’estate.

Cesare fornisce qualche dettaglio agli appassionati di marina, di cui io certamente non faccio parte: le navi venete hanno carene (la parte sotto la linea di galleggiamento) piatte per affrontare i fondali bassi e sabbiosi, prue e poppe molto rialzate per sopportare le tempeste oceaniche e ancore legate con catene di ferro al posto delle solite cime. La nave è costruita in legno di quercia, con travi spesse trenta centimetri confitte con chiodi larghi due centimetri, e si sposta non grazie a vele di lino, che non è conosciuto e comunque non resisterebbe a lungo, ma con pelli e cuoio pieghevoli e sottili. In sostanza, le navi venete sono pesantissime e non hanno remi, mentre quelle romane sono più veloci ed hanno degli ottimi rematori – a volte schiavi, a volte legionari annoiati – , ma non possono danneggiare quelle venete nemmeno con i celebri rostra, né frecce o arpioni le raggiungono: sono navi d’alto bordo, come si dice.

Ebbene, alla fine dell’estate Cesare capisce che sta perdendo tempo e si siede ad aspettare la flotta. Quando questa arriva, i Veneti mandano fuori dalle città la loro. Sono cento navi romane, tra quinqueremi, triremi e liburne, contro duecentoventi nemiche. Una battaglia, finalmente!

Battaglia coi Veneti – Golfo di Quiberon, autunno 56 a.C.

Beh, nulla di più semplice. Dapprima Decimo Bruto e il suo stato maggiore non sanno che fare: i rostri no, le frecce no, gli arpioni no… come si fa ad agganciare queste navi? Perché l’obiettivo, fin dai tempi di delenda Carthago (e non protestate, so bene che Carthago si può scrivere con la ‘K’ e non l’ho fatto: è arcaico. E sì, so anche che è più diffuso Carthago delenda est, ma per Cesare sarebbe ridondante!), fin dalle Guerre Puniche, è abbordare le navi per trasformare il tutto in una battaglia di terra, in cui i Romani sono imbattibili. A fare la differenza è la tecnologia.

Ma vi era un’arma di grande utilità preparata dai nostri: delle falci taglientissime conficcate e inchiodate a lunghe pertiche, di forma non dissimile da quella delle falci murali.

Questa è la parte più bella: ora vi parlo di queste falci murali – spiegazione che, se dovessimo dipendere da Cesare, otterremmo solo nel Libro Quinto, con l’assedio di Avarico. All’anagrafe italiana “ganci d’assedio”, le falces murales sono, come descritto, degli affilati uncini di ferro infissi su pertiche, che vengono mosse con l’aiuto di funi ruotandole sia in senso longitudinale che trasversale. Cioè, quando l’ho spiegato ad una mia amica lei ha detto «Sì, diritte o di sbieco», e così credo si capisca meglio. L’uso tradizionale è volto a danneggiare le palizzate degli accampamenti o a “scrostare” le pietre delle mura raschiando la calce, mentre Bruto le usa per troncare le funi che legano vele e pennoni. Dunque le vele cadono e, complice la bonaccia, le navi venete non si possono muovere di un metro (vedete cosa succede a non avere schiavi?) mentre quelle romane le catturano e uccidono l’equipaggio. Tutto questo dura dalle dieci del mattino sino al tramonto, ma la vittoria è schiacciante.

Con questa battaglia si concluse la guerra contro i Veneti e i popoli della costa.

Infatti essi avevano puntato tutto su quella battaglia, e sia giovani che anziani vi sono morti. Cesare decide di insegnare ai superstiti il rispetto per l’inviolabilità degli ambasciatori uccidendo gli uomini più autorevoli e vendendo gli altri. Da questo deduco con ragionevole sicurezza che Velanio e Sillio riposano in pace!

Intanto, Sabino ha raggiunto la postazione assegnatagli da Cesare fra i Venelli, capeggiati da Viridovice. In pochi giorni anche Aulerci, Eburovici e Lexovi, ucciso chi si opponeva tra loro, si mettono sotto il suo comando. A questo punto il Cesare antropologo fa timidamente capolino per la prima volta tra tutti i tipi di Cesare, sentenziando:

Inoltre una grande quantità di disperati e di avventurieri era accorsa là da ogni parte della Gallia, in quanto la speranza di predare e il desiderio di combattere li distoglieva dal quotidiano lavoro dei campi.

Sembra solo a me che ci sia una nota di biasimo? No, certo che no. Eppure è esattamente quel che ha fatto Cesare stesso, fomentando una guerra invece di badare al suo tipo di ovile a Roma!

Sabino è pronto a tutto, ma non vuole combattere subito. Galli e Romani la prendono per codardìa, ed è proprio questo il fine. Infatti, quando i nemici sono cotti a puntino nel loro brodo di giuggiole, Sabino sceglie un gallo sveglio e lo manda da Viridovice come spia. Questi si presenta come disertore e gli riferisce che in effetti i Romani sono terrorizzati, anche perché Cesare è in difficoltà coi Veneti. Sabino ha in animo di togliere il campo di nascosto la prossima notte e accorrere in aiuto dell’imperator.

Abboccato. Il princeps gallo, costretto dalla penuria di viveri (di cui, nell’entusiasmo generale, hanno dimenticato di curarsi!), vuole crederci. Qui c’è la citazione molto simile alla Prima Regola del Mago, cui avevo già accennato:

Molte considerazioni spingevano i Galli ad effettuare questo piano: l’esitazione che Sabino aveva dimostrato  nei giorni precedenti, la conferma ricevuta dal disertore, la mancanza di viveri di cui essi avevano trascurato di far provvista, la speranza che riponevano nella guerra dei Veneti e il fatto che generalmente gli uomini prestano volentieri fede a ciò che desiderano.

I Galli dunque raccolgono “ramaglia e fascine” (dBG, III, XVIII) per colmare il fossato e saltellando beati si affrettano al castra.

Il quale castra, però, sta su un’altura di quasi millecinquecento metri: i Galli corrono per cogliere di sorpresa i Romani e, com’è ovvio, arrivano in cima con la lingua di fuori. Ora Sabino, trionfante, dà il segnale d’attacco. I legionari compiono una violenta irruzione dalle due porte interessate e sfondano lo “schieramento” al primo assalto; i Galli, barbari, inesperti, stremati e appesantiti dai bagagli, fanno quello che fanno sempre: fuggono. Anche i nostri, freschi freschi, fanno il solito: li inseguono e trucidano. La cavalleria fa il resto. Infine Sabino e Cesare vengono a sapere delle vittorie l’uno dell’altro, e Cesare conclude facendoci la morale:

Come infatti l’animo dei Galli è pronto e audace quando si tratta di iniziare una guerra, altrettanto fiacca e nient’affatto resistente è la loro indole di fronte alla sconfitta.

E meno male.

Manca Crasso, giunto in Aquitania, luogo di pesanti sconfitte nella storia romana (tra cui quella di Arausio del 6 ottobre 105, con quello scemo di Cepione: 105.000 effettivi all’andata, 5.000 al ritorno, tra cui Marco Livio Druso). Le cose qui vanno decisamente meglio, perché riesce a fare scorta di grano e a richiamare veterani da Tolosa e Narbona, per poi marciare sui Soziati. Fra attacchi e inseguimenti, Crasso giunge alla loro città – non altrimenti identificata – e, trovando resistenza, tira fuori macchine d’assedio e torri. I Soziati, grandi minatori, introducono un nuovo elemento: si mettono a scavare fosse fino al terrapieno romano, ma la vigilanza delle sentinelle vanifica la fatica e li costringe alla resa.

Non è l’unico motivo per cui i Soziati mi hanno colpita: il loro princeps, Adiatuano, ha una guardia molto simile agli Immortali persiani: seicento valorosi pronti a morire per e con lui, chiamati solduri. Sono uomini liberi che si vincolano con una semplice amicizia – niente giuramenti formali o cose simili – e che io assimilo ad Athos, Porthos, Aramis e d’Artagnan. Fatto sta che Adiatuano e i suoi fanno una sortita dall’interno della città, vengono sconfitti ma ottengono che le condizioni di resa rimangano invariate. Poi, immagino che si uccidano tutti, ma Cesare non li menzionerà mai più.

Considerazione personale: se fossi con Cesare gli consiglierei di non fidarsi di un uomo così compassionevole come Crasso, potrebbe causargli dei fastidi. Così non sarà, perché morirà suicida a Carre e la sua testa sarà mostrata al padre Marco prima che sia ucciso a sua volta, dopo la celeberrima disfatta.

Il nostro ex praefectus equitum (comandante della cavalleria) si sposta poi da Vocati e Tarusati che, terrorizzati, imbastiscono leghe e alleanze a destra e a manca, trafficano con gli ostaggi e chiedono aiuto alle città ispaniche sul confine aquitano. Una cosa intelligente la fanno – sorpresa! – : a capo dei diversi contingenti in cui si spezzettano le diverse etnie mettono i veterani romani che erano stati con Sertorio, ribellatosi contro Silla e sconfitto da Pompeo – più o meno. Vi parlerò anche di lui un giorno!

Dunque si combatterà alla romana. Infatti i “rinnegati” ordinano ai Galli di occupare le posizioni migliori, fortificare gli accampamenti, tagliare i rifornimenti a Crasso. Quest’ultimo, d’altra parte, non può dividere le sue forze già esigue per prendere tutti i presidi gallici, mentre i Galli possono permettersi anche di tappare tutte le strade lasciando ben protetti i loro accampamenti. Il numero di nemici aumenta di giorno in giorno: Crasso capisce di dover combattere e schiera le truppe in duplex acies, con al centro gli ausiliari, e aspetta che i Galli attacchino. Ma questi pensano sia meglio vincere con comodità: l’idea è quella di attaccare alle spalle i Romani quando, infiacchiti dalla mancanza di viveri e oberati dai bagagli, dovranno ritirarsi. Ma Crasso non può aspettare, e guida i suoi verso il campo gallico, fa riempire il fossato e scagliare frecce sulle difese, mentre gli inaffidabili ausiliari portano armi di ricambio ai legionari. Durante la battaglia Crasso viene a sapere che il punto debole dell’accampamento è la porta posteriore, dunque manda i suoi praefecti equitum con le coorti rimaste a presidio del castra alle spalle del nemico, non visti. I nemici, accerchiati, neanche a dirlo si danno alla fuga e la cavalleria ne uccide i tre quarti, poi torna al campo. E così è che una legione più una semplice scorta di cavalleria sconfiggono cinquantamila fra Aquitani e Cantabri (gli ispanici). E dire che in quelle terre sono andate perse diciannove aquile cinquant’anni prima di questi fatti…

Questo dimostra anche che, per quanto esperti e geniali possano essere i comandanti, non riusciranno a far combattere i barbari come i Romani: un Celta non sarebbe mai stato in grado di apprendere la disciplina di un legionario a meno di non essere educato per anni.

Dunque, gli Aquitani si arrendono, i Cantabri no, ma fa niente. Ricapitolando, in contemporanea abbiamo Cesare – cioè, Bruto… – che sconfigge i Veneti, Sabino che sconfigge i Venelli e Crasso che sconfigge gli Aquitani, tutto entro l’estate. Ma il nostro imperator non ne ha ancora abbastanza, e così, con virtù antiche per nuove glorie, parte alla volta di Menapi e Morini, i Belgi che si sono ribellati due volte in due anni.

È certo di liquidarli in fretta: sono rimasti i soli in armi in mezzo ad una Gallia bruciacchiata e, si spera, sottomessa. Invece questi si ritirano nelle paludi e nei boschi delle loro terre. Cesare arriva al limitare di essi e si accampa. Segue sempre stessa solfa: i barbari che piombano urlando sui legionari con la pala in mano (che, cavallerescamente, hanno la buona grazia di sembrare stupiti… o no?), i legionari che si armano alla bell’e meglio, li mettono in rotta, li inseguono fin nei boschi e subiscono pure poche perdite.

Nei giorni seguenti Cesare inizia ad abbattere la foresta che protegge i barbari, accatastando il legname via via risultato sui fianchi dei lavoratori, per protezione (geniale, geniale…). Non riuscirà a compiere l’opera, perché proprio nel momento in cui ci si impossesserà delle retrovie dei nemici – bestiame, bagagli, eccetera – inizieranno certi uragani e piogge continue che i soldati non potranno rimanere a lungo sotto le tende. Così Cesare bruciacchia un altro po’ di campi, villaggi e costruzioni isolate e sistema l’esercito tra gli Aulerci, i Lexovi e le popolazioni più instabili. È di nuovo inverno.

Campagna del 56 a.C.: il riassunto dell’intero articolo!

 Fine Libro Terzo: campagna contro Veneti, Venelli, Aquitani, Morini e Menapi.

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