Rapporto: la Scuola di Educazione alla Pace

Lezioni per insegnarti che l’alcool fa male, che le droghe stanno decimando la tua generazione, che il sesso è pericoloso, che il bullismo è diventato un’emergenza a livello mondiale, che le donne si fanno ancora strumentalizzare, che viviamo in una società maschilista, che alla fine l’Occidente non è che sia poi così avanti, che stiamo perdendo la battaglia culturale.
Lezioni per scaricarti sulle spalle la responsabilità di tutto il male cui dovrai rimediare perché il giovane sei tu e del bene che dovrai per forza fare, altrimenti il mondo ti si sgretolerà sotto i piedi. Eppure vedi che calchi questo suolo per pochi anni, vieni dopo una generazione d’irresponsabili e anche tu non è che sia cresciuto con tutte le rotelle a posto, non ti montare la testa.

Lo scopo sarebbe formare cittadini di buon carattere, eppure penso che tutto ciò possa sfociare solo in individui mentalmente chiusi (spesso al limite della psicopatia, come le femministe moderne), indifferenti o ribelli.

Questo è il resoconto di tre giornate di lezioni sulla gestione non violenta dei conflitti. Alla tastiera, una ribelle con un buon autocontrollo. (Se vi chiedete perché mi sia abbassata a partecipare, la risposta non è in alcun modo “tsundere”.)

***

Pensavo di morire. Probabilmente se non fossi stata in compagnia di un’amica mi sarei appostata in un angolo buio a esaminare ogni partecipante. Poi avrei concluso che non c’era nessuno di notevole e me ne sarei tornata a casa — tecnica testata personalmente, la consiglio.
E invece ho dovuto comportarmi da persona perbene fino all’ultimo. Dopotutto mi ero trascinata fino a scuola inseguendo le parole “Cibo gratis”, che sempre si accompagnano alle iniziative dedicate agli adolescenti. Sì, tipo Hänsel e Gretel.

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Capo d’accusa 1: D’intolleranza a cose necessarie alla vita sulla Terra

La cosa che ricordo con più (cinico) affetto è un esercizio volto a capire che percezione i partecipanti avevano di sé. Ci è stato chiesto di compilare un foglio coi seguenti dati:

  • Nome
  • Cosa mi piace
  • Cosa non mi piace
  • I miei pregi
  • I miei difetti
  • Negli altri apprezzo…
  • Negli altri non apprezzo…
  • Da questa esperienza mi aspetto…

La platea era composta in larga parte da donne, di cui quasi tutte sopra i quarant’anni e le rimanenti sotto i sedici, tranne me e la mia amica. C’era poi un residuo, dimostratosi superfluo, di uomini sulla quarantina e quattro ragazzi di seconda superiore chiaramente incastrati da una professoressa.

Tale varia umanità si è divisa nettamente per sesso ed età. Tutti i giovani hanno listato tra le attività preferite la compagnia degli amici e fra quelle sgradevoli la lettura. Tutti gli uomini hanno millantato di apprezzare valori come lealtà e coraggio e di odiare il contrario (davvero, si sono accontentati di dire “slealtà”).

Ma cos’avrà detto la componente femminile, lì riunita per sfatare una volta per tutte l’idea della “donna-oggetto”, una smorfiosa che parla solo per dare aria alle gengive e che si sente continuamente definire debole? Ah, quale meraviglia si presentò ai miei occhi misogini!
Il tutto è riassumibile nell’identikit della donna-tipo.

Fra i pregi la casa offre tanta sincerità, empatia, bontà, compassione, pazienza, sensibilità, le solite cose. Qualcuna si è anche definita intelligente e acuta. Nessuna bellissima, il che mi ha profondamente delusa.
Nei difetti abbiamo la troppa sincerità, la troppa bontà, la troppa sensibilità – a volte abbinata a una scarsa capacità di ascolto, uhm! – , l’indole da crocerossina, la fragilità, l’influenzabilità, l’ostinazione, la troppa modestia (e qui a momenti rigettavo la colazione ancora impacchettata nello stomaco).*
Ovviamente negli altri apprezziamo noi stesse, poiché viviamo per guardarci allo specchio; dunque pretendiamo sincerità e tatto.

A questo punto mi sono chiesta cosa sarebbe successo coi tratti che disapproviamo.
Per simmetria dovremmo ripudiare i nostri difetti come negli altri ricerchiamo i nostri pregi. Ma davvero sarebbe stato possibile dire “Io non sopporto troppa sincerità”? Certo che no! Sembrerebbe ipocrita!

Soluzione?

“Io non sopporto l’ipocrisia”!

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Questa è stata la risposta comune. Tutte le donne adulte – una dozzina – hanno sentito la necessità di metterlo in chiaro.

Ora lasciate che m’impunti, finché sono troppo giovane per essere definita una zitella frustrata.

L’affermazione “Uno dei miei difetti è la sincerità” implica logicamente un pensiero del tipo “Ah, se solo potessi essere una bugiarda, che gran persona diventerei!” e magari un proposito come “M’impegnerò a mentire almeno sei volte prima di fare colazione finché non avrò risolto”.

Ci vuole un sondaggio.

Perché dall’affermazione A non vediamo conseguire il pensiero B né tantomeno il proposito C? Votate:

1) Le donne sono più sceme degli uomini, pertanto non riescono a finire il ragionamento;
2) Le donne non percepiscono la sincerità come un difetto.

Bene, la 2). Ma allora com’è che il 100% dei soggetti adulti si è sentito sia di fare l’ipocrita che di condannare l’ipocrisia?

1) Le donne sono più sceme degli uomini, pertanto non riescono a notare la contraddizione;
2) Le donne non percepiscono la contraddittorietà come un difetto.

Ancora la 2). E la colpa di chi sarà mai?

1) Delle donne, che proprio non ce la fanno a capire che ormai sta a loro provvedere a se stesse, alla propria educazione e alla propria immagine pubblica;
2) Della società maschilista, violenta e repressiva che lascia i più deboli nell’ignoranza e nella volgarità senza che nemmeno se ne accorgano.

Io non ne ho idea, posso solo parlare per me.
Il mondo occidentale avrà anche dei residui di discriminazione in base al sesso, ma non sono tali da impedire a chicchessia, uomo o donna, di costruirsi una reputazione rispettabile.
Il fatto che su Internet, in televisione e sui giornali ci siano molte ragazze seminude e che questo sia legale non mi rende una poco di buono. Non mi danneggia in alcun modo, tutt’altro.
Sapendo questo, non ho bisogno d’indignarmi né di pensar male di queste ragazze seminude: come si diceva, viviamo in un mondo in cui il successo è considerato un diritto, anche per chi non lo merita.

Invece sarei tentata d’indignarmi per tutti quegli individui, uomini e donne, che ancora trovano qualcosa di mozzafiato in un pezzo di carne in mutande – ma questa è una mia tara mentale, lo riconosco. Sconfitti i puritani, non sarebbe ora di apprezzare qualcosina oltre i corpi?
Diciamo che, quanto a bassezza d’intelletto, vige l’assoluta parità fra i sessi. Ci meritiamo ciò che abbiamo, è il karma.

***

Ricordo altre risposte incredibilmente profonde del genere di “Non sopporto l’ignoranza!” (e allora che si fa, suicidio di massa come gli indiani d’America?) e “Odio la violenza, la prepotenza e l’arroganza!”.
La deduzione altrettanto profonda che ne ho tratto è che le entità senzienti al di fuori del mio organismo devono vivere un’esistenza facile e felice in mezzo a caprette che non scalciano e margherite di campo snobbate dai calabroni/T-Rex che ho in giardino.

Per tutti gli altri mi sento di parlare io, rude guerriero dall’approccio zen: anche respirare è un atto di violenza. Togli l’ossigeno alle generazioni future e invalidi gli sforzi delle foreste amazzoniche.
Odiare qualcosa e soprattutto rendere noto che la odiamo è violenza psicologica nei confronti di chi la ama o la sopporta, se non anche di chi la detesta quanto noi. Insomma, se al tuo amico piacciono i dolci e tu gli vomiti addosso il tuo disprezzo per lo zucchero che ti ha portato via lo zio diabetico, dubito che il poveretto non inizi a meditare sulla malattia e la morte. Violenza!
Allo stesso modo, se trovi un altro crociato anti-dolci, poco ma sicuro che peggiorerete insieme la vostra condizione psichica. Se non ci fossi stato tu a mantenere vivo il suo odio, probabilmente il fondamentalista se ne sarebbe annoiato.
Di contro, non odiare qualcosa è una violenza nei confronti di noi stessi, perché oggettivamente sopportare o incoraggiare un atto richiede molto impegno, una vera costrizione, quando distruggere è tanto facile.

E io non vedo come si possa essere ignari del fatto che senza violenza non si campa, ma a quanto pare sono in molti a basare sulla negazione di ciò un’intera esistenza ostentatamente felice.

La cosa buffa è che nelle tre giornate si è ripetuto un paio di volte che la pace non è un valore negoziabile. Che significa? Che se non la ottieni con le buone fai la guerra? Dio lo vuole!

Capo d’accusa 2: La comunicazione assertiva

Esistono a questo mondo due grandi categorie di persone: i passivi e gli aggressivi.
Dicono che, se si vuole risolvere un conflitto, si debba essere una via di mezzo. Si tratta cioè di trovare l’assertività.

In poche parole, lo scopo è esprimersi con chiarezza e non offendere, creare ansia o mettere a disagio il prossimo.
A parte che mi chiedo chi è che discute (cioè litiga) o fa una guerra col proposito di essere onesto, piuttosto che di vincere. Io no di certo.

Comunque la moderazione nella vita comune non crea grossi problemi. I metodi attualmente in voga per raggiungerla, al contrario, sì.

A me li hanno spiegati così: il primo passo è assicurarsi di aver inteso le argomentazioni dell’altro, perché in effetti la maggior parte delle volte spunta che avevamo capito tutt’altro. Per questo siamo portati ad apprezzare tanto un discorso come il seguente.

Che sciocchezza.

Che sciocchezza.

Quindi sarebbe necessario chiedere frequentemente all’altro se abbiamo capito bene, ripetendo le sue argomentazioni con parole nostre.

In pratica,

“Mi presti la penna?”
”Vuoi in affidamento temporaneo la mia penna?”

o

“Sei un idiota!”
”Mi stai dicendo che ho un quoziente intellettivo sensibilmente inferiore alla media?”

Sembrano esagerazioni, eppure lo schema è quello.
La cosa si può fare ancor più grottesca, perché il secondo passo è non insultare, bensì esporre il problema in termini neutri, descrivendo e non giudicando.
Così il “sei un idiota” di prima si trasforma in:

“Dal fatto che tu abbia acceso un falò davanti a me dopo aver imbevuto le mani nella benzina [fatto concreto, specifico e testimoniabile] deduco che le sinapsi all’interno della tua scatola cranica siano in quantità inferiore alla media nazionale [opinione scientifica prima di connotati emotivi] come da indagini ISTAT del 2007 [prova oggettiva facilmente verificabile].”

Adesso ho esagerato.

Fatto sta che l’aggressività è importante quanto l’assertività e che alternare un po’ di sana prepotenza a critiche costruttive risparmia molti guai. Però lascerei perdere la debolezza! Una volta che ci si è scomodati a pronunciare il proprio parere, tanto vale tenerselo ben stretto.

Epilogo: un episodio traumatico

Ho parlato di come spesso s’intenda dire una cosa e ne venga recepita un’altra. Ebbene, anch’io sono stata vittima innocente della sindrome del genio incompreso.

Durante un gioco a coppie per migliorare la capacità di ascolto, avremmo dovuto descriverci abbinando il nostro carattere a un dato animale.
C’era la volpe, che nel conflitto cerca il compromesso; la tartaruga, che fugge o ignora i malintesi; il camaleonte, che si adegua al punto di vista dell’avversario; eccetera.
Come c’era da aspettarsi, io sono stata l’unica ragazza a scegliere il profilo-aquila: “M’impongo sull’altro e lotto per averla vinta”. Sudando freddo, ho argomentato meglio che potevo la mia scelta con la mia compagna, perché poi sarebbe stata lei a dover riferire cos’aveva capito.

Il risultato? Il rapporto è iniziato con una frase sostanzialmente giusta, il fatto che ho delle “convinzioni forti”, per poi chiudersi, attraverso la più sdilinquita descrizione della mia anima, con il giudizio “Non ha valori molto ben radicati”.

Ma allora lo vedi che non lo sanno nemmeno loro cosa sono questi valori, mi son detta.

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* Per carità, anch’io ho avuto dei seri problemi a trovarmi dei difetti, ma alla fine qualcosa che vorresti cambiare di te stesso la trovi. E no, non è l’eccesso di perfezione. 😀

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10 thoughts on “Rapporto: la Scuola di Educazione alla Pace

  1. Molto interessante, divertente e illuminante sull’ingenuità che alberga nell’animo di molte persone nonché su quanto ancora è radicata l’idea, nella nostra società, che mediare sia cosa da donne (a giudicare dalla composizione dei partecipanti).
    Su una cosa però concordo con gli organizzatori del corso: “Sono responsabile di quello che dico e non di quello che capisci tu” la trovo una frase bellissima che prenderò a utilizzare nelle discussioni perché ormai, soprattutto in Italia, la tecnica aggressiva dell’interpretazione libera sta raggiungendo livelli grotteschi.

    A qualsiasi livello, dalla discussione politica alla conversazione fra sciure sul pianerottolo, sembra che la via più diretta per la vittoria sia travisare:
    “Sa, sono d’accordo che il panettiere non avrebbe dovuto fare le corna alla moglie, ma dobbiamo anche considerare che sono separati da un anno e anche se non sono ancora divorziati non possiamo ritenere questa violazione della fedeltà coniugale grave come se fosse accaduta due anni fa”
    “AH! Lo sta giustificando, lei è dunque per l’adulterio. Voi sporchi maschilisti che inseguite ancora il mito della virilità che si esprime infilandosi in ogni gonna! Signora Maria, si fermi un attimo, stia a sentire, ma lo sa cos’ha appena detto il geometra qui?”

    Ecco, penso che premettere quella frase sia più efficace che spiegarsi dopo, o uccidere l’interlocutore…

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    • Specifico che la frase “Sono responsabile di quello che dico e non di quello che capisci” non è stata in alcun modo supportata durante il corso – sarebbe stato molto poco assertivo, LOL.
      Capisco che venga spesso da pensarlo, ma come il discorso può essere volontariamente portato fuori strada da chi ti ascolta, così puoi fare tu usando tale premessa. Una cosa del genere ti permette di proporre argomentazioni molto generiche, costringere l’interlocutore a interpretarle (altrimenti farebbe la figura dello scemo), per poi dirgli che non ha capito nulla e chiuderla lì.
      Mettere le mani avanti e dire “Occhio che adesso parlo: sta’ bene attento a quello che dico, perché non ho intenzione di ripetermi e se non capisci ti arrangi” non mi sembra un gran modo di porsi!

      Detto ciò, se senti il bisogno di premettere una cosa simile forse stai sprecando il tuo tempo con la persona e/o l’argomento sbagliati: tanto vale non partire neanche. ^_^”

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  2. Se ci si aggiunge il life coach, diventa la trama di un film dell’orrore, ma non di quelli che girano oggi, che fanno ridere.

    Una volta sono andato a un incontro di integralisti cattolici che volevano dimostrare l’assenza di fondamenti nella teoria dell’evoluzione – e questo solo perché offrivano il tè con i pasticcini. Le parole cibo e gratis nella stessa riga hanno un effetto devastante 😦

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    • Che poi io, allocca come al solito, sono rimasta a digiuno: il “rinfresco” sembravano in realtà gli avanzi del pranzo di una mefitica professoressa della mia scuola. Mi aspettavo di trovare peli di gatto ovunque…

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  3. Ho sempre odiato i giochi a coppie. Dei ricordi delle superiori, uno dei peggiori è l’incontro tra lo psicologo e la classe, con quegli esperimenti d’identificazione spicciola. Difficilmente la complessità del singolo individuo può venire ridotta dal paragonarsi al mondo animale.

    Ma il cibo almeno alla fine era buono? 😛

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    • Infatti è stato orribile, perché i tizi logorroici o dall’ego straripante non sono riusciti ad attenersi alle regole: giù a parlare di sé per minuti interi, a sottolineare la complessità del proprio pensiero, eccetera. Persino io ero annichilita!

      Il cibo era una menzogna! Non sono riuscita a indovinare nemmeno uno degli ingredienti dei piatti né a intuire il gusto delle bibite dal colore. Un incubo. 😛

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