Idee su “La chimera”, di Sebastiano Vassalli

Maciullerò quel libro, riga dopo riga, su questo blog, in più puntate. Il mondo deve sapere.
(cit. me stessa)*

Guardatelo bene. Voglio che associate tutte le mostruosità di cui vi parlerò alla sua facciaccia.

Antefatto

Incipit

Dalle finestre di questa casa si vede il nulla. Soprattutto d’inverno: le montagne scompaiono, il cielo e la pianura diventano un tutto indistinto, l’autostrada non c’è più, non c’è più niente. Nelle mattine d’estate, e nelle sere d’autunno, il nulla invece è una pianura, vaporante, con qualche albero qua e là e un’autostrada che affiora dalla nebbia per scavalcare altre due strade, due volte: laggiù, su quei cavalcavia, si muovono piccole automobili, e camion non più grandi dei modellini esposti nelle vetrine dei negozi di giocattoli. Capita anche di tanto in tanto – diciamo venti, trenta volte in un anno – che il nulla si trasformi in un paesaggio nitidissimo, in una cartolina dai colori scintillanti; ciò si verifica soprattutto in primavera, quando il cielo è blu come l’acqua delle risaie in cui si rispecchia, l’autostrada è così vicina che sembra di poterla toccare e le Alpi cariche di neve stanno là, in un certo modo che ti si allarga il cuore solamente a guardarle. Si vede allora un orizzonte molto vasto, di decine e di centinaia di chilometri; con le città e i villaggi e le opere dell’uomo inerpicate sui fianchi delle montagne, e i fiumi che incominciano là dove finiscono le nevi, e le strade, e lo scintillio di impercettibili automobili su quelle strade: un crocevia di vite, di storie, di destini, di sogni; un palcoscenico grande come un’intera regione, sopra cui si rappresentano, da sempre, le vicende e le gesta dei viventi in questa parte di mondo. Un’illusione…

Totoro ha capito tutto. [Opera di *Seiryuga]

Introduzione

Questo era il primo capoverso della Premessa. E vabbè, voi dite, nella premessa uno fa come gli pare, mica è la storia vera e propria. Certo, se non fosse che Vassalli ha qui il suo primo colpo di genio: a pagina 4, fra simpatici discorsi del tipo “sono stato a lungo combattuto se scrivere o no questa storia, ma era troppo bella per non farlo”, leggiamo

Di Antonia, poi, si ignorava tutto: che esistette, che fu la «strega di Zardino», che subì a Novara un processo e una condanna correndo l’anno del Signore 1610…

che immagino serva ad aumentare la suspense.

A lettura completata noto che sul mio Kindle ci sono settantadue pagine di appunti. Costernazione è la parola! Riusciranno le potenti forze del dio Rant a sostenermi fino in fondo all’articolo? Assolutamente no. Questo libro merita una stroncatura coi fiocchi, per cui ne vedrete la conclusione dopodomani.

Ah, che copertina raffinata!

Trama: nel 1610 una ventenne viene condannata per stregoneria. Lo so, è incredibile.

Luoghi: Novara e dintorni sotto la dominazione spagnola.

Genere: sulla carta è un romanzo storico, in realtà è una putrescente mistura di romanzo e saggio, con quel tocco autobiografico che guasta sempre.
Parere della Scienziata: improponibile. Un libro così giustificherebbe qualunque guerra e scisma. Oltretutto il fatto che un ateo – tale si dichiara Vassalli – possa dimostrarsi così cretino offende tutti i non credenti.

Su GoodReads il 78% di coloro che l’hanno letto l’ha valutato con tre o più stelle su cinque, mentre il 4% l’ha schifato con una sola stella.
Nella prossima puntata leggeremo alcuni dei commenti dei polli che l’hanno apprezzato e ci compiaceremo delle nostre menti superiori.

Pregi

Nessuno.

Difetti

Essenzialmente otto, che divido ordinatamente per luoghi.

In primo luogo, a tratti Vassalli fa il saggista e si basa sui documenti storici che ha racimolato, dicendo che “questo non si sa perché le fonti non lo dicono”, e a tratti inserisce dettagli che può solo essersi immaginato. Accade così che possa descrivere le sensazioni di Antonia, la futura strega, mentre fa cadere un vaso da notte (il motivo è una misteriosa fitta all’inguine, sigh) e che non sappia dir nulla sulle sorti di certi personaggi dopo un dato anno.

In secondo luogo, gli spoiler. Sono centinaia. Si presentano perlopiù sottoforma di “[…], come poi si vedrà”. La cosa fantastica è che, quando si arriva al fatto in questione, in agguato c’è sempre un “come già s’è detto”. È Vassalli che si complimenta con se stesso per la prontezza di riflessi.
Il primo è a pagina 4, uno più approfondito a un terzo del libro, da metà in poi si tratta solo – lo stesso autore lo scrive – di vedere le tappe del processo. Chi sarà il traditore che testimonierà contro la piccola strega? Forse il prete che l’ha vista ridere a messa? Forse le comari invidiose della sua beltà? Mah!

In terzo luogo, le spiegazioni. Vassalli si sente un eletto in grado di capire lingue e concetti stranissimi! Qualche esempio a caso.

«Stella matutina!» («Stella del mattino!»)
«Rosa mystica!» («Rosa mistica!»)
«Turris davidica!» («Torre di Davide!»)

«Speculum justitiae!», gridava il prete, più forte che poteva («Specchio di giustizia!») «Consolatrix afflictorum!» («Consolatrice degli afflitti!») «Causa nostrae letitiae!» («Origine della nostra gioia!»)

C’è anche un altro tipo di “biscottino”, parimenti fastidioso.
Una neonata viene abbandonata e chi la raccoglie la chiama Antonia Renata (cioè rinata il giorno del suo ritrovamento) Spagnolini.

A quell’epoca, si poteva ancora imporre col battesimo anche il cognome, oltre il nome: […]

Ancora.

[Durante un dialogo – non riportato – tra boia e aiutante]
«E voi?», gli chiese Bartolone. (Entrambi gli aiutanti si rivolgevano al boia dandogli del «voi»). «Voi, che farete?»

Quindi alla spiegazione per scemi si aggiunge la ripetizione di un concetto già evidente. Iniziate a capire perché piace a tutti, no? Spazio per le deduzioni del lettore non ce n’è.

Circolare, non c’è nulla da capire. (OMG, Ed ha i pantaloni kaki come nel libbro!!!)

In quarto luogo, la volgarità gratuita. Non c’è nulla di male nel dire parolacce o nel descrivere scene “esplicite”, a patto che le parole siano in ogni momento adatte al contesto
Qui sotto, nominare gli orfanelli rende assolutamente indispensabile una paginetta di serioso inforigurgito sul mondo degli esposti, spesso il miglior prodotto dei soldati:

a onor dei quali va anzi detto che talvolta, per orgoglio di sangue, per scrupoli religiosi e per chissà quali altri motivi, riconoscevano i loro figli illegittimi davanti al fonte battesimale ed all’altare; e che lo stesso castellano di Novara, don Juan Alfonso Rodriguez de la Cueva, maestro di campo del quinto reggimento alabardieri di Sua Maestà Cattolica il Re di Spagna, puttaniere indefesso se mai ve ne furono e grandissimo fornicatore al cospetto di Dio, portò personalmente in Duomo perché vi fossero battezzati secondo il rito di Santa Romana Chiesa una mezza dozzina di suoi bastardi maschi e femmine, ai quali tutti fece imporre il dolce nome di Emmanuele (o Emmanuela), che significa appunto: «Mandato da Dio».

Don Juan e le sue emanazioni non compariranno mai nel libro. Bisogna però dire che le parole in grassetto nel contesto suonano divertenti… tale è il grado di disperazione raggiungibile a pagina 5.

In quinto luogo, la punteggiatura. Eccheccristo, Seb, negli anni Novanta ancora metti le virgole tra soggetto e verbo? I punti esclamativi dentro gli incisi? I punti di sospensione ovunque? Manco Manzoni! E mi rifiuto di elencare le mostruosità che ho visto.

Perdonate il cattivo gusto, è per una giusta causa.

In sesto luogo, il narratore è non solo onnisciente e intrusivo, ma anche ubriaco. Un minuto parla dei cavalcavia che vede dalla finestra mentre scrive e fa paragoni col mondo moderno, il successivo se ne esce con un “suor Livia era straniera, d’un paese chiamato «Napoli»” del tutto incoerente. Sarà un leghista ante litteram. Oppure:

[…] impresa che non saprei nemmeno definire: disperata?, folle?, di trasformare una diocesi di frontiera […].

Cocco, se non lo sai tu.

Onnisciente, intrusivo, ubriaco e saputello. Seb sta presentando un vescovo quando gli parte il nervo dell’inforigurgito e:

Fu in quella circostanza – scrivono i biografi – che Bascapè si rivolse ai novaresi indicando il suo corpo: «Questo cadavere che voi ora vedete vivo, – gli disse, – e che vi sta parlando, voi tra poco lo rivedrete morto in questo stesso luogo, dove io voglio che sia sepolto». Ma già di fatto era un sopravvissuto a un altro uomo; di cui credo si possa dire, senza far torto a nessuno, che aveva cessato di esistere quando Bascapè, cioè il suo corpo, era venuto a Novara a fare il vescovo, per obbedienza. E quel corpo vestito da vescovo aveva poi continuato a muoversi e a combattere come il cavaliere di cui parla l’Ariosto nel suo Orlando furioso: che rimasto senza testa andava ancora attorno per il campo di battaglia, e tirava di gran fendenti con la spada, perché non s’era reso conto d’essere morto… Gran personaggio, il vescovo Bascapè! Personaggio emblematico di un’epoca, ormai lontana nel tempo e in sé conclusa; ma anche di un modo di in tendere la vita e il destino dell’uomo, che non cessa di riproporsi e che certamente durerà ben oltre il nostro secolo ventesimo Personaggio che [SPOILER] la fortuna favorì nella prima parte della sua esistenza, dandogli tutto, e poi nella seconda parte sfavorì, togliendogli tutto ciò che gli aveva dato e qualcosa in più. Nobile per nascita, raffinato per educazione e per cultura, buon conoscitore del latino e dello spagnolo, cioè delle due lingue internazionali dell’epoca, brillante scrittore in latino e in italiano, esperto di diritto ecclesiastico e civile e dotato, in più, di un naturale talento di organizzatore e di «manager» [sciatto, sciatto, sciatto! Siamo nel Seicento italiano e parli inglese!]: Bascapè aveva tutte le carte in regola per aspirare a cambiare il mondo – naturalmente in meglio – e per presumere di riuscirvi.

A proposito di sciatteria, l’autore ha il vizio di autocorreggersi. Quando parla di età è tutto un “a quarant’anni, anzi: a trentanove”; altrove, nel mondo dei Grandi Appassionati di Vera Letteratura, questa è raffinatezza.
E a proposito di manager, ossia di arditi confronti con la modernità, ce n’è uno bellissimo:

Come i rivoluzionari russi del 1918 volevano costringere gli uomini ad essere felici, e lo scrissero nei loro manifesti («Con la forza, costringeremo l’umanità ad essere felice»), così tre secoli prima di loro il vescovo Carlo Bascapè voleva costringere i suoi contemporanei ad essere Santi; e, se anche le parole sono diverse, la sostanza è più o meno la stessa.

Peccato, avrebbe potuto ripetere un po’ di più “ad essere felici” e sprecare altre due parole per difendere la validità del paragone. Not+Awkward+Idiot.+from+my+news+feed_13cb2e_3818326

In settimo luogo, Vassalli, laureato in Lettere, ha serie difficoltà con l’italiano. Nello specifico:

  1. Con le preposizioni: “sulle spalle due ali di cartone in cui suor Clelia aveva appiccicato centinaia di piume”;
  2. Con le ‘d’ eufoniche: “ad occhi chiusi”, “ad implorare”, “ed inni”, ma soprattutto – decine di volte – “e Eusebio” e “a Antonia”;
  3. Con assonanze e consonanze: una ha “sulla testa la cesta dei panni”, un altro la “lebbra che gli rodeva le labbra”. E io so uno scioglilingua in russo, tiè;
  4. Con le subordinate relative: “visto il modo come andavano le cose”;
  5. Col congiuntivo: “non c’è niente che stimola la vita, nei giovani e non solo nei giovani, come l’abitudine alla morte!” (con tanto di insegnamento e punto esclamativo, per conferire il giusto tono isterico);
  6. Col concetto di ovvietà: “Che la tenesse e la trattasse, in ogni circostanza, come una moglie: e si sa, non c’è bisogno di spiegarlo, cosa vuol dire la parola «moglie»…” o ancora “Esclamavano: «Che belle statue! Sembran vere!» (Volendo dire che sembravano persone, o qualcosa del genere).”;
  7. Con la logica: siamo nel Seicento e i lavoratori delle risaie sono “guardati a vista” perché non fuggano. A naso direi che, in mancanza di telecamere, non si potesse fare altrimenti;
  8. Con l’anatomia: una suora ha “le labbra contratte in un sogghigno”, e si è impiccata. Ora, a meno di non spezzarsi una vertebra cervicale nell’intento, la morte non giunge abbastanza in fretta per conservare l’espressione che si vuole. Col sangue che non passa nelle arterie e nelle vene del collo (lo so perché lo dicono qui) è pressoché impossibile non aprire la bocca, buttar fuori la lingua e strabuzzare gli occhi. Ma forse il nostro Seb è troppo delicato per informarsi.

Il gran finale fa un luogo a parte.

Tutto finito?
Tutto finito, sissignore. O forse no. Forse c’è ancora da rendere conto di un personaggio di questa storia […]

Vassalli, sei troppo stupido per prendermi in giro!
Subito prima ha finito di riassumere le sorti dei personaggi introdotti all’inizio e lasciati perdere a metà storia: è il momento per una perla di saggezza!

Infine, uno dopo l’altro, morirono: il tempo si chiuse su di loro, il nulla li riprese; e questa, sfrondata d’ogni romanzo, ed in gran sintesi, è la storia del mondo.

Ricorrrdati che devi moriiire!

Un po’ di poesia ci sta bene. Scusate la lunghezza, ma il mio gusto per il macabro è più potente che mai.

E mi sia consentito, a questo punto del racconto, di deporre per un istante la penna, e di soffermarmi a riprendere fiato e slancio: perché qui la materia del narrare s’innalza, e il compito dello scrittore si fa difficile. Ci vorrebbe un grandissimo poeta, un Omero, uno Shakespeare, per parlare in modo degno ed adeguato di quelle liti di cortile della Bassa, che s’iniziavano quasi sempre da un nonnulla: un panno steso, un pollo morto, un bambino morsicato da un cane e poi duravano per secoli, con un accumulo tale di odio tra le parti in causa che, se pure non arrivava a produrre morti sgozzati e finali da tragedia, sarebbe stato comunque sufficiente per dare forma logica e significato ai più atroci massacri della storia; è qui infatti, nelle liti di cortile, che l’odio umano si raffina e si esalta fino a raggiungere vette insuperabili, diventa un assoluto. È l’odio puro: astratto, disincarnato, disinteressato; quello che muove l’universo, e che sopravvive a tutto. L’amore umano, tanto cantato dai poeti, a confronto dell’odio è quasi un fatto inesistente: un granello d’oro nel grande fiume della vita, una perla nel mare del nulla e niente più. Anche le liti d’acqua, pur nascendo da cause d’interesse, del tutto prive di elementi ideali, potevano tuttavia raggiungere ed anzi spesso raggiungevano una loro oscura, negativa grandezza.

Ciliegina sulla torta

Un simpaticone ha fatto “+1” (il Mi piace di Google Plus) sulla pagina Wikipedia dedicata al libro. Se le date un’occhiata, vedete quant’è lunga la sezione sulla trama: tutto in trecento pagine. In effetti, il “romanzo” è una serie di fatti che non avranno ripercussioni sulla vera storia, quella della strega. Stanno lì solo perché l’autore è più concentrato sul background storico che sui fatti. Per questo sappiamo cosa succede nel 1609 nella zona di Antonia, ma nulla sulla stessa Antonia. E come mai? Semplice, perché le fonti non lo dicono.
Tutto ciò è così ridicolo che persino Wikipedia stenta a nasconderlo, dovendo dire che “la ragazza viene costretta a mangiare un uovo e mentre recita la poesia davanti a Bascapè [un vescovo], sviene a causa dell’emozione (e dell’uovo)”. Poverina!

amour_sep2[1]

*È stato difficile mantenere la promessa: l’idea di immergermi di nuovo in cotale schifo mi ha quasi convinta a perdere il mio onore di donna di parola. Vederla come una vendetta ha sveltito notevolmente i lavori.

N.B.: l’abbondanza di punti esclamativi sul finale segna il galoppare dell’isteria man mano che scrivevo la recensione. Gli appunti usati sono a malapena un sesto di quelli presi, e ho scritto duemilasettecento parole.

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Idee su “Due minuti a mezzanotte”, di Alex Girola e parecchi altri

*Attenzione: articolo impregnato di odiosi termini anglosassoni, che sicuramente precluderanno la comprensione ai più e mi porteranno alla ghigliottina per scarso patriottismo. ‘Ttenti.*

Leggete blog come Minuetto Express, Plutonia Experiment o strategie evolutive? Allora sapete che otto mesi e mezzo fa McNab, sempre sia lodato, ha dato inizio a una round robin da cui questo post prende il titolo. Cos’è una round robin? Una storia scritta da persone diverse. Nel nostro caso ogni partecipante ha scritto uno solo dei trentaquattro capitoli, in un dispiegamento di forze impressionante. Senza contare i trentasette (finora) spin-off, di cui uno in una decina di puntate.

D’accordo, roba grossa, ma che è? Fantascienza. Fantascienza supereroistica.

Ah, non fate quella faccia da “Ma chi li sopporta più i supereroi, sono dappertutto! Come i vampiri!”. Credo di averlo pensato anch’io, e anche adesso non amo i superpoteri, ma un po’ più di prima sì.

Anzitutto, il progetto ha il suo sito web, dal quale si può scaricare l’ebook gratuito ed essere reindirizzati all’elenco aggiornato dei relativi spin-off. In secondo luogo, si svolge nel 2013, a queste condizioni:

  • Nel 1973 la guerra del Kippur ha causato una crisi energetica; il portoricano Hal Salazar scopre la Teleforce a partire dagli studi di Tesla. Questa nuova fonte di energia emette radiazioni che generano mutazioni genetiche negli operai delle otto centrali: nascono centosessanta supereroi in tre continenti diversi. Dopodiché “il processo s’interrompe all’improvviso, lasciando le centrali non più operative e senza più capacità di produrre ulteriore Teleforce”, forse per un sabotaggio dello stesso Salazar, e le varie Nazioni fanno a botte per accaparrarsi i servizi dei superuomini che non si danno alla criminalità.
  • San Juan, città natale dell’imprenditore, è ora una metropoli occidentale conosciuta come Admiral City. Ospita lo START, ossia il gruppo di Super definito come il cane da guardia del presidente Romney (!). Esso ha il compito di impedire nuove sperimentazioni di energia come quella del ’73, e nel mentre si ricicla come squadra d’intervento straordinario in tutto il mondo.
  • Dopo lo smembramento dell’URSS è nata la Repubblica Socialista di Ucraina e Bielorussia, inoffensiva per quant’è povera, ma ancora provvista di qualche deliziosa testata nucleare.
  • È possibile che l’India abbia una sua stirpe segreta di Super, nata dall’ingegneria genetica.
  • Il sostituto di Mubarak in Egitto è Wael Ghaly, un Super.
  • La Grecia è in default e ha richiesto una missione di pace dell’UE per sedare i disordini civili.
  • Bruxelles ospita il blocco europeo di Super, Fortress Europe.

Quello che mi dispiace è che ben poco del materiale messo a disposizione da McNab sia stato sfruttato. Anzi, gran parte delle informazioni qui sopra è stata del tutto ignorata. Non che manchi l’azione, ma a mio avviso la faccenda dell’India che si trova in condizioni di opporsi a Stati Uniti ed Europa era interessante. Ma, a parte i borbottii di chi non ha partecipato, bisogna dire che ci sono stati dei lampi di eccellenza. Eccone una rassegna.

Capitolo 4, di Massimo Mazzoni. Di gran lunga quello che mi è rimasto più impresso: introduce Alexsej mentre partecipa a un rave e prova a farsi una drogata dai capelli rosa, invano. “Sono Stakanov, e posso ballare con te fino a domattina”,  è quello che dice sia a lei che alle orde di gommosi che abbatte – cercando nel frattempo di rimorchiare una giornalista, con la scusa di esserle caduto accanto. Non ha nessun potere strambo, solo corre velocissimo e resiste un sacco alla fatica. Il classico badass, nonché il mio genere di personaggio.

Capitolo 7, di Davide Mana. Garanzia di qualità, per quanto mi riguarda. Crea il personaggio di Rebel Yell, supereroe di prima generazione che s’infiltra fino nell’ufficio di Mr. President (Tu dovresti essere morto“, dice Romney) e lo smaschera: vuole sfruttare la concentrazione di Super ad Admiral City per farli fuori. Rebel è un supervisore, non vuole partecipare alla lotta contro Mezzanotte, bensì assicurarsi che gli eroi se la sbrighino senza interferenze dei normali. Vista la parte ininfluente dedicatagli dagli altri scrittori, l’autore gli ha riservato degli spin-off sul proprio blog… che sono materiale per il prossimo articolo.

Capitolo 12, di Ferruccio Gianola. Parte col Punto di Vista del Golem Sniper, il robot cecchino. Grazie a un’infezione di sistema a opera di Mezzanotte, è in grado di pensare. Prima di tutto, lo trova piacevole (si vede che non è umano), poi impara a capire le emozioni degli esseri che lo circondano analizzandone il sudore. Però alle domande di Alexsej risponde solo con “Sono un cecchino!”, e quando lui gli mostra una coccinella, non la riconosce.

Capitolo 24, di Gherardo Psicopompo. È brillante perché risolve l’annosa questione del “L’amico della natura deve essere decisivo per il lieto fine, ma a che serve far crescere in fretta le piante di basilico per sconfiggere i cattivi?”. Eddie, infatti, ha il potere di accelerare la crescita dei vegetali. Alla fine si scopre che si tratta di un potere più ampio: modificare l’essenza delle cose. Lo scopre tenendo in mano l’orecchino di Bonnie (che giace con l’orecchio opportunamente maciullato) e vedendolo trasformarsi in rana. Due secondi dopo le sue scarpe sono ghiande e un bottone una mosca. Questa soluzione sarà poi perfezionata al Capitolo 28.

Capitolo 25, di Valerio Villa. Una delle scene più suggestive. Nel pieno di un combattimento il Golem Heavy…

[…] si portò a distanza di tiro. Delle punte metalliche fuoriuscirono all’altezza del polpaccio ancorandolo a terra, mentre dalla schiena si prolungarono due aste che si conficcarono a loro volta nell’asfalto.

Puntò i mitragliatori a impulsi verso il nemico e fece fuoco. La cadenza di tiro era tre volte superiore a quella usata contro i corazzati, ma allo stesso tempo gli ancoraggi stabilizzarono i colpi.

Boh, io sono molto entusiasmata da queste cose.

Capitolo 28, di Nicola Parisi. Il povero Eddie “Prezzemolino”, bistrattato un po’ da tutti, spacca un detrito sulla fronte di Starcrusher:

«Ma che cazzo credi di fare? Credi che basti questo per farmi male?» [Va bene, ma adesso non t’arrabbiare…]

«Credo di averti appena ammazzato. Non con la pietra, no. Quella è stata solo una divertente aggiunta, vedi, ho appena scoperto che mi basta toccare le cose per trasformarle, e si dà il caso che ti abbia appena toccato.»

E si concede persino un ciao ciao con la mano, prima che radici di quercia escano dalle orbite di Starcrusher e le sue dita si trasformino in fiorellini.

C’è persino il conflitto: la sua amata Bonnie (Boner: ha il potere di calcificare in fretta le ossa, ad esempio creandosi una corazza o facendosi crescere delle protuberanze appuntite sulle nocche. Ho sognato di essere lei per prendere a pugni qualcuno, sigh) sembra più debole del solito, ed è colpa di Eddie. Infatti il suo potere agisce prosciugando le forze di chi gli sta accanto, quindi non hanno un gran futuro insieme.

Noto che i capitoli migliori sono concentrati all’inizio e alla fine del libro. Ne consegue che, per fortuna, fra gli autori c’è stata una gerarchia – i primi passi sono i più belli da scrivere, gli ultimi i più difficili. Così i danni causati dai meno esperti sono stati confinati fra il dodicesimo e il ventiquattresimo capitolo e risolti, quasi tutti, in chiusura. E ora ci devo mettere un “a mio parere”, sennò sembra che voglia insultare i meno esperti. In ogni caso, qualche problema c’è stato, ed è bello riconoscere la ginnastica che hanno fatto gli autori per mettere ordine nel caos che hanno trovato.

Insomma, esperimento riuscito.

Concludo con un capoverso delle FAQ del progetto.

Che succederà se i soliti noti verranno a dirci che siamo delle capre tibetane che raccontano e non mostrano, che scriviamo ‘demmerda, che dobbiamo morire male?

Li prenderemo a calci nel culo. Nessuna pietà per i troll, mai.

(Però alla fine hanno quasi tutti mostrato e non raccontato, tiè.)

P.S.: Ovviamente questo articolo è datato 23:58 del 21/12/12.

Idee da “Howl’s Moving Castle”, di Diana Wynne Jones

I’m a coward. Only way I can do something this frightening is to tell myself I’m not doing it!

Prima ho visto l’anime omonimo e poi, sull’onda dell’entusiasmo, ho scoperto che il libro da cui era tratto era il primo di una saga, che avrei dovuto leggere in inglese. Di conseguenza, sono andata in depressione. Passato un istante – circa ventiquattr’ore – di tragica teatralità (o teatrale tragicità), ho infine cominciato a leggere di questo Howl. E ho fatto proprio bene.

Ora, se cercate l’autrice su Wikipedia, vi viene detto che è stata paragonata a Tolkien e Rowling. Intanto che io supero lo shock per tale accostamento, diciamoci un paio di cose su Howl come personaggio. Partiamo da questo:

Howl-s-Moving-Castle-howls-moving-castle-4888410-852-480

Howl.600.150229Oh, ma non è incantevole? Beh, non è lo stesso del libro.

Se nel film d’animazione il mago appare subito come il classico Buono, che salva la diciottenne Sophie da due brutti ceffi e la ospita nel suo castello errante, qui è lui il brutto ceffo che tenta di adescarla per strada, e quando lei s’imbuca a casa sua con l’aspetto di una novantenne Howl nemmeno le parla. E poi, si ubriaca:

«Go to bed, you fool», Calcifer [il demone che fa muovere il castello] said sleepily. «You’re drunk.»

«Who, me?» said Howl. «I assure you, my friends, that I am cone sold stober.» He got up and stalked upstairs, feeling for the wall as if he thought it might escape him unless he kept in touch with it. His bedroom door did escape him. «What a lie that was!», Howl remarked as he walked into the wall. «My shining dishonesty will be the salvation of me.»

Ancora, una delle prove più terribili che il nostro deve affrontare è un raffreddore. Sentendosi in punto di morte, prima dichiara: «I’m going to bed, where I may die.» Poi, sentendosi trascurato, si dà tanto da fare a tossire, starnutire e rantolare che Sophie va a sentire cosa vuole… al che:

«I’m dying of boredom», Howl said pathetically. «Or maybe just dying.»

Nulla di tutto ciò, la parte migliore, appare nel film.

Capitolo 20: durante la battaglia decisiva tra lo stesso Howl e la Strega delle Lande, che ha privato Sophie della sua giovinezza, i due contendenti scompaiono in una nuvola. Le donne, per nulla preoccupate, ne approfittano per pulirgli la stanza. È un motivo che si ripete spesso, quello di Sophie che fa infuriare Howl con la sua mania di riassettare, tanto che la donna si merita la fama di disgrazia naturale e ficcanaso:

«Nothing is safe from you. If I were to court a girl who lived on an iceberg in the middle of the ocean, sooner or later— probably sooner— I’d look up to see you swooping overhead on a broomstick. In fact, by now I’d be disappointed in you if I didn’t see you.»

Per non parlare della scena, in parte presente anche nel film, in cui Howl si lamenta del nuovo colore dei suoi capelli, dato che Sophie gli ha “riordinato” gli incantesimi sulla mensola del bagno:

«Dispair!» he yelled. «Anguish! Horror!»

Insomma, tutto si gioca sui dialoghi, brevissimi e sempre spiritosi, e sul personaggio del mago, che è forse il più teatrale di cui abbia mai letto. La trama non è complessa come quelle di Tolkien né banale come quelle della Rowling – perché ammettetelo, dopo metà libro si sapeva sempre come sarebbe andata a finire. Ci sono delle idee carine, come la porta che dà su quattro indirizzi diversi, uno dei quali è il Galles; e ci sono le indispensabili perle di saggezza – “Nobody can buy a hat without gossiping”, “I give up. I see no point in living if I can’t be beautiful.”.

Senza contare che il romanzo è autoconclusivo, si trova agevolmente piratato su BookFinder su Amazon.com ed è scritto in un inglese davvero accessibile. Fateci un pensiero!

Idee da “I giorni del potere”, di Colleen McCullough

Siamo a Trento, dove Silla è stato mandato da Mario per controllare che l’altro console, Catulo Cesare, non permetta agli invasori cimbri di massacrare l’ennesimo esercito romano. Dato che morire fra i monti sembra proprio l’unico desiderio di Catulo, Silla si fa capo di un ammutinamento, prende il comando in via non ufficiale e ordina la ritirata strategica. Però prima umilia il nobile esponente dei boni*, che si affretta a dichiarare l’insostenibilità di questa ribellione.

Silla annuì. «Ne convengo, è insostenibile. In effetti, già la nostra presenza qui a Trento è insostenibile. Domani i Cimbri scoveranno i cento e cento sentieri praticati sui fianchi delle montagne da bovini, pecore, cavalli, lupi. Non un’Anopaia, ma centinaia di Anopaie! Tu non sei uno spartano, Quinto Lutazio, sei un romano, e mi stupisce che i tuoi ricordi delle Termopili siano spartani anziché romani! Non hai studiato come Catone il Censore si è servito del sentiero Anopaia per accerchiare il re Antioco? O il tuo maestro riteneva che Catone il Censore fosse di troppo umili origini per servire di esempio di qualcosa che è ben al di sopra della hybris, della superbia? Per quanto concerne le Termopili, è Catone il Censore che io ammiro, non Leonida e gli uomini della sua guardia reale, fattisi sterminare dal primo all’ultimo! Gli Spartani erano pronti a morire fino all’ultimo uomo  semplicemente per tenere a bada i Persiani quanto bastava a consentire alla flotta greca di radunarsi ad Artemisio. Solo che non ha funzionato, Quinto Lutazio. Non… ha… funzionato! La flotta greca è stata distrutta, e Leonida è morto inutilmente. E le Termopili hanno forse influito sull’andamento della guerra contro i Persiani? No di certo! Quando la successiva flotta greca ha vinto a Salamina, non c’è stato alcun preludio alle Termopili. Puoi onestamente affermare che preferisci l’eroismo suicida di Leonida all’intelligenza strategica di Temistocle?»

Poi la scena prosegue in un colloquio a tu per tu fra i due, in cui un grossolano errore di gestione del Punto di Vista ci fa entrare all’improvviso nella testa di Catulo, mostrandoci che è stato perfettamente conscio dell’errore fin dal suo ingresso in quella stretta valle, ma che la sua dignitas non gli ha permesso di ritrattare il giuramento di non far entrare i germani in Italia. “Anche Catulo Cesare, infatti, aveva gli occhi per vedere, e dietro agli occhi c’era un cervello, anche se si trattava di un cervello troppo spesso offuscato dalla vastità della sua dignitas personale”.

Questo è un ragionamento quantomai improbabile da parte di un romano, e di certo non fu mai formulato, dato che i fatti reali non corrispondono esattamente alla versione romanzata. Silla non era a Trento con Catulo, e quest’ultimo si ritirò dalla trappola quando i cimbri erano a un tiro di frombola dal fantasioso accampamento romano. E su questo voglio spendere due parole, perché è un fail dotato di stile.

Siamo fra il 102 e il 101, dopo Aquae Sextiae e prima dei Campi Raudii. Mario ha fatto il suo dovere sconfiggendo i teutoni e ora, “non possedendo il dono dell’ubiquità” (Frediani), deve lasciare a qualcun altro la battaglia coi cimbri. Quel ‘qualcun altro’ è appunto Catulo, un letterato che non ha mai visto una caliga in vita sua. Fin da subito la sua idea non è una battaglia campale, ma il blocco in una qualche gola montana. Per questo si piazza in siffatta curiosa posizione: vicino a Trento, divide le forze sulle rive dell’Adige e trincera i due campi in modo da poterli congiungere con un ponte.

Detta così non sembra un’idea malvagia: rifiutarsi di concedere una battaglia campale, cioè su vasta scala, in cui un errore può condannare l’intero esercito, dovrebbe essere la scelta buona per un novellino. Tanto più che, con la recentissima riforma militare, ogni singola azione deve essere pedissequamente guidata dal generale: se un manipolo si muove praticamente senza bisogno di ordini, la coorte, grande tre volte tanto, da sola non va da nessuna parte. Questo è anche il motivo per cui la storia di Roma fino a Nerone e Scipione l’Africano è priva di grandi condottieri, ma costellata di vittorie, mentre da Mario in poi se i generali sono incompetenti arrivano le batoste.

B.C., non A.C., italico di un vignettista.

Dov’è l’intoppo, allora? Be’, la fantasia di Catulo non giunge fino a seminare trabocchetti sulle vie di accesso, né tantomeno a ostruirle. Cioè il genio non ha bloccato un bel niente, se non se stesso! Poi arrivano i germani, e qui c’è il bello. Con tutta la neve che trovano – è pieno inverno – si dilettano a usare gli scudi come slittini e a correre gai e seminudi su ghiaccio e neve. Oh, ma che temibili e sanguinari guerrieri! Eppure l’esercito romano si rifiuta di combatterli. Per due motivi: uno buono e ininfluente, uno pessimo e sufficiente. In teoria, i romani si sono messi nelle condizioni di combattere o dal ponte o in terreno sfavorevole, quindi fanno pochi danni e ne ricevono parecchi. In pratica, i nullatenenti che compongono le legioni combattono solo per il bottino, e i germani non ne offrono granché.

Rimane il fatto che, per continuare la discesa, gli invasori devono attraversare l’Adige. Poveri, piccoli cari: non sanno costruire i ponti! Allora che fanno?

Riuscite a immaginarlo?

Si gettano uno per uno in mezzo al fiume e formano un cordone per bloccare la corrente. Seriously.

Poi pensano che sia meglio sventrare le colline circostanti e buttare il materiale di risulta nel fiume, come fosse un vallo da colmare.

I 20.000 romani non stanno a guardare, se la danno a gambe finché non mettono il Po fra sé e i barbari. Il resto è Mario, cioè belle cose per altri articoli.

Insomma, la realtà storica è così diversa dalla narrazione da fornire un quadro del tutto alterato della percezione che i romani dovevano avere delle battaglie greche. Quello che la citazione riportata fornisce di buono è il confronto tra l’indole tipica dei greci e quella romana. Un romano, proprio in quanto Quiris, figlio di Romolo, non sacrificherebbe mai la sua vita solo per ritardare una battaglia che altri combatteranno al posto suo. O meglio, non lo farebbe sapendo che la sua posizione non è difendibile. In altri termini, un romano non manderebbe le zanzare a dissanguare l’elefante, bensì aspetterebbe di avere ogni circostanza a suo favore. Lo si vede bene con Mario, che nella battaglia dei Campi Raudii terrà a disporsi in modo che il nemico abbia il sole negli occhi. La prudenza è un aspetto del pragmatismo, come l’eroismo fa parte della cultura greca.

I lettori più bastian contrario critici avranno notato una imprecisione nel discorso di Silla: dice che le Termopili si dimostrarono inutili nel corso delle guerre persiane, perché la prima battaglia dopo di esse fu una sconfitta. Questo è indubbiamente falso, a cominciare dal fatto che Termopili e Artemisio sono in realtà i due tronconi – terrestre e navale – dello stesso scontro, quindi di fatto la prima battaglia significativa dopo di esse diventa Salamina. Cioè proprio Temistocle, che Silla ammira. Niente Leonida uguale niente Temistocle. Senza contare che, in quei tre giorni in cui i famosi trecento spartiati e i circa 2500 altri opliti tennero il presidio, Serse vide cadere 20.000 dei suoi schiavi (lo stesso numero dei soldati di Catulo). Così dicono.

Per concludere, riporto le righe in cui Frediani, descrivendo la battaglia, supporta sotto altri aspetti le affermazioni del Silla romanzato.

A noi è pervenuta la versione più nobile riguardo questo fondamentale consiglio di guerra [conseguente alla notizia dell’aggiramento sull’Anopaia]. Quel che ci dicono le fonti è che il condottiero lacedemone, ormai convinto che non vi fossero più speranze di difesa, abbia voluto limitare il sacrificio ai soli spartani – che sarebbero stati tenuti a non arretrare mai –, esortando tutti gli altri a tornarsene a casa. Trattenne solo i tebani, di cui non si fidava, come ostaggi, e con lui rimasero anche, per propria scelta, i 700 opliti di Tespi: insomma, un paio di migliaia di combattenti in tutto, ovvero un quinto delle forze di cui disponeva. Pare che un oracolo avesse predetto che, se un re spartano fosse morto, Sparta si sarebbe salvata; inoltre Leonida, solo terzo di tre figli, e pertanto giunto al trono per una serie di circostanze fortuite, voleva dimostrare di meritare quella carica.

È altamente improbabile che le cose siano andate in questo modo. Il trattamento che Serse riservò ai tebani dopo la battaglia ci suggerisce che la loro supposta slealtà sia il frutto di pure illazioni, e l’obbligo degli spartani a non retrocedere è chiaramente smentito dal comportamento degli altri comandanti lacedemoni in quella guerra, Euribiade e Pausania, per i quali la ritirata strategica faceva parte della loro condotta bellica. D’altronde, con un numero di effettivi largamente inferiore a quello avversario, sarebbe stato del tutto primitivo sacrificarne una parte per il solo senso dell’onore: e i greci si erano lasciati da tempo indietro qualsiasi atteggiamento bellico caratteristico dei popoli primitivi e dell’età eroica.

Questo non significa che Leonida non si sia sacrificato, e che la sua condotta non sia stata eroica, intendiamoci. Probabilmente, però, la sua decisione fu il frutto di un errore di valutazione. Forse ritenne che gli uomini di Idarne [gli Immortali addetti all’aggiramento] stessero effettivamente dirigendosi a sud [inseguendo i focesi in ritirata verso casa propria, lontano da Leonida], o reputava il sentiero dell’Anopaia così impercorribile da ritenere più probabile un’altra strada, molto più lunga. Pertanto, non è da escludere che abbia mandato la gran parte delle sue forze a presidiare altri punti dove riteneva di poter intercettare Idarne, convincendosi di poter resistere all’urto dell’esercito di Serse con le sue truppe migliori. Gli ordini che aveva, lo si ricordi, presupponevano una difesa del passo fino a che non si fosse conclusa la battaglia all’Artemisio, per impedire che uno sfondamento sul fronte terrestre vanificasse lo sforzo principale compiuto dai greci sul mare; perciò, sapendo che sulla punta settentrionale dell’Eubea i combattimenti erano già in corso, Leonida ritenne di dover resistere al massimo un paio di giorni ancora, e tenne con sé solo gli uomini che riteneva necessari per conseguire tale obiettivo.

Dunque, per conciliare il metro di giudizio romano e la Storia, possiamo assumere Leonida come il generale che portò al massacro migliaia di greci, ma non per pazzia né per la superata hybris, bensì solo per sbaglio. Che poi Temistocle abbia fatto meglio e che Leonida sia idolatrato oggi come nel 100 a.C. per meriti ampiamente superati da quell’ultimo errore, è innegabile. Rimane a noi giudicare se lo spartano sia stato o meno una forza positiva di quel mondo… e contare quanti generali nel corso dei millenni siano stati sconfitti dal miraggio dei Trecento! amour_sep21

*I boni sono i senatori che si fanno un dovere il preservare i costumi dei padri, cioè i privilegi di casta, in particolare osteggiando i tribuni della plebe e gli “uomini nuovi” come Mario. Silla è certamente conservatore, ma non un fanatico come il qui presente Catulo. Quest’accezione del termine fu usata per la prima volta da Plauto, poi cambiò del tutto campo andando a designare i sostenitori di Caio Gracco, prima di tornare di moda con Cicerone.

Idee da “Apologia di un matematico”, di Godfrey H. Hardy

Se avessi voluto scrivere una recensione su questo libricino, credo che mi sarei trovata nei pasticci: non è un romanzo, né un racconto, né il tipo di saggio cui sono abituata – cioè quelli storici, che ovviamente nella struttura sono tutti uguali. Questo trattatello, cento pagine in tutto, è nato per dimostrare che la matematica è del tutto inutile. Però non credo che ci riesca, o perlomeno non mi ha convinta.

Le idee davvero interessanti sono immerse in una montagna di ciarpame, di cui non mi sarei accorta se non avessi scritto questo articolo. Per fortuna, in media i capitoli non sono più lunghi di una facciata l’uno. Dopo una cinquantina di pagine di prefazione, tanto interessanti quanto inutili, perveniamo al saggio vero e proprio.

Inizio poco entusiasmante, col diprezzo di “quelli che fanno” per “quelli che spiegano” e tanto di precisazione sul fatto che questo è un libro che spiega. Io, che ho comprato (beh, preso in prestito) un libro sulla matematica apposta per imparare, ho un enorme WTF? ad aleggiarmi sul capo.

Le idee che mi hanno colpita sono cinque:

  • Il fatto che la matematica, grazie alle continue invenzioni che rende possibili, dalla dinamo alle macchine a vapore, è indispensabile anche a chi non la conosce: sotto quest’aspetto, parte notevolmente avvantaggiata su altre scienze, che faticano a essere considerate valide o affascinanti. Però un addetto ai lavori sente che la bellezza della matematica non risiede nella sua applicazione, che è certo più banale del ragionamento astratto, e vede come il suo prestigio sia fondato sull’ignoranza.
  • I motivi alla base di una ricerca, che per Hardy sono la curiosità, l’orgoglio e l’ambizione. Nulla di che, mi ha sorpresa perché non sono d’accordo. Io sono per il relativismo: al primo posto potrebbe benissimo esserci l’ambizione, e non è detto che senza curiosità non ci siano le altre due. Lo si vede benissimo nelle scuole. Invece concordo sul fatto che le persone altruiste fingano, anche a livello inconscio, e che non le si debba incoraggiare avendone stima. Per citare Hardy:

Quando si è fatto bene il proprio lavoro, può essere molto bello sentirsi dire che si è contribuito alla felicità degli altri o che si sono alleviate le loro sofferenze: ma non sono queste le ragioni per cui lo si è fatto.

  • L’idea che gli antichi greci non siano dei bravi studenti o dei “candidati borsisti”, ma dei “colleghi di un’altra università”, perché per primi usarono il linguaggio matematico tuttora in vigore (metafora di Littlewood, amico dello scrittore).
  • Il paragone tra matematico, pittore e poeta, come creatori di forme. Il primo lavora esclusivamente tramite costruzioni mentali, il secondo con colori e disegni, il terzo con le parole. Solo che poi Hardy rovina tutto dicendo che sì, un dipinto può incarnare un’idea – che è l’elemento con più probabilità di durare nei secoli – ma «di solito si tratta di idee banali e senza importanza», che è un modo vigliacco di risolvere il problema, visto che non c’è un metro di giudizio oggettivo. Invece gli do ragione per quanto riguarda la poesia, in cui le idee hanno più spazio, ma la lirica è solo un modo per esprimerle e non ciò che si dice. Per cui un mucchio di parole può essere al contempo bello e sbagliato. Io applicherei quest’idea a tutto ciò che non è scienza, visto che a volte apprezzo atti decisamente ingiusti. In ogni caso, Hardy e io troviamo che la bellezza sia il requisito fondamentale perché qualunque cosa sopravviva al tempo. La matematica ‘bella’ è quella pura, cioè nulla di quanto si studia a scuola – nemmeno il famoso calcolo differenziale e integrale, che i licei classici e scientifici spacciano come la Vetta del Sapere.
  • La bellezza di un’idea matematica sta nella sua serietà, cioè nel fatto che «la si possa collegare in modo naturale e illuminante a una vasta rete di altre idee matematiche». Qui non ho gli strumenti per obiettare, ma il pensiero di scoprire una legge che risolva dozzine di altri problemi è grandioso.

Una buona cosa è stata proporre le dimostrazioni di due teoremi che tutti studiano nei primi mesi di liceo: quello dell’infinità dei numeri primi, formulato da Euclide, e quello dell’irrazionalità di √2, attribuito a Pitagora o a un suo seguace. Ma resto del parere che si debba dimostrare da soli un teorema per capire quanto sia affascinante l’atto di scervellarsi su cose immateriali, solo per sfida.

Infine, di bello c’è la migliore prova di quanto la matematica sia inutile – cioè, secondo Hardy, perfetta.

I numeri non esistono. Quando diciamo “2”, non parliamo di mele o monete, bensì di un concetto astratto. L’esempio che tutti gli ingegneri conoscono è che non è possibile trovare in natura né creare due oggetti perfettamente uguali, mentre spaccando un 2 esattamente a metà avremo, per così dire, due 1 identici. Questo è un concetto filosofico ben definito, che anche Guglielmo da Occam usò: non esiste un’umanità, ma esistono i singoli individui. ‘Umanità’  è solo una parola inventata dal nulla per convenzione e, se le parole non esistessero, le cose che indicano non sparirebbero con loro. Così i numeri. Però, anche se Hardy non lo dice, la matematica non è una creazione dell’uomo, perché la natura ne è regolata da prima che chimica e fisica ne scoprissero le leggi.

A ulteriore riprova di questa benedetta inutilità, l’autore rievoca il discorso del 1915 in cui aveva affermato che “una scienza viene definita utile quando il suo sviluppo tende ad accentuare le ineguaglianze già esistenti nella distribuzione della ricchezza, o a favorire direttamente la distruzione della vita umana”. La matematica pura non corrisponde alla descrizione. Per questo continua a progredire tanto in tempo di pace che di guerra, senza essere toccata né dall’una né dall’altra.

Come ho detto, questi ragionamenti non mi convincono. Secondo me le scienze non sono utili o inutili di per sé: tutto dipende dalla direzione in cui le proiettiamo. Senza contare che si può supporre un futuro in cui tutta, ma proprio tutta la matematica sia applicabile a qualcosa.

Nonostante ciò, la forza delle idee propugnate dal flemmatico Hardy mi hanno indotta a concedergli tre stelle su cinque, su aNobii. Dopo aver letto l’Apologia non mi trovo ad amare di più la scienza, ma seguire i ragionamenti di un matematico resta una delle attività più stimolanti che conosca.

Per chiudere in bellezza, faccio inorridire tutti i professori politically correct di passaggio.

[…] uno dei primi doveri di un professore di qualsiasi materia è di esagerare un po’ sia l’importanza della sua materia sia la propria importanza in essa. Un uomo che si chieda continuamente se val la pena di fare quello che fa, e se è la persona giusta per farlo, non concluderà mai nulla di buono e scoraggerà anche gli altri. Bisogna chiudere un po’ gli occhi e sopravvalutare leggermente se stessi e la propria materia.

Cosa ve ne pare?

Idee su “Zio Petros e la Congettura di Goldbach”, di Apostolos Doxiadis

Articolo brevissimo – ovvero scritto un tantino di fretta (e lo dico perché spero di non mostrarlo), fra una lettura frenetica e l’altra.

Questo libro l’ho finito una settimana fa, preso in prestito dalla professoressa di matematica del biennio. Da allora ho letto altri tre libri, e per questo ho difficoltà a stare in pari con le Idee da pubblicare.

È proprio bello, per uno studente – soprattutto di chi con la scienza avrà a che fare per sempre, per studio, lavoro e passione – leggere della vita di un grande matematico, narrata da suo nipote. Mostra molto bene come la disciplina detta “pura”, cioè del tutto priva di applicazioni pratiche, sia simile all’arte molto più che alla fisica, che di fine a se stessa non ha nulla.

Petros Papachristos vive da fine Ottocento a metà Novecento. È un matematico coi controfiocchi, che dalla Grecia va a laurearsi a Monaco di Baviera e, giovanissimo, vi ottiene una cattedra. Ciò gli permette di dedicarsi alla ricerca senza troppe preoccupazioni.

Sceglie di dimostrare la Congettura di Goldbach, uno dei più antichi problemi della comunità scientifica: circola dall’epoca di Eulero e Leibniz, roba da pelle d’oca. Nella sua prima formulazione essa dichiarava che ogni intero maggiore di cinque può essere espresso come somma di tre numeri primi, ma fu lo stesso Eulero a dire che ciò era ovvio (mica troppo…) e a scriverla nella forma che un po’ tutti conosciamo:

Ogni numero pari maggiore di due è la somma di due numeri primi.

Siamo nell’ambito della teoria dei numeri, la branca della matematica più densa di problemi irrisolti – pur avendo, quasi tutti, una formulazione assurdamente semplice. Papachristos le dedica vent’anni, in cui non fa altro che studiarla e sognarla, trasformandola in un’ossessione. Si avvicina sempre più alla soluzione, scopre una serie di risultati intermedi (cioè formula e dimostra teoremi attinenti), che non pubblica: nessuno deve sapere su cosa verte la sua ricerca, e nessuno deve arrivare prima di lui alla soluzione. Poi arriva Kurt Gödel, un giovanotto occhialuto mai sentito prima, che s’inventa un presuntuosissimo teorema d’incompletezza.

Kurt Gödel intorno ai vent’anni, cioè alla formulazione della sua prima legge. [Clicca per leggere un riassunto del suo lavoro.]

L’enunciato è così complesso da non essere nemmeno riportato nel libro, ma per Papachristos è una tragedia. Poiché esso sancisce l’impossibilità di determinare a priori se un’ipotesi sia dimostrabile o meno, il nostro si convince che la Congettura sia falsa. Abbandona così la ricerca e si stabilisce a Ekali, vicino ad Atene, dopo essere stato pure espatriato dalla Germania – la Grecia presto entrerà in conflitto coi nazisti. Qui viene mantenuto dai suoi fratelli, come aveva preteso suo padre, per decenni.

Anni dopo, suo nipote – lo scrittore di questo libro – cerca di fargli ammettere la sconfitta, per vendicarsi dell’estate in cui gli aveva dovuto giurare di non diventare a sua volta un matematico, il suo sogno di ragazzo. Il risultato è che Papachristos, ormai ottantenne, ricade nella frenesia del ricercatore e viene trovato morto la mattina seguente. Ictus, dice un medico. Poche ore prima aveva telefonato al nipote urlando di portargli un matematico come testimone del fatto che aveva infine dimostrato la Congettura.

L’immagine che più mi è rimasta impressa è proprio questa: il narratore che trova lo zio seduto in veranda, con un grande sorriso sulla faccia cinerea, circondato dai fagioli che usava per ragionare sugli insiemi.

Una gran bella storia, corredata dalla sottotrama che segue la vita dello stesso Apostolos e narrata nello stile asciutto delle menti piene di logica. E mai una volta che ceda e parli di matematica!

A proposito, il tizio che informa il protagonista dell’esistenza di Kurt Gödel è un certo Alan Turing, studente a Cambridge in quegli anni.

E ora siamo alla parte delle “idee”. I matematici di quel torno di tempo finiscono tutti pazzi o suicidi o entrambe le cose. Apostolos Doxiadis riferisce di aver visto Gödel da vecchio nel circolo in cui si riunivano gli scienziati della sua università. Faceva un caldo pazzesco. Lui era entrato indossando un cappotto e almeno tre maglioni uno sopra l’altro; la prima cosa che aveva fatto era stata versarsi una tazza di acqua bollente, di quella che rimaneva a disposizione per il tè, che aveva sorseggiato senza rivolgere la parola né uno sguardo a nessuno. Paranoia. Ipocondria. Morì d’inedia per timore che il cibo fosse avvelenato, dopo aver sofferto per decenni di denutrizione ed esaurimenti nervosi.

Srinivasa Ramanujan, il più grande matematico indiano (pressoché autodidatta, tra l’altro), aveva tentato il suicidio prima di morire di amebiasi a Madras. All’epoca (1920), la diagnosi era stata di tubercolosi. Nel libro, Petros afferma che aveva “la stessa stoffa di Archimede, Newton e Gauss – e forse anche superiore”.

Hardy, collaboratore di Ramanujan e conoscente di Papachristos, tentò il suicidio, si salvò, scrisse il saggio sull’estetica della matematica che sto finendo di leggere e finalmente riuscì a togliersi la vita. (Per il resto mi pare che battesse pari.)

Lo stesso Turing, il crittografo che neutralizzò il sistema Enigma, si uccise dopo l’esecuzione della condanna per omosessualità. La pena era la castrazione chimica. Tre anni fa il premier Gordon Brown gli ha chiesto scusa e ha osservato che era stato senz’altro un trattamento indice di omofobia, ma solo in seguito a una petizione. Il centenario dalla nascita ha partorito un francobollo che mostra la macchina da lui progettata come antidoto a Enigma.

Eccetera. Come dice Doxiadis, quanto più l’uomo arriva vicino alla perfezione e tanto più si estrania dalla realtà. Un’osservazione che ai cristiani piace molto, visto che qualcuno disse che dio fa impazzire i suoi prediletti per avvicinarli a sé. E sì che Hardy era ateo e “omosessuale non praticante” (disse un suo collega) e Turing praticava proprio, osando obiettare al giudice che non aveva pensato di far male.