Alesia, 52 a.C.

Generali: Cesare e Vercingetorige. Eh be’.

Forze schierate: dieci legioni contro 80.000 difensori intorno all’oppidum e, nella fase finale, 240.000 di rinforzo dall’esterno; una quantità imprecisata di cavalieri ausiliari romani, forse intorno ai 15.000, contro 8.000 cavalieri galli¹.

Esito: i Galli vengono sbaragliati, distrutti, annientati. Pare che ancora non l’abbiano superata, visto che per eroe nazionale hanno scelto il responsabile della sconfitta. 😀

Motivo del conflitto: perchessì difensivo! Vuoi che nel giro di qualche secolo ‘sti celti vagabondi non decidano di farsi un viaggio a sud?

Effetti: la Gallia diventerà il più docile cagnolino di Roma.

Prego, un'ultima occhiata ai Galli finché sono ancora interessanti.

Cavalieri d’Oltralpe. Oggi non solo saranno inutili, ma anche d’impiccio.

Cesare e Labieno di nuovo assieme, dicevamo. Chissà come ne è contento il giovane Marco Antonio, che le sue esperienze in Gallia le ha fatte sotto l’ala protettiva del generale! Adesso dovrà spartirsi le sue attenzioni con un gallo venuto dal nulla — o meglio, dallo stesso posto da cui viene Pompeo, il Piceno, che è anche peggio.

Illazioni a parte, Vercingetorige è costretto a ripiegare su Alesia, il che, per una volta, non è la scelta peggiore possibile — a sbagliare ci penserà tra poco.

Se Gergovia sorgeva su un colle circondato da colli, Alesia occupa un altopiano a forma di losanga in mezzo a una pianura circondata da colli. Su due lati scorrono altrettanti fiumi.
Come sempre finché non lo mettono in rotta, l’esercito gallo deve accontentarsi di un campo fuori dalle mura, per non gravare sulla popolazione.

Alesia corteggiata dai Romani. Incisione cinquecentesca.

Alesia corteggiata dai Romani. Incisione cinquecentesca.

Ora, la domanda è: Vercingetorige ha capito o no che, se perde qui, è finita?
Secondo me no. Altrimenti si proteggerebbe con qualcosa di più di una stupidissima muraglia alta due metri e un fossato che, per sopperire all’inutilità del vallo, dovrebbe essere profondo almeno fino al nucleo terrestre.

Copy of !!!

Allora cos’è, scemo?
No, semplicemente conta sui rinforzi in arrivo da tutta la Gallia. Immagina una manovra a tenaglia (che sembra sempre intelligentissima e in realtà da sola non serve mai a niente).

I legionari, per parte loro, in questo assedio smuoveranno due milioni di metri cubi di terra, a partire da due fossati interni e un terrapieno alto quattro metri addossato alla collina.

Ora, ogni epoca ha avuto i suoi metodi per assediare una città in santa pace, ovvero senza che il nemico le ammazzasse gli sterratori e senza usare l’intero esercito come vedetta.
I Romani fanno sempre i furbi e tendono trappole via via più crudeli fantasiose. Cesare ne inventa tre:

  • i cippi, rami collegati alla base per non essere divelti;
  • i gigli, pali spessi quanto una gamba, ben appuntiti e nascosti da rami, per i dieci centimetri scarsi di cui fuoriescono dal terreno;
  • gli stimoli o triboli, pioli (in latino talĕae, curiosamente²) con uncini di ferro conficcati a terra.

Da sinistra: triboli, gigli e cippi.

Vedendo questo gran daffare, i Galli sferrano subito il loro solito attacco di cavalleria, e come al solito vengono ricacciati indietro dagli ausiliari germani. Iniziamo bene: già adesso le linee galliche si spaventano tanto che Vercingetorige deve far chiudere le porte del campo, o i suoi se la svignerebbero in città.

I lavori durano un mese.
In questo periodo Vercingetorige fa alcune ottime cose, come liberarsi della cavalleria, ormai inservibile con quei trabocchetti, e realizzare di avere viveri solo per un mese — lui non lo sa, ma i Romani sono nella stessa situazione.
I suoi alleati invece non hanno idee particolarmente felici: parlano di mangiare i vecchi. Segue frettolosa decisione di evacuare la cittadinanza tutta, che invano si raduna da Cesare offrendosi in schiavitù per un po’ di cibo.

Ma tutto è bene quel che finisce bene! I rinforzi arrivano sulle colline attorno alla pianura e non sono niente male: duecentoquarantamila fanti e ottomila cavalieri.
Sì, altri cavalieri. Sono come dio, direbbe un mio professore: li cacci dalla porta e rientrano dalla finestra.

Nel frattempo le opere d’assedio romane sono concluse.
Il primo vallo, quello intorno ad Alesia, è ora dotato di palizzate, torrette e spuntoni simili a corna di cervo.
A difendere le spalle dei legionari dai rinforzi di tale Vercassivellauno è comparso un secondo vallo, come il primo dotato di otto fortini principali e ventitrè secondari.
I tranelli di Cesare concludono entrambe le linee. Interessante notare come il generale abbia mentito sul numero di file in cui ha organizzato i cippi: quindici invece di cinque, come rivelano gli scavi archeologici.

 La battaglia inizia a mezzogiorno del giorno dopo l’avvistamento di Vercassivellauno.

Come ormai abbiamo imparato, i Galli sentono il bisogno di farsi sconfiggere dai cavalieri germani prima di attaccare in massa. Al tramonto, soddisfatti di aver perso tutti gli arcieri e i fanti leggeri che in teoria avrebbero dovuto coprire la cavalleria, si concedono il meritato riposo. Salvo tornare a mezzanotte con fionde, frecce e sassi.

Vercingetorige ne approfitta per uscire dalla città.

Col buio le cose sono più difficili per i Romani che per i Galli: se i secondi, mirando sugli spalti, hanno ottime probabilità di beccare qualcuno, i legionari vanno a tentoni. Lo stesso gli ufficiali che, per la difficoltà dei collegamenti tra gli otto castra, possono solo fare congetture su quale zona abbia bisogno di rinforzi e quale no.

All’alba si raggiunge lo stallo; le perdite sono ingenti da entrambe le parti. I Galli decidono di ritirarsi, lasciando i fossati mezzi pieni. E qui Cesare ci stupisce riferendo che Vercingetorige aveva sfoderato delle macchine da assedio. Non sappiamo nient’altro, in proposito.

Ah sì? E da dove spuntano fuori? Come sono fatte? Parla, Cesare!

Ah sì? Be’, potevi parlarne un po’ di più, Caio Giulio.

Incredibile a dirsi, si tratta di una ritirata strategica: a preoccupare i difensori è uno dei castra romani, appollaiato com’è su un’altura, e non in pianura come gli altri.
Per risolvere la questione, la notte parte dell’esercito di rinforzo si nasconde dietro una collina più alta. Vercingetorige, che non comunica affatto con l’esterno, intuisce la mossa e riesce ad attaccare in simultanea.

Il risultato è che Cesare, a sua volta appostato su un’altura, deve far correre i suoi di qua e di là per allentare la pressione. Alla fine anche Labieno viene scomodato per portare sei coorti in quel povero castraminacciato da tutte le falci murali, da tutti i graticci e dalla terra per colmarne i fossati e da tutte le scale disponibili.

Cesare dà il colpo di grazia, ripulendo il vallo in pianura e soccorrendo Labieno.
Il quale, udite udite, era così in difficoltà da dover tentare un’azione disperata — per non dire suicida, accidenti — come radunare trentanove coorti (cioè quasi quattro legioni) e buttarsi a capofitto nello scontro.

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Questo è il bello dello stile di Cesare: i movimenti di Labieno in realtà erano premeditati. Era il Piano B!
Infatti, nell’ultima manifestazione di sovrumana efficienza del Libro Settimo, il Divo è pronto a venirgli incontro con quattro coorti e qualche cavaliere, mentre altri cavalieri prendono i Galli alle spalle.

Il peggio è fatto. Anche in questo caso, il fatto che i Galli non siano morti tutti e trecentomila ad Alesia è dovuto solo alla stanchezza dei legionari.

Il giorno seguente, forse il 26 settembre, Vercingetorige si consegna a Cesare. Accetta le condizioni di resa, pur durissime, senza fiatare.
Leggenda vuole che sia uscito dal campo nella sua corazza migliore, sul miglior cavallo, e che abbia fatto un giro attorno alla sella curule del Divo per poi smontare, gettargli l’armatura e sederglisi ai piedi, tranquillo.

Lo attendono sei anni di carcere, una sfilata in un trionfo decisamente sottotono e una morte squallida.

Vercingetorige himself. Particolare della statua di sette metri voluta da Napoleone III nel 1865.

Appendice I

Come avevo anticipato, per Alesia Cesare ha in testa l’assedio di Numanzia di ottant’anni prima.

Anche lì c’erano state due linee di fortificazioni (in quel caso fossati, non valli) separate da duecento metri. Solo che i terrapieni costruiti a parità di tempo da Cesare sono lunghi due volte e mezzo quelli dell’Emiliano… Questo dà un’idea dell’aura di fretta che doveva portarsi appresso quell’uomo.

Appendice II

Un momento di apprezzamento per il Divo Giulio. Non è da tutti pensare a presidiare una zona non in difficoltà quando si hanno trecentomila galli concentrati su un unico bersaglio.
Il fatto è che, come nota lo stesso Cesare, era fondamentale scongiurare anche la minima possibilità di sfondamento del vallo in pianura, perché da lì i Galli avrebbero avuto accesso all’intera rete di trincee, ovvero a una vittoria schiacciante — questione di pressione, ancora una volta.
Ancora, è sempre commovente come gli basti un pugno di uomini — duemila o poco più, nel caso di Labieno — per rigirare la frittata.

***

¹Dati forniti dallo stesso Cesare, quindi verosimili, confermati dai ritrovamenti archeologici, ma prendeteli con le pinze eccetera eccetera.
Come al solito, dare una cifra è un azzardo e non mi allontano di molto dal vero se dico che anche gli storici si producono in voli pindarici, o meglio con un margine d’errore del 10-20%. Non ha senso.
Per darvi un’idea, la legione modello di Cesare conta 6.000 uomini divisi in dieci coorti. Cesare si serve più di queste ultime che della legione come unità tattica — abbiamo visto per esempio che lascia 22 coorti al cugino Lucio, cioè due legioni e un quinto — e per questo è difficile capire cosa intenda per “dieci legioni”: con tutti gli spostamenti che ha fatto, ci saranno legioni da venti coorti come da otto.
Uno dice: vabbè, il totale è lo stesso, l’intero esercito è radunato ad Alesia. E invece no, perché nemmeno le coorti hanno sempre 600 uomini l’una. Anzi, dopo quattro anni di guerra ininterrotta e due senza rinforzi, è probabile che siano quasi tutte a ranghi ridotti.

È un pasticcio, regà.

²Dico “curiosamente” perché le talee già per i latini indicavano le parti di pianta usate per farla riprodurre altrove.
Insomma, casomai voleste anche voi un certo fiore o albero da frutto che avete visto in giro, potreste provare a staccargli un rametto (meglio se ha una gemma). Poi mettetelo in acqua: se gli sbucano le radici, è fatta.
Comunque, l’attinenza tra talee e pioli rimane per me un mistero.

Pidna, 168 a.C.

Generali: Lucio Emilio Paolo contro Perseo. Anche se definirlo generale è un’esagerazione bella grossa.

Forze schierate: 22.000 fra legionari e fanti dei confederati e 1.400 cavalieri contro 39.000 fanti, di cui 21.000 falangiti, e 4.000 cavalieri.

Esito: vittoria romana.

Motivo del conflitto: e che diamine, è mezzo secolo che i macedoni fanno i capricci, sarà pure ora di sculacciarli.

Effetti: la Macedonia scompare come stato indipendente per… be’, ventuno secoli.

Il Trionfo di Emilio Paolo, di Carle Vernet, ultimato durante la Rivoluzione Francese.

Prima di Emilio Paolo

Filippo V di Macedonia ha due figli. Il maggiore, erede favorito, si chiama Perseo e ha la sua stessa vena combattiva. Il minore, Demetrio, è un tipo tranquillo che ha passato anni a Roma come ostaggio, dando un’ottima impressione di sé.
Succede che quei burloni dei senatori mostrano di vedere meglio il minore sul trono macedone, causandone l’accusa di tradimento (con tanto di finte prove) e l’avvelenamento per ordine dello stesso padre. Si dice che Filippo sia morto di dolore due anni dopo aver scoperto che Perseo gliel’aveva fatta.

Roma si allarma, anche se conferma la pace con la Macedonia.
Poi iniziano a circolare le voci: pare che Perseo vada di città in città fomentando lo scontento dei greci, degli illiri (pacificati nel 219 da un Emilio Paolo), dei traci, persino dei cartaginesi, e pure il re Eumene di Pergamo si spinge al punto di dichiarare i suoi sospetti nella Curia Hostilia.

Una delle accuse contro il nuovo re è di aver attentato alla vita dello stesso Eumene facendo rotolare un masso da una collina mentre era in viaggio.
Oddio, fra un po’ capiremo che Perseo non era esattamente un genio, quindi non si può mai dire!

Ma la prudenza non è mai troppa, per i senatori. Meglio fargli guerra.
In Oriente i Macedoni stanno antipatici a tutti, non è difficile trovare appoggio o almeno assicurarsi che Perseo non riceva aiuti. Persino gran parte dei Greci fa fronte comune.

L'odio unisce i popoli.

L’odio unisce i popoli.

I preparativi richiedono tempo, l’occasione è arrivata all’improvviso, così si proroga il trattato di pace per altri sei mesi.
Pare che i senatori, per una volta, non la stiano prendendo sottogamba. In effetti non sarebbe il caso, per molti motivi:

  • I popoli poco raccomandabili che circondano la Macedonia. Ricordiamo gli Etoli!
  • La tradizione militare macedone. Ci hanno le sarisse e talvolta combattono in quadrato (sintagma) come i Romani;
  • L’improbabile ricchezza di Perseo, che potrebbe mantenere fino a centotrentamila armati*, cioè tre volte quelli che ha.

I Romani rispondono estendendo il periodo di leva fino ai cinquant’anni d’età ed eliminando il sorteggio nell’attribuzione delle cariche militari.
Tranquilli, è stato accertato che la notizia non accorcerà minimamente la vita del povero Catone, dato che camperà per i prossimi vent’anni.

A inizio estate del 171 il console Crasso è in Illiria con l’esercito. Parte minaccia la Macedonia da occidente, parte attraversa i monti della Tessaglia. A cinque chilometri da Larissa Crasso si ritrova davanti Perseo, arroccato sul passo di Tempe.
Crasso perde lo scontro che segue. Le perdite ammontano a duemila fanti e duecento cavalieri — un sesto delle forze iniziali — contro quaranta falangiti e venti cavalieri.

È a questo punto che Perseo dà i primi segni d’incapacità, permettendo che i sopravvissuti si ritirino.
Spera che così i Romani lo lasceranno in pace. E io mi chiedo come faccia, visto che è loro tradizione vendicarsi di ogni minima sconfitta.

Bastava farsi un giro su Wikipedia, eh.

Bastava farsi un giro su Wikipedia per scoprirlo, eh.

Lo storico Frediani individua un’altra ragione per l’errore di Perseo:

Inoltre, l’etichetta di referente principale della fazione antiromana, che gli era stata appiccicata fin dalla sua ascesa al trono, non gliel’avrebbe tolta più nessuno, e questo segnava la sua strada senza possibilità di alternative. Così, quando inviò legati per proporre condizioni di pace tali da farlo sembrare un vinto, ovvero l’abbandono dei territori di cui era entrato in possesso il padre e il pagamento di un’indennità, non fu neanche preso sul serio.

Pure la sindrome del genio incompreso, poveraccio.

D’ora in poi Perseo non attaccherà più.
Deciso a perdere tutte le occasioni che gli si prestano, non tenta nemmeno la guerriglia, l’azione più sensata fra i monti della Tessaglia.

Il punto arancione è Larissa, dove Crasso voleva arrivare. In azzurro Farsalo. Diavolo se è lontana, la Macedonia!

Il punto arancione è Larissa, dove Crasso voleva arrivare. In azzurro Farsalo. Diavolo se è lontana, la Macedonia!

Ciò determina lo stallo del conflitto. Crasso se ne va in giro, occupa città di serie Z e non riesce più ad attaccare battaglia.
Il console  successivo perde addirittura la posizione, per scivolare a Farsalo, sul confine con la Ftiotide.
Quello dopo ancora guadagna le coste macedoni per avere uno scontro campale, ma si ritrova senza rifornimenti dal mare. Ah, l’efficienza logistica romana!

Qui, se Perseo avesse un po’ di presenza di spirito, sarebbe facile mettere il nemico con le spalle al muro. Invece perde la testa, si convince che, se i romani sono arrivati alla costa, significa che il suo esercito è stato sconfitto fra i monti (vedi che succede a non accompagnare personalmente le tue truppe? Ben gli sta!), si ritira dalla Tessaglia, brucia la flotta, butta in mare parte del tesoro reale — quello che avrebbe finanziato altri due eserciti! — e corre verso nord, proprio a Pidna.

Falso allarme, vi ho trollati.
Perseo si accorge dell’errore e torna a sud. È la fine del 169 a.C.

Questo episodio, come al solito, dà una svegliata ai senatori, che per il 168 si producono in quel grand’uomo di Lucio Emilio Paolo, classe 229. Un ragazzino! Ha persino partecipato ad Apamea.

La battaglia

Costui, a differenza del caro Perseo, ama informarsi. Tant’è che si fa precedere da tre senatori affinché raccolgano notizie: fra loro, l’Enobarbo vincitore effettivo di Magnesia.

Il quadro che ne risulta è imbarazzante.
Perseo è in posizione forte e non attacca. Filippo, il console in carica, è in posizione sfavorevole e non attacca. In mezzo, un fiumiciattolo. Le truppe lasciate in Illiria all’inizio di questa follia sono troppo poche e lontane per coordinarsi col console. Niente viveri né paga, morale a terra, ozio, diserzioni, malattie. Alleati illiri che passano al nemico, rodii che, maltrattati come non mai, sono sempre propensi a farsi comprare, pergameni che fanno il doppio gioco.

Così i senatori sganciano l’oro e regalano a Paolo due nuove legioni più cinquemila uomini per rimpolpare quella povera flotta.
In primavera è a Delfi per sacrificare agli dèi e poi con le truppe.

Come per l’Emiliano a Numanzia e Mario ad Aquae Sextiae, c’è da rimettere in forma i soldati. Alla fine, scrive Livio, sono tutti pronti a una splendida vittoria o a una morte gloriosa.

Dopodiché il console richiama la flotta a Eraclea e vi manda 8.200 fanti e 200 cavalieri, così Perseo penserà che si stia imbarcando.

wut

Sarebbe un’ipotesi credibile?
No. Voglio dire, dove dovrebbe mai andare Paolo via nave con una flotta che non riesce a portare tutto l’esercito? Scappa? Cambia terreno di gioco? E quale altro sceglierebbe, una pianura (dove la falange è più forte)? E poi si sa che i romani preferiscono spostarsi su terra.
Ma tanto Perseo è un pesce lesso, ci cascherà di brutto.

In realtà quel contingente ha l’ordine di portarsi a Pizio, passando tutt’intorno al monte Olimpo, in tre giorni. Nel frattempo il resto dell’esercito tiene occupati i macedoni.
Poi un disertore cretese sbandiera la strategia romana ai quattro venti, ma il distaccamento mandato a bloccare l’aggiramento viene sconfitto. A Perseo non rimane che arretrare.
La situazione torna identica a prima, tranne che il fiume tra i due campi si chiama Leuco e non Elpeo.
Il fiume è quasi in secca, si potrebbe anche attaccare prima che i macedoni predispongano le loro difese.
Emilio Paolo si rifiuta, prudente. Oltre a temere le macchine da guerra del nemico, vuole a tutti i costi avere un accampamento in cui correre ai ripari. E poi i soldati sono stremati.

Qui c’è il bello del pre-battaglia.
La notte del 22 giugno 168 ci fu un’eclissi di luna. I macedoni la presero come un presagio di sconfitta, i romani se ne infischiarono: Paolo li aveva fatti avvisare tempo prima, tranquillizzandoli.

La mattina dopo nessuno ha voglia di combattere, però tocca prendere l’acqua al fiume.
I rifornimenti sono ben protetti da ambo le parti. A un certo punto, uno dei cavalli romani se ne scappa, scatenando una zuffa tra romani e macedoni che vogliono impossessarsene. Ci scappa il morto, un trace. I rissosi aumentano. Paolo valuta l’entità del chiasso e decide di attaccare battaglia. Perseo acconsente.

Fu così che la Terza Guerra Macedonica finì grazie a un dannatissimo cavallo.

Vedere la falange macedone schierata darà gli incubi a Emilio Paolo per un bel po’, stando alle fonti. I leucaspidi, scelti fra i giovani più valorosi di Macedonia, hanno scudi bianchi, armate dorate e tuniche scarlatte; i calcaspidi, dagli scudi di bronzo, coprono tutta la piana e le pendici delle colline circostanti.
Molto tradizionalmente, costituiscono il centro della formazione, scortati da traci e mercenari. Polibio non manca di sottolineare l’eccessiva altezza dei primi, per dindirindina.

La disposizione dei diversi corpi degli schieramenti è andata perduta. In Polibio manca la battaglia per intero, in Livio per la prima metà.
L’idea più accreditata è che Paolo abbia adottato una formazione classica: legioni al centro, alleati e cavalleria sui fianchi. Se così fosse, Perseo deve per forza aver opposto alle legioni la falange, proteggendola ai lati con traci e mercenari più la cavalleria. In più, i romani hanno gli elefanti, che per forza di cose all’inizio si trovano nelle retrovie. Altrimenti si ripeterebbe Magnesia… dalla parte degli sconfitti, però.

La battaglia inizia con la fanteria leggera romana che stuzzica i traci e viene messa in fuga; a sorpresa, la falange prende a inseguirla, mettendosi su terreno sfavorevole, sempre più sconnesso.
I ranghi perdono compattezza, tanto che interi manipoli di una delle due legioni riescono a inserirsi nei varchi, attaccando di lato o anche alle spalle.

Perseo perde adesso.
La battaglia si spezzetta di nuovo in tanti piccoli scontri, che ognuno combatte per i fatti suoi. I macedoni senza le loro amate sarisse, troppo lunghe. Istrici senza aculei.

Riconosci il macedone perché è un nanetto con un bastone da passeggio lungo due volte e mezza lui.

La seconda a cadere è l’ala sinistra, incalzata da elefanti e cavalleria. Da lì il disordine passa ai leucaspidi, messi in fuga dall’altra legione.

Segue consueto massacro, che copre la ritirata di Perseo e cavalleria verso la capitale.
Questa è una scena che vorrei aver visto: i macedoni, abbandonati dall’erede di Alessandro, che si buttano in mare, vengono pescati dalla flotta romana e trucidati sulle scialuppe proprio quando sperano di scamparla; quelli che se ne accorgono e riescono a uscire dall’acqua, solo per essere spiaccicati sulla spiaggia da quegli stupidissimi elefanti.

Ventimila morti, undicimila prigionieri in un’ora o due. Se non fosse calato il buio, dell’esercito macedone non sarebbe rimasta un’unghia.

Come detto, il figlio del comandante, un certo Scipione Emiliano, si attarda negli inseguimenti per tutta la notte. Che amore di sedicenne!

Un po’ di amarezza

Emilio Paolo ottiene il trionfo e fa lo spilorcio coi suoi soldati, che gli porteranno rancore finché vivranno.
I malocchi che gli fecero ebbero un effetto sproporzionato: dei due figli naturali, il minore muore cinque giorni prima del trionfo, il maggiore tre giorni dopo. Avevano dodici e quattordici anni.
Lui li seguirà fra otto anni e i suoi beni, venduti all’asta, basteranno appena a pagargli il funerale: nemmeno lui si è arricchito col favoloso tesoro di Perseo. Tra i beni che si è riservato figura l’imponente libreria del re.

Intanto la Macedonia viene smembrata in quattro repubbliche e chiunque avesse avuto a che fare con Perseo, anche fra i Greci, viene deportato o ucciso. La Provincia di Macedonia nascerà fra vent’anni, dopo un’altra battaglia a Pidna.
Fra i mille nobili chiamati a sostenere la posizione greca in tribunale (in un processo mai celebrato) c’è lo storico Polibio, che se la caverà in quanto cocco di Paolo.
Ce n’è anche per quel doppiogiochista di Eumene, che vede rimpicciolito il suo già misero regno. Sarebbe dovuto morire sotto quel masso!

Ah, nel frattempo Antioco di Siria c’ha riprovato, ma gli va male: i senatori si girano a guardarlo nel bel mezzo dell’occupazione dell’Egitto.

Beccato!

Appendice: La genialità di Emilio Paolo

Quando diventa console, oltre a reclutare nuove leve — invece di smettere di congedare i cinquantenni — opera una riorganizzazione generale.

Stabilisce che le due legioni consolari debbano avere non più di seimila uomini l’una — altrimenti sono ingestibili — e porta a cinquemiladuecento gli effettivi delle nuove legioni: precisamente il numero ideale adottato da Cesare e Agrippa.

Poiché finora si è insistito a buttare tutti gli uomini disponibili nelle due legioni tradizionali, i soldati che sono diventati di troppo vanno a creare le guarnigioni che proteggono accampamenti e roccaforti conquistate.

Infine, Paolo lavora di testa. Priva le sentinelle delle armi per evitare che segnalino la loro posizione riflettendo la luce, accorcia i turni di guardia per mantenere alto il rendimento (ma allora era un marxista…), fa in modo che gli ordini arrivino chiari anche nelle ultime file dello schieramento, capisce che in montagna i ruscelli scorrono sotto terra e trova l’acqua scavando lungo la costa.

Per tutti questi motivi, a parer mio è decisamente il generale più raffinato prima di Cesare. Riorganizza da cima a fondo l’esercito, quando gli altri si sono limitati a metterlo in condizioni di porre fine alla guerra; riesce ad architettare una strategia che combini le truppe di terra e quelle di mare, cosa mai vista in un romano e che continuerà a vedersi raramente; resiste all’idea di un attacco frontale alla falange, probabilmente guadagnandosi la reputazione di pusillanime — è di famiglia, visto che suo padre prima di Canne è stato istruito da Fabio Massimo “il Temporeggiatore”; raccoglie informazioni sulla situazione greca prima di gettarsi allo sbaraglio.
Il metodo fatto persona, insomma.

Numanzia, 133 a.C.

Generale: Publio Cornelio Scipione Emiliano contro Avaro, insignificante capo della città.

Forze schierate: 20.000/40.000 romani più la cavalleria numidica e dodici elefanti contro 8.000 numantini.*

Esito: alla fine di questo articolo, di Numanzia non saranno rimaste che ombre e polvere.

Motivo del conflitto: i celtiberi vorrebbero tenersi le loro appetitose miniere. Simpatici!

Effetti: le Spagne non si ribelleranno più in grande stile fino a Sertorio, fra sessant’anni.

Tre generazioni sembrano poche. Bisogna pensare al contesto storico: quante occasioni avranno i barbari con l’invasione cimbro-teutone, la guerra sociale, quella civile, la campagna contro Mitridate e il congedo di mezzo esercito per la crisi finanziaria durante la dittatura? Eppure non riusciranno mai a organizzarsi — non che la coordinazione sia il loro forte.

Le Spagne al momento della suddivisione in Citeriore e Ulteriore. Tarraco era il quartier generale romano.

Le Spagne al momento della suddivisione in Citeriore e Ulteriore. Tarraco era il quartier generale romano.

Il più snervante tira e molla della storia romana

Altroché la guerra contro Mitridate del Ponto, le volte in cui Roma ha intrapreso e poi abbandonato l’azione di conquista delle Spagne sono un macello. Tant’è che le Guerre Celtibere si spalmano su tre periodi.
Nella prima fase il padre dei Gracchi vince e stravince, imponendo tributi e stanziamento di legioni nel cuore dell’Iberia.
Nella seconda Quinto Fulvio Nobiliore fa piazza pulita dell’esercito nemico in una battaglia contro Belli e Titti (valenti guerrieri, come dice il nome stesso). Numanzia, rifugio dei superstiti, gli resiste per tutto un inverno, l’assedio fallisce e l’anno dopo l’oppidum si arrende — è l’unico forte spagnolo ancora in mano ai ribelli!
Intanto Roma è costretta a dividere le forze (e i generali) per controllare i Lusitani.

wutPerché tutte le volte che in Portogallo si ribellano tocca andarli subito a punire?
È mia personale opinione che in Iberia il malcontento si diffonda per contatto visivo: se uno si sente stufo dei romani, magicamente lo diventano tutti quelli intorno a lui.
Una teoria più sensata è che i ribelli lusitani e celtiberi avrebbero puntato a unire le forze. Già sono problematici presi singolarmente, con la loro amata guerriglia, figurati a perdere il controllo di tutto ciò che c’è oltre le Alpi o quasi… tant’è che i primi resistono per sedici anni di fila.
Ma poi, varrà la pena di fare tutta ‘sta fatica per la Spagna?
Un passo indietro.
Fra il 210 e il 206 Scipione l’Africano, visto che tanto i cartaginesi stavano invadendo l’Italia da nord, ne ha approfittato per conquistare una fetta di Iberia che nel 197 è stata divisa in due Province, una sulla costa sud e una su quella ovest. Ciò ha permesso che, alla fine della Seconda Guerra Punica, iniziasse la caccia alle miniere d’argento dell’interno.
Da allora l’obiettivo è stato cacciarne i proprietari celtiberi. Fallire significa perdere l’eredità dell’Africano, oltre a un mucchio di soldi.

La terza fase impegna tanti bei nomi, dal buon Metello Macedonico a un Pompeo e da un Popilio Lenate a un Ostilio Mancino, che perde ventimila uomini in un colpo solo.
E poi arriva l’Emiliano.
Tanto per cambiare, solo per farlo console si deve ignorare la tradizione ed emendare la legge.
Tanto per cambiare, non gli si danno delle buone truppe — deve accontentarsi di quelle rimaste in Spagna, che appena vedono un barbaro scoppiano a piangere.
Prende il suo codazzo di sostenitori, ne fa un esercito personale e ordina i migliori cinquecento nella prima cohors praetoria.
Sbarca a Tarragona nel marzo del 134 e trova sì il principe Giugurta di Numidia coi rinforzi di cavalleria e gli elefanti, ma pure un cumulo di legioni per due terzi composte da iberi reclutati a forza, “un covo di prostitute [ben duemila, si disse… una ogni dieci o venti legionari], commercianti, indovini e fattucchiere” e in generale gente alla sesta campagna (in odore di congedo) che si nutre alla spese di Roma, in sostanza.

La creanza prima di tutto

Scipione ricomincia l’addestramento da capo: d’ora in poi ciascun soldato porterà sulle spalle grano per un mese e sette paletti da palizzata. Altroché asini e buoi!
Dopo mesi di marce estenuanti e mille imprevisti a causa delle incursioni dei vaccei, i rifornitori di fiducia di Numanzia, a ottobre Scipione pone l’assedio.

Finalmente un assedio. Adoro gli assedi.

Finalmente. Adoro gli assedi.

Intorno al forte vengono costruiti sette castra, collegati da due fossati. Il più interno ha la classica palizzata e il terrapieno, più largo che alto; il più esterno, a circa duecento metri di distanza, viene lungo nove chilometri: taglia persino un laghetto e s’interrompe solo perché ci sono due fiumi, a ovest e a sud della città.

A Emiliano piace vedere le cose dall’alto: come a Cartagine, pensa alle torri — che qui sono trecento, una ogni trenta metri, alte due piani più delle mura. Uno per le segnalazioni e l’altro per le macchine ossidionali. Infine il Duero, che convoglia i rifornimenti da nord, viene bloccato collegando due torri sulle rive con dei tronchi e facendovi pendere coltelli e punte di lancia.

I legionari continuano a disonorare Roma e Scipione non si fa scrupoli a nascondere che li odia, ma le fortificazioni reggono e gli accorgimenti del generale funzionano.
Uno è quello, molto usato da Cesare, di permettere a chi vuole di entrare in città: più gente, meno cibo.

Come a Cartagine, il capo della città — nel nostro caso Avaro — rifiuta la resa incondizionata anche quando la situazione numantina è disperata. Finisce linciato.

Scipione lascia agire la fame. La resa giunge poco dopo, insieme a notizie un po’ macabre che ricordano la futura (okay, contraddizione in termini) Alesia: i primi a essere nutriti di carne umana sono stati i malati.
La cosa particolare è che Emiliano concesse a chi non voleva cadere in schiavitù qualche giorno per suicidarsi. In effetti molti iberi portavano sempre con sé una fiala di veleno, per evenienze come questa.

I sopravvissuti ai quindici mesi di assedio sono la metà della popolazione iniziale. Il generale ne sceglie cinquanta per il suo trionfo, vende gli altri e rade al suolo l’oppidum, stavolta senza aspettare il parere del senato e, penso, senza rimorsi.

Due parole sul personaggio, parte seconda.

La domanda è: come mai dieci anni fa Scipione ha pianto su Cartagine e adesso ha lasciato gli iberi a morire di fame e pestilenze?
Non ne ho idea. Fatto sta che in questa guerra Emiliano ha assunto una linea di condotta per certi versi molto simile a quella di Giulio Cesare. C’è l’intraprendenza nella costruzione di grandi opere per isolare il nemico e c’è una buona dose di brutalità — con un delizioso dettaglio: pare che in una sola notte abbia fatto tagliare le mani a quattrocento giovani capi dei ribelli, rei di aver mandato aiuti a Numanzia: tipico provvedimento cesariano.

Tuttavia, come fa notare lo storico Frediani, in Scipione non c’è un barlume di genio. O forse sarebbe meglio parlare di creatività. È forse l’unico grande generale a non aver donato nulla all’arte della guerra, limitandosi a non compiere errori. La soluzione di bloccare Numanzia e sedersi ad aspettare nel bel mezzo del nulla è al contempo un esempio di massimo risultato col minimo sforzo e di ineleganza — quindici mesi di nullafacenza sono stati uno spreco di risorse, con tutte quelle bestie d’uomini da nutrire come se se lo meritassero.
E poi, di’ un po’, non poteva costruire una stradina nei dintorni, già che c’era? Scherzo, scherzo, per carità!

Ciò dimostra anche una certa mancanza di esibizionismo. Nessun problema a creare precedenti pericolosissimi e a riempire le Tavole di leggi ad personam, ma mai strafare, mai rischiare di compromettere la missione. Per questo vogliamo bene a Emiliano.

Morte al tiranno!

Abbiamo detto che è stato adottato da uno Scipione. Costui ha una sorella, Cornelia, la madre dei Gracchi! La quale, della dozzina di figli che partorisce, ne vede crescere tre: Tiberio, che accompagna Ostilio in tutte le guerre che perde e che è il primo a scalare le mura di Cartagine, a sedici anni; Caio, che non ci serve a nulla; e Sempronia, moglie dello stesso Emiliano.
Con grande coerenza Scipione, costituzionalista convinto, giorà pubblicamente del linciaggio dei Gracchi e questo porrà fine alla sua carriera militare. Nell’opporsi alle loro riforme agrarie difende a spada tratta i popoli italici, minacciati di esproprio dalle loro terre in favore dei cittadini romani.
Morirà a cinquantasei anni dopo che la folla avrà invocato “morte al tiranno!” in sua presenza, pur avendo rifiutato una dittatura.

Bonus: breve storia di un fallimento memorabile

Metello in due anni soggioga gli Arevaci a meno della solita Numanzia**, che però almeno non ha più rifornimenti dall’esterno.
Bello, no? Nessun problema, basta sostituire Metello con un incompetente! Alla fine del suo mandato arriva un Quinto Pompeo che, trentamila legionari in pugno, d’impeto scavalca le mura di Numanzia…
… per farsi fermare da una palizzata.

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Ora, ci si aspetterebbe, se non un’immediata sostituzione, almeno l’invio di una persona meno handicappata a fargli da reggigomiti. Cosa cui evidentemente nessuno pensa, dato che il gallo ha tutto l’agio di tentare e fallire l’ennesimo assedio. Se non c’era riuscito Catone…
Ecco, parliamone. Contro Numanzia pure Catone il Censore si è rotto i denti, nel 195, guadagnandoci un mucchio di perdite e un meritatissimo trionfo a Roma per aver assoggettato l’intera penisola.

In realtà "Mi piace l'odore del napalm, la mattina" è un aforisma di Catone il Censore. Si tramanda infatti che un modo alternativo di fabbricare questo particolare fuoco greco prevedesse l'impiego del garum.

In realtà “Mi piace l’odore del napalm, la mattina” è un aforisma di Catone il Censore. Si tramanda infatti che un modo alternativo di fabbricare questo particolare fuoco greco prevedesse l’impiego del garum.

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*Non fidatevi. Sul Web non ho trovato uno straccio di stima che non mi sembrasse idiota. I barbari anglofoni addirittura si accontentano delle cifre iperboliche delle fonti dell’epoca, che dicono sempre qualcosa del tipo “Tito Quinzio Vetulonio, inciampando in uno scorpio, abbattè trecentosessantamila celtiberi e ne fece prigionieri trenta scagliando il suo pilum da due miglia di distanza”.

L'espressione tipica del lettore di testi antichi.

L’espressione tipica del lettore di testi antichi.

**Sappiamo che il vicino oppidum di Termanzia resistette con la gemella Numanzia almeno fino all’arrivo di Scipione. Poi se ne sono perse le tracce, ed è per questo che non l’ho mai nominato.

Appendici

I

Quando Nobiliore fu eletto console per l’anno 153 e gli fu affidata la guerra numantina, ottenne di entrare immediatamente in carica per non perdere tempo. Ciò significava iniziare l’anno consolare non più a metà marzo, come da consuetudine, ma il primo gennaio. Da allora si fece sempre così. La scena politica ne guadagnava in dinamismo, spettacolarità e instabilità. Ma c’è sempre un ma.

Mettiamo il caso che la Repubblica venga invasa proprio a dicembre: se i consoli restano in carica fino a marzo, nessun problema sul piano amministrativo — al massimo si rimandano le elezioni; se invece l’insediamento è a gennaio, è illegale che i vecchi consoli restino in carica più a lungo. Allo stesso tempo andare a votare con una guerra in corso è impensabile. Che si fa? S’infrange la legge?

Questi sono anche gli anni in cui l’ottantunenne Catone iniziò a romper l’anima coi discorsi contro Cartagine. Esatto: mentre i senatori erano con l’acqua alla gola per organizzare la guerra spagnola, lui promuoveva un’ennesima guerra contro un alleato.
E sì, credo fosse ovvio per tutti che Roma non potesse impegnarsi su due fronti, in quel momento.

II

Tiberio Sempronio Gracco, tribunus plebis nel 133 (cioè in contempornea col nostro assedio), partecipò sia alla distruzione di Cartagine che alla campagna di Spagna del 137, sempre alle dipendenze di tale Caio Ostilio Mancino.

Costui prima fallì in Africa e poi, nel 137, permise al suo esercito di ritirarsi di fronte al nemico fino a farsi inseguire, accerchiare e a perdere quattro o cinque legioni. Dopodiché dovette firmare una pace che garantisse l’indipendenza di Numanzia — quando erano decenni che il preciso mandato dei consoli era distruggerla — e non accadde di peggio solo perché Gracco mise una parolina buona coi barbari.
Tornato a Roma, il trattato fu considerato oltraggioso per la Repubblica (per un altro tipo di parolina buona, stavolta da parte dell’Emiliano) e il poveretto venne rispedito in Spagna nudo e in catene. I barbari lo rimpallarono indietro; seguì l’espulsione dal Senato.

Per Gracco, che a differenza di Mancino era aristocratico, non ci furono conseguenze, nonostante fosse stato lui a procurare quello schifo di pace.

Leggende di Roma: Caio Popilio Lenate

Oggi un racconto famoso, che giustifica lo snobbismo romano più di molte guerre. E siccome sono convinta che le leggende vadano lette in tono favolistico, ecco la versione di Colleen McCullough.

[Da una lettera di Publio Rutilio Rufo all’amico Caio Mario]

   Siccome sei un povero zotico italico che non sa di greco, ti racconterò una storiella.
    C’era una volta un re di Siria, molto cattivo e antipatico, a nome Antioco. Ora, poiché non era il primo re di Siria che si chiamasse Antioco, e neppure il più grande (suo padre si era attribuito l’appellativo di Antioco il Grande), si distingueva dagli altri con un numero. Era Antioco IV, il quarto re Antioco di Siria. Sebbene la Siria fosse un regno ricco, re Antioco IV concupiva il vicino regno d’Egitto, dove i suoi cugini Tolomeo Filometore, Tolomeo Evergete, ossia il Pancione, e Cleopatra (che, essendo la seconda Cleopatra, si fregiava a sua volta di un numero, ed era nota come Cleopatra II) regnavano assieme. Vorrei poter dire che regnavano in perfetta armonia, ma così non era. Fratelli e sorella, e anche mariti e moglie (sì, nei regni orientali l’incesto è permesso), erano in conflitto tra loro da anni, ed erano quasi riusciti a mandare in rovina la bella, fertile terra del gran fiume Nilo. Così, quando re Antioco IV di Siria ha deciso di conquistare l’Egitto, ha creduto che avrebbe avuto vita facile grazie ai bisticci fra i suoi cugini, i due Tolomei e Cleopatra II.

Cleopatra #2.

   Ma, ahimè, non appena ha girato le spalle alla Siria, alcuni sgradevoli episodi di sedizione l’hanno costretto a fare dietro-front e a rientrare in patria per tagliare un po’ di teste, squartare un po’ di corpi, strappare un po’ di denti e, probabilmente, estirpare qualche utero. E ci sono voluti quattro anni prima che un numero sufficiente di teste, braccia, gambe, denti e uteri fosse asportato ai legittimi proprietari, e che re Antioco IV riuscisse ad accingersi per la seconda volta a conquistare l’Egitto. Questa volta, in sua assenza la Siria è rimasta tranquilla e docile, così re Antioco IV ha invaso l’Egitto, conquistato Pelusium, disceso il delta fino a Menfi, conquistato anche questa città e iniziato la risalita dell’altro lato del delta, in direzione di Alessandria.
Avendo mandato in rovina il paese e l’esercito, i fratelli Tolomei e la loro moglie-sorella, Cleopatra II, non hanno avuto altra scelta che chiedere aiuto a Roma contro re Antioco IV, poiché Roma è la più forte e la più grande di tutte le nazioni, nonché l’eroe di tutti.
In soccorso dell’Egitto, il Senato e il Popolo di Roma, che a quei tempi andavano più d’accordo di quanto oggi crederemmo possibile, o almeno così riferiscono le cronache, hanno inviato il loro nobile, prode consolare Caio Popilio Lenate.
   Ora, qualsiasi altro paese avrebbe accordato al suo eroe un intero esercito, e invece il Senato e il Popolo di Roma hanno concesso a Caio Popilio Lenate soltanto dodici littori e due scrivani. Poiché, tuttavia, si trattava di una missione all’estero, ai littori era stato concesso di indossare le tuniche rosse e di inserire le scuri nei fasci di verghe, per cui Caio Popilio Lenate non era del tutto indifeso. Si sono imbarcati su una piccola nave e hanno gettato l’ancora nel porto di Alessandria proprio mentre re Antioco IV risaliva il ramo canopico del Nilo, in direzione della grande città dove si erano rifugiati gli Egiziani.
   Avvolto nella toga bordata di porpora e preceduto dai dodici littori in tunica cremisi, recanti le scuri nei fasci di verghe, Caio Popilio Lenate è uscito da Alessandria per la Porta del Sole e ha continuato a marciare verso oriente. Ora, non era più un giovanotto, così procedeva appoggiandosi a un lungo bastone, il passo placido al pari del volto. Dal momento che solo i prodi ed eroici e nobili Romani costruiscono strade degne di tal nome, ben presto Caio Popilio Lenate si è ritrovato a camminare nella polvere. Ma Caio Popilio Lenate si è forse lasciato scoraggiare? No! Ha continuato ad avanzare, fin quasi all’immenso ippodromo dove gli Alessandrini amavano assistere alle corse dei cavalli, si è imbattuto in una muraglia di soldati siriaci e ha dovuto fermarsi.
Il re Antioco IV di Siria si è fatto avanti, incontro a Caio Popilio Lenate.
«Roma non ha alcun diritto di mettere il naso in Egitto!» ha detto il re, con terribile, funesto cipiglio.
«Neppure la Siria ha diritto di mettere il naso in Egitto» ha ribattuto Caio Popilio Lenate, con un sorriso dolce e sereno.
«Tornatene a Roma» ha detto il re.
«Tornatene in Siria» ha detto Caio Popilio Lenate.
Ma nessuno dei due si è mosso di un centimetro.
«Stai recando offesa al Senato e al Popolo di Roma» ha aggiunto Caio Popilio Lenate, dopo aver fissato per un po’ il volto fiero del re. «Mi è stato ordinato di costringerti a far ritorno in Siria.»
Il re ha riso a crepapelle, e sembrava che non riuscisse più a smettere. «E come farai a costringermi a tornare in patria?» ha domandato. «Dov’è il tuo esercito?»
«Non mi serve un esercito, re Antioco IV» ha risposto Caio Popilio Lenate. «Tutto ciò che Roma è, è stata e sarà, ti sta di fronte in questo momento. Io sono Roma non meno del più grosso esercito di Roma. E nel nome di Roma, ti ripeto di bel nuovo: tornatene a casa!»
«No» ha detto re Antioco IV.
   Così, Caio Popilio Lenate ha fatto un passo avanti e, con gesti pacati, si è servito della punta del bastone per tracciare un cerchio nella polvere, tutt’attorno alla persona di re Antioco IV, che si è trovato all’interno del cerchio disegnato da Caio Popilio Lenate.
«Prima di uscire da questo cerchio, re Antioco IV, ti consiglio di ripensarci» ha detto Caio Popilio Lenate. «E quando ne uscirai… be’, volgiti verso oriente e tornatene in Siria.»
   Il re non ha aperto bocca. Il re non si è mosso. Caio Popilio Lenate non ha aperto bocca. Caio Popilio Lenate non si è mosso. Dato che Caio Popilio Lenate era un romano e non aveva bisogno di nascondere il viso, la sua espressione dolce e serena era in piena vista. Invece re Antioco IV aveva il viso nascosto dietro una barba finta, riccioluta e dura, e persino così non riusciva a celare il suo furore. Il tempo passava. E poi, ancora all’interno del cerchio, il potente re di Siria si è girato sui talloni, verso oriente, ed è uscito dal circolo procedendo in direzione orientale ed è tornato in Siria assieme a tutti i suoi soldati.
   Ora, mentre puntava sull’Egitto, re Antioco IV aveva invaso e conquistato l’isola di Cipro, che apparteneva all’Egitto. L’Egitto aveva bisogno di Cipro, perché Cipro gli forniva il legname per le navi e le case, e grano e rame. Così, dopo essersi congedato dagli Egiziani plaudenti ad Alessandria, Caio Popilio Lenate ha fatto vela per Cipro, dove ha trovato un esercito di occupazione siriaco.
«Tornatevene a casa» ha detto loro.
E quelli se ne sono tornati a casa.
   Anche Caio Popilio Lenate se n’è tornato a casa, a Roma, dove ha riferito, con grande dolcezza e serenità e semplicità, che aveva rimandato a casa re Antioco IV di Siria e risparmiato all’Egitto e a Cipro un destino crudele. Vorrei poter concludere il mio raccontino assicurandoti che i Tolomei e la loro sorella, Cleopatra II, d’allora in poi sono vissuti e hanno regnato felici e contenti, ma così non è stato. Hanno semplicemente continuato a bisticciare tra loro e ad assassinare alcuni parenti stretti e a mandare in rovina il paese.

***

Polibio scrive che Lenate, dopo aver tracciato la circonferenza, intimò al re di dargli il responso da riferire al Senato e che questi si arrese a fare “qualunque cosa i Romani avessero chiesto”. Solo dopo questo il nostro romano accettò di stringergli il braccio.
Per Livio Roma non mandò Lenate proprio solo soletto, bensì in compagnia di due senatori: fu una commissione d’inchiesta, che partì dall’Italia pressappoco quando vi tornò quella spedita in vista della battaglia di Pidna—ci arriveremo.
Che il nostro Caio Popilio se ne sia andato da solo o quasi in Egitto convinto di far paura quanto un esercito è credibilissimo, visto il numero di episodi simili attestati. Non si dubita nemmeno granché della storia del cerchio nella sabbia — anche l’Encyclopaedia Britannica la riporta. Eppure un po’ di scetticismo ci sta bene — se non per la sceneggiata del vecchio politico, almeno per la reazione del re: possibile che una dichiarazione (anzi, una minaccia!) di guerra facesse tanta paura? Noi di Voyager crediamo di no. Beh, siamo nei primi anni ’60 del secondo secolo, la Terza Guerra Macedonica dura dal 171 e il suo esito è ormai evidente; soprattutto, Antioco ha già infranto la pace di Apamea occupando Cipro: che Roma non gli dichiari guerra a tavolino è già un colpo di fortuna insperato.
Insomma, con tutte queste dimostrazioni di forza la sua decisione non può che sembrare saggia.

Appendice: Alessandria

Alessandro (aprile 331 a.C.) fece edificare una delle circa diciotto città che portavano il suo nome su un villaggio di pescatori preesistente, Rhacotis. Da qui il nome egiziano della metropoli, che significa più o meno “La Ricostruita” o “L’Accresciuta”.
Secondo Machiavelli l’architetto responsabile di cotanto splendore, Dinocrate o Chirocrate o Stasicrate – in ogni caso qualcosa che c’entra con la forza (κράτος) – aveva già immaginato di trasformare il monte Athos in una città, e dato che non ci sarebbe stato spazio per coltivare il grano si accontentò di prevedere dei rifornimenti via mare. Un tipo molto efficiente, insomma…

Progettò anche la pira di Efestione (324 a.C.), impiegando un tipo di pietra introvabile nella zona di Babilonia.

Efestione (più che altro Jared Leto dei Thirty seconds to Mars) nel film Alexander. Qualcuno si ricorda ancora di questo fail?

Vitruvio scrive invece che la proposta fu di scolpire una facciata del monte a forma di Alessandro con una cittadina in una mano e una brocca nell’altra, a versare acqua finta in un fiume finto.

   Per tornare ad Alessandria, in pochi anni essa si sostituì a Tiro nei commerci e divenne la più grande città del mondo. Fino a Roma, naturalmente.
È memorabile per la sua divisione interna, che ricorda i castra romani per la razionalità: essendo stata progettata a tavolino, fu facile separare le diverse etnie, inglobando Rhacotis a sud-ovest, sul lago Mareotide, e trasformandola nel quartiere egizio, piazzando i dignitari macedoni su un altopiano che dominava il porto principale (oggi in parte sommerso e in parte isolato dalla costa) e che fece da acropoli, sbolognando gli ebrei nel quartiere Delta – lontanissimi dal centro e dalla residenza dei re, ma con ampio accesso al mare e spazio per il culto dei loro morti.

In rosso i posti appena nominati. In arancione i più antichi, perché qui c’è roba fino a Diocleziano. Clicca per ingrandire.

In realtà c’era anche una quarta etnia, in città: i greci. Se gli ebrei costituivano una società a sé stante, i macedoni erano l’èlite e gli egiziani la feccia, i greci si collocavano nella fascia media della popolazione; in particolare, erano funzionari di corte con grado variabile a seconda che potessero vantare parentele macedoni o meno.
Questa suddivisione era così rigida che si mantenne invariata per tutta l’epoca ellenistica.

Saltando a piè pari quelle tre cose che conoscono tutti – biblioteca, museo e Faro, collegato alla terraferma dall’Eptastadio – meno noto è che Ottaviano entrò in Alessandria il primo giorno di sestile del 30 a.C., quasi un anno dopo Azio, ed è per questo che il mese corrispondente fu rinominato agosto.

Il resto non è storia classica, non ci servirà in futuro. In futuro c’è l’assedio del 47, con Cesare tappato dentro e tante cose belle.

Minibonus

Alessandria al tempo della Cleopatra famosa.

Se cliccate su quest’immagine finite su National Geographic. Lì quei pallini nascondono molti dettagli.

Cartagine, 146 a.C.

Generali: Publio Cornelio Scipione Africano Minore, in sintesi l’Emiliano, contro Asdrubale.

Forze schierate: 80.000 romani e 150 longae naves contro 50.000 punici. Circa. Sappiamo però che, fin dal 212, Roma mantiene venticinque legioni sparse per il mondo.

Esito: vittoria romana.

Motivo del conflitto: Cartagine non ha molto ben compreso la lezione di Zama.

Effetti: Carthago deleta est*.

Annibale in compagnia della *SPOILER* testa del fratello.

Annibale in compagnia della *SPOILER* testa del fratello.

La Terza E Ultima Guerra Punica ha inizio con Asdrubale che attacca Massinissa di Numidia, alleato di Roma, proprio sotto il naso di un Emiliano in cerca di qualche elefante da scaraventare contro gli iberi (che, per la cronaca, possono anche iniziare a godersi i loro ultimi quindici anni).
Dopo Zama Cartagine non può dichiarare guerra a nessuno senza il permesso del senato, ma naturalmente la vita è troppo breve per stare ai patti — e poi, ci sono sempre gli ambasciatori! Gli sventurati arrivano a offrire

  • la testa di Asdrubale,
  • trecento ostaggi,
  • tutte e 2.000 le catapulte,
  • tutte e 200.000 le armature in loro possesso.

Il popolo li lincia. È mia modesta opinione che la colpa di tanta scortesia siano state le sceneggiate di un certo Marco Porzio. Tanto fra un po’ muore.

Poco dopo, quattro legioni e centocinquanta navi da guerra giungono in Africa con l’ordine di distruggere la città e deportarne gli abitanti. Però i generali sono due, e nemmeno uno è quello giusto: convinti di entrare in una città in ginocchio, Censorino e Manilio si mobilitano mesi dopo lo sbarco (estate 149). Il primo, forte della flotta, si accampa sulla Glossa, mentre Manilio occupa l’istmo, per impedire i rifornimenti dall’interno. Ricordiamo come quella del “Dividiamoci!” sia sempre un’ottima idea… soprattutto sapendo che Asdrubale è fuori città in cerca di armati.

La città come disegnata sulla Geschichte der Karthager.

La città come disegnata sulla Geschichte der Karthager.

Nel frattempo i cartaginesi, stando alle fonti, in mancanza di ferro e bronzo hanno fuso oro e argento per fare armi, fabbricando cento scudi, trecento spade, cinquecento lance e mille frecce al giorno. Orosio, che essendo cristiano crede e scrive barzellette, riporta che persino le donne abbiano sacrificato i capelli per farne funi da catapulta.
Non c’è dubbio, serve un assedio. Censorino dovrebbe tappare questo porto:

Il canale è per le navi commerciali, il cerchio per quelle da guerra. Molto chic. Fra poche righe non esisterà più.

… e le paludi glielo impediscono. Contemporaneamente Asdrubale piomba alle spalle di Manilio, chiuso tra il deserto e la rocca — parliamo di mura spesse dieci metri e alte quattordici, in quel punto. Imprevedibile, eh?
Le decine di piccole sconfitte che verrano subite da quattro consoli diversi nel giro di due anni sono da manuale: legionari che attraversano un fiume trovando il nemico in posizione favorevole, di solito su un altopiano; truppe cui, per mera mancanza di polso, viene permesso di frammentarsi fino a ingaggiare dozzine di microcombattimenti; insomma, un gran spreco di potenziale. Fortuna che c’è sempre il tribuno Emiliano a salvare i soldati da morte certa.

Il suo momento arriva alla morte di Massinissa: come sistemare i tre figli legittimi? Divide et impera. Scipione assegna al primo la sovranità nominale, al secondo l’esercito e al terzo la giustizia (povero Mastanabale!), per poi farsi amico quello che mena: Golussa. Gli alleati di Asdrubale diminuiscono… finché l’operato dei nuovi consoli non li induce a cambiare nuovamente bandiera.
Così a Roma si inizia a invocare Scipione, che a trentasei anni è troppo giovane per fare il console. Ma quando si hanno allo stesso tempo il popolo e Catone dalla propria non è un problema infrangere la legge!

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Basta un emendamento, regolarmente proposto da un tribuno della plebe e approvato senza difficoltà. Tuttavia costituisce un precedente fondamentale: di fatto si passa da “Il mos non si tocca!” a “Se l’abbiamo già fatto, perché non ripetere?”, cioè alle condizioni che permetteranno a certe personalità ingombranti di emergere.

Da console Scipione può dedicarsi all’attività per cui diverrà famoso a Numanzia: riportare la disciplina fra i debosciati.

All’inizio del  147 si trova degli uomini demoralizzati e pigri, che da mesi non impugnano un gladio nemmeno per esercitazione, dove la diserzione in favore dei cartaginesi è un fenomeno comune. Più che legionari, dei predoni. Ordina di considerare nemico chiunque non si trovi a distanza di squillo di tromba; in primavera è pronto, ed escogita una mossa molto particolare.
I punici hanno mancato di demolire una torre; grazie a questa alcuni soldati riescono ad arrivare sugli spalti e ad aprire una porta della città, attraverso la quale entra un’intera legione. Asdrubale accorre per cacciarli e ne fa strage, costringendo Scipione alla ritirata e abbandonando il presidio sull’istmo.
Il sacrificio di tanti buoni soldati può dirsi ripagato: adesso il blocco terrestre è efficace e il Beotarca è prigioniero nella sua stessa città. Dopo tre settimane il lato ovest di Cartagine è completamente sigillato da quattro fossati disposti a rettangolo, di cui quello verso la città dotato di torre per spiare oltre le mura.

Questa torre si rivela subito utile, svelando le esercitazioni di una flotta costruita in fretta e furia col legno delle case distrutte. Quando infatti Scipione sta finendo l’argine che chiuderà il porto, ad Asdrubale non resta che tentare il tutto per tutto. Senza il fattore sorpresa la sortita si trasforma in una sanguinosa battaglia vinta dai romani. Le sorti dell’Africa sembrano già decise. E in effetti è così, per quanto il nemico riesca a incendiare le macchine ossidionali romane. Alla fine quel maledetto porto viene definitivamente bloccato e Scipione può permettersi di offrire una tregua e un salvacondotto per Asdrubale e famiglia – rifiutati. E allora che muoiano di fame! Dall’inverno alla primavera del terzo anno i romani siedono immobili mentre il Beotarca arriva a torturare e gettare dagli spalti i prigionieri, pur di costringere i suoi a resistere, e a bruciare gli edifici del porto per restringere il fronte – un vantaggio anche per Scipione, tra l’altro.

Guardatela un'ultima volta.

Guardatela un’ultima volta.

Ad aprile c’è l’attacco finale alla Byrsa, la rocca. Uno dei primi a scalarne le mura è il futuro tribuno delle plebe Tiberio Sempronio Gracco, che incroceremo ancora a Numanzia. Mentre i difensori si accalcano al centro della città, il grosso delle truppe romane sfonda a sud e arriva davvero fino alla rocca.
Iniziano i lentissimi combattimenti per le vie, coi legionari costretti a usare i forconi per spazzare via i cadaveri e i cartaginesi che hanno case di sei piani da cui lanciare gli oggetti e i liquidi più disparati.

Quasi una settimana dopo, Scipione è nella Byrsa. Davanti a lui ci sono 55.000 persone, un decimo della popolazione. Ai suoi piedi Asdrubale con moglie e figli, che implora pietà – esattamente quello che aveva giurato di non fare – e l’ottiene.
A questo punto il vero uomo della casa, la moglie, prende i figli e si getta tra le fiamme insieme a novecento disertori romani.

La guerra potrebbe anche finire con la solita deportazione degli abitanti e il pagamento delle indennità, cosa per cui Scipione combatte (anche perché Catone è morto da tre anni), ma non c’è niente da fare. Cartagine brucia per diciassette giorni, viene arata, cosparsa di sale e maledetta***.
Scipione, rivolto al proprio maestro, commenta:

Polibio, è un glorioso momento, è vero, ma non so come, ho paura e già vedo il momento in cui un altro darà lo stesso ordine contro la nostra patria.

Non dire così, Scipio!

E scommetto che Cicerone penserà a queste parole quando si vanterà di aver sconfitto il nobile Catilina.

Due parole sul personaggio, parte prima.

L’Italia, soprattutto quella didattica, è piena di idioti che pensano che l’Emiliano prenda il nome da Reggio Emilia. Guarda caso, però, in quella zona (molto gallica e poco romana) non ci sono state grandi battaglie, e la città è stata fondata da un certo Marco Emilio Lepido col nome di Regium Lepidi. In effetti da che mondo è mondo sono le città a derivare il nome dal fondatore, non certo il contrario.

Come Roma, che deriva palesemente da Romolo. Qui ritratto mentre porta al tempio di Giove Feretrio le spoglie opime di Acrone, capo dei Ceninensi.

Semplicemente, c’era una volta Lucio Emilio Paolo, detto Macedonico per aver sterminato gli Antigonidi e figlio dello sconfitto di Canne**. Costui generò quattro maschietti e due femminucce da due donne diverse, e così si trovò a dover dare in adozione due cuccioli di Emilio Paolo. Il primogenito andò a un Quinto Fabio Massimo, diventando Massimo Emiliano (nonché futuro padre di un tizio chiamato l’Allobrogico), il secondo al figlio di Scipione l’Africano, diventando Scipione Emiliano (nonché futuro padre di… nessuno). Ecco svelato l’arcano.
Questo è il momento in cui le grandi gentes iniziano il loro declino: all’epoca di Silla sarà rimasto un solo Fabio (morto senza eredi) e nessun Emilio del ramo dei Paoli.

Appendice: la Byrsa

In lingua punica significa “luogo fortificato”, ma i Greci preferirono ambientarci una delle loro leggende. L’equivalente fonetico nella loro lingua, βυρσα, significa “pelle”. Da qui la storia, ripresa e distorta da Virgilio, secondo cui Elissa, sorella di Pigmalione, fuggì in Africa e dagli indigeni ottenne la terra che avrebbe potuto coprire con la pelle di un bue. Tagliandola in sottili strati riuscì a coprire proprio l’altopiano che fu il nucleo di Cartagine.
Durante le Guerre Puniche il romano Nevio le diede il nome di Didone e la legò a Enea. Virgilio si limitò a svecchiarne la poesia e aggiungere un mucchio di ghirigori.

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Note

*Per essere coerenti sarebbe stato meglio deletur (viene distrutta), sto parlando al presente. Deleta est è il passato remoto.
**La genealogia delle famiglie romane è una delle cose più entusiasmanti che conosca. Sul serio.
Guardate che splendore questa mappa, arriva fino al tribuno Clodio!

Duecentocinquant’anni di incroci di prim’ordine, siore e siori!

***Se Cartagine sia stata realmente cosparsa di sale o meno era oggetto di discussioni già nell’antichità. Dalla regia mi segnalano che in tempi realtivamente recenti se n’è occupato anche lo storico Brian H.Warmington (Storia di Cartagine, Torino, 1968), giungendo alla conclusione che la leggenda è falsa. L’obiezione che si fa comunemente riguarda il costo del sale che si sarebbe sprecato.
Personalmente sono portata a credere che, con l’odio secolare che lo stesso senato di Roma ha manifestato permettendo ai soldati di saccheggiare la città in lungo e in largo per giorni, requisire del sale ai villaggi vicini non sia sembrata una gran perdita a nessuno. Forse si trattò di un gesto simbolico. In ogni caso né Polibio né Appiano ne parlano e che di Livio non è rimasto niente dopo le guerre macedoniche.

Ringrazio di cuore Alessandro Madeddu per la regia e la lettura a tempo di record.

L’Ultimo Articolo(h)

You have the chance to write one last post on your blog before you stop blogging forever. Write it.

Sia chiaro, io questo blog non lo chiudo se prima non ho pubblicato un mio racconto. Anzi, è auspicabile che lo chiuderò proprio in reazione alla vergogna per aver osato tanto, pur sapendo dell’esistenza della dea Gamberetta. Però, se dovessi mollare tutto domani, credo che scriverei un articolo tipo questo, del Tapiro. Oggi vi propongo l’idea per una storiella che, in caso di chiusura, avrei pubblicato qui. Oppure no, magari l’avrei arsa sul rogo in un raptus di autodisprezzo adolescenziale.

La mia reazione a cotale pensiero.

Possibile ipotetica ucronia potenziale (ma non NIE)

Mesopotamia, 117 d.C. Un Traiano morente passa tutto il suo tempo col giovane Adriano, proprio come Cesare aveva fatto con Ottavio due secoli prima. Guardiamo l’imperatore attraverso gli occhi del giovane ufficiale: appare furioso, blatera senza sosta della mancanza di tempo. Il subalterno è stufo marcio della guerra e di tutto quello che sta a est della Grecia, però continua ad ascoltare Cesare. Fra poco toccherà a lui, e non si sente entusiasta come dovrebbe.

Dopo qualche settimana, Traiano muore nel corso di un’ispezione nella nuova Provincia. Adriano, appoggiato dalle legioni, non ha problemi a imporsi come suo successore e inizia una fulminea ritirata. Grosso errore: tanto i nemici quanto gli alleati asiatici la prendono per una fuga, e i generali gridano al tradimento: Traiano non avrebbe mai abbandonato la posizione! Non a un passo dalla vittoria!

Il novellino non è uno stratega, tutti lo sanno. Se riprende l’offensiva, in Partia ci lascia le penne. E se non lo fa si farà odiare a Roma, rimettendoci in ogni caso il seggio. Alla fine opta per una via di mezzo: “Facciamo una prova e quando diventa troppo pericoloso ce ne andiamo per sempre”. E, incredibilmente (cioè, spero di renderlo verosimile), i Parti crollano. È Adriano, non Traiano, l’Alessandro romano. L’Impero raggiunge così un’estensione mostruosa, dalle Spagne all’Indo. India, Cina: i successori di Cesare le girano in lungo e in largo e vi instaurano traffici commerciali – magari scoprendo che gli aurei coniati a Roma vanno a finire sull’altra sponda del fiume Oceano, e pure in Thailandia, Cambogia, Vietnam, Indonesia.

Naturalmente, a Roma la situazione precipita. Il bello è capire come. Buttando all’aria una grossa fetta di realismo, potrei addirittura restaurare la Repubblica. Oppure ipotizzare un frazionamento in stile età comunale, con tanto di repubbliche marinare, una scoperta dell’America molto anticipata (dalla Cina al Giappone il passo è breve, dopodiché si tratta solo di aspettare il progresso tecnologico!) e,  soprattutto, niente Stato Pontificio. Poi si scade pure nel nonsense, volendo: una società straordinariamente progredita sotto certi aspetti e barbara sotto altri è un punto di partenza per fantascienza, New Weird, Bizarro Fiction, retrofuturismo. Basterebbe “solo” potenziare le premesse o renderle assurde fin da subito… propendo per la seconda opzione: più facile e divertente. 😀

Tutto ciò non è per nulla inattuabile, tra l’altro: sono ben documentata – ancora non ho smesso di lagnarmi per la faticaccia – e ho addirittura buttato giù le scene più patetiche (in entrambi i sensi!).

Nota

Mi aspetto che chiunque sia appassionato di narrativa fantastica sia arrivato fino a questo punto insultandomi per la banalità dell’idea. Cioè, io fossi in voi starei masticando ferro e sputando chiodi. Posso spiegare tutto!

Il fatto è che proprio non vedo l’originalità come il primo requisito affinché un racconto sia “bello”. Il mio scopo non è tanto stupire il lettore con degli eventi particolari, quanto creare dei personaggi indimenticabili. Le storie si confondono, i protagonisti no. Quindi, a questo proposito, è più importante l’originalità dello stile che quella della trama. È sufficiente che i fatti siano verosimili e meno prevedibili possibile, mentre è indispensabile narrarli in modo chiaro e d’impatto, puntando su immagini concrete, personaggi complessi e dialoghi brillanti. Questo per quanto riguarda cosa pretendo e dove voglio arrivare io col mio duro e assiduo (?) lavoro, che non si applica affatto a campi come la fantascienza.

Voi come la vedete?