Idee da “Some do not…”, di Ford Madox Ford

‘They say: Tout savoir c’est tout pardonner.’
‘It isn’t’, Sylvia said. ‘To know everything about a person is to be bored… bored… bored!’

Some do not… è il primo libro della tetralogia di Parade’s End, partorita da un Englishman del Surrey fra il 1924 e il ’28.

Perché lo conosco

Tutta colpa della BBC, produttrice sia della serie Sherlock che della miniserie Parade’s end (la seconda insieme all’americana HBO). In entrambe la star è l’eccellentissimo e reverendissimo Benedict Cumberbatch.

Se c’è bisogno d’interpretare un genio, da Stephen Hawking ad Alan Turing, chiamano lui.

Perché l’ho letto

Perché non so scegliere da sola un buon libro, maledizione! Ho guardato la serie TV, mi sono chiesta come avessero fatto a ficcare il contenuto di quattro libri in cinque puntate e, ignorando la puzza di bruciato, mi sono buttata nella lettura di un libro mai tradotto in italiano, scritto con un lessico decisamente fuori dalla portata mia e dei miei dizionari e pieno di scene ancora più incomprensibili perché inutili e dunque tagliate dalla serie. Avrò anche migliorato il mio inglese, ma passeranno eoni prima che mi azzardi a leggere qualcosa meno che caldamente raccomandato.

Il particolare: Christopher Tietjens

Un tipo molto “romano”: fissato con la dignitas, «l’ultimo dei Tory», stoico col desiderio di essere martirizzato, aristocratico. Presta qualunque somma di denaro a chiunque gliene chieda — it’s a matter of principle, dice. Quando sua moglie, Sylvia, scappa con un altro, commenta ‘a man ought to be able to keep his wife’ e ‘Such calamities are the will of God. A gentleman accepts them’. Quando l’amico si indigna per la crudeltà della donna, Tietjens lo mette in riga — you might remember that you’re talking about my wife —. Quando dalla Germania Sylvia, stufa dell’amante, gli chiede di riprenderla sotto il suo tetto, la risposta è un telegramma che le strappa di bocca la migliore descrizione di Christopher:

He wouldn’t write a letter because he couldn’t without beginning it ‘Dear Sylvia’ and ending it ‘Yours sincerely’ or ‘truly’ or ‘affectionately’… He’s that sort of precise imbecile. I tell you he’s so formal he can’t do without all the conventions there are and so truthful he can’t use half of them.

Insomma, questa sono io! Soprattutto quando Tietjens, poco prima di partire per il fronte occidentale della Prima Guerra Mondiale, dice alla moglie:

I daresay you have ruined me. That’s nothing to me. I am completely indifferent.

In effetti, lui sceglie di andare in guerra (da qui la frase che giustifica il titolo, Some do. Some do not.) e fa domanda per la Legione Straniera — non esattamente il ruolo più comodo e prestigioso che gli si offrisse: sei mesi di addestramento nel deserto per essere scaraventato in prima linea e finire massacrato senza alcun rimorso da parte dei comandanti as foreign dirt, come dice Ford.

But the prospect seemed to him one of deep peace. […]
Obviously he might survive; but after that tremendous physical drilling what survived would not be himself, but a man with cleaned, sand-dries bones: a clear mind.

Beh, quadra.
Un’altra battuta memorabile si legge quando lui e il fratello parlano del padre, suicidatosi per gli scandali di cui Christopher non si è mai curato — anche difendersi dalle calunnie non è da gentleman.

‘The fellow shot himself’, Mark said. ‘You usually forgive a fellow who shoots himself’.
‘I don’t’, Christopher said. [Poi il fratello gli rivela di aver sguinzagliato lui il delatore che ha riferito le voci al padre:] ‘I don’t forgive you either’.

Questo sì che è un uomo d’onore!

Un’ultima frase a effetto.

If you wanted something killed you’d go to Sylvia Tietjens in the sure faith that she would kill it; emotion: hope: ideal: kill it quick and sure.

L'eterna aria sarcastica di questa donna è uno dei motivi più piacevoli.

L’aria sarcastica di questa donna è uno dei motivi ricorrenti più piacevoli.

Sono rimasta colpita da tutte queste parole perché mi hanno bacchettata duramente: dopo la fase tipicamente adolescenziale di fanatismo (beh, nel mio caso, di fanatismo contro il fanatismo) sono caduta nel totale disinteresse per la morale. Per un anno mi sono comportata come mi conveniva senza farmi domande; ora, complici numerosi cambiamenti nel mio stile di vita, è bene tornare alla consueta rigidità. Diamo quindi il benvenuto al nuovo dito ammonitore del blog — Diogene — che aiuterà Catone nell’impossibile compito di farci rigare dritto.

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Idee su “Zio Petros e la Congettura di Goldbach”, di Apostolos Doxiadis

Articolo brevissimo – ovvero scritto un tantino di fretta (e lo dico perché spero di non mostrarlo), fra una lettura frenetica e l’altra.

Questo libro l’ho finito una settimana fa, preso in prestito dalla professoressa di matematica del biennio. Da allora ho letto altri tre libri, e per questo ho difficoltà a stare in pari con le Idee da pubblicare.

È proprio bello, per uno studente – soprattutto di chi con la scienza avrà a che fare per sempre, per studio, lavoro e passione – leggere della vita di un grande matematico, narrata da suo nipote. Mostra molto bene come la disciplina detta “pura”, cioè del tutto priva di applicazioni pratiche, sia simile all’arte molto più che alla fisica, che di fine a se stessa non ha nulla.

Petros Papachristos vive da fine Ottocento a metà Novecento. È un matematico coi controfiocchi, che dalla Grecia va a laurearsi a Monaco di Baviera e, giovanissimo, vi ottiene una cattedra. Ciò gli permette di dedicarsi alla ricerca senza troppe preoccupazioni.

Sceglie di dimostrare la Congettura di Goldbach, uno dei più antichi problemi della comunità scientifica: circola dall’epoca di Eulero e Leibniz, roba da pelle d’oca. Nella sua prima formulazione essa dichiarava che ogni intero maggiore di cinque può essere espresso come somma di tre numeri primi, ma fu lo stesso Eulero a dire che ciò era ovvio (mica troppo…) e a scriverla nella forma che un po’ tutti conosciamo:

Ogni numero pari maggiore di due è la somma di due numeri primi.

Siamo nell’ambito della teoria dei numeri, la branca della matematica più densa di problemi irrisolti – pur avendo, quasi tutti, una formulazione assurdamente semplice. Papachristos le dedica vent’anni, in cui non fa altro che studiarla e sognarla, trasformandola in un’ossessione. Si avvicina sempre più alla soluzione, scopre una serie di risultati intermedi (cioè formula e dimostra teoremi attinenti), che non pubblica: nessuno deve sapere su cosa verte la sua ricerca, e nessuno deve arrivare prima di lui alla soluzione. Poi arriva Kurt Gödel, un giovanotto occhialuto mai sentito prima, che s’inventa un presuntuosissimo teorema d’incompletezza.

Kurt Gödel intorno ai vent’anni, cioè alla formulazione della sua prima legge. [Clicca per leggere un riassunto del suo lavoro.]

L’enunciato è così complesso da non essere nemmeno riportato nel libro, ma per Papachristos è una tragedia. Poiché esso sancisce l’impossibilità di determinare a priori se un’ipotesi sia dimostrabile o meno, il nostro si convince che la Congettura sia falsa. Abbandona così la ricerca e si stabilisce a Ekali, vicino ad Atene, dopo essere stato pure espatriato dalla Germania – la Grecia presto entrerà in conflitto coi nazisti. Qui viene mantenuto dai suoi fratelli, come aveva preteso suo padre, per decenni.

Anni dopo, suo nipote – lo scrittore di questo libro – cerca di fargli ammettere la sconfitta, per vendicarsi dell’estate in cui gli aveva dovuto giurare di non diventare a sua volta un matematico, il suo sogno di ragazzo. Il risultato è che Papachristos, ormai ottantenne, ricade nella frenesia del ricercatore e viene trovato morto la mattina seguente. Ictus, dice un medico. Poche ore prima aveva telefonato al nipote urlando di portargli un matematico come testimone del fatto che aveva infine dimostrato la Congettura.

L’immagine che più mi è rimasta impressa è proprio questa: il narratore che trova lo zio seduto in veranda, con un grande sorriso sulla faccia cinerea, circondato dai fagioli che usava per ragionare sugli insiemi.

Una gran bella storia, corredata dalla sottotrama che segue la vita dello stesso Apostolos e narrata nello stile asciutto delle menti piene di logica. E mai una volta che ceda e parli di matematica!

A proposito, il tizio che informa il protagonista dell’esistenza di Kurt Gödel è un certo Alan Turing, studente a Cambridge in quegli anni.

E ora siamo alla parte delle “idee”. I matematici di quel torno di tempo finiscono tutti pazzi o suicidi o entrambe le cose. Apostolos Doxiadis riferisce di aver visto Gödel da vecchio nel circolo in cui si riunivano gli scienziati della sua università. Faceva un caldo pazzesco. Lui era entrato indossando un cappotto e almeno tre maglioni uno sopra l’altro; la prima cosa che aveva fatto era stata versarsi una tazza di acqua bollente, di quella che rimaneva a disposizione per il tè, che aveva sorseggiato senza rivolgere la parola né uno sguardo a nessuno. Paranoia. Ipocondria. Morì d’inedia per timore che il cibo fosse avvelenato, dopo aver sofferto per decenni di denutrizione ed esaurimenti nervosi.

Srinivasa Ramanujan, il più grande matematico indiano (pressoché autodidatta, tra l’altro), aveva tentato il suicidio prima di morire di amebiasi a Madras. All’epoca (1920), la diagnosi era stata di tubercolosi. Nel libro, Petros afferma che aveva “la stessa stoffa di Archimede, Newton e Gauss – e forse anche superiore”.

Hardy, collaboratore di Ramanujan e conoscente di Papachristos, tentò il suicidio, si salvò, scrisse il saggio sull’estetica della matematica che sto finendo di leggere e finalmente riuscì a togliersi la vita. (Per il resto mi pare che battesse pari.)

Lo stesso Turing, il crittografo che neutralizzò il sistema Enigma, si uccise dopo l’esecuzione della condanna per omosessualità. La pena era la castrazione chimica. Tre anni fa il premier Gordon Brown gli ha chiesto scusa e ha osservato che era stato senz’altro un trattamento indice di omofobia, ma solo in seguito a una petizione. Il centenario dalla nascita ha partorito un francobollo che mostra la macchina da lui progettata come antidoto a Enigma.

Eccetera. Come dice Doxiadis, quanto più l’uomo arriva vicino alla perfezione e tanto più si estrania dalla realtà. Un’osservazione che ai cristiani piace molto, visto che qualcuno disse che dio fa impazzire i suoi prediletti per avvicinarli a sé. E sì che Hardy era ateo e “omosessuale non praticante” (disse un suo collega) e Turing praticava proprio, osando obiettare al giudice che non aveva pensato di far male.