Leggende di Roma: l’Oro di Tolosa

Centosettant’anni prima [della battaglia di Arausio, 105 a.C.], i Volci Tettosagi si erano uniti a una migrazione dei Galli capeggiati dal secondo dei due famosi re celtici a nome Brenno. Questo secondo Brenno aveva invaso la Macedonia, dilagando in Tessaglia, travolto i difensori greci al passo delle Termopili, ed era penetrato nella Grecia centrale e in Epiro. Aveva saccheggiato e razziato i tre più ricchi templi del mondo: quelli di Dodona in Epiro, di Zeus a Olimpia e il grande santuario di Apollo e della sua pitonessa a Delfi.
Poi i Greci si erano ripresi, i Galli ritirati verso nord con tutto il bottino, Brenno era morto in seguito a una ferita e il suo piano era fallito. In Macedonia, le sue tribù rimaste senza un capo decisero di attraversare l’Ellesponto e insediarsi in Asia Minore, dove fondarono l’avamposto gallico denominato Galazia. Ma una metà, forse, dei Volci Tettosagi preferì far ritorno a Tolosa anziché attraversare l’Ellesponto; durante un consiglio generale tutte le tribù convennero che a questi Volci Tettosagi con la nostalgia di casa si dovessero affidare i tesori di una cinquantina di templi saccheggiati, ivi compresi i tesori di Dodona, Olimpia e Delfi. Si trattava solo di questo: un affidamento. I Volci Tettosagi che tornavano in patria avrebbero conservato il bottino dell’intera migrazione a Tolosa, in attesa del giorno in cui tutte le tribù fossero rientrate in Gallia a reclamare la propria parte.
Per facilitare il viaggio di rientro, fusero tutto quanto: grandi statue d’oro massiccio, urne d’argento alte un metro e mezzo, coppe e vassoi e boccali, tripodi d’oro, corone d’oro o d’argento, tutto quanto finì nei crogioli, un po’ alla volta, e alla fine mille carri stracolmi procedettero verso occidente lungo le placide valli alpine del Danubio e dopo alcuni anni discesero la Garonna e giunsero a Tolosa.

Cosa facevano i Galli, prima che arrivasse Cesare a farli ballare?

Risposta esatta: scorrazzavano per l’Europa, in particolare per la Grecia, che invasero e da cui furono cacciati più e più volte dopo la morte di Alessandro Magno. Nell’occasione di cui sopra fecero più danni del solito.

La Grande Spedizione

Nel 280 a.C., l’anno in cui Pirro annienta i Romani a Eraclea, dalla Pannonia partono tre gruppi di Galli diretti rispettivamente in Tracia, in Macedonia e in Grecia.
I primi due quasi non incontrano resistenza, giustiziano il re di Macedonia in un baleno e, non trovandoci gusto, si ritirano a nord infischiandosi altamente delle conquiste.
Il terzo contingente, invece, dopo una pesante defezione arriva fino in Tessaglia, passa le Termopili con poco sforzo e assedia il tempio di Apollo a Delfi. Solo un’epidemia e i rigori dell’inverno determinano il successo dei difensori.

Con gravi perdite e il comandante della spedizione, Brenno, moribondo (e poi suicida), l’armata inizia il ripiego e si frammenta. Una parte si unisce agli Scordisci in Illiria, il resto si aggrega al gruppo che aveva fatto defezione.
Dopodiché questi ultimi, un misto di Trocmi, Tolistobrogi e Tettosagi, fanno da mercenari per la Bitinia, combattono in Asia Minore e pensano di restarci. Ovviamente finiscono per fare i predoni nelle ricche poleis costiere e continuano a fornire soldati al miglior offerente.
Questa sì che è vita! Senonché dopo un po’ l’esercito cui si sono uniti — per la cronaca, quello di un Mitridate del Ponto — viene sconfitto e loro finiscono in una zona abbastanza schifosa dell’Anatolia. Lì fondano il regno di Galazia, ché i Greci hanno preso a chiamarli Galati anziché Celti, e si danno una capitale: Ancyra, odierna capitale della Turchia.

Così si crea una sorta di exclave della Gallia, che non si lascerà ellenizzare fino al IV secolo (scomparsa del dialetto galato secondo san Girolamo).

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La leggenda

Avrete notato che la realtà storica è diversa da quel che dice la citazione in incipit di articolo. I Galli non saccheggiarono mai Delfi, anche se ci andarono molto vicino.
Ciò dipende dalla manipolazione che i Romani fecero dell’evento per giustificarne un altro: la disfatta di Arausio.

Fu una cosa grossa: diciannove legioni romane contro duecentomila tra Cimbri, Teutoni, Ambroni e Tigurini, gli stessi che poi sbatteranno il muso contro Mario. Eppure non ne abbiamo quasi notizia.
Sappiamo che nel 105 a.C. è successo qualcosa solo da citazioni di fonti indirette in opere frammentarie o, alla meno peggio, da riassunti per gli scolari di libri di storia scritti un secolo dopo l’accaduto.
È il caso delle Periochae della Storia di Roma dalla sua fondazione di Livio, che non dicono più di questo:

Perioca 67 (anni 105-103)

1 – Marco Aurelio Scauro, legato del console, fu catturato dai Cimbri dopo la disfatta dell’esercito e poiché, convocato nel loro consiglio, cercava di scoraggiarli dal valicare le Alpi per attaccare l’Italia, per il fatto che diceva che i Romani erano invincibili, fu assassinato da Boiorix, un giovane di indole fiera. 2 – Sconfitti in battaglia dai medesimi nemici, il console Gneo Manlio e il proconsole Quinto Servilio Cepione furono anche spogliati ognuno del suo accampamento; furono uccisi presso Arausio, secondo Anziate, ottantamila soldati e quarantamila attendenti e vivandieri. 3 – Cepione, alla cui temerità era dovuta la sconfitta subita, fu condannato, i suoi beni furono confiscati per la prima volta dopo il regno di Tarquinio e gli fu revocato il comando militare.

In cui figurano Boiorix, futuro capo dei Teutoni giusto in tempo per essere battuto da Mario, e Cepione, idiota del terzo tipo.
Così idiota da avere credibilità pari a zero nel momento in cui a Roma qualcuno iniziò a parlare dell’Oro di Tolosa, di come Cepione avesse approfittato del suo incarico sul posto per trovarlo, requisirlo, simularne il furto da parte dei briganti e tenerlo per sé senza passare uno spicciolo a Roma.

Finì che il nostro si beccò un’accusa di malversazione, la requisizione dei beni e la pena capitale, probabilmente revocata in favore di un più convenzionale esilio a Smirne.
Strabone aggiunge che le figlie dovettero darsi all’arte più antica del mondo (come mi hanno suggerito di dire a scuola in luogo di un termine più preciso) e morirono in disgrazia.
Mica tanto, visto che invece il figlio di Cepione passò al suo erede una fortuna che non poteva aver accumulato da solo…

Giusto per mettere al suo posto un tassello, tale erede, il figlio della figlia del Cepione di Tolosa è Bruto, cesaricida. Quindi probabilmente quell’immensa fortuna finì comunque nelle casse dell’erario. Happy ending.

Appendice I

Il 280 è un anno bellissimo, perché porta in rilievo quella sensazione di complessità che è raro trarre dalle poche fonti dell’Evo Antico. Sembra sempre che gli eventi accadano in posti diversi in momenti diversi, in una linea noiosissima in cui succede qualcosa d’importante una volta ogni cent’anni. Qui è diverso. Mentre in Italia le legioni si facevano battere vergognosamente da Pirro re d’Epiro, la Grecia e l’Epiro stesso facevano fronte a un’invasione di decine di migliaia di barbari, riuscendo in qualche modo a liberarsene.

La cosa è particolare anche in un’ottica di concetto.
I Greci erano il popolo disunito per antonomasia, a maggior ragione dopo il crollo dell’impero macedone, ma isolatamente, ognuno con piccole armate, riuscì a risputare indietro un’orda più o meno compatta, nonostante le varie etnie che comprendeva.
D’altro canto, una potenza nascente dai tratti già monolitici come Roma, tenuta insieme da organi politici ben radicati nella tradizione e un patriottismo senza precedenti, perse contro un re un po’ cialtrone per un misero litigio tra consoli.

Morale della favola: l’unione non fa la forza, perché l’unione non esiste. 😀

Appendice II

La Perioca che ho citato parla di un Aurelio Scauro catturato dopo la disfatta dell’esercito, ma prima della battaglia di Arausio. Non è un’incongruenza: in realtà quella fase della guerra fu persa perché, proprio come a Eraclea nel 280, il console patrizio — Cepione l’idiota — e il console plebeo — Manlio Massimo — non erano d’accordo sulla strategia da impiegare. Divisero l’esercito e furono sconfitti separatamente.
La vicenda del legato Scauro è avvolta nel mistero. Ecco come la McCullough ci ricama sopra:

[…] Marco Aurelio Scauro fu fatto prigioniero prima che potesse gettarsi sulla sua spada.
Tradotto al cospetto di Boiorix, di Teutobod e del resto dei cinquanta capi¹ che erano venuti a parlamentare, Aurelio si comportò in modo splendido. Il suo portamento era fiero, i suoi modi intollerabilmente altezzosi; non ci fu oltraggio o sofferenza che potessero infliggergli capace di fargli chinare il capo o strappargli un lamento. Lo rinchiusero in una gabbia di vimini appena grande abbastanza da contenerlo, e  lo costrinsero a guardare mentre erigevano una pira con legname stagionato, vi appiccavano il fuoco e la lascisvano ardere. Aurelio guardò, a gambe salde, neanche un tremito alle mani, nessuna traccia di paura sul viso, senza neppure aggrapparsi alle sbarre della sua angusta prigione. Poiché non rientrava nei loro piani che un romano morisse asfissiato dal fumo o di morte troppo rapida tra grandi lingue di fiamma, attesero che la pira si fosse ridotta a un cumulo di braci ardenti, poi issarono la gabbia di vimini proprio al centro del rogo e lo arrostirono vivo.
Ma vinse lui, anche se la sua fu una vittoria solitaria. Non permise a se stesso, infatti, di contorcersi in preda alle atroci sofferenze, né di urlare o lasciare che le sue gambe si piegassero. Morì da vero nobile romano, risoluto a dimostrar loro con la sua condotta il reale valore di Roma, a renderli edotti di un luogo che sapeva produrre uomini come lui, romano di Roma.

***

¹La traduzione italiana dice thane, ma è un anacronismo: nella definizione dell’Encyclopædia Britannica i thane erano dei feudatari dell’Alto Medioevo, e in ogni caso tale lemma è attestato in un solo scritto antecedente il decimo secolo d.C.

Antioco vs. Perseo

Non sono molto fiera di aver pensato questo post. Vista l’intelligenza dei contendenti, mi sa tanto di combattimento tra babbuini… Fa niente.

Antioco III di Siria vs. Perseo “il Senza Numero” di Macedonia: Chi il più imbecille valido?

Partiamo dalla fine.
La Siria con Magnesia ha perso un mucchio di territori — tutta la penisola anatolica e la Tracia, che le davano accesso all’Europa — e la libertà di dichiarare guerra senza il consenso di Roma.
La Macedonia con Pidna ha perso città e influenza in Grecia, la dinastia regnante, la casta aristocratica, l’unità e l’indipendenza.
Se la validità di un capo si misura dalla sua capacità di attutire il colpo dopo una caduta, vince Antioco.

Di contro, Perseo ha avuto molto meno tempo per preparare la sua guerra, mentre Antioco l’ha pianificata a tavolino con mesi o forse anni di anticipo, a giudicare dal numero di alleati cui è riuscito a spillare uomini. Vero è che con Antioco c’era Annibale e che le cose hanno cominciato ad andar male quando lo si è snobbato troppo…

C’è poi da dire che in entrambi gli eserciti figura ed è determinante la falange, in un caso (probabilmente) di tipo greco e nell’altro macedone.
Semplificando, si può dire che, man mano che essa si è evoluta, l’agilità è stata sacrificata in nome della maggior protezione possibile: in questo senso i falangiti macedoni precorrono i corazzatissimi romani, anche se l’idea di usare delle lance* lunghe tre volte il soldato non è un’idea buona come si dice. Basti pensare che uno scudo greco, legno rivestito da mezzo millimetro di bronzo, lascia passare anche le frecce — figurarsi un giavellotto.
Ne deriva che, quanto ad armamento, gli opliti siriani non hanno mai avuto speranze coi legionari, mentre i falangiti macedoni sì.

Dunque la Macedonia potrebbe fare molto meglio dell’Impero Seleucida, perché parte da basi migliori. Tuttavia la Siria fa quasi tutto quel che può per vincere, mentre i macedoni non si sprecano nemmeno sul piano diplomatico, facendosi portare via dozzine di potenziali alleati.

Non che Perseo non abbia tentato di farsi degli amici, in Grecia e magari proprio in Siria. Solo che ha fatto fallito tutte le trattative per spilorceria. Addirittura, riferisce Tito Livio, avrebbe potuto allearsi con tale Clodico, un gallo che gli avrebbe fornito diecimila cavalieri e altrettanti fanti. Lasciando stare i secondi, non è che una falange si possa permettere di rifiutare un tale aiuto, come mi facevano notare nei commenti a Pidna. La cavalleria gallica fa sempre un sacco di danni!

Bisogna anche considerare il poco tempismo dei due re.
Antioco se ne va in Grecia con una manciata di soldati e pochi viveri, solo per ritirarsene quando vede che i romani si sono alleati coi macedoni e hanno già un esercito completo. Senza contare che, se avesse coordinato meglio la flotta, avrebbe potuto attraversare l’Ellesponto senza perdite. E senza contare nemmeno gli arzigogoli che fa in Anatolia per trovare la posizione migliore per la falange, invece di attaccare subito, trascinare i romani in un posto desolato e iniziare la guerriglia o al peggio arroccarsi in una fortezza.
Perseo dal canto suo è ancora più insicuro. I suoi movimenti abbastanza randomici per la Macedonia permettono a eserciti affamati e praticamente già sconfitti di togliersi d’impaccio, per anni.

E qui è utile fare una distinzione. Antioco è perfettamente in grado di prevedere le mosse di Roma (anche se la immagina più lenta di quanto non sia); Perseo le cose non le deduce, se le sogna. Vede un esercito che dall’interno si è portato sulla costa e pensa che le sue stesse truppe, incaricate di correre dietro ai romani, non esistano più. Perché non le vede nei paraggi, mica per altro. Mah!

Antioco finisce linciato due anni dopo Magnesia mentre razzia un tempio dell’attuale Lorestan, provincia iraniana.
Su Perseo c’è meno da ridere. Sfila nel corteo trionfale di Emilio Paolo e viene condotto ad Alba Fucenzia. Per una settimana viene lasciato in un cunicolo con una spada e un tratto di corda, ma non ne vuole sapere né dimpiccarsi né di. Poi Paolo lo fa spostare in una prigione più dignitosa, martoriando una volta di più l’orgoglio del poveretto. I suoi nuovi guardiani lo tengono sveglio fino a ucciderlo.
I suoi due figli, Filippo e Alessandro (non ve lo aspettavate, eh?), finiscono uno morto a distanza di due anni e l’altro scrivano per un qualche magistrato romano.
Se un uomo si misura dalla grandiosità della sua fine, vince decisamente Perseo, che porta con sé nella tomba famigliari, corte tutta e nazione.

In conclusione, Antioco è un miglior comandante di Perseo — se non altro perché guida personalmente il proprio esercito! — ma fa molti più danni alla propria nazione, se buttiamo un occhio al futuro.
La Siria diventerà una delle Province romane più affidabili e partorirà imperatori e donne notevoli, come Zenobia di Palmira e le quattro Giulie di Emesa**.
La Macedonia avrà la forza di rialzare la testa già vent’anni dopo la Terza Guerra, ancora a Pidna. Per mezzo millennio richiederà almeno due legioni a pieno regime e possibilmente di veterani che ne sorveglino ogni angolo, e anche così resterà un covo di ribelli. Non si romanizzerà mai né darà significativi contributi all’Impero.
Lode ai macedoni e non al loro ultimo re, insomma.

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*Ah, l’annosa questione lancia-picca! Con l’imbarazzante confusione che vige fra gli storici di ogni età, e volendo specificare che in senso stretto la sarissa macedone le precorre entrambe, mi limito a farne una questione di periodi storici: la picca è tipica di Basso Medioevo e Rinascimento, quindi la sarissa non lo è.

**Cioè Giulia Domna, Giulia Mesa, Giulia Semiamira e Giulia Mamea. Ci ritorneremo quando il blog passerà a date “d.C.” e se si sentirà di parlare di donne.

Pidna, 168 a.C.

Generali: Lucio Emilio Paolo contro Perseo. Anche se definirlo generale è un’esagerazione bella grossa.

Forze schierate: 22.000 fra legionari e fanti dei confederati e 1.400 cavalieri contro 39.000 fanti, di cui 21.000 falangiti, e 4.000 cavalieri.

Esito: vittoria romana.

Motivo del conflitto: e che diamine, è mezzo secolo che i macedoni fanno i capricci, sarà pure ora di sculacciarli.

Effetti: la Macedonia scompare come stato indipendente per… be’, ventuno secoli.

Il Trionfo di Emilio Paolo, di Carle Vernet, ultimato durante la Rivoluzione Francese.

Prima di Emilio Paolo

Filippo V di Macedonia ha due figli. Il maggiore, erede favorito, si chiama Perseo e ha la sua stessa vena combattiva. Il minore, Demetrio, è un tipo tranquillo che ha passato anni a Roma come ostaggio, dando un’ottima impressione di sé.
Succede che quei burloni dei senatori mostrano di vedere meglio il minore sul trono macedone, causandone l’accusa di tradimento (con tanto di finte prove) e l’avvelenamento per ordine dello stesso padre. Si dice che Filippo sia morto di dolore due anni dopo aver scoperto che Perseo gliel’aveva fatta.

Roma si allarma, anche se conferma la pace con la Macedonia.
Poi iniziano a circolare le voci: pare che Perseo vada di città in città fomentando lo scontento dei greci, degli illiri (pacificati nel 219 da un Emilio Paolo), dei traci, persino dei cartaginesi, e pure il re Eumene di Pergamo si spinge al punto di dichiarare i suoi sospetti nella Curia Hostilia.

Una delle accuse contro il nuovo re è di aver attentato alla vita dello stesso Eumene facendo rotolare un masso da una collina mentre era in viaggio.
Oddio, fra un po’ capiremo che Perseo non era esattamente un genio, quindi non si può mai dire!

Ma la prudenza non è mai troppa, per i senatori. Meglio fargli guerra.
In Oriente i Macedoni stanno antipatici a tutti, non è difficile trovare appoggio o almeno assicurarsi che Perseo non riceva aiuti. Persino gran parte dei Greci fa fronte comune.

L'odio unisce i popoli.

L’odio unisce i popoli.

I preparativi richiedono tempo, l’occasione è arrivata all’improvviso, così si proroga il trattato di pace per altri sei mesi.
Pare che i senatori, per una volta, non la stiano prendendo sottogamba. In effetti non sarebbe il caso, per molti motivi:

  • I popoli poco raccomandabili che circondano la Macedonia. Ricordiamo gli Etoli!
  • La tradizione militare macedone. Ci hanno le sarisse e talvolta combattono in quadrato (sintagma) come i Romani;
  • L’improbabile ricchezza di Perseo, che potrebbe mantenere fino a centotrentamila armati*, cioè tre volte quelli che ha.

I Romani rispondono estendendo il periodo di leva fino ai cinquant’anni d’età ed eliminando il sorteggio nell’attribuzione delle cariche militari.
Tranquilli, è stato accertato che la notizia non accorcerà minimamente la vita del povero Catone, dato che camperà per i prossimi vent’anni.

A inizio estate del 171 il console Crasso è in Illiria con l’esercito. Parte minaccia la Macedonia da occidente, parte attraversa i monti della Tessaglia. A cinque chilometri da Larissa Crasso si ritrova davanti Perseo, arroccato sul passo di Tempe.
Crasso perde lo scontro che segue. Le perdite ammontano a duemila fanti e duecento cavalieri — un sesto delle forze iniziali — contro quaranta falangiti e venti cavalieri.

È a questo punto che Perseo dà i primi segni d’incapacità, permettendo che i sopravvissuti si ritirino.
Spera che così i Romani lo lasceranno in pace. E io mi chiedo come faccia, visto che è loro tradizione vendicarsi di ogni minima sconfitta.

Bastava farsi un giro su Wikipedia, eh.

Bastava farsi un giro su Wikipedia per scoprirlo, eh.

Lo storico Frediani individua un’altra ragione per l’errore di Perseo:

Inoltre, l’etichetta di referente principale della fazione antiromana, che gli era stata appiccicata fin dalla sua ascesa al trono, non gliel’avrebbe tolta più nessuno, e questo segnava la sua strada senza possibilità di alternative. Così, quando inviò legati per proporre condizioni di pace tali da farlo sembrare un vinto, ovvero l’abbandono dei territori di cui era entrato in possesso il padre e il pagamento di un’indennità, non fu neanche preso sul serio.

Pure la sindrome del genio incompreso, poveraccio.

D’ora in poi Perseo non attaccherà più.
Deciso a perdere tutte le occasioni che gli si prestano, non tenta nemmeno la guerriglia, l’azione più sensata fra i monti della Tessaglia.

Il punto arancione è Larissa, dove Crasso voleva arrivare. In azzurro Farsalo. Diavolo se è lontana, la Macedonia!

Il punto arancione è Larissa, dove Crasso voleva arrivare. In azzurro Farsalo. Diavolo se è lontana, la Macedonia!

Ciò determina lo stallo del conflitto. Crasso se ne va in giro, occupa città di serie Z e non riesce più ad attaccare battaglia.
Il console  successivo perde addirittura la posizione, per scivolare a Farsalo, sul confine con la Ftiotide.
Quello dopo ancora guadagna le coste macedoni per avere uno scontro campale, ma si ritrova senza rifornimenti dal mare. Ah, l’efficienza logistica romana!

Qui, se Perseo avesse un po’ di presenza di spirito, sarebbe facile mettere il nemico con le spalle al muro. Invece perde la testa, si convince che, se i romani sono arrivati alla costa, significa che il suo esercito è stato sconfitto fra i monti (vedi che succede a non accompagnare personalmente le tue truppe? Ben gli sta!), si ritira dalla Tessaglia, brucia la flotta, butta in mare parte del tesoro reale — quello che avrebbe finanziato altri due eserciti! — e corre verso nord, proprio a Pidna.

Falso allarme, vi ho trollati.
Perseo si accorge dell’errore e torna a sud. È la fine del 169 a.C.

Questo episodio, come al solito, dà una svegliata ai senatori, che per il 168 si producono in quel grand’uomo di Lucio Emilio Paolo, classe 229. Un ragazzino! Ha persino partecipato ad Apamea.

La battaglia

Costui, a differenza del caro Perseo, ama informarsi. Tant’è che si fa precedere da tre senatori affinché raccolgano notizie: fra loro, l’Enobarbo vincitore effettivo di Magnesia.

Il quadro che ne risulta è imbarazzante.
Perseo è in posizione forte e non attacca. Filippo, il console in carica, è in posizione sfavorevole e non attacca. In mezzo, un fiumiciattolo. Le truppe lasciate in Illiria all’inizio di questa follia sono troppo poche e lontane per coordinarsi col console. Niente viveri né paga, morale a terra, ozio, diserzioni, malattie. Alleati illiri che passano al nemico, rodii che, maltrattati come non mai, sono sempre propensi a farsi comprare, pergameni che fanno il doppio gioco.

Così i senatori sganciano l’oro e regalano a Paolo due nuove legioni più cinquemila uomini per rimpolpare quella povera flotta.
In primavera è a Delfi per sacrificare agli dèi e poi con le truppe.

Come per l’Emiliano a Numanzia e Mario ad Aquae Sextiae, c’è da rimettere in forma i soldati. Alla fine, scrive Livio, sono tutti pronti a una splendida vittoria o a una morte gloriosa.

Dopodiché il console richiama la flotta a Eraclea e vi manda 8.200 fanti e 200 cavalieri, così Perseo penserà che si stia imbarcando.

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Sarebbe un’ipotesi credibile?
No. Voglio dire, dove dovrebbe mai andare Paolo via nave con una flotta che non riesce a portare tutto l’esercito? Scappa? Cambia terreno di gioco? E quale altro sceglierebbe, una pianura (dove la falange è più forte)? E poi si sa che i romani preferiscono spostarsi su terra.
Ma tanto Perseo è un pesce lesso, ci cascherà di brutto.

In realtà quel contingente ha l’ordine di portarsi a Pizio, passando tutt’intorno al monte Olimpo, in tre giorni. Nel frattempo il resto dell’esercito tiene occupati i macedoni.
Poi un disertore cretese sbandiera la strategia romana ai quattro venti, ma il distaccamento mandato a bloccare l’aggiramento viene sconfitto. A Perseo non rimane che arretrare.
La situazione torna identica a prima, tranne che il fiume tra i due campi si chiama Leuco e non Elpeo.
Il fiume è quasi in secca, si potrebbe anche attaccare prima che i macedoni predispongano le loro difese.
Emilio Paolo si rifiuta, prudente. Oltre a temere le macchine da guerra del nemico, vuole a tutti i costi avere un accampamento in cui correre ai ripari. E poi i soldati sono stremati.

Qui c’è il bello del pre-battaglia.
La notte del 22 giugno 168 ci fu un’eclissi di luna. I macedoni la presero come un presagio di sconfitta, i romani se ne infischiarono: Paolo li aveva fatti avvisare tempo prima, tranquillizzandoli.

La mattina dopo nessuno ha voglia di combattere, però tocca prendere l’acqua al fiume.
I rifornimenti sono ben protetti da ambo le parti. A un certo punto, uno dei cavalli romani se ne scappa, scatenando una zuffa tra romani e macedoni che vogliono impossessarsene. Ci scappa il morto, un trace. I rissosi aumentano. Paolo valuta l’entità del chiasso e decide di attaccare battaglia. Perseo acconsente.

Fu così che la Terza Guerra Macedonica finì grazie a un dannatissimo cavallo.

Vedere la falange macedone schierata darà gli incubi a Emilio Paolo per un bel po’, stando alle fonti. I leucaspidi, scelti fra i giovani più valorosi di Macedonia, hanno scudi bianchi, armate dorate e tuniche scarlatte; i calcaspidi, dagli scudi di bronzo, coprono tutta la piana e le pendici delle colline circostanti.
Molto tradizionalmente, costituiscono il centro della formazione, scortati da traci e mercenari. Polibio non manca di sottolineare l’eccessiva altezza dei primi, per dindirindina.

La disposizione dei diversi corpi degli schieramenti è andata perduta. In Polibio manca la battaglia per intero, in Livio per la prima metà.
L’idea più accreditata è che Paolo abbia adottato una formazione classica: legioni al centro, alleati e cavalleria sui fianchi. Se così fosse, Perseo deve per forza aver opposto alle legioni la falange, proteggendola ai lati con traci e mercenari più la cavalleria. In più, i romani hanno gli elefanti, che per forza di cose all’inizio si trovano nelle retrovie. Altrimenti si ripeterebbe Magnesia… dalla parte degli sconfitti, però.

La battaglia inizia con la fanteria leggera romana che stuzzica i traci e viene messa in fuga; a sorpresa, la falange prende a inseguirla, mettendosi su terreno sfavorevole, sempre più sconnesso.
I ranghi perdono compattezza, tanto che interi manipoli di una delle due legioni riescono a inserirsi nei varchi, attaccando di lato o anche alle spalle.

Perseo perde adesso.
La battaglia si spezzetta di nuovo in tanti piccoli scontri, che ognuno combatte per i fatti suoi. I macedoni senza le loro amate sarisse, troppo lunghe. Istrici senza aculei.

Riconosci il macedone perché è un nanetto con un bastone da passeggio lungo due volte e mezza lui.

La seconda a cadere è l’ala sinistra, incalzata da elefanti e cavalleria. Da lì il disordine passa ai leucaspidi, messi in fuga dall’altra legione.

Segue consueto massacro, che copre la ritirata di Perseo e cavalleria verso la capitale.
Questa è una scena che vorrei aver visto: i macedoni, abbandonati dall’erede di Alessandro, che si buttano in mare, vengono pescati dalla flotta romana e trucidati sulle scialuppe proprio quando sperano di scamparla; quelli che se ne accorgono e riescono a uscire dall’acqua, solo per essere spiaccicati sulla spiaggia da quegli stupidissimi elefanti.

Ventimila morti, undicimila prigionieri in un’ora o due. Se non fosse calato il buio, dell’esercito macedone non sarebbe rimasta un’unghia.

Come detto, il figlio del comandante, un certo Scipione Emiliano, si attarda negli inseguimenti per tutta la notte. Che amore di sedicenne!

Un po’ di amarezza

Emilio Paolo ottiene il trionfo e fa lo spilorcio coi suoi soldati, che gli porteranno rancore finché vivranno.
I malocchi che gli fecero ebbero un effetto sproporzionato: dei due figli naturali, il minore muore cinque giorni prima del trionfo, il maggiore tre giorni dopo. Avevano dodici e quattordici anni.
Lui li seguirà fra otto anni e i suoi beni, venduti all’asta, basteranno appena a pagargli il funerale: nemmeno lui si è arricchito col favoloso tesoro di Perseo. Tra i beni che si è riservato figura l’imponente libreria del re.

Intanto la Macedonia viene smembrata in quattro repubbliche e chiunque avesse avuto a che fare con Perseo, anche fra i Greci, viene deportato o ucciso. La Provincia di Macedonia nascerà fra vent’anni, dopo un’altra battaglia a Pidna.
Fra i mille nobili chiamati a sostenere la posizione greca in tribunale (in un processo mai celebrato) c’è lo storico Polibio, che se la caverà in quanto cocco di Paolo.
Ce n’è anche per quel doppiogiochista di Eumene, che vede rimpicciolito il suo già misero regno. Sarebbe dovuto morire sotto quel masso!

Ah, nel frattempo Antioco di Siria c’ha riprovato, ma gli va male: i senatori si girano a guardarlo nel bel mezzo dell’occupazione dell’Egitto.

Beccato!

Appendice: La genialità di Emilio Paolo

Quando diventa console, oltre a reclutare nuove leve — invece di smettere di congedare i cinquantenni — opera una riorganizzazione generale.

Stabilisce che le due legioni consolari debbano avere non più di seimila uomini l’una — altrimenti sono ingestibili — e porta a cinquemiladuecento gli effettivi delle nuove legioni: precisamente il numero ideale adottato da Cesare e Agrippa.

Poiché finora si è insistito a buttare tutti gli uomini disponibili nelle due legioni tradizionali, i soldati che sono diventati di troppo vanno a creare le guarnigioni che proteggono accampamenti e roccaforti conquistate.

Infine, Paolo lavora di testa. Priva le sentinelle delle armi per evitare che segnalino la loro posizione riflettendo la luce, accorcia i turni di guardia per mantenere alto il rendimento (ma allora era un marxista…), fa in modo che gli ordini arrivino chiari anche nelle ultime file dello schieramento, capisce che in montagna i ruscelli scorrono sotto terra e trova l’acqua scavando lungo la costa.

Per tutti questi motivi, a parer mio è decisamente il generale più raffinato prima di Cesare. Riorganizza da cima a fondo l’esercito, quando gli altri si sono limitati a metterlo in condizioni di porre fine alla guerra; riesce ad architettare una strategia che combini le truppe di terra e quelle di mare, cosa mai vista in un romano e che continuerà a vedersi raramente; resiste all’idea di un attacco frontale alla falange, probabilmente guadagnandosi la reputazione di pusillanime — è di famiglia, visto che suo padre prima di Canne è stato istruito da Fabio Massimo “il Temporeggiatore”; raccoglie informazioni sulla situazione greca prima di gettarsi allo sbaraglio.
Il metodo fatto persona, insomma.