Un’ora d’amore

Oho, un titolo scandalistico quest’oggi!

In realtà no. Un’ora d’amore è il nome di un’iniziativa che circola da un po’ su Change.org.

Angolo “che?!”

Change.org è un sito su cui chiunque può proporre una petizione per cambiare qualcosa che non gli va e raccogliere firme digitali dagli interessati. Ogni tanto funziona, ma più che altro dà l’idea delle formiche che allineano pezzetti di foglie pensando di riprodurre la Transiberiana.

Le premesse

In attesa di trasformarmi in un’universitaria fricchettona che “lotta” per i diritti altrui nelle piazze, sono iscritta a questa piattaforma e ricevo periodicamente consigli su cosa firmare. La mail di oggi parte dalle seguenti Domande Fondamentali™:

Perché se una bambina picchia è un “maschiaccio”? E se un bambino piange è una “femminuccia”?
Perché le ragazze possono camminare mano nella mano e i ragazzi no?
Perché si studia Gabriele D’Annunzio e non Sibilla Aleramo?
Perché se mamma non lavora è normale ma se non lavora papà è una vergogna?

Queste parole mi ricordano Marx.

Marx credette (dai Manoscritti economico-filosofici, 1844, alla Critica del programma di Gotha, 1875) che il comunismo si sarebbe affermato in due fasi dopo la rivoluzione proletaria.
Dapprima la nuova società avrebbe voluto cancellare dalla faccia della Terra ogni eco del capitalismo. Da qui si sarebbero originati eccessi o ingenuità come la proprietà collettiva, i lavoratori trasformati in operai con pari stipendio, la donna «preda e serva del piacere della comunità» (chiamasi «prostituzione generale», in opposizione all’idea di possesso legata al matrimonio), eccetera.
In una fase più matura si sarebbe ottenuta quella che Marx riteneva la vera parità: ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni. L’idea era quella di tenere in conto le differenze tra gli uomini, poiché anche per Marx era evidente che alcuni fossero migliori di altri, fisicamente e/o moralmente.

Qui è uguale. Si parla di giustizia e uguaglianza e si cerca di affermarle con la forza, o meglio imponendo regole cieche e superficiali del tipo “non associare il rosa alle bambine e l’azzurro ai bambini” o “fa’ studiare tante poetesse quanti poeti”.

Torniamo alla proposta in sé. Dalla mail leggo:

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Il concetto è un tantino fumoso, così decido di consultare il testo completo della petizione e da lì arrivo alla proposta di legge vera e propria. Eccone le parti salienti:

ART.2
1. A partire dall’anno scolastico 2014/2015, l’orario settimanale di insegnamenti e attività delle scuole del primo e del secondo ciclo, ad eccezione della scuola di primo grado, è aumentato di un’ora dedicata all’educazione sentimentale. L’orario annuale obbligatorio delle lezioni è conseguentemente modificato.
2. I piani di studio delle scuole e i programmi degli insegnamenti del primo e del secondo ciclo, in coerenza con gli obiettivi generali del processo formativo di ciascun ciclo e nel rispetto dell’autonomia scolastica, sono modificati e integrati al fine di garantire in ogni materia l’acquisizione delle conoscenze e delle competenze relative all’educazione sentimentale.
3. Nel rispetto della legislazione vigente in materia, sono ridefiniti in aumento gli organici del personale docente delle scuole del primo e del secondo ciclo al fine di garantire l’insegnamento «educazione sentimentale».

ART.3
Le università provvedono ad inserire nella propria offerta formativa corsi di studi di genere o a potenziare i corsi di studi di genere già esistenti, anche al fine di formare le competenze per l’insegnamento di «educazione sentimentale».

Cosa ne penso

Per quanto riguarda l’articolo 3, non vedo l’ora di vedere questa targa affissa su un edificio

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e ne approfitto per condividere con voi un ricordo che tuttora mi ferisce: una sera ho visto una che all’università studia Storia della Minigonna.

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Per l’articolo 2, sulla modifica e integrazione dei programmi scolastici, la questione è più seria.

Avendo questi pochi dati, è difficile dedurre cosa si dovrebbe fare nella pratica. Tuttavia mi pare evidente una cosa: a scuola si riesce a malapena a dare un’infarinatura di cos’è stato il mondo, quindi tocca scegliere le nozioni con cura.
Esempio.
Non sforziamoci troppo e prendiamo la letteratura del Novecento prima del Ventennio fascista.

Chi c’era in quegli anni?

Due posti sono occupati da D’Annunzio e Marinetti, ché hanno un ruolo storico.
Poi c’è la letteratura dura e pura: La Coscienza di Zeno esce nel 1923 e Ossi di Seppia nel 1925, ma Grazia Deledda vince il Nobel nel 1926 e Sibilla Aleramo è tanta roba — parte attiva della lotta per il diritto di voto femminile, socialista, futurista, amica di Turati e della Kuliscioff, in rapporti col pittore Boccioni e Quasimodo.

In pratica dobbiamo scegliere tra l’etica dell’inettitudine, che influenza qualunque forma di letteratura anche oggi, Montale, che è importante quanto Foscolo e Leopardi, e… la descrizione della gente che la Deledda vedeva in Sardegna e un romanzo femminista perfettamente ignorato dalla storia successiva.
Chi di loro mettiamo in programma? Aspettate un attimo a ripondere.

Ora vorrei proporvi un breve elenco delle cose che già ora non si studiano alle superiori.

Alcuni istituti hanno bandito Carducci e Saba.
Ungaretti è sulla stessa strada.
Nella maggior parte dei licei, di D’Annunzio non si legge una riga.
Porta e Belli, poeti dialettali, non sono mai esistiti al di fuori della loro biografia.
Negli anni precedenti al quinto non si leggono Goldoni, Alfieri né Manzoni (di cui sopravvive misteriosamente la lettura dei Promessi Sposi).
Il Seicento è un buco nero, escluso Galileo.
Il Cinquecento ha solo Tasso, il Quattrocento solo Ariosto e Lorenzo de’ Medici, e via via a scalare.
Per il Medioevo può andare bene, forse, visto che solo Dante continua a essere il prezzemolo di ogni minestra, ma… ma… ma no, non va bene per niente.

Fare posto alle pecore sarde e alle suffragette significa eliminare due a scelta degli autori di cui sopra. FACCIAMOLO!

A questo punto mi pare che Marx, col suo pallino di unire teoria e prassi, avesse torto: quando si vuole applicare un sistema d’idee, sia esso il comunismo o la reazione al maschilismo, non si può essere approssimativi, nemmeno se si progetta una seconda fase più coerente. Leggere un brano della Aleramo a scuola e parlare un’ora a settimana di quanto sia ingiusto il mondo non eliminerà le disparità più di quanto la nazionalizzazione delle terre abbia fatto in Russia.


Bonus: la bacchettona che è in me

Qui l’articolo vero e proprio finisce e iniziano le chiacchiere da bar, quindi non prendetemi sul serio.

Citavo la premessa:

Perché se una bambina picchia è un “maschiaccio”? E se un bambino piange è una “femminuccia”?

Ormai anche i muri conoscono la mia tiritera preferita: le differenze tra uomo e donna sono puramente fisiche. Se pensassimo a noi stessi come a liberi individui prima che a maschi e femmine, abomini come maschilismo e femminismo non esisterebbero.

Allora forse ci si accorgerebbe che parole come maschiaccio e femminuccia sono nate per condannare comportamenti sbagliati, a prescindere da chi li assume.
Le basi della buona convivenza in una società, infatti, sono banalità come non alzare le mani sugli altri e non piangere in pubblico. Nulla che non si possa insegnare a qualunque bambino e bambina.

La bacchettona che è in me #2

In realtà in un mondo buono la Aleramo verrebbe studiata, perché ogni italiano conoscerebbe il XIX e il XX secolo come le sue tasche. Studierebbe la letteratura europea — perché come diavolo fai a non conoscere Tolstoj e Goethe e Dumas? Che accattoni che siamo… — e la storia delle idee, tra cui anche il femminismo.
Senza contare che, se Dante è importante più che altro per la lingua (la cui evoluzione non si studia prima dell’università), Petrarca e Boccaccio lo superano per modernità, e sarebbero quindi da preferire in un programma che mira alla cultura generale.

Come si trova il tempo per questa follia? Io terrei gli studenti un po’ più di tempo a scuola, invece di riempirli di liste della spesa da imparare a memoria a casa.
E poi, ma questo mi condannerà al rogo, eliminerei gli sprechi: tre anni per leggere un canto della Divina Commedia a settimana, due per i Promessi Sposi (che tra l’altro si fanno prima d’iniziare a studiare la letteratura!) sono il colmo.

Certo, questo presuppone che a scuola ci vada gente che vuole studiare. Altrimenti sorge il dubbio: la cultura è per tutti?

fiesa


Perché tutto questo chiasso per una stupida petizione?

Perché a pensarla non è stato il primo signor Nessuno proveniente dal raccordo anulare di Timbuctù, bensì un politico fatto e finito: Celeste Costantino, di Sinistra, Ecologia e Libertà.

Sfortunatamente, Timbuctù non dispone ancora di un raccordo anulare. Vi terremo informati.

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