Idee da “La fonte meravigliosa”, di Ayn Rand – Parte 1

Per qualunque colpa ci può essere un’attenuante, chiunque può meritare il perdono. Ma non ci può essere indulgenza per coloro che mancano del coraggio della propria grandezza. […] Per me, non c’è perdono. Io non ero nato per essere uno schiavo.

Citando Gamberetta, The fountainhead (1943) è un documentario sugli ornitorinchi per soli appassionati di ornitorinchi. E anche se siete fan dei misteriosi mammiferi ovipari, questo libro vi costringerà a guardarli sfilare e andare a un rave.
Ossia: questo è un romanzo scritto solo per veicolare una filosofia ben precisa. Se volete una storia, con essa vi verranno date un sacco di dritte morali non richieste – esattamente quello che critico da anni, ormai; se volete conoscere un punto di vista poco condiviso, vi si presenterà un ammasso di opinioni cervellotiche e non giustificate, buttate lì come a dire “Se non sei d’accordo con me neghi l’evidenza”.

Ho ricordato e ripescato un tweet del marzo 2012. Stimatemi.

Per l’occasione ho ripescato un tweet del marzo 2012.

Quindi le opzioni per apprezzare questa lettura sono due: o siete amanti della parte di ornitorinchi che va ai rave o riuscite a ignorare valanghe di ideali non vostri e per nulla entusiasmanti in nome della Curiosità.
Ciò detto, ne sono rimasta abbastanza colpita sotto due punti di vista: il comportamento dei personaggi e, naturalmente, la filosofia che la Rand ha messo loro in bocca.

In questo articolo vi vorrei dare un’idea di due fra i protagonisti e del tipo d’idee che la Rand si sforza di combattere; fra qualche giorno si terrà invece la sanguinosa battaglia tra egoismo/individualismo e altruismo, vero fulcro del romanzo. Spero di non agitarmi troppo, via. 😀

I personaggi

Dominique

«Posso dirle che sono felice di averla rivista?»
«La dispenso.»

Un personaggio spaventoso, almeno prima di convertirsi all’etica di Roark, il protagonista.
Due parole di anticipazione su quest’ultimo. È il classico eroe monolitico, quello che non sbaglia mai né ha un’evoluzione, martoriato da difficoltà di ogni genere, umiliato ma sempre luccicante della sua superiorità morale.
Dominique se ne innamora. La reazione?

Io posso accettare tutto, tranne quello che sembra facile alla maggior parte delle persone: il quasi, il pressapppoco, la via di mezzo. Quando penso a quello che tu [Roark] sei, sento che potrei accettare soltanto un mondo che fosse degno di farti da cornice; ma quel mondo non esiste. E io non posso accettare di vivere una vita divisa tra il mondo che invece esiste e te. Vorrebbe dire combattere contro cose e uomini che non meritano di essere considerati tuoi avversari. Vorrebbe dire mentire, adulare, venire a compromessi, chieder loro di lasciarti vivere, pregarli, invece di ridere di loro.

Due moventi, quindi. Sullo sfondo, la volontà di proteggere Roark da distruzione certa; in primo piano, quella di distruggere il mondo che gli impedisce di eccellere. Però aiutarlo a farsi strada sarebbe un insulto alla sua natura di genio indipendente.
Come diventare schizofrenici a forza di film mentali.

Quando vedo un uomo gettare delle perle senza ottenere in cambio nemmeno una cotoletta di maiale, non è contro il maiale che sento indignazione [ma che diavolo…?]. È contro l’uomo che ha valutato le sue perle tanto poco da buttarle nel letame, permettendo che esse suscitino un assordante concerto di grugniti.

La stessa scrittrice considera sbagliato questo comportamento, ma intanto lo presenta in modo così appetibile che mi ha fatto paura: se fossi stata capace di farmi coinvolgere, a quest’ora avrei la parola “autodistruzione” stampata in fronte.

Dominique con queste motivazioni compie azioni al di là dell’umana concezione, tipo sposare un architetto mediocre di particolare successo, Peter Keating, e rendere valida la seguente analisi:

«Lei non si venderebbe mai per salvare il suo paese, la sua anima o la vita di un uomo che amasse. Ma si venderà per ottenere per Peter Keating una commissione che non merita.»

Stop-Normal-Red-iconSeriamente parlando, questo spiega benissimo perché la filosofia mi inquieta. C’è un mucchio di concetti e modelli etici che a parole sembrano autoevidenti, leciti o giusti, ma che nei fatti non riescono a portare alcun bene.
Per questo penso sia utile viaggiare su due binari: un codice etico serve a capire quello che non va nel mondo e nelle persone (dopodiché scivolare nel cinismo) e uno pratico a ignorare tutte le precedenti conclusioni e andare avanti. In questo modo ci si può permettere di essere pessimisti quanto si vuole – gratificando così il proprio ego per aver capito che gran fregatura sia la vita – e al contempo trovare le forze per migliorarla.

Sul serio, con me funge.

Il che mi fa pensare al parere di un altro personaggio randiano.

«Ami l’eroico nell’uomo, Gail?»
«Amo pensarci. Non ci credo.»

Mi sembra che non ci sia nulla di più eroico che infischiarsi della propria mancanza di fiducia.

In ogni caso, alla fine Roark porta Dominique dalla sua parte e tutto è bene quel che finisce bene.

Roark

Meno interessante della sua aggressiva metà, non ho potuto fare a meno d’immedesimarmi in lui. Me lo aspettavo, visto che applicavo già molti degli ideali della Rand, però mi ha colpita l’idea di un protagonista che non si preoccupa della propria personalità nonostante predichi l’egoismo.
Ovviamente questa scarsa capacità d’introspezione rende necessario che gli altri personaggi lo descrivano come un messia, cosicché la sua possanza non passi inosservata. Per esempio:

«Lei non ha bisogno di nessuno in modo molto personale.»
«No, infatti.»
«E non se ne vanta nemmeno?»
«Dovrei?»
«Forse no. Lei è troppo arrogante per vantarsi.»
«Davvero? Sono così?»
«Lei non sa quello che è?»
«Non lo so. Vuol favorirmi una definizione?»
«Lei è l’uomo più freddo e nello stesso tempo l’uomo più pieno di vita che io abbia incontrato.»

Le frasi a effetto si sprecano. Ma anche con un espediente così meschino la Rand sapeva benissimo come arrivare dritta al mio cuore cervello!

[Roark è] qualcuno che non si può ferire nei sentimenti e di conseguenza non può perdonare.

Dovrò pur entusiasmarmi per qualcosa, ogni tanto.

Per carità, devo ammettere che starebbe antipatico a tutti. Io invece riesco a ricordare una sola cosa per cui mi abbia dato ai nervi: il fatto che snobbi l’architettura classica e si ostini a costruire solo roba moderna.

Hipster?

Non sono di quelli che predicano il rispetto delle tradizioni e l’attaccamento alle radici culturali, anzi, ma ho un parere molto rigido e semplicistico in fatto di estetica.
Allo stesso modo in cui una persona stupida non può sembrarmi graziosa, un edificio pieno di fronzoli, spigoli, spuntoni non è che un pugno nell’occhio. Ogni elemento deve avere un’utilità e solo in funzione di essa ne stabilisco la bellezza.

Il confronto, per essere pratici, è fra questi due edifici:

Il personaggio di Roark si ispira all’architetto Frank Lloyd Wright, creatore del Guggenheim.

L’Anfiteatro Flavio conciliava bellezza e utilità. Molta utilità.

Ma è comunque un parere incompleto, dato che definire il concetto di utilià diventa difficile non appena si parla di edifici privati.

***

Finora ho presentato un personaggio monolitico, Roark, e uno complesso, Dominique. Paradossalmente è quest’ultima a sembrare meno credibile, proprio a causa delle mille sfaccettature che la Rand le attribuisce. Così ne ho ricavato un’opinione ancora traballante.

Stop-Normal-Red-iconSecondo me, nella creazione di un personaggio anche la (troppa) complessità è una semplificazione. Le persone vere di solito non riflettono prima di agire – fanno come capita, o al massimo come conviene loro – e se anche ci pensano l’etica non è il primo criterio di cui tengono conto: è già tanto trovarsi un obiettivo, mi pare. Ma anche considerando la minoranza che segue uno schema, non è possibile ricondurvi ogni azione, parola, pensiero, desiderio. Quindi penso che pretendere una cosa simile da parte di un personaggio letterario non sia altro che una scappatoia per lo scrittore, o volendo una specie di deus ex machina: il superpotere – in questo caso è la Coerenza Assoluta – che fa continuare l’avventura.

Kurosaki Ichigo. A quindici anni ancora era umano, ma poi si è fatto un esame di coscienza e...

Kurosaki Ichigo, amministratore delegato della Deus ex Machina S.p.A.

Il sofisma

Libertà e obbligo sono in antitesi?

Ebbene sì, il cattivo della situazione, Toohey, predica il contrario.
Credo che sia una tesi insostenibile e che la Rand lo sapesse. Ma era necessario un nemico ideologico per Roark, e così si è trovata costretta a forzare un concetto così scemo nel povero Toohey.
A sua volta, però, questo lo rendeva un personaggio poco brillante, indegno del protagonista. La soluzione? “Toohey non pensa davvero quelle brutte cose, sa che ha ragione Roark, ma è un malvagio manipolatore di coscienze assetato di potere!”.
Mapperfavore.

«In sostanza, libertà e obbligo sono una cosa sola. Vi darò un semplice esempio. I semafori limitano la vostra libertà di attraversare la strada quando volete. Ma questa restrizione vi libera dal pericolo di essere travolti da un autocarro. Se veniste assegnati a un dato lavoro e vi fosse proibito di abbandonarlo, questa regola limiterebbe la vostra libertà di movimento, ma vi affrancherebbe dal timore della disoccupazione. Quando mi viene imposto un nuovo obbligo, guadagno automaticamente una nuova libertà. I due valori sono inseparabili, perché solo accettando l’obbligo nella sua forma più assoluta possiamo raggiungere la libertà più completa.»

Alla Rand piace arrampicarsi sugli specchi, visto che contraddirsi in termini (libertà ≠ obbligo) non è una buona strategia per convincere chicchessia. Facciamole compagnia per qualche riga.

Questa cosa del limitare la propria libertà personale per ottenerne una maggiore, cioè di rinunciare ad alcuni diritti, è centrale nella filosofia politica anglosassone. La triade inglese Hobbes-Locke-Hume nel Seicento ha chiesto all’Europa quale fosse il motivo che spinse gli uomini ad associarsi. Pare che alla fine l’abbia spuntata la paura della morte, vuoi perché i nostri ideali progenitori vivevano in stato di guerra perenne, vuoi perché dovevano costantemente temerla.
Dunque è la paura ad aver creato e a tenere unita la gens humana, spingendo a privarci di alcuni diritti per conferirli a un capo che ci difenda adeguatamente. Pian piano i “criminali” hanno perso il diritto di proprietà – lo Stato non può forse toglierci la casa, se non paghiamo le tasse? –, la libertà personale – vedi le prigioni – e a volte alla vita.

Si direbbe che viviamo nel sofisma di partenza, a questo punto. Se pensiamo che ci convenga sacrificare tutto ciò in cambio di una certa sicurezza, allora è proprio vero che la libertà coincide con l’obbligo e il diritto col dovere!

***

Sdrammatizziamo, ché La fonte meravigliosa è anche un libro da (de)ridere.

[Roark] Stava sorridente di fronte a una folla ostile come il martire che nell’arena si prepara a lottare contro le belve con la sola forza del suo sguardo e con la santità del suo cuore. E quelli che lo guardavano compresero che nessun odio gli era possibile e che essi non potevano odiarlo. Per alcuni istanti, ognuno riuscì ad intendere il perché di quella serenità e ognuno si chiese: «Ho bisogno dell’approvazione degli altri? E l’opinione degli altri ha importanza?» e per alcuni istanti in quell’aula ognuno si sentì libero abbastanza da provare benevolenza e comprensione per ogni altro uomo che gli stava vicino.

Il Signor Roark dopo un sonnellino.

“Che cosa stai aspettando? Che la quaglia fritta ti caschi in bocca?”

Quaglie diem, come prima.

Catone il Censore ci ha lasciato diverse ricette a base sia di quaglie che di carpe.

“Vorrei che lei fosse ammalato, così io potrei imboccarla e sapere che ha veramente bisogno del cibo offerto da me.”

“Non è come sembra!”

A fra qualche giorno per la seconda parte delle Idee sulla Fonte meravigliosa. Sarà un articolo pieno di idee non scientificamente verificabili, astratte, contorte e traballanti, proprio il mio genere!

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