De Bello Gallico (VI) – Libri Quinto e Sesto

Circa un anno fa abbiamo lasciato nella Belgica il nostro Cesare, frustrato per il fallimento della prima spedizione in Britannia. Certamente lo aveva considerato un anno sprecato, soprattutto con la situazione politica a Roma che si faceva sempre più difficile per i triumviri. Due furono, in particolare, i segnali di questa tensione.

Nel 56, a Lucca, Pompeo e Crasso hanno deciso di ricandidarsi consoli insieme per l’anno successivo, non tanto per pasticciare con le leggi – sono al sicuro, con tutti i tribuni della plebe che hanno comprato – ma perché le gesta di Cesare fanno loro temere di perdere popolarità. Crasso non ha nemmeno mai avuto un trionfo, sebbene con Spartaco se la sia cavata niente male. E per avere una guerra, contando che un trionfo si ha solo ponendo fine a una guerra importante (niente soppressione di rivolte, ad esempio), tocca ottenere il proconsolato in una Provincia di frontiera. Solo che per farsi eleggere devono usare la forza: prima creano tumulti in città per far accettare la loro candidatura (presentata fuori tempo massimo: un trucchetto ben noto già a quei tempi!), poi fanno allontanare dai comizi gli altri candidati e i loro sostenitori, impedendo loro di votare.

Il secondo segnale che qualcosa non va arriva un anno dopo, il 13 novembre del 55: Crasso sta partendo per la Provincia che si è scelto (ops, ma che dico, i sorteggi non si possono truccare!), la Siria, ma il tribuno Capitone gli aizza contro la folla. Solo l’ascendente di Pompeo, supplicato dal collega, impedisce conseguenze più serie. Io non capisco queste masse: voglio dire, se uno vuole a tutti i costi morire ammazzato, diciamo, a Carre, non bisognerebbe impedirglielo.

Passo indietro. Mentre il divo Giulio bisticcia con le più diverse etnie e corre di qua e di là per soccorrere le forze che è costretto a frazionare fino all’inverosimile pur di controllare tutto il territorio, Pompeo e Crasso da consoli si contendono il facoltoso re Tolomeo XII, che si è fatto scalzare da Alessandria d’Egitto. Alla fine se lo aggiudica  Pompeo: Aulo Gabinio, il suo servo fedele, lo rimette sul trono.

Questo Gabinio è  un tipo sfortunato. Homo novus, ha fatto carriera all’ombra del suo patrono, Pompeo. Si è fatto le ossa in guerra con lui ed è diventato un ottimo generale, gli ha fatto da tribuno della plebe al momento giusto e si è guadagnato consolato e proconsolato in Siria. Poi arriva Crasso, il nuovo governatore, e rileva il suo comando e il suo esercito, rispedendolo a Roma senza tanti complimenti. Ora che è stato console, in cosa potrà mai sperare un piceno? Nella censura? Non è periodo, i senatori hanno ben altro cui pensare… come lo stesso Pompeo, ad esempio. Da questo momento in poi, infatti, Gabinio non darà più troppo nell’occhio. All’incirca lo stesso destino di Lucullo.

In effetti, il periodo tardo-repubblicano è particolarmente denso di ottimi generali impossibilitati a far carriera oltre il minimo canonico – anche un consolato non ha più lo stesso valore, col triumvirato. Non mancano né le guerre né il talento: semplicemente, ci sono figure che riescono sempre più facilmente a fare incetta di tutti gli onori disponibili (anzi, qualcuno, tipo l’imperium maius, viene addirittura inventato apposta), e chi vuole emergere deve anche brillare di luce riflessa. Certo, ci sono sempre delle eccezioni. Una è stata Quinto Sertorio, il più tenace oppositore di Silla, che ha provato a ritagliarsi un regno nelle Spagne modellandolo sulla Repubblica romana, con tanto di scuola per romanizzare l’ambiente. Morì per avvelenamento. Un’altra sarà Tito Labieno. Il comandante in seconda di Cesare, anch’egli creatura di Pompeo, finirà a comandare una buona fetta dell’esercito che Farnace del Ponto opporrà al prossimo dictator.

Abbandonando il dispiacere per queste figure, addentriamoci negli affari gallici del 54 a.C.

Libro V

La seconda spedizione in Britannia.

Cesare è tornato in Europa a metà settembre. Durante l’inverno si dà da fare per recuperare le navi reduci dall’attraversata della Manica, progettandone lui stesso un tipo più consono a sopportare le maree e a sfruttare i venti del luogo. Perché ritentare? Il brivido dello sbarco in terra ignota l’ha già vissuto. Tuttavia a Roma, nonostante di fatto sull’isola non abbia concluso niente, il senato ha decretato venti giorni di festa in suo onore, e i cittadini si aspettano ancora tanto da lui. Può Cesare rassegnarsi a un fiasco, anche se l’impresa è più a sua maggior gloria che per la sicurezza della Repubblica?

Il tempo di correre a sedare una sommossa in Illiria (ma perché diavolo continua a tenersi quella Provincia? Aveva senso i primi anni, quando pensava di far guerra ai Daci, non ora!) e tornare indietro, l’esercito è tanto entusiasta da aver già costruito più di 600 navi del nuovo tipo. Ma a questo punto sono i treveri a dare problemi: pare che stiano brigando coi germani, che da sempre vorrebbero visitare la Gallia. Così Cesare, rassegnato, prende quattro legioni e va ad annusare la situazione. Dei due pretendenti al trono, uno gli fa atto di sottomissione (che rispetterà sempre, stranamente) e l’altro si prepara alla guerra, mandando però a dire al romano che anche lui gli è fedele, solo che è dovuto restare indietro a tenere calmo il popolo inquieto. Bugiardo! Cesare non ha tutta l’estate, quindi si limita a prenderlo in ostaggio e a trascinarselo dietro fino a Porto Izio, insieme a tutti gli elementi pericolosi.

La solita cartina che ricompare a ogni articolo. Un male necessario che solo in pochi sapranno sopportare.

Per scongiurare nuove ribellioni nelle terre che si lascerà alle spalle deve portarsi dietro centinaia di ostaggi, tra cui c’è Dumnorige, un giovane eduo. Costui convince i suoi compagni di sventura che i romani vogliono ammazzarli tutti, ma quando il suo piano viene sventato si vede costretto a svignarsela coi suoi.

M’immagino la frustrazione di quell’uomo: ecco che deve di nuovo rimandare la spedizione per acciuffare un gallo idiota. “Riacchiapparlo vivo o morto”, è la consegna per la cavalleria. Beh, come non detto: ammazzarlo è più facile. Cesare dice che perì nel corso della scaramuccia, pur di non farsi catturare; in realtà è ipotizzabile che sia morto nel corso di una colluttazione del tutto casuale mentre veniva ricondotto al castra in catene.

Vorrei soffermarmi un attimo su questa scenetta. La vera barbarie di queste genti sta, a mio avviso, nel non saper conservare le forze in attesa del momento adatto, laddove i romani per leggenda sprizzano pragmatismo da tutti i pori. I galli semplicemente si ribellano non appena il padrone guarda da un’altra parte. E sì che Dumnorige avrebbe ben potuto aspettare che Cesare fosse in Britannia, per mettergli i bastoni fra le ruote: anche se in quel momento non era prevedibile, i romani si trovarono sul punto di morire di fame. Sarebbe bastato bloccare i rifornimenti via mare. Naturalmente, le truppe romane rimaste all’asciutto – ossia Labieno, tre legioni e duemila cavalieri – avrebbero fatto fallire la tattica, ma di più non si sarebbe potuto fare. Fortuna vuole che quello che non faranno i galli alle navi piene di viveri lo faranno, provvidenzialmente, le tempeste. Vediamo.

Quando a luglio i britanni vedono arrivare ottocento navi – secondo il cronista: dieci volte quelle dell’anno scorso – che sanno benissimo dove sbarcare, si ritirano dalle coste. Forse hanno notato che le navi da carico filano come quelle da guerra: l’ho detto che il morale dei romani è alto! Non avranno pace ancora per molto: appena il tempo di sbarcare, accamparsi e predisporre le difese alle navi, e Cesare a mezzanotte è in giro con circa cinque legioni e 2000 cavalieri, a portar guai.

Fa ben diciotto chilometri verso ovest prima d’incontrare resistenza, intorno a Canterbury, ma ricaccia carri e cavalleria nemici dentro una foresta, i cui accessi sono stati ostruiti dagli stessi britanni tempo addietro, probabilmente in vista delle continue guerre tribali. La cosa viene risolta con un terrapieno, che prima impedisce il bersagliamento con le frecce e poi mette i legionari in condizione di varcare le difese nemiche. Tutto ciò prende appena una nottata. In altri dieci giorni dovrà tornare alle navi, danneggiate dall’ennesima tempesta (non si era curato di tirarle in secco!), farle riparare e trainare dietro le fortificazioni del suo castra, per poter tornare ai suoi barbari.

La più ovvia considerazione che si possa fare su questo punto è come sia strano che un esercito di veterani superbamente comandato a ogni vertice abbia bisogno dell’intervento diretto del generale per ogni sua mossa: non ci poteva pensare Labieno a mettere al sicuro le navi? Sicuro, ma a Cesare non piace delegare: ha sempre fatto tutto da solo, in effetti. Mai come in questo libro si vede il nostro macinare chilometri su chilometri per soccorrere le sue creature.

La naturale conseguenza è che i britanni si sono riorganizzati sotto il famoso Cassivellauno e sono molti più di prima. Qui il cronista fornisce un dettaglio curioso: i romani non hanno problemi a mettere in fuga i barbari, ma se la vedono brutta nell’inseguimento. Il motivo emerge più tardi, quando arriva l’attacco al castra in edificazione: le armi dei legionari sono troppo pesanti e persino la cavalleria si ritrova sempre a combattere in posizione sfavorevole, lontana dai fanti, coi nemici che prima erano sui carri ora improvvisamente appiedati, cioè in un posto letale per i leali destrieri romani. Dunque ci si organizza in modo che i barbari dalla pelle blu non abbiano il tempo di smontare da carri e cavalli, e infatti le loro forze si disperderanno al primo attacco per non tornare mai più così potenti.

C’è da dire che Cesare glissa sugli ostinati tentativi di Cassivellauno di cambiare continuamente strategia: una volta appronta uno sbarramento di pali aguzzi conficcati nel letto e su una sponda del Tamigi (invalidato da una semplice carica di cavalleria), poi si dà alla guerriglia per danneggiare la stessa cavalleria, usando i carri da guerra che i celti del continente hanno dimenticato secoli fa. Insomma, questi uomini dipinti col guado vendono cara la pelle. La svolta arriva quando l’unico oppidum di Cassivellauno viene facilmente espugnato. In effetti, una roccaforte per i barbari consiste semplicemente in un bosco circondato da vallo e fossato, che i romani non hanno nemmeno bisogno di assediare…

La capitolazione è  fulminea, poiché giunge subito dopo il fallimento nell’istigare i britanni del sud (i canzi, che popolavano l’odierno Kent) ad attaccare Labieno e le navi.

Le tregue stipulate da Cesare mi sono sempre parse fortunate e penose al contempo: giungono sempre un secondo prima che sorga un altro problema, dandogli il tempo di tirare il fiato, ma risultano insoddisfacenti, proprio a causa della fretta di mettersi al sicuro. In questo caso, la resa arriva proprio a ridosso dell’inverno, che i romani devono assolutamente passare in Gallia, ma la vittoria incompleta impedisce di asservire del tutto i britanni – e l’effetto sarà che l’isola sfuggirà per decenni all’influenza romana. Che peccato, sarebbe stato così bello un mondo in cui gli inglesi sono persone raffinate!

Ritorno al continente.

È tempo di tornare sulla terraferma. I romani vorrebbero tanto illudersi che sia tutto finito lì, con l’inverno, e così si dividono fra i diversi popoli per concedersi il meritato letargo. Solo che i ragionevoli sospetti del generale vengono confermati quando uno dei galli che aveva fatto re egli stesso viene assassinato. Due settimane dopo è la guerra. Gli indigeni, alla fine, sono riusciti a coalizzarsi in modo da assalire contemporaneamente tutte le guarnigioni romane, distanti l’una dall’altra al massimo centocinquanta chilometri. Però uno dei capi, Ambiorige, si premura di render noto ai due legati di stanza ad Aduatuca che ha dovuto assecondare la volubilità del suo popolo, pur restando personalmente un convinto filoromano! La strategia è quella di Dumnorige, ma non il risultato. Inoltre informa i poveri Cotta e Sabino che un’orda di germani arriverà entro due giorni, cosa spudoratamente falsa. Lui, nella sua magnanimità, è disposto a garantire un salvacondotto attraverso le sue terre, affinché i romani prestino soccorso ai colleghi più vicini. Certo, così quella fetta di Gallia resterà sguarnita!

Il gallo che giocò un romano.

Non tutti nell’accampamento vogliono cadere in trappola, così si discute. Alla fine prevale chi vuol togliere le tende – grosso errore. Sabino, il maggior sostenitore di questa tattica, non mette in conto il rischio di essere assalito durante il viaggio, rallentato per di più dalle salmerie… ed è proprio ciò che succede. Mentre il collega parigrado fa di tutto per resistere ai galli con quelle misere quindici coorti (7/8.000 uomini), Sabino si può far prendere dal panico. Bello il comando congiunto, eh? Se fosse stato solo, sarebbe morto sul posto. Ma comunque resta poco da vivere a entrambi.

Schierato in una disastrosa formazione ad anello e costretto ad abbandonare quel poco cibo disponibile, quella legione e mezza è costretta a chiedere la tregua. La risposta è affermativa, a patto che i legati abbiano un abboccamento col capo nemico. Dei due comandanti, quello furbo rifiuta, quello ingenuo – sempre lui, Sabino – si affretta a incontrare Ambiorige. Si fa disarmare, distrarre dall’eloquio dell’eburone e accerchiare insieme agli ufficiali e ai preziosi centurioni del seguito. Cotta, già ferito, lo seguirà nel conseguente attacco al campo. Dei superstiti, la maggior parte si suicida, mentre qualcuno va ad avvertire Labieno – l’originario destinatario dei “rinforzi”, ma tu guarda. Non solo non li riceverà mai, ma nemmeno gli serviranno. Intanto, però, il prestigio di Cesare ne risulta notevolmente diminuito: non sono davvero invincibili, questi romani.

L’assedio di Cicerone.

Subito dopo –  cioè non contemporaneamente, come avrebbe dovuto essere! –  Cicerone (il fratello buono, non la vecchietta del Foro) viene attaccato dai nervii senza nulla sapere del destino di Cotta e Sabino. A lui andrà bene, tutto sommato. Si barrica nel suo castra edificando 120 torri in una sola notte. Nell’attesa manda lettere a Cesare per chiedere soccorso e lavora lui stesso alle fortificazioni, allarmando i legionari con la sua gracilità. La resistenza è eroica: fino all’ultimo il legato si rifiuta di scendere a compromesso. “I romani non trattano con nemici armati; se il blocco al campo verrà rimosso all’istante e i nervii faranno atto di sottomissione, il mero senso della giustizia mi farà intercedere in loro favore presso Cesare, e questo è quanto”, mi pare di sentirgli dire.

Disgustati, gli assedianti si apprestano a circondare gli invasori con trincea e fossato, come hanno imparato dagli stessi romani. Solo che non hanno arnesi in ferro e sono costretti a rompere le zolle con le spade e a trasportarle a braccia o nei mantelli. L’aria di superiorità dei capitolini qui è tangibile. Eppure i Nervii sono così tanti da concludere in sole tre ore.

Le lettere di Cicerone si fanno sempre più accorate, dato che non giunge risposta: sono tutte intercettate. Alcuni messaggeri vengono torturati a morte davanti ai suoi occhi. Infine uno di quei comunicati, nascosto nell’impugnatura di un giavellotto, si salva. È novembre. Il Divo Giulio è fulmineo: ordina il ricongiungimento con Fabio e Publio Crasso, figlio del plutocrate, mentre Labieno dovrà occupare i territori dei nervii per conto suo, se può spostarsi. Nel giro di sedici ore Cesare parte da Amiens (Samarobriva) senza aspettare Crasso, convocato da trentotto chilometri di distanza, né tantomeno il resto dell’esercito. Solo quando viene raggiunto dai legati si alleggerisce di una legione e dei viveri, rimanendo con le ultime due di Crasso e 400 cavalieri. Si deve dare una mossa, anche perché Labieno gli manda a dire che non può allontanarsi (c’ha ggente, direbbe Bonolis: fanti e cavalieri treveri a meno di cinque chilometri da lui), raccontandogli poi del disastro di Sabino.

Immagino la scena che videro quei poveri assediati quando scorsero il fumo degli incendi all’orizzonte. È probabile che notarono prima quello del giavellotto conficcato in una torre, con la pergamena da parte di Cesare legata alla cinghia (o tragula). Il bello di vivere a quei tempi e di combattere dei barbari è che, per crittare un messaggio, bastava scriverlo in greco!

I 60.000 galli che si fecero giocare da 7.000 romani.

È fatta: i barbari tolgono l’assedio per catapultarsi sull’esercito proconsolare, forte di due sole legioni. Lo scontro è comunque impari. I barbari, infatti, vengono facilmente indotti a combattere in posizione sfavorevole e ad assediare un campo apparentemente minuscolo e morso dal terrore, le cui porte sembrano sbarrate ma in realtà sono solo accostate da mucchietti di terra. Uno spasso. Il disprezzo per i legionari porta i nervii a cercare di demolire il vallo di protezione con le mani. Inoltre, certi della vittoria, essi mandano pure degli araldi a imporre ai disertori di uscire entro tre ore, se gli garba vivere.

La sortita romana li mette in fuga senza che nessuno si sia neppure sognato di combattere. Il che mi ricorda quella frase detta da Quinto al cospetto dei germani, nel Gladiatore: “Un popolo dovrebbe capire quand’è sconfitto”; Massimo ne dubita, e quanto narrato è la prova che fa bene.

In nove ore la notizia fa sessanta chilometri: l’orda che minaccia Labieno, come quelle in prossimità di altri legati sparsi per la Gallia, si dissolve senza lasciare traccia. E sì che il capo dei treveri, tale Indutiomaro, aveva progettato la prima offensiva proprio per il giorno dopo! Alla faccia dell’«assalto simultaneo»…

Ma gli scoppi d’insofferenza al dominio romano continuano, molti re filoromani vengono accoppati. Per quest’anno risolve Labieno, nuovamente assediato dall’Indutiomaro di prima. Quando i suoi cavalieri gli servono quel testone dai lunghi mustacchi, gli eserciti messi insieme da senoni e nervii vengono nuovamente mandati a casa.

La campagna del 54 a.C.: la Britannia non diventerà mai rosa; l’Alvernia, patria di Vercingetorige, sì. E così anche la terra dei menapi, a nord, ponte verso i batavi (rinomati auxiliarii durante l’Impero).

Quale fu la differenza tra questa rivolta e quella della prossima campagna? In primo luogo, non c’è l’intera Gallia a ribellarsi, anche perché non tutta la Gallia ha avuto a che fare con un esercito romano. In secondo luogo, non c’è ancora un capo carismatico come Vercingetorige, il cui popolo al momento non è nemmeno entrato in contatto coi romani. In terzo luogo, Cesare non ha ancora fatto del suo peggio perché i galli s’imbufaliscano sul serio – solo fra poche righe si metterà d’impegno.

Nell’attesa, per un po’ si sta tranquilli, anche se in Cisalpina Cesare riprende a reclutare ed entro l’inverno si fa regalare tre legioni da Pompeo, proconsole nel 53.

Non finirò mai di stupirmi di quanto poco scaltro sia quell’uomo, che si faceva pure chiamare “Magnus”. Quando mai s’è visto un condottiero che regala soldati al rivale? Perché è certo che già ci fosse un contrasto in termini di prestigio tra i due, se c’era stato bisogno di rivedere il contratto fra i triumviri. Boh.

Fatto sta che le preoccupanti notizie dalla Gallia inducono il nostro a riprendere la guerra prima della fine dell’inverno. Entro la primavera non solo nervii, senoni e carnuti sono stati perentoriamente zittiti, ma anche l’unico popolo che non si era mai preoccupato di fornire un’ambasceria ai romani, i menapi, sono più o meno pacifici (o quantomeno neutrali). Sì, diciamo che l’operato di Cesare negli ultimi tempi ha un po’ perso in efficacia: nessun suo provvedimento pare definitivo. Diamogli un paio d’anni, suvvia.

Libro VI

Il sesto anno in Gallia vede innanzitutto la seconda invasione della Germania tramite un secondo ponte – per la cronaca, più a sud dell’altro –  e la seconda precipitosa ritirata. Vediamo perché.

Dobbiamo ripescare Ambiorige, il tizio che ha fatto fesso Quinto Titurio Sabino due volte di fila. Di fatto, è l’unico gallo ad aver vinto un contingente romano con tutti i crismi, privando Cesare di più di una legione in un periodo in cui le nuove leve scarseggiano: ormai il serbatoio italico si è esaurito. Tuttavia di questo il Divo Giulio non si deve preoccupare, grazie alla generosità dei suoi alleati: nel 53 torna al Nord con un numero di reclute doppio rispetto agli uomini persi contro gli eburoni, cioè tre legioni nuove di zecca.

Dunque guardiamo in due direzioni: Ambiorige, che in qualche modo se la deve sbrogliare – se lo acchiappa Cesare, è morto – e Cesare stesso, che deve punire adeguatamente le sommosse del 54.

Abbiamo anche un’altra questione in sospeso, ovvero i treveri: all’inizio dello scorso libro si intendevano coi germani, poi hanno assediato Labieno due volte, sono stati vinti ma non invasi. E quale migliore prospettiva per loro, se non allearsi con il grande Ambiorige, vincitore di Cotta e Sabino? Anche a lui conviene, dato che, in caso di sconfitta, la Germania è a un passo, e lì Roma non ha influenza di sorta – se non presso i popoli di confine.

La seconda spedizione in Germania.

Cesare decide di fare le cose per bene: porta le prime quattro legioni che gli capitano sottomano nelle terre dei nervii, devastando, incendiando e razziando. I belgi, al contrario degli iberi, non hanno mai avuto la tempra per sopportare queste cose! Alla fine dell’inverno, cioè dopo poche settimane, offrono la resa. Alla conseguente assemblea pangallica non partecipano i capi dei soliti noti: senoni, treveri e carnuti. I primi capitolano, seguiti dai carnuti, perché la loro popolazione viene sorpresa dalle legioni mentre sta ancora accorrendo verso gli oppida, e Cesare dimostra misericordia ancora una volta. Restano i treveri e Ambiorige, che non accetterà mai una battaglia campale, sapendo di non poterla vincere: come fare per incastrarlo?

Tanto per cominciare, impedirgli la fuga oltre il Reno, ovvero dissanguare le popolazioni che stanno tra lui e la Germania finché non gli giurano fedeltà. Sono proprio i menapi. Ci andrà Cesare con cinque legioni, mentre i treveri si godono le premurose attenzioni di Labieno e di due buone legioni.

Tutto regolare: la terra dei menapi brucia, dunque i menapi si arrendono alle condizioni che pone Cesare. Poi è la volta della Germania, rea di ospitare i popoli che mandano aiuti ai galli. Stavolta la truppa è entusiasta, dopo tutti quei saccheggi (Cesare del bottino non si è tenuto quasi niente, per ingraziarsi i suoi uomini), pur dovendo ricostruire daccapo quel mostro di ponte. Ora, ciò che colpisce è che le prime tribù che s’incontrano in Germania, quelle degli ubii, sono a dir poco servizievoli: non gliene importa niente di esser state invase, la prima cosa che rendeno noto è che con gli affari gallici non c’entrano niente e che, se Cesare vuole altri ostaggi, non ha che da chiedere. Che razza di comportamento, per dei germani che fanno paura a tutto il mondo! In effetti, quelli davvero temibili, nonché i responsabili degli aiuti oltrereno, sono gli svevi. I quali svevi sanno già che ci sono i romani in giro e si sono ritirati ai margini di una foresta impenetrabile: lì aspettano gli invasori.

Ecco, questo a Cesare è parso il punto giusto per parlare di druidi, sacrifici, castità, proprietà privata e cultura generale dei barbari, ma siccome a noi non ne può importare di meno ve lo risparmio. Magari un’altra volta.

Fatto sta che, come germani alleati dei romani, gli ubii non vogliono compromettersi troppo, e così Cesare, preoccupato per il cibo, torna a ovest del fiume, premurandosi di distruggere la metà germanica del ponte e di sorvegliare quella gallica con una torre, in modo da tenere sotto scacco ogni scambio nei due sensi.

L’astuzia di Labieno.

Intanto Labieno ha ricevuto le legioni di rincalzo, portandosi a tre, ma continua a fare gola ai numerosi treveri. Questi si accampano a ventitré chilometri da lui, praticamente invitandolo a uscire con due legioni e mezza per appostarsi a due passi dal nemico. Solo un fiume, quasi impossibile da guadare senza perdere l’assetto, divide i due schieramenti. Ai treveri, che aspettano i rinforzi promessi dai germani, non converrebbe accettare lo scontro, ma si sa che i galli non sono in grado di contenersi quando vedono una preda vulnerabile: sono pronti per il solito giochino dell’agnello che si trasforma in lupo!

Labieno, leccandosi i baffi che non ha, al consiglio di guerra grida a bella posta che non bisogna forzare la mano alla fortuna, che è meglio svignarsela e che ha tanta, tanta paura di quei guerrieri possenti e indomiti. Molti dei soldati che lo sentono sono galli, e così la notizia attraversa il fiume. Il giorno dopo i treveri sono sull’altra sponda, in posizione sfavorevole, e attaccano un’accozzaglia di soldati rumorosi e indisciplinati. Per un po’ Labieno continua a camminare mogio mogio, mettendo al sicuro i bagagli, poi ordina il dietrofront e si dà al massacro, incitando cavallerescamente i suoi a combattere per lui come se lo stesso Divo Giulio li guardasse. I germani vengono a sapere della disfatta appena in tempo per svignarsela senza colpo ferire.

Ancora Aduatuca, ancora Cicerone, ancora un assedio.

Tutto fatto, dunque. Ah, ma Ambiorige è ancora in circolazione! Più volte sfugge ai romani per un pelo, spostandosi continuamente con la protezione di pochi cavalieri. Cerca addirittura di costituire un nuovo esercito, invano. Alla fine lo stesso Cesare si mette sulle sue tracce, mentre gli altri legati si spostano da un capo all’altro della Gallia per spegnere gli ultimi focolai di rivolta e incoraggiare le popolazioni nemiche degli eburoni a saccheggiare le loro terre: se accorreranno abbastanza “volontari”, il popolo di Ambiorige morirà.

Le tre legioni del generale invece devono attraversare le Ardenne: operazione lenta, se si bada alla vita dei singoli soldati. Vi si attarderanno ben più dei sette giorni previsti, con conseguenze che hanno dell’apocalittico – almeno per i poveretti che le vissero.

Infatti fra i predoni giunti a devastare il territorio degli eburoni ci sono dei germani (i sigambri, per la precisione) che hanno adocchiato i bagagli dei romani. Indovinate dove si trovano? Ad Aduatuca, dove l’anno scorso sono caduti Sabino e Cotta. Indovinate chi li sorveglia? Lo stesso Cicerone assediato l’anno scorso. Mai vista una sfortuna così!

È un disastro, manco a dirlo. La superstizione regna sovrana fra le giovani reclute, ma per fortuna ci sono anche dei veterani rimasti indietro per le ferite. Tra questi il valoroso Baculo, il “Rambo” della situazione. È malato e non tocca cibo da cinque giorni (mah!), eppure raccoglie le armi, si dirige alla porta posteriore, dov’è l’attacco, e sviene. Probabilmente se la caverà, pur essendo pieno di ferite e contusioni; Cesare non ne parlerà mai più. Magicamente, il suo intervento sembra raddrizzare il corso degli eventi, ma per poco. Le coorti uscite a fare provviste prima dell’attacco tornano indietro e non sanno che fare. I pochi veterani in convalescenza riescono a penetrare nel blocco fino alla porta più vicina disponendosi a cuneo, mentre le reclute rimangono indietro come pecore. Gran parte, compresi tutti i centurioni, cade sul posto.

La cosa sorprendente è che i germani sono perfettamente coscienti di non poter più  prendere il castra, ora che i veterani sono tutti al suo interno, quindi fanno fagotto e se ne tornano a casa loro con uno stupendo bottino. Caspita, che bravi! Buon per loro!

Cicerone stesso crede che, se è stato attaccato, significa che la spedizione di Cesare è fallita e le altre nove legioni sono state distrutte: quasi non crede ai suoi occhi quando il generale arriva e gli fa la ramanzina per aver lasciato uscire delle reclute dal campo. Il cronista conclude poeticamente che, ironia della sorte, i germani venuti per danneggiare gli eburoni hanno finito per aiutarli impegnando i romani.

La guerra si conclude qui, con qualche altro rogo, processo ai ribelli, condanna al supplizio e cosette varie. Ambiorige è sparito nel nulla.

Campagna del 53 a.C. Periodo di magra, dopodiché arriva il bello. Sul serio!

 Fine Libri Quinto e Sesto: seconda campagna contro britanni e germani.

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6 thoughts on “De Bello Gallico (VI) – Libri Quinto e Sesto

  1. Pingback: Magnesia, 189 a.C. | Amnell

  2. Konnichiwa! ^^ grazie per i tuoi articoli sul De Bello Gallico, mi sono utilissimi perché mi sono offerto (salvando il c***o a tutti nella mia classe) di leggerlo.
    Aspetto impazientemente l’articolo sul VII libro. 😀

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    • VII libro? Ahahahah, buona questa! 😀

      Ehm, prima dell’estate non mi muovo. Ti consiglierei di leggerlo per intero, tanto peggio dei miei articoli non è. XD
      Wow, visite, like e commento. Domo arigato! ^_^

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      • Bhe, veramente lo sto leggendo (sono al Libro III) ed è molto bello, sinceramente mi aspettavo di peggio 😀 solo che devo esporlo alla classe e quindi usavo i tuoi articoli come un riassunto.
        Vabbé anche se l’avrò già esposto l’articolo lo leggerò lo stesso 😀

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  3. Pingback: De Bello Gallico (VIII) – Libro Settimo, pt. 2 | Amnell

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