Il pensiero moderno — No comment post #4

— La sua ignoranza era notevole quanto la sua cultura. In fatto di letteratura contemporanea, di filosofia e di politica, sembrava che Holmes sapesse poco o nulla. Una volta mi accadde di citare Thomas Carlyle. Mi chiese nel modo più ingenuo chi fosse e che cosa avesse fatto.

Ma la mia meraviglia giunse al colmo quando scoprii casualmente che ignorava la teoria di Copernico nonché la struttura del sistema solare. Il fatto che un essere civile, in questo nostro diciannovesimo secolo, non sapesse che la Terra gira attorno al Sole mi pareva così straordinario che stentavo a capacitarmene.

«Sembra sbalordito» disse Holmes, e sorrise osservando la mia espressione. «Ora che mi ha insegnato queste cose, farò del mio meglio per dimenticarle.»

«Per dimenticarle?»

«Vede» mi spiegò «secondo me, il cervello d’un uomo, in origine, è come una soffitta vuota: la si deve riempire con mobilia a scelta. L’incauto v’immagazzina tutte le mercanzie che si trova tra i piedi: le nozioni che potrebbero essergli utili finiscono con non trovare più il loro posto o, nella migliore delle ipotesi, si mescolano e si confondono con una quantità d’altre cose, cosicché diventa molto difficile trovarle. Lo studioso accorto invece seleziona accuratamente ciò che immagazzina nella soffitta del suo cervello. Mette solo gli strumenti che possono aiutarlo nel lavoro, ma di quelli tiene un vasto assortimento, e si sforza di sistemarli nel miglior ordine. È un errore illudersi che quella stanzetta abbia le pareti elastiche e possa ampliarsi a dismisura. Mi creda, viene sempre il momento in cui, per ogni nuova cognizione, se ne dimentica qualcuna appresa in passato. Per questo è molto importante evitare che un assortimento di fatti inutili possa togliere spazio a quelli utili.»

«Ma qui si tratta del sistema solare» protestai.

«Che me ne importa?» m’interruppe impaziente Holmes. «Lei dice che noi giriamo attorno al Sole. Se girassimo attorno alla Luna non cambierebbe nulla per me o per il mio lavoro.»

Da Uno studio in rosso, di Arthur Conan Doyle

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“Respira!” — No comment post #3

Consiglio di leggere i seguenti periodi a voce alta e con espressività. Prendete un bel respiro, altrimenti sverrete per mancanza d’ossigeno prima di arrivare al punto.

1.

La cena si sarebbe trascinata così, fra discorsi rimasticati, chissà per quante ore, con mio padre ogni poco rievocante, amaro e deliziato, i vari «affronti» che aveva dovuto subire nel corso di quegli ultimi mesi, a cominciare da quando, in Federazione, il Segretario Federale, console Bolognesi, gli aveva annunciato con occhi colpevoli, addolorati, di essere costretto a «cancellarlo» dalla lista degli iscritti al partito, per finire a quando, con occhi non meno rattristati, il presidente del Circolo dei Negozianti lo aveva convocato per comunicargli di dover considerarlo «dimissionario».

2.

Il buon Perotti aveva ancora da sistemare il contenuto del vassoio sul tavolino di vimini apposta preparato, davanti all’ingresso laterale del campo, sotto un largo ombrellone a spicchi rossi e blu, che era raggiunto da una delle figlie, o la Dirce o la Gina, entrambe all’incirca della stessa età di Micòl, ed entrambe a servizio «in casa», la Dirce come cameriera, la Gina come cuoca (i due maschi, Titta e Bepi, il primo sui trent’anni, il secondo di diciotto, badavano invece al parco nella doppia mansione di giardinieri e di ortolani: e più che a intravederli talora in distanza, curvi a lavorare, rapidi a volgere su noi trascorrenti in bicicletta il lampo dei loro occhi azzurri e ironici, più che a tanto non eravamo mai riusciti).

3.

Quello che feci e pensai nelle quattro o cinque ore seguenti, cominciando dall’effetto che ebbe su di me, appena fuori dal Guarini, l’incontro col professor Meldolesi (sorrideva, il brav’uomo, senza cappello e cravatta, con il colletto della camicia a righe rovesciato indietro sul bavero della giacca, e svelto a darmi conferma della «impuntatura» della Fabiani nei miei confronti, del suo rifiuto categorico a «chiudere un occhio una sola volta di più»), per continuare con la descrizione del lungo, disperato vagabondaggio senza meta a cui mi abbandonai subito dopo aver ricevuto dallo stesso professor Meldolesi un buffetto sulla guancia a titolo di commiato e di incoraggiamento, non vale la pena di raccontarlo per esteso.

4.

Pazienza specialmente lei, Josette Artom, dei baroni Artom del ramo di Treviso (donna magnifica, ai suoi dì: bionda, gran petto, occhi celesti, e difatti la madre era di Berlino, una Olschky), la quale, oltre che stravedere per la casa Savoia al punto che nel maggio del ’98, poco prima di morire, aveva preso l’iniziativa di mandare un telegramma di plauso al generale Bava Beccaris, cannoneggiatore di quei poveri diavoli di socialisti e anarchici milanesi, oltre che ammiratrice fanatica della Germania dall’elmo chiomato di Bismark, non si era mai curata, da quando il marito Menotti, eternamente ai suoi piedi, l’aveva insediata nel suo Walhalla, di dissimulare la propria avversione all’ambiente ebraico ferrarese, per lei troppo ristretto—come diceva—, nonché, in sostanza, quantunque la cosa fosse parecchio grottesca, il proprio fondamentale antisemitismo.

Da Il giardino dei Finzi-Contini, di Giorgio Bassani.

Questa roba fa il paio con La chimera, che ci regalava una frase con diciotto virgole.

Parla la Follia – No comment post #2

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Il limite massimo di 140 caratteri salverà l’umanità senza abolire la libertà di parola.

Virgolette1 Marco Tullio, il padre della romana eloquenza, abitualmente, preso da poco dignitoso tremore, esordiva balbettando come un ragazzino. Quintiliano vede in questo la prova dell’oratore di valore, che misura le difficoltà; ma non farebbe meglio a dire che la sapienza è un ostacolo a condurre in porto le faccende pratiche? Che faranno costoro quando si dovrà ricorrere alle armi, se si perdono d’animo così quando si combatte semplicemente a parole?
Nonostante questo, a Dio piacendo, si esalta il famoso detto di Platone, che fortunati saranno gli Stati se a reggerli saranno chiamati i filosofi, o se i reggitori si daranno alla filosofia. Se, invece, consulterai gli storici, troverai che il concentrarsi del potere nelle mani di un filosofastro o di un letterato è la peggiore sciagura che possa colpire uno Stato. E mi pare lo attestino bene i due Catoni: uno dei quali turbò la pace della repubblica romana con le sue pazze denunce; l’altro, mentre diffondeva con un eccesso di saggezzala libertà del Popolo Romano, la mise del tutto a soqquadro.
Aggiungi a questi i Bruti, i Cassi, i Gracchi, e Cicerone stesso, che allo Stato romano fece tanto male quanto Demostene a quello ateniese.

[…]

Comunque, se fossero come asini davanti a una lira solo riguardo ai pubblici affari, ci si potrebbe passare sopra; il guaio è che sono altrettanto incapaci in ogni altra occasione della vita. Invita a pranzo un sapiente: disturberà col suo cupo silenzio, o con le sue noiose questioncelle. Invitalo alla danza: diresti che balla come un cammello. Portalo a uno spettacolo: basterà la sua espressione a guastare il divertimento alla gente e, come il saggio Catone, sarà costretto a lasciare il teatro perché non può spianare il cipiglio.

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Smetto le citazioni: non vorrei avere l’aria di saccheggiare la raccolta del mio Erasmo.

Da Elogio della Follia, di Erasmo da Rotterdam.

“Santo subito!” – No comment post #1

Se l’uomo può disporre da solo, senza Dio, ciò che è buono e ciò che è cattivo, egli può anche disporre che un gruppo di uomini debba essere annientato. Decisioni di questo genere furono prese, ad esempio, nel Terzo Reich da persone che, avendo raggiunto il potere per vie democratiche, se ne servirono per porre in atto i perversi programmi dell’ideologia nazionalsocialista, che si ispirava a presupposti razzisti. […] Perché accadde tutto questo? Qual è la radice di tali ideologie post-illuministe? La risposta, in definitiva, è semplice: questo avviene perché [col Cogito ergo sum, N.d.A.] è stato respinto Dio quale Creatore, e perciò quale fonte della determinazione di ciò che è bene e di ciò che è male.

[…]

Ritengo che una riflessione più attenta su tale questione possa condurci oltre la cesura cartesiana. Se vogliamo parlare in modo sensato del bene e del male, dobbiamo tornare a Tommaso d’Aquino, cioè alla filosofia dell’essere.

Da Memoria e identità, di Giovanni Paolo II.