Rapporto: la Scuola di Educazione alla Pace

Lezioni per insegnarti che l’alcool fa male, che le droghe stanno decimando la tua generazione, che il sesso è pericoloso, che il bullismo è diventato un’emergenza a livello mondiale, che le donne si fanno ancora strumentalizzare, che viviamo in una società maschilista, che alla fine l’Occidente non è che sia poi così avanti, che stiamo perdendo la battaglia culturale.
Lezioni per scaricarti sulle spalle la responsabilità di tutto il male cui dovrai rimediare perché il giovane sei tu e del bene che dovrai per forza fare, altrimenti il mondo ti si sgretolerà sotto i piedi. Eppure vedi che calchi questo suolo per pochi anni, vieni dopo una generazione d’irresponsabili e anche tu non è che sia cresciuto con tutte le rotelle a posto, non ti montare la testa.

Lo scopo sarebbe formare cittadini di buon carattere, eppure penso che tutto ciò possa sfociare solo in individui mentalmente chiusi (spesso al limite della psicopatia, come le femministe moderne), indifferenti o ribelli.

Questo è il resoconto di tre giornate di lezioni sulla gestione non violenta dei conflitti. Alla tastiera, una ribelle con un buon autocontrollo. (Se vi chiedete perché mi sia abbassata a partecipare, la risposta non è in alcun modo “tsundere”.)

***

Pensavo di morire. Probabilmente se non fossi stata in compagnia di un’amica mi sarei appostata in un angolo buio a esaminare ogni partecipante. Poi avrei concluso che non c’era nessuno di notevole e me ne sarei tornata a casa — tecnica testata personalmente, la consiglio.
E invece ho dovuto comportarmi da persona perbene fino all’ultimo. Dopotutto mi ero trascinata fino a scuola inseguendo le parole “Cibo gratis”, che sempre si accompagnano alle iniziative dedicate agli adolescenti. Sì, tipo Hänsel e Gretel.

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Capo d’accusa 1: D’intolleranza a cose necessarie alla vita sulla Terra

La cosa che ricordo con più (cinico) affetto è un esercizio volto a capire che percezione i partecipanti avevano di sé. Ci è stato chiesto di compilare un foglio coi seguenti dati:

  • Nome
  • Cosa mi piace
  • Cosa non mi piace
  • I miei pregi
  • I miei difetti
  • Negli altri apprezzo…
  • Negli altri non apprezzo…
  • Da questa esperienza mi aspetto…

La platea era composta in larga parte da donne, di cui quasi tutte sopra i quarant’anni e le rimanenti sotto i sedici, tranne me e la mia amica. C’era poi un residuo, dimostratosi superfluo, di uomini sulla quarantina e quattro ragazzi di seconda superiore chiaramente incastrati da una professoressa.

Tale varia umanità si è divisa nettamente per sesso ed età. Tutti i giovani hanno listato tra le attività preferite la compagnia degli amici e fra quelle sgradevoli la lettura. Tutti gli uomini hanno millantato di apprezzare valori come lealtà e coraggio e di odiare il contrario (davvero, si sono accontentati di dire “slealtà”).

Ma cos’avrà detto la componente femminile, lì riunita per sfatare una volta per tutte l’idea della “donna-oggetto”, una smorfiosa che parla solo per dare aria alle gengive e che si sente continuamente definire debole? Ah, quale meraviglia si presentò ai miei occhi misogini!
Il tutto è riassumibile nell’identikit della donna-tipo.

Fra i pregi la casa offre tanta sincerità, empatia, bontà, compassione, pazienza, sensibilità, le solite cose. Qualcuna si è anche definita intelligente e acuta. Nessuna bellissima, il che mi ha profondamente delusa.
Nei difetti abbiamo la troppa sincerità, la troppa bontà, la troppa sensibilità – a volte abbinata a una scarsa capacità di ascolto, uhm! – , l’indole da crocerossina, la fragilità, l’influenzabilità, l’ostinazione, la troppa modestia (e qui a momenti rigettavo la colazione ancora impacchettata nello stomaco).*
Ovviamente negli altri apprezziamo noi stesse, poiché viviamo per guardarci allo specchio; dunque pretendiamo sincerità e tatto.

A questo punto mi sono chiesta cosa sarebbe successo coi tratti che disapproviamo.
Per simmetria dovremmo ripudiare i nostri difetti come negli altri ricerchiamo i nostri pregi. Ma davvero sarebbe stato possibile dire “Io non sopporto troppa sincerità”? Certo che no! Sembrerebbe ipocrita!

Soluzione?

“Io non sopporto l’ipocrisia”!

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Questa è stata la risposta comune. Tutte le donne adulte – una dozzina – hanno sentito la necessità di metterlo in chiaro.

Ora lasciate che m’impunti, finché sono troppo giovane per essere definita una zitella frustrata.

L’affermazione “Uno dei miei difetti è la sincerità” implica logicamente un pensiero del tipo “Ah, se solo potessi essere una bugiarda, che gran persona diventerei!” e magari un proposito come “M’impegnerò a mentire almeno sei volte prima di fare colazione finché non avrò risolto”.

Ci vuole un sondaggio.

Perché dall’affermazione A non vediamo conseguire il pensiero B né tantomeno il proposito C? Votate:

1) Le donne sono più sceme degli uomini, pertanto non riescono a finire il ragionamento;
2) Le donne non percepiscono la sincerità come un difetto.

Bene, la 2). Ma allora com’è che il 100% dei soggetti adulti si è sentito sia di fare l’ipocrita che di condannare l’ipocrisia?

1) Le donne sono più sceme degli uomini, pertanto non riescono a notare la contraddizione;
2) Le donne non percepiscono la contraddittorietà come un difetto.

Ancora la 2). E la colpa di chi sarà mai?

1) Delle donne, che proprio non ce la fanno a capire che ormai sta a loro provvedere a se stesse, alla propria educazione e alla propria immagine pubblica;
2) Della società maschilista, violenta e repressiva che lascia i più deboli nell’ignoranza e nella volgarità senza che nemmeno se ne accorgano.

Io non ne ho idea, posso solo parlare per me.
Il mondo occidentale avrà anche dei residui di discriminazione in base al sesso, ma non sono tali da impedire a chicchessia, uomo o donna, di costruirsi una reputazione rispettabile.
Il fatto che su Internet, in televisione e sui giornali ci siano molte ragazze seminude e che questo sia legale non mi rende una poco di buono. Non mi danneggia in alcun modo, tutt’altro.
Sapendo questo, non ho bisogno d’indignarmi né di pensar male di queste ragazze seminude: come si diceva, viviamo in un mondo in cui il successo è considerato un diritto, anche per chi non lo merita.

Invece sarei tentata d’indignarmi per tutti quegli individui, uomini e donne, che ancora trovano qualcosa di mozzafiato in un pezzo di carne in mutande – ma questa è una mia tara mentale, lo riconosco. Sconfitti i puritani, non sarebbe ora di apprezzare qualcosina oltre i corpi?
Diciamo che, quanto a bassezza d’intelletto, vige l’assoluta parità fra i sessi. Ci meritiamo ciò che abbiamo, è il karma.

***

Ricordo altre risposte incredibilmente profonde del genere di “Non sopporto l’ignoranza!” (e allora che si fa, suicidio di massa come gli indiani d’America?) e “Odio la violenza, la prepotenza e l’arroganza!”.
La deduzione altrettanto profonda che ne ho tratto è che le entità senzienti al di fuori del mio organismo devono vivere un’esistenza facile e felice in mezzo a caprette che non scalciano e margherite di campo snobbate dai calabroni/T-Rex che ho in giardino.

Per tutti gli altri mi sento di parlare io, rude guerriero dall’approccio zen: anche respirare è un atto di violenza. Togli l’ossigeno alle generazioni future e invalidi gli sforzi delle foreste amazzoniche.
Odiare qualcosa e soprattutto rendere noto che la odiamo è violenza psicologica nei confronti di chi la ama o la sopporta, se non anche di chi la detesta quanto noi. Insomma, se al tuo amico piacciono i dolci e tu gli vomiti addosso il tuo disprezzo per lo zucchero che ti ha portato via lo zio diabetico, dubito che il poveretto non inizi a meditare sulla malattia e la morte. Violenza!
Allo stesso modo, se trovi un altro crociato anti-dolci, poco ma sicuro che peggiorerete insieme la vostra condizione psichica. Se non ci fossi stato tu a mantenere vivo il suo odio, probabilmente il fondamentalista se ne sarebbe annoiato.
Di contro, non odiare qualcosa è una violenza nei confronti di noi stessi, perché oggettivamente sopportare o incoraggiare un atto richiede molto impegno, una vera costrizione, quando distruggere è tanto facile.

E io non vedo come si possa essere ignari del fatto che senza violenza non si campa, ma a quanto pare sono in molti a basare sulla negazione di ciò un’intera esistenza ostentatamente felice.

La cosa buffa è che nelle tre giornate si è ripetuto un paio di volte che la pace non è un valore negoziabile. Che significa? Che se non la ottieni con le buone fai la guerra? Dio lo vuole!

Capo d’accusa 2: La comunicazione assertiva

Esistono a questo mondo due grandi categorie di persone: i passivi e gli aggressivi.
Dicono che, se si vuole risolvere un conflitto, si debba essere una via di mezzo. Si tratta cioè di trovare l’assertività.

In poche parole, lo scopo è esprimersi con chiarezza e non offendere, creare ansia o mettere a disagio il prossimo.
A parte che mi chiedo chi è che discute (cioè litiga) o fa una guerra col proposito di essere onesto, piuttosto che di vincere. Io no di certo.

Comunque la moderazione nella vita comune non crea grossi problemi. I metodi attualmente in voga per raggiungerla, al contrario, sì.

A me li hanno spiegati così: il primo passo è assicurarsi di aver inteso le argomentazioni dell’altro, perché in effetti la maggior parte delle volte spunta che avevamo capito tutt’altro. Per questo siamo portati ad apprezzare tanto un discorso come il seguente.

Che sciocchezza.

Che sciocchezza.

Quindi sarebbe necessario chiedere frequentemente all’altro se abbiamo capito bene, ripetendo le sue argomentazioni con parole nostre.

In pratica,

“Mi presti la penna?”
”Vuoi in affidamento temporaneo la mia penna?”

o

“Sei un idiota!”
”Mi stai dicendo che ho un quoziente intellettivo sensibilmente inferiore alla media?”

Sembrano esagerazioni, eppure lo schema è quello.
La cosa si può fare ancor più grottesca, perché il secondo passo è non insultare, bensì esporre il problema in termini neutri, descrivendo e non giudicando.
Così il “sei un idiota” di prima si trasforma in:

“Dal fatto che tu abbia acceso un falò davanti a me dopo aver imbevuto le mani nella benzina [fatto concreto, specifico e testimoniabile] deduco che le sinapsi all’interno della tua scatola cranica siano in quantità inferiore alla media nazionale [opinione scientifica prima di connotati emotivi] come da indagini ISTAT del 2007 [prova oggettiva facilmente verificabile].”

Adesso ho esagerato.

Fatto sta che l’aggressività è importante quanto l’assertività e che alternare un po’ di sana prepotenza a critiche costruttive risparmia molti guai. Però lascerei perdere la debolezza! Una volta che ci si è scomodati a pronunciare il proprio parere, tanto vale tenerselo ben stretto.

Epilogo: un episodio traumatico

Ho parlato di come spesso s’intenda dire una cosa e ne venga recepita un’altra. Ebbene, anch’io sono stata vittima innocente della sindrome del genio incompreso.

Durante un gioco a coppie per migliorare la capacità di ascolto, avremmo dovuto descriverci abbinando il nostro carattere a un dato animale.
C’era la volpe, che nel conflitto cerca il compromesso; la tartaruga, che fugge o ignora i malintesi; il camaleonte, che si adegua al punto di vista dell’avversario; eccetera.
Come c’era da aspettarsi, io sono stata l’unica ragazza a scegliere il profilo-aquila: “M’impongo sull’altro e lotto per averla vinta”. Sudando freddo, ho argomentato meglio che potevo la mia scelta con la mia compagna, perché poi sarebbe stata lei a dover riferire cos’aveva capito.

Il risultato? Il rapporto è iniziato con una frase sostanzialmente giusta, il fatto che ho delle “convinzioni forti”, per poi chiudersi, attraverso la più sdilinquita descrizione della mia anima, con il giudizio “Non ha valori molto ben radicati”.

Ma allora lo vedi che non lo sanno nemmeno loro cosa sono questi valori, mi son detta.

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* Per carità, anch’io ho avuto dei seri problemi a trovarmi dei difetti, ma alla fine qualcosa che vorresti cambiare di te stesso la trovi. E no, non è l’eccesso di perfezione. 😀

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Di regole e oggettività

Dopo due o tre anni di attività su questo blog, è decisamente ora di chiarire cosa penso della narrativa.

Il problema che più mi preoccupa è quello delle regole.

Nel mulino che vorrei chi scrive ha l’obiettivo di coinvolgere emotivamente chi legge.
Data la destinazione, si crea la strada per arrivarci — possibilmente non a colpi di metafore, come sto facendo adesso — e trova le scorciatoie. Che poi sono le famigerate regole.

Come le trova?
Esercitandosi, essenzialmente.
Oppure imparando da chi questa fatica l’ha già fatta e gli ha lasciato il libretto d’istruzioni. Ed esercitandosi comunque.

Poi qualcuno aggiunge o sostituisce ai precedenti altri ingredienti, come il talento e l’istinto. Perdonatemi se io non ci credo, ma di solito per “istinto” s’intende andare a casaccio (o a sentimento, come dicono dalle mie parti).

Fatto sta che né le regole né i manuali di scrittura hanno alcunché di mefistofelico e studiarli non è una cattiva idea. Al massimo, buonsenso.

E se è tutto così logico si può parlare di oggettività.

Io trovo che la frase “i gusti sono gusti” appartenga ai disfattisti.
Quelli che ti dicono di non comportarti come se la narrativa fosse una scienza esatta, tanto non vai da nessuna parte.
Quelli che ti danno del conformista e del burocrate e del topo di biblioteca che non sa staccarsi dai libri, mentre il modello vincente è il genio che scrive a forza di starnuti.
Quelli che ti dicono che studiare non serve.
Hanno ragione, ma se facessimo come dicono non varrebbe la pena parlare di arte: tutto si ridurrebbe a uno sterile “a me è piaciuto”, che dell’opera — libro, statua, fotografia, eccetera — non dice nulla.

Quindi la soluzione è questa: comportarsi come se l’oggettività esistesse, grazie alle regole che ci siamo inventati, e soffocare di prove chi ci sta a sentire.

Ciò significa che, a patto di fornire tutti gli esempi del caso, non c’è un limite all’entusiasmo o alla perfidia, in una recensione.
Lo scopo del recensore è stabilire se un prodotto è consigliabile ed essere convincente: l’ironia diventa indispensabile.

Domanda: c’è un limite a tutto?
No.
Uno dei princìpi del mio blog ideale è che bisogna dire ciò che si pensa. E io non penso in modo tollerante. Non esistono battute troppo cattive né attacchi troppo diretti.

E qui spunta il lato gamberettiano.
Se un libro si fa beffe delle regole più semplici significa che l’autore si è rifiutato di impegnarsi e che si è preso il nostro tempo — se non i nostri soldi — senza aver fatto niente di valore.
Ci ha truffati. È una persona disonesta. Non merita rispetto.

Sì, lo so, è un discorso poco condivisibile, ma francamente non mi sento di fare sconti a nessuno.
Essere letti da centinaia, se non migliaia o milioni, di persone è una responsabilità. Non la si può ignorare.

Questi sono i presupposti in cui credo.

Ho scritto questo articolo anche per sentire dei pareri. È una questione molto ampia e complessa e credo che parlarne possa fare solo bene.

In questo schifo di Italia

Arriva il momento, nella carriera di un blogger serio e di un onesto cittadino, in cui si deve scendere a compromesso con la realtà e scegliere tra pudore e senso civico. Perché è la Patria che glielo chiede, la Vita che glielo impone; e come può chi ha facoltà di parola restare muto innanzi al declino del mos maiorum?

Denunciare, io dico!

Condannare lo scandalo in cui viviamo!

Non basta più diffondere la notizia della scomparsa delle mezze stagioni: dobbiamo attivarci noi per primi e andarcele a cercare, consci del fatto che dalle istituzioni non ci verrà alcun aiuto.

Perché in questo paese le cose non vanno. Basti guardare il risultato delle ultime elezioni: qualcuno ha votato Grillo.
Peggio, qualcun altro ha votato Bersani.
Peggio ancora, altri hanno votato Berlusconi.
Ma ci rendiamo conto? Alcuni hanno votato! E che dire di quelli che non l’hanno fatto? Tantissimi! Chi se lo aspettava? Io no, tu nemmeno?

Il fatto davvero inspiegabile è che nulla cambia, nonostante tutte le manifestazioni, tutti gli scioperi, tutti gli appelli su Internet, tutte le condivisioni e i Mi piace su Facebook… come fa la Casta a rimanere insensibile al dolore del popolo?
Questo mi dà da riflettere: di chi è veramente la colpa?
Non sarà che anche l’indifferenza fa la sua parte? “Chi tace acconsente”: la verità è che gli italiani sono un popolo di pecore che si lascia fare di tutto. Quasi nessuno ha una precisa idea politica. Nessuno si spreca a informarsi. Molti sono andati alle urne senza sapere per chi votare. E poi ti stupisci se il Paese va in rovina. Io dico che non andremo da nessuna parte finché ci preoccuperemo più delle tasse che del nome di chi ne imporrà altre.
Perché è vero, la scelta alle elezioni non è stata molta, ma un meglio e un peggio si trovano sempre. L’importante è esercitare il diritto di voto, che se non altro autorizza a lamentarsi del governo — vuoi mettere la soddisfazione di guardare quelli che non hanno votato e dire loro che devono stare zitti perché si sono lavati le mani di tutto? Dice il Cieco: “Faber quisque fortunae suae”, che diamine. 

Ma abbandoniamo la politica, ché mette sempre un po’ di tristezza, e spostiamoci in un ambito più amichevole: la letteratura.
Negli ultimi anni il Web ha portato a galla dei blog esterofili che criticano libri e Autori d’eccellenza basandosi su un mucchio di regole ritenute infallibili. I proprietari di tali siti sono perlopiù giovani senz’altra qualifica se non i titoli che millantano di aver letto.
Com’è proprio di questo disgraziato popolo, i surfisti più impressionabili si sono subito uniti a questa corrente dissacrante, che tutto smonta e nulla costruisce. Ma quali sono i misfatti di questa banda di sconsiderati?
Per esempio la convinzione che ogni genere letterario, per non dire artistico, sia contraddistinto da canoni precisi.
La convinzione che, grazie a tali canoni, si possa stabilire oggettivamente la qualità di un’opera.
La convinzione che non sia tutta una questione di sensibilità, di gusti.
La convinzione, insomma, che l’Artista non sia libero di creare ciò che vuole nel modo che preferisce… che il Genio debba sottostare a delle sterili regole… che si debba andare incontro al lettore e dargli quello per cui paga, persino. Quest’ultimo è capitalismo nudo e crudo, signori, non so se si è capito!
Tutto ciò è disgustoso e volgare.
Chi è, in fin dei conti, il lettore? Un bifolco incapace di seguire la vera Arte e che ha bisogno di emozioni sfrenate, vuole essere continuamente colpito e affascinato e terrorizzato e orripilato (‘-ato’, insomma). Non capisce che il ruolo dell’Artista è guidarlo sulla retta via!
Io compiango gli uomini di lettere, costretti ad adeguarsi a un pubblico di lettori isvogliati — per citare Tasso — e a contaminare i loro messaggi educativi con elementi di superficialità (o Sense of Wonder, o fantastico, o meraviglioso pagano, sempre per Tasso!), così da attirare anche i più pigri.
Perché ormai le masse sono abituate a surfare sulla conoscenza, a scapito degli approfondimenti. Tutta colpa del multi-tasking e dei nuovi mezzi di comunicazione, come insegna Baricco.
Fortunatamente ci sono ancora delle isole felici che condividono il mio pensiero. Per trovarle basta ricercare con attenzione il seguente sigillo:

Ringrazio Davide Mana per avermi accordato il permesso di aggregarmi all'iniziativa (e di rubargli il banner).

Nei migliori negozi e ipermercati Mos.

***

Ringrazio ancora Davide Mana per avermi accordato il permesso di aggregarmi all’iniziativa, nonché di rubargli il banner qui sopra.

La mia utopia, o delle pecore

Mi ero ripromessa di non scrivere più articoli come quello che segue, e infatti eccoci qui.

Oggi ho assistito a un’originalissima discussione sulla moria dell’originalità, con annesso il sorprendente dato che nessuno legge. Ogni tanto toccherà pur fare finta di avere qualche convinzione filosofica, no?
Accusa: al giorno d’oggi, altroché Dante, la televisione ripropone sempre le stesse cose inutili, rendendoci una massa priva di opinione e di valori. Per forza che nessuno legge: anche nei libri non c’è più nulla di nuovo.
Difesa: ehi, ero a scuola, che difesa volete che ci sia stata se era il professore a parlare? Tutti sorridono e annuiscono. Moccio e sguardi vitrei ovunque. Darei loro delle pecore, se farlo non fosse da pecora.
Diciamo che alla difesa mi metto io, anche se in favore della televisione non ho niente da dire. Attacco l’accusa.

C'ho un fegato a lamentarmi sul mio blog spopolato.

Ci ho fegato a lamentarmi sul mio blog spopolato.

La media di libri letti nella mia classe – quindi parliamo di diciottenni che frequentano un liceo scientifico di provincia – è sicuramente inferiore ai dieci in un anno, e sette o otto sono quelli prescritti dalla scuola. Abbiamo dunque i famosi giovani, “la futura classe dirigente”, convinti del fatto che romanzo significhi solo Silone, Mann, Morante. Elsa Morante! È la scuola che grida “Pochi libri, ma tutti schifosi, mi raccomando”. Così queste povere anime si dividono in due: i relitti umani, capaci di apprezzare qualunque obbrobrio, e i normodotati, che passano per ribelli.
I ribelli vanno di moda. La moda è il male. Dunque i ribelli hanno torto. Perché se dici che il libro che piace alla prof fa schifo è solo perché hai preso due all’orale. Oppure è perché, anche se prendi una sfilza di dieci, devi mostrarti superiore al tuo benefattore. Comunque tu faccia, è sbagliato.
Ma metti di stare coi ribelli. Per te, disgraziato, non solo Dante ha copiato in blocco dalla Bibbia e dalla mitologia i suoi fantasiosi contrappassi (e non il contrario, come qualcuno sostiene), ma l’originalità è viva e gode di ottima salute. Leggi Adams, leggi Mellick, leggi Miéville e sei felice, nonostante le frequenti bestemmie perché a questo mondo è tutto in inglese e a te mica l’hanno insegnato tanto bene. Ti hanno detto che era facile, questo sì. Ma non ti accorgi che questi scrittorucoli ti suggono l’anima? Che spessore hai se non reggi le finalità didascaliche delle Satire di Orazio? Che ti credi, che Orazio scrivesse per far ridere? Scherzi? Lui era serissimo, voleva fare della critica sociale. Era un tipo impegnato.

Ci siamo capiti. Ora dico come la penso io, per le materie umanistiche.

Insegnare a qualcuno a usare il cervello è impossibile. O agisce in automatico o lo butti via. Puoi farlo ragionare con la matematica, ma questo non significa che capirà il mondo. Mentre se tenti di mostrargli come funzioni tu, crei una pecora. Quello che puoi fare è dargli gli strumenti per partorire delle idee autonome e solo dopo spingerlo al confronto con altri punti di vista.
Questo implica fargli leggere libri interi, non solo brani, dei principali autori – e in italiano moderno, niente stupidaggini tipo “attenzione alle radici culturali”. Niente volgare, niente latino, niente greco. Tu, ipotetico professore, sostituiscili con inglese, spagnolo e una lingua orientale. Chi vuole fare il dotto letterato si specializzerà da sé in seguito. E poi, non esiste che si passino tre anni sulla Divina Commedia (per poi saltare Galileo), imparando passi a memoria, ricordandosi i personaggi più inutili dell’universo e soprattutto credendo che tutto ciò abbia un senso. Serve solo ai professori che premiano lo spirito di sacrificio più che l’abilità.
Spiega la storia in modo che l’alunno s’intenda di politica ed economia, invece di concentrarti sulle date. L’obiettivo è formare una persona che sappia un poco di tutto quello che le sarà davvero utile e che sia abituata a lavorare in autonomia più che in una classe, affogata negli imbecilli. Pochissime ore a scuola, coi docenti impegnati a spiegare a ciascuno ciò che non ha capito.

L’idea è di far capire che, se c’è un problema, la soluzione o il modo per trovarla sono scritti da qualche parte, non bisogna correre da mammina per farsi passare il cibo predigerito.

Non ho idea di come verrebbe un mondo con alunni del genere, ma questa è parte dell’utopia che proverei a realizzare in base alle carenze che mi accorgo di aver sviluppato io stessa.
Alcuni miei compagni andranno presto a votare e non hanno idea di come funzioni e funzionasse in passato la politica; di storia non sanno nulla di successivo alla Rivoluzione Industriale; di filosofia conoscono quasi solo i pensatori greci e cristiani. Non che per me avere una morale oltre cinismo e razionalità significhi poi molto, è che sono stufa di vedere giovani allo sbando per colpa di vecchi scoppiati.

Pagami, qui è tutto gratis!

Oggi propugnerò un po’ d’idee, nulla di radicale. Se siete un po’ nerd, avrete visto che l’argomento preferito di alcuni blog parecchio apprezzati è stato lo stesso per parecchi giorni, la settimana scorsa (ora la polemica si è spenta). Ecco uno dei post migliori che siano venuti fuori in proposito.

La domanda è: pagheresti per leggere un blog? E, di conseguenza: l’informazione via Internet ha lo stesso valore di quella veicolata dai vari giornali e riviste?

Non è proprio un argomento che si presti granché ai flame, eppure ci sono opinioni contrastanti. È chiaro che a tutti i blogger piacerebbe essere pagati e a quasi nessun lettore piacerebbe pagare. Questo, beninteso, parlando di donazioni facoltative di, ipotizziamo, un euro – magari non una tantum, ma mensilmente. Infine, a  nessuno sta bene l’idea dei Veri Giornalisti™, secondo cui i blogger sono degli ignoranti che bistrattano la grammatica e tolgono lavoro ai critici. Coro di buuu!, per favore.

Questo ciò che l’intero universo ha rilevato. Adesso provo io a mettere in luce un aspetto che mi sembra rimasto inespresso.

Internet è nato per facilitare la diffusione del sapere. Il motivo per cui le persone oneste pretendono che il prezzo degli ebook cali, per esempio, è che la conoscenza non dovrebbe essere accessibile solo ai ricchi: quando lo è, ci si vendica piratando. Allo stesso modo, è bene che l’informazione sia libera. Poi va bene, se esiste qualcuno innamorato a tal punto del dato blogger da volerlo pagare, è tutto grasso che cola. Vedendola in quest’ottica, però, non è giusto nemmeno dargli la possibilità di farlo.

C’è poi da dire che è ben diverso scrivere per essere pagati, piuttosto che per puro capriccio, non solo in termini di qualità – e parlo sempre di gente perbene, residente sull’isola di Utopia, che si vuole meritare i soldi dei lettori – ma anche di ‘personalità’. Prendete questo blog: è un pesce molto piccolo, ma mettiamo per assurdo che una o due persone mi regalino un euro – o cento, è uguale. Per coerenza, dovrebbe sparire una buona metà degli articoli: tutti quelli che vanno sul personale (visto che io non sono un reality show), tutti quelli che non danno informazioni utili né divertono, e così via. Cosa rimarrebbe? Beh, intanto la sottoscritta si ridurrebbe a parlare di Storia con risultati discutibili, nell’ansia di essere per forza utile, spiritosa e avvincente. La qualità degli articoli calerebbe, perché dovrei produrre qualcosa regolarmente, invece che solo quando ho l’ispirazione. Dovrei limitare le mie tirate morali, tipo questa, a poche righe en passant. Dunque meno varietà di argomenti (e già è poca!), meno probabilità di farsi un pubblico eterogeneo, meno commenti. E se poca gente legge e ragiona, c’è meno possibilità di arrivare a comprendere le cose. In pratica, questo blog si spegnerebbe e morirebbe. E così, credo, tutti gli altri, visto che l’obiettivo di noi scrittori occasionali è far riflettere.

Che poi questa volontà di muovere le coscienze sia di un’arroganza mostruosa, poco importa e non è pertinente. Scrivi per imporre le tue idee, per schiacciare chi non ti piace, altroché altro.

Un secondo aspetto è il fatto che i blog sono al contempo delle “terre di mezzo” e dei catalizzatori di informazioni: si raccolgono notizie interessanti, le si pubblica tutte insieme e si rimanda ad altro per approfondimenti. In pratica, più che un trattato monolitico su un solo argomento, l’articolo dà un input, o, se volete, un catalogo di ciò che esiste (o anche non esiste, ma è più complesso!), di com’è fatto e di dove si trova, lasciando il resto al lettore. Se non hai una copia del De Bello Gallico con te, vai su Wikipedia per capire se è animale, minerale o vegetale, poi vieni su Amnell per sapere quanto sia arcisuperipermegastrafigo in una scala da dieci a dieci (e se ti va bene si capisce pure di che parla) e vedi che sono esistite personcine tipo Silla e Lucullo, che non c’azzeccano niente con britanni e compagnia cantante, e così te ne parti per saperne di più da altri blog e siti web. Avanti in questo modo nei secoli dei secoli, amen. Ma mica conosci il De Bello Gallico, alla fine: ne hai un’idea, magari anche precisa, ma non basta. Quindi sei costretto a prendere il libro e leggere. Ovvio, ovvio.

E dopo tutto questo, vuoi ancora pagare? Un blog, o anche tutti i blog dell’universo messi insieme, non sono completi, mentre tu vuoi pagare – ci scommetto – solo la fonte completa: un prodotto (libro? Film?) che ti dica tutto-tutto-tutto quello che c’è da sapere su quella parola o su quel concetto. Per Baricco Internet serve a surfare sulla conoscenza, il resto ad andare in profondità.

Oh, mi piacerebbe moltissimo andare a impelagarmi nell’eterna lotta superficie/profondità, ma non è il momento. Quindi, l’idea è questa: perché dovrei voler pagare per visitare una terra di mezzo, uno dei tanti corridoi che danno sulle tante stanze disponibili? Infatti, non voglio.

Questo in linea di massima, poi ci sono le eccezioni. Sarei ben felice di corrispondere una quoticina mensile a Gamberetta, per avere altri di quei magnifici articoli dei bei tempi andati, e lo stesso al blog di Francesco Dimitri, che mi interessa per le sue idee. D’altronde, io non accetterei denaro proprio perché questo blog è l’unica illusione di libertà che abbia, e non sono per nulla ansiosa di trasformarla in lavoro.

Liberissimi di dire ma chi tte paga a tte!, ci son già arrivata da sola! E liberissimi di dire perché quello che dico non funziona, visto che il generale progresso del flame mi sta dando torto (e ti pareva).

Se questi sono individui…

Il polo scolastico che frequento è da sempre molto sensibile alle tematiche sociali più delicate. Negli ultimi tre anni ho sprecato ore e ore nel sentire famigerati esperti di apprezzatissime scienze dal nome troppo lungo perché io le ricordi avvicendarsi nell’arduo intento di portare Progresso & Civiltà™ fra i cuccioli d’uomo. Tutto all’insegna, nemmeno a dirlo, del Rispetto (che non si sa bene cosa sia, concretamente, ma metterlo in mezzo è sempre chic). Oggi è stata la volta delle donne e della mercificazione del loro corpo, tema a me e a Barbara d’Urso molto caro.

Questo è il fuoco (o il fulcro: tendo a sovrapporre i due lemmi) degli appunti che ho preso:

Solo i migliori studenti prendono appunti a lezione.

Avete presente quelle specie di conferenze in cui si inizia dai ringraziamenti e ci si ritrova spiazzati perché ancora non si sa chi sia quella gente? Ecco, è un indizio. Parlerò solo dei lati negativi dell’esperienza: sono preponderanti.

C’era una volta l’assessore alle pari opportunità e alle politiche giovanili di Rimini, la mia provincia di residenza. Ne ho dimenticato il nome, e forse è meglio così: niente strane pubblicità filo-femministe in casa mia! Una buffa romagnola tipica, con vocabolario scarno (quel genere di persona che non sa trovare un degno sostituto di “casino” in tempi utili, sapete) e bagaglio di opinioni personali ancor più desolante. Iniziamo bene, fa un bell’esempio: ha conosciuto una donna la cui figlia era morta, sembrava, per malnutrizione. “Non c’era neanche tutta con la testa, poverina”, come ha detto la stessa politicante, dunque la donna era stata incarcerata e privata della patria potestà sugli altri figli. E qui il mio giudizio è: “Giusto! Se era una squilibrata che non ha portato la figlia in ospedale, è un’ottima cosa che i bambini superstiti ne siano stati allontanati!”… Ma no, non è certo così semplice. Difatti, l’autopsia sulla figlioletta aveva rivelato non solo l’assenza di malnutrizione, ma una malformazione: OMG, ma allora la madre non è pazza! E chi è quel bruto insensibile che l’ha condannata? Tutta colpa dei pregiudizi!

Ora, questa per me è follia. Distorsione di un fatto che, almeno per la morale comune (che, infatti, darebbe ragione alla legge!), è molto semplice: una bambina muore in casa senza che la madre la porti in ospedale? Benissimo, la donna non è in grado di prendersi cura di chicchessia. Quindi le si tolgono i bambini. Ciò che mi spaventa è che l’assessore a tutte quelle belle cose venga in una scuola pubblica a sindacare su una sentenza di tribunale e a ispirare pietà per una “povera madre”… disgraziatamente pazza, toh. Poi, chiarisco, l’assessore può essere d’accordo con la legge come può non esserlo, ma non deve certo esserle permesso di fare propaganda con ragazzetti diversamente riflessivi. E, soprattutto, dove sono i professori che invitano questa gente senza rendersi conto delle scempiaggini che diffonde?

Andiamo avanti. In mezzo a tante belle frasi, such as “il rispetto non è un optional“, “la sofferenza degli altri mi fa stare molto male”, “siamo molto contente di essere qui” – il che mi ricorda un po’ le miss America dei film che spacciano la pace nel mondo come il loro più grande desiderio – , sopraggiunge il momento-video, “qualcosa che vi farà riflettere”. Ovvero una serie di foto tanto del vecchio movimento femminista, che dovrebbe rievocare i Bei Tempi Passati – e mai vissuti, visto che fino agli anni Sessanta né i liceali né gran parte dei professori erano nati – , tanto delle oscene pubblicità che ‘strumentalizzano il corpo femminile’. Riflettiamo. Sì, tutti insieme, in coro. E buon Natale anche a voi, perdiana.

Oh, ma che insolenza usare qualcosa di bello per guadagnare soldi! Sono circolate frasi come “Perché questi corpi devono essere perfetti?” o “Io preferisco una pubblicità con una donna in carne e senza vestiti alla moda!”. Vedete la follia? L’attaccamento agli stessi pregiudizi che queste persone pensano di combattere? Poiché mi leggete, sono sicura di sì. Ora vedere una bella donna seminuda che pubblicizza, che ne so, omogeneizzati, deve fare scandalo in quanto bieca operazione commerciale. L’ottica di fondo suppongo allora sia che bisogna proteggere il popolino da questi soprusi, perché comprando il prodotto così sponsorizzato esso fa del male a sé e alla modella. Ah, ma dunque il pubblico non sa decidere! E così la signorina che si denuda per vendere pappe deve restare senza lavoro! Quindi, proseguendo col ragionamento di questa gentaglia, dobbiamo educare le nuove generazioni a temere e odiare le persone che fanno soldi sfruttando la stupidità del popolino. Ma se il popolino pensa “Oooh, un seno! Una bocca carnosa! E cosa sta mangiando? Un omogeneizzato? Sì, sì, lo compro!”, allora non è da disprezzare lui, più che la marca e la testimonial?

Prevedo una cosina molto simpatica: se questa pseudo-moralità riuscisse a sedimentarsi, cioè a riportarci alla castigazione morale di Catone il Censore e dell’epoca vittoriana, le pubblicità saranno dapprima piene di donne basse, grasse, vecchie, peloserrime, piene di porri/calli e, in sostanza, racchie come le femministe, e poi spariranno del tutto da ogni manifesto, giornale, rivista e sito internet politically correct del pianeta. Che dire, spereremo nel porno. ^_^ A parte gli scherzi, trovo sia Catone che i movimenti femministi anacronistici: c’è ben poco per cui combattere che a ciascuna donna non sia possibile ottenere individualmente, perché la mentalità comune è già cambiata. Ora le eredi delle suffragette sono coloro che usufruiscono delle quote rosa… e non mi pare che ci sia da rallegrarsene.

Ah, già, e i nostri bambini impareranno a scimmiottare degli eroi belli dentro.

Un’altra cosa: i termini. “Strumentalizzare il corpo femminile” non mi sembra una frase molto sensata: di per sé, il corpo è uno strumento. Dunque ‘strumentalizzarlo’ significa usarlo. Mordere una mela è strumentalizzare. Allacciarsi le scarpe è strumentalizzare. Probabilmente perfino pensare è un sopruso. Sempre che il criceto che abbiamo nel cervello faccia girare la ruota abbastanza in fretta!

La cosa che però spero renda un po’ utile questo articolo è l’enorme contraddizione di base. Indire un’assemblea contro la mercificazione del corpo della donna non è forse discriminarla? Parlare di pari opportunità e poi chiedersi “Siamo sicur@ che del femminismo non ci sia più bisogno?” (giuro, sulla diapositiva era scritto così) non è forse antitetico? Per non parlare della foto che mostrava uno dei vecchi adagio femministi, “Salario alle casalinghe”: brrr! E ci siamo già detti dell’anacronismo di tutto il sistema. Quindi, riassumendo: che schifo, che noia, è tutto sbagliato a questo mondo, moriremo tutti (non troppo presto, suppongo). E invece no, la morale va fatta come si deve. Dunque, il messaggio che mi viene dal profondo del cuore è…

Donne, santo cielo, e fatevela una nottata di sfrenati et immorali eccessi ogni tanto! Ma che hanno queste femmi-komuniste? Secondo me portano tutte il cilicio la domenica. E non si depilano. Oh, che nervi. Alla prossima. 😛