Pidna, 168 a.C.

Generali: Lucio Emilio Paolo contro Perseo. Anche se definirlo generale è un’esagerazione bella grossa.

Forze schierate: 22.000 fra legionari e fanti dei confederati e 1.400 cavalieri contro 39.000 fanti, di cui 21.000 falangiti, e 4.000 cavalieri.

Esito: vittoria romana.

Motivo del conflitto: e che diamine, è mezzo secolo che i macedoni fanno i capricci, sarà pure ora di sculacciarli.

Effetti: la Macedonia scompare come stato indipendente per… be’, ventuno secoli.

Il Trionfo di Emilio Paolo, di Carle Vernet, ultimato durante la Rivoluzione Francese.

Prima di Emilio Paolo

Filippo V di Macedonia ha due figli. Il maggiore, erede favorito, si chiama Perseo e ha la sua stessa vena combattiva. Il minore, Demetrio, è un tipo tranquillo che ha passato anni a Roma come ostaggio, dando un’ottima impressione di sé.
Succede che quei burloni dei senatori mostrano di vedere meglio il minore sul trono macedone, causandone l’accusa di tradimento (con tanto di finte prove) e l’avvelenamento per ordine dello stesso padre. Si dice che Filippo sia morto di dolore due anni dopo aver scoperto che Perseo gliel’aveva fatta.

Roma si allarma, anche se conferma la pace con la Macedonia.
Poi iniziano a circolare le voci: pare che Perseo vada di città in città fomentando lo scontento dei greci, degli illiri (pacificati nel 219 da un Emilio Paolo), dei traci, persino dei cartaginesi, e pure il re Eumene di Pergamo si spinge al punto di dichiarare i suoi sospetti nella Curia Hostilia.

Una delle accuse contro il nuovo re è di aver attentato alla vita dello stesso Eumene facendo rotolare un masso da una collina mentre era in viaggio.
Oddio, fra un po’ capiremo che Perseo non era esattamente un genio, quindi non si può mai dire!

Ma la prudenza non è mai troppa, per i senatori. Meglio fargli guerra.
In Oriente i Macedoni stanno antipatici a tutti, non è difficile trovare appoggio o almeno assicurarsi che Perseo non riceva aiuti. Persino gran parte dei Greci fa fronte comune.

L'odio unisce i popoli.

L’odio unisce i popoli.

I preparativi richiedono tempo, l’occasione è arrivata all’improvviso, così si proroga il trattato di pace per altri sei mesi.
Pare che i senatori, per una volta, non la stiano prendendo sottogamba. In effetti non sarebbe il caso, per molti motivi:

  • I popoli poco raccomandabili che circondano la Macedonia. Ricordiamo gli Etoli!
  • La tradizione militare macedone. Ci hanno le sarisse e talvolta combattono in quadrato (sintagma) come i Romani;
  • L’improbabile ricchezza di Perseo, che potrebbe mantenere fino a centotrentamila armati*, cioè tre volte quelli che ha.

I Romani rispondono estendendo il periodo di leva fino ai cinquant’anni d’età ed eliminando il sorteggio nell’attribuzione delle cariche militari.
Tranquilli, è stato accertato che la notizia non accorcerà minimamente la vita del povero Catone, dato che camperà per i prossimi vent’anni.

A inizio estate del 171 il console Crasso è in Illiria con l’esercito. Parte minaccia la Macedonia da occidente, parte attraversa i monti della Tessaglia. A cinque chilometri da Larissa Crasso si ritrova davanti Perseo, arroccato sul passo di Tempe.
Crasso perde lo scontro che segue. Le perdite ammontano a duemila fanti e duecento cavalieri — un sesto delle forze iniziali — contro quaranta falangiti e venti cavalieri.

È a questo punto che Perseo dà i primi segni d’incapacità, permettendo che i sopravvissuti si ritirino.
Spera che così i Romani lo lasceranno in pace. E io mi chiedo come faccia, visto che è loro tradizione vendicarsi di ogni minima sconfitta.

Bastava farsi un giro su Wikipedia, eh.

Bastava farsi un giro su Wikipedia per scoprirlo, eh.

Lo storico Frediani individua un’altra ragione per l’errore di Perseo:

Inoltre, l’etichetta di referente principale della fazione antiromana, che gli era stata appiccicata fin dalla sua ascesa al trono, non gliel’avrebbe tolta più nessuno, e questo segnava la sua strada senza possibilità di alternative. Così, quando inviò legati per proporre condizioni di pace tali da farlo sembrare un vinto, ovvero l’abbandono dei territori di cui era entrato in possesso il padre e il pagamento di un’indennità, non fu neanche preso sul serio.

Pure la sindrome del genio incompreso, poveraccio.

D’ora in poi Perseo non attaccherà più.
Deciso a perdere tutte le occasioni che gli si prestano, non tenta nemmeno la guerriglia, l’azione più sensata fra i monti della Tessaglia.

Il punto arancione è Larissa, dove Crasso voleva arrivare. In azzurro Farsalo. Diavolo se è lontana, la Macedonia!

Il punto arancione è Larissa, dove Crasso voleva arrivare. In azzurro Farsalo. Diavolo se è lontana, la Macedonia!

Ciò determina lo stallo del conflitto. Crasso se ne va in giro, occupa città di serie Z e non riesce più ad attaccare battaglia.
Il console  successivo perde addirittura la posizione, per scivolare a Farsalo, sul confine con la Ftiotide.
Quello dopo ancora guadagna le coste macedoni per avere uno scontro campale, ma si ritrova senza rifornimenti dal mare. Ah, l’efficienza logistica romana!

Qui, se Perseo avesse un po’ di presenza di spirito, sarebbe facile mettere il nemico con le spalle al muro. Invece perde la testa, si convince che, se i romani sono arrivati alla costa, significa che il suo esercito è stato sconfitto fra i monti (vedi che succede a non accompagnare personalmente le tue truppe? Ben gli sta!), si ritira dalla Tessaglia, brucia la flotta, butta in mare parte del tesoro reale — quello che avrebbe finanziato altri due eserciti! — e corre verso nord, proprio a Pidna.

Falso allarme, vi ho trollati.
Perseo si accorge dell’errore e torna a sud. È la fine del 169 a.C.

Questo episodio, come al solito, dà una svegliata ai senatori, che per il 168 si producono in quel grand’uomo di Lucio Emilio Paolo, classe 229. Un ragazzino! Ha persino partecipato ad Apamea.

La battaglia

Costui, a differenza del caro Perseo, ama informarsi. Tant’è che si fa precedere da tre senatori affinché raccolgano notizie: fra loro, l’Enobarbo vincitore effettivo di Magnesia.

Il quadro che ne risulta è imbarazzante.
Perseo è in posizione forte e non attacca. Filippo, il console in carica, è in posizione sfavorevole e non attacca. In mezzo, un fiumiciattolo. Le truppe lasciate in Illiria all’inizio di questa follia sono troppo poche e lontane per coordinarsi col console. Niente viveri né paga, morale a terra, ozio, diserzioni, malattie. Alleati illiri che passano al nemico, rodii che, maltrattati come non mai, sono sempre propensi a farsi comprare, pergameni che fanno il doppio gioco.

Così i senatori sganciano l’oro e regalano a Paolo due nuove legioni più cinquemila uomini per rimpolpare quella povera flotta.
In primavera è a Delfi per sacrificare agli dèi e poi con le truppe.

Come per l’Emiliano a Numanzia e Mario ad Aquae Sextiae, c’è da rimettere in forma i soldati. Alla fine, scrive Livio, sono tutti pronti a una splendida vittoria o a una morte gloriosa.

Dopodiché il console richiama la flotta a Eraclea e vi manda 8.200 fanti e 200 cavalieri, così Perseo penserà che si stia imbarcando.

wut

Sarebbe un’ipotesi credibile?
No. Voglio dire, dove dovrebbe mai andare Paolo via nave con una flotta che non riesce a portare tutto l’esercito? Scappa? Cambia terreno di gioco? E quale altro sceglierebbe, una pianura (dove la falange è più forte)? E poi si sa che i romani preferiscono spostarsi su terra.
Ma tanto Perseo è un pesce lesso, ci cascherà di brutto.

In realtà quel contingente ha l’ordine di portarsi a Pizio, passando tutt’intorno al monte Olimpo, in tre giorni. Nel frattempo il resto dell’esercito tiene occupati i macedoni.
Poi un disertore cretese sbandiera la strategia romana ai quattro venti, ma il distaccamento mandato a bloccare l’aggiramento viene sconfitto. A Perseo non rimane che arretrare.
La situazione torna identica a prima, tranne che il fiume tra i due campi si chiama Leuco e non Elpeo.
Il fiume è quasi in secca, si potrebbe anche attaccare prima che i macedoni predispongano le loro difese.
Emilio Paolo si rifiuta, prudente. Oltre a temere le macchine da guerra del nemico, vuole a tutti i costi avere un accampamento in cui correre ai ripari. E poi i soldati sono stremati.

Qui c’è il bello del pre-battaglia.
La notte del 22 giugno 168 ci fu un’eclissi di luna. I macedoni la presero come un presagio di sconfitta, i romani se ne infischiarono: Paolo li aveva fatti avvisare tempo prima, tranquillizzandoli.

La mattina dopo nessuno ha voglia di combattere, però tocca prendere l’acqua al fiume.
I rifornimenti sono ben protetti da ambo le parti. A un certo punto, uno dei cavalli romani se ne scappa, scatenando una zuffa tra romani e macedoni che vogliono impossessarsene. Ci scappa il morto, un trace. I rissosi aumentano. Paolo valuta l’entità del chiasso e decide di attaccare battaglia. Perseo acconsente.

Fu così che la Terza Guerra Macedonica finì grazie a un dannatissimo cavallo.

Vedere la falange macedone schierata darà gli incubi a Emilio Paolo per un bel po’, stando alle fonti. I leucaspidi, scelti fra i giovani più valorosi di Macedonia, hanno scudi bianchi, armate dorate e tuniche scarlatte; i calcaspidi, dagli scudi di bronzo, coprono tutta la piana e le pendici delle colline circostanti.
Molto tradizionalmente, costituiscono il centro della formazione, scortati da traci e mercenari. Polibio non manca di sottolineare l’eccessiva altezza dei primi, per dindirindina.

La disposizione dei diversi corpi degli schieramenti è andata perduta. In Polibio manca la battaglia per intero, in Livio per la prima metà.
L’idea più accreditata è che Paolo abbia adottato una formazione classica: legioni al centro, alleati e cavalleria sui fianchi. Se così fosse, Perseo deve per forza aver opposto alle legioni la falange, proteggendola ai lati con traci e mercenari più la cavalleria. In più, i romani hanno gli elefanti, che per forza di cose all’inizio si trovano nelle retrovie. Altrimenti si ripeterebbe Magnesia… dalla parte degli sconfitti, però.

La battaglia inizia con la fanteria leggera romana che stuzzica i traci e viene messa in fuga; a sorpresa, la falange prende a inseguirla, mettendosi su terreno sfavorevole, sempre più sconnesso.
I ranghi perdono compattezza, tanto che interi manipoli di una delle due legioni riescono a inserirsi nei varchi, attaccando di lato o anche alle spalle.

Perseo perde adesso.
La battaglia si spezzetta di nuovo in tanti piccoli scontri, che ognuno combatte per i fatti suoi. I macedoni senza le loro amate sarisse, troppo lunghe. Istrici senza aculei.

Riconosci il macedone perché è un nanetto con un bastone da passeggio lungo due volte e mezza lui.

La seconda a cadere è l’ala sinistra, incalzata da elefanti e cavalleria. Da lì il disordine passa ai leucaspidi, messi in fuga dall’altra legione.

Segue consueto massacro, che copre la ritirata di Perseo e cavalleria verso la capitale.
Questa è una scena che vorrei aver visto: i macedoni, abbandonati dall’erede di Alessandro, che si buttano in mare, vengono pescati dalla flotta romana e trucidati sulle scialuppe proprio quando sperano di scamparla; quelli che se ne accorgono e riescono a uscire dall’acqua, solo per essere spiaccicati sulla spiaggia da quegli stupidissimi elefanti.

Ventimila morti, undicimila prigionieri in un’ora o due. Se non fosse calato il buio, dell’esercito macedone non sarebbe rimasta un’unghia.

Come detto, il figlio del comandante, un certo Scipione Emiliano, si attarda negli inseguimenti per tutta la notte. Che amore di sedicenne!

Un po’ di amarezza

Emilio Paolo ottiene il trionfo e fa lo spilorcio coi suoi soldati, che gli porteranno rancore finché vivranno.
I malocchi che gli fecero ebbero un effetto sproporzionato: dei due figli naturali, il minore muore cinque giorni prima del trionfo, il maggiore tre giorni dopo. Avevano dodici e quattordici anni.
Lui li seguirà fra otto anni e i suoi beni, venduti all’asta, basteranno appena a pagargli il funerale: nemmeno lui si è arricchito col favoloso tesoro di Perseo. Tra i beni che si è riservato figura l’imponente libreria del re.

Intanto la Macedonia viene smembrata in quattro repubbliche e chiunque avesse avuto a che fare con Perseo, anche fra i Greci, viene deportato o ucciso. La Provincia di Macedonia nascerà fra vent’anni, dopo un’altra battaglia a Pidna.
Fra i mille nobili chiamati a sostenere la posizione greca in tribunale (in un processo mai celebrato) c’è lo storico Polibio, che se la caverà in quanto cocco di Paolo.
Ce n’è anche per quel doppiogiochista di Eumene, che vede rimpicciolito il suo già misero regno. Sarebbe dovuto morire sotto quel masso!

Ah, nel frattempo Antioco di Siria c’ha riprovato, ma gli va male: i senatori si girano a guardarlo nel bel mezzo dell’occupazione dell’Egitto.

Beccato!

Appendice: La genialità di Emilio Paolo

Quando diventa console, oltre a reclutare nuove leve — invece di smettere di congedare i cinquantenni — opera una riorganizzazione generale.

Stabilisce che le due legioni consolari debbano avere non più di seimila uomini l’una — altrimenti sono ingestibili — e porta a cinquemiladuecento gli effettivi delle nuove legioni: precisamente il numero ideale adottato da Cesare e Agrippa.

Poiché finora si è insistito a buttare tutti gli uomini disponibili nelle due legioni tradizionali, i soldati che sono diventati di troppo vanno a creare le guarnigioni che proteggono accampamenti e roccaforti conquistate.

Infine, Paolo lavora di testa. Priva le sentinelle delle armi per evitare che segnalino la loro posizione riflettendo la luce, accorcia i turni di guardia per mantenere alto il rendimento (ma allora era un marxista…), fa in modo che gli ordini arrivino chiari anche nelle ultime file dello schieramento, capisce che in montagna i ruscelli scorrono sotto terra e trova l’acqua scavando lungo la costa.

Per tutti questi motivi, a parer mio è decisamente il generale più raffinato prima di Cesare. Riorganizza da cima a fondo l’esercito, quando gli altri si sono limitati a metterlo in condizioni di porre fine alla guerra; riesce ad architettare una strategia che combini le truppe di terra e quelle di mare, cosa mai vista in un romano e che continuerà a vedersi raramente; resiste all’idea di un attacco frontale alla falange, probabilmente guadagnandosi la reputazione di pusillanime — è di famiglia, visto che suo padre prima di Canne è stato istruito da Fabio Massimo “il Temporeggiatore”; raccoglie informazioni sulla situazione greca prima di gettarsi allo sbaraglio.
Il metodo fatto persona, insomma.

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12 thoughts on “Pidna, 168 a.C.

  1. Piaccia o no, la guerra si vince di solito col metodo, più raramente con il colpo di genio. E a Perseo mi pare che mancassero entrambi in larga misura 😀

    Te l’ho già detto ma lo sparo anche qui: la didascalia del falangita mi farà tornare il sorriso fino a capodanno del 2020!

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  2. Esposizione arguta,intelligente e brillante..in una parola : splendida.

    PS.
    Secondo il mio modesto parere : é assurdo impiegare la falange senza una possente cavalleria.La falange non é nata come formazione d’attacco…me solo per sopperire il fatto che Filippo (padre di Alessandro) non disponeva di un sufficente numero di fanti da opporre alle falangi oplitiche greche…quindi creando la falange aveva uno strumento da usare come “incudine” per reggere l’urto nemico affinchè le sue potenti cavallerie potessero avvolgerlo e annientarlo a “martellate”.
    A Pinda non c’era il luogo adatto a tale manovra…ma diavolo!..forse il cavallo non era sfuggito…ma era una manovra per aggirare l’accampamento romano (sorriso divertito).
    E poi c’é un detto nel West = quando un uomo (solo) con una sarissa ne incontra un altro con il gladio..quello con la sarissa è un uomo morto.

    Gladiumibericum

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    • Per il proverbio del West, ben detto.
      Il cavallo era sfuggito ai romani, a quanto dicono le fonti: nessun tentativo di aggiramento. Anche perché non avrebbe avuto senso approntare una manovra così goffa senza dirlo agli stessi soldati. Ci sarebbe stato da fare i bagagli (con quel prezioso cibo) e soprattutto da schierarsi per bene.
      Che poi i soldati, ignorando il comandante, se lo siano fatto sfuggire per menare le mani, quello sì che ci sta (anche se è legittimo pensare che fossero terrorizzati dalla falange tanto quanto Paolo).

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    • In effetti se si vede chi ha vinto al comando di eserciti la cui fanteria di linea era composta da falangiti, ci si accorge che sono esattamente coloro che alla falange hanno chiesto di fare la falange e nulla di più: come il re Filippo o Alessandro.

      Quali che ne siano i motivi – semplice incuria, o condizioni sociali inadatte – la cavalleria dei regni ellenistici si ridusse di molto quanto a competenza e numerosità. Questo ha quasi obbligato i comandanti a scaricare sulla falange anche il compito prettamente offensivo per il quale non era pensata né adatta. I risultati non sono stati particolarmente brillanti.

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      • Bene, allora ditemi cosa pensate dello stile spartano, un ibrido mezzo falange e mezzo a sentimento, per intenderci.
        E già che ci siete ditemi anche uno scontro fra falangi greche — tanto per essere in parità di condizioni — che sia stato determinato dalla cavalleria. Guerra del Peloponneso: vogliamo parlare di Cizico? O di Delio? Mah. 😀
        (Sto giocando, non vi prendo in giro 🙂 )

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  3. Spiattellati da elefanti alla carica.
    Sgozzati sulle scialuppe di un mare in tempesta.
    Ouch.
    Che tempi brutali!

    L’imponente libreria del re sarebbe stato qualcosa da vedere, decisamente u.u

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    • Chissà se li aveva letti, quei libri, per restare così scemo.

      Quello degli elefanti è il dettaglio splatter che non deve mancare nelle battaglie corpo a corpo. Uno se li immagina tanto pacifici nelle savane, terrorizzati da un topino, e invece hanno del potenziale! Infatti sto finendo le guerre che li impiegano. E poi che faccio? Mi sento persa. 😀

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      • Probabilmente lo saprai già, ma nell’India vittoriana ( e non solo) i gentili inglesi usavano gli elefanti per frantumare il cranio degli indiani condannati a morte. Che animali adorabili .__.

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      • L’aneddoto mi mancava, grazie mille!
        Ah, giusto, volevo chiederti se sottomano hai qualche titolo da consigliare in fatto di età vittoriana. Mi sento pronta per passare da Wikipedia alla saggistica. 🙂

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  4. “E già che ci siete ditemi anche uno scontro fra falangi greche — tanto per essere in parità di condizioni — che sia stato determinato dalla cavalleria”.
    Aldilà della battuta che ho fatto sul “cavallo sfuggito” non ricordo battaglie “greche” importanti vinte dalla cavalleria…ma i greci non avevano un gran numero di cavalieri “validi”……altrimenti la falange,macedone o no,avrebbe avuto grossi problemi.A Gaugamela…lo sfondamento su fianco macedone (quello tenuto da Parmenione) aveva permesso di circondare la falange schierata nel settore.Se la cavalleria Persiana non avesse perso tempo nell’assalire il campo macedone (permettendo a Parmenione di ordinare la “doppia falange”) sarebbe stato un massacro fra i greci.Per non parlare del fatto che fra le truppe di Dario c’erano gli arcieri Saci. Se invece che scontrarsi con la cavalleria di Alessandro,essi, avessero avuto modo di circondare una taxis l’avrebbero infilzata come Crasso a carre.…ma questa è fantastoria….
    Salutoni.
    Gladium

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