Idee su “Sotto un sole nero”, di Ivano Mingotti

Sono tornata! E ho con me una recensione!

La vita non è facile. No, signori.

— Ivano Mingotti in Sotto un sole nero

Sotto un sole nero mi è stato inviato gratuitamente dall’autore dietro richiesta di commento, quindi questa potrebbe tranquillamente essere definita una recensione prezzolata: prego dubitare del mio parere, che già di solito non è oggettivo.

L’idea

Prendiamo il Ventennio Fascista, trasformiamo il Duce in Ductor (ché dux suona troppo scontato), ficchiamoci il sole nero per colpire gli allocchi, chiamiamo Hinkfuss il Malvagio Professore che l’ha causato, ché i tedeschi sono sempre antipatici, aggiungiamo l’invasione aliena alle ultime dieci pagine, raccontiamo le sofferenze della gente comune, mescoliamo, pepiamo et voilà! Un romanzo futuristico, fantascientifico, distopico, moderatamente depresso (ehm, a tinte fosche, mi pare si dica…), socialmente impegnato, à la Orwell!

Vediamo, che personaggi prendere? Allora, sì, l’omosessuale discriminato ci vuole, di questi tempi. Poi la vecchia che le ammazzano un figlio e l’altro le diventa soldato del regime. Poi il padre dalle spalle larghe che deve salvare la figlioletta imprigionata non diciamo perché. Poi il soldato che vuole uscire dalla spirale di violenza in cui è entrato. Poi il bambino che vede i soldati seviziare la madre. Poi il pazzo pluriomicida — oh mamma, mi congratulo per averci pensato, è troppo figo! Poi…

Ah già, a cosa serve il sole nero? Facciamo che l’oscuramento l’ha architettato il regime per fermare il surriscaldamento globale, così ci mettiamo anche un po’ di ecologia senza complicarci troppo la vita. E gli alieni? Allora alla fine loro riescono a far tornare azzurro il cielo e ci invadono e ammazzano tutti i cattivi! A posto!

… Vi dispiace se la chiudo qui e passo allo stile? Parlarne fa male al cuore che non ho.

Di trame sciatte o inesistenti nobilitate da un buono stile ce ne sono abbastanza da far sperare anche per Mingotti, quindi cerchiamo di capire se si salva qualcosa.

***

La prima impressione

In un presente alternativo, un governo totalitario sembra gestire la vita dell’intera popolazione umana. I “cittadini” vivono in un regime di terrore e di ferree regole dettate dal Ductor. Apparentemente salvatore della specie, dopo il disastro ecologico, il Ductor “protegge” il popolo sotto un sole nero, nel silenzio e nell’alienazione in cui sono ridotti, sotto un regime che marcia per le strade “Per la pace. Per la quiete. Per il sangue dei nemici”. Ma un’ulteriore minaccia da parte di invasori esterni sembra minare questo equilibrio. Nove vite si intrecciano, ci raccontano e ci conducono verso un epilogo inaspettato.

Il governo sembra gestire la vita di tutti; i cittadini sono tali solo tra virgolette; il regime marcia per le strade — sembra il titolo di un articolo di giornale: “Il regime marcia per le strade, la morale lo fischia dal solaio”; il predicato “sono ridotti”, al plurale, si riferisce al popolo, singolare; il fatto che si parli di invasori rende superfluo l’attributo “esterni” — e siamo in un riassunto. Che però dello stile di Mingotti non dice niente. D’altro canto, la dedica ci mette subito sulla retta via:

Dedico questo libro a Lory, senza la cui frase assolutamente fuori contesto questo libro non sarebbe mai nato.

Per la serie “scritte e non rilette”.

***

Alla prima pagina invece ho tirato un sospiro di sollievo: niente wall of text, niente descrizioni, organizzazione capillare per capitoli e sottocapitoli, cosicché mi sarei potuta fermare in qualunque momento senza perdere il filo del discorso. Il libro perfetto per me, insomma. Poi ho notato che quasi nessun periodo superava la riga di lunghezza e ho iniziato a temere.

Erano tutte frasi a effetto.

Be’, ovviamente non proprio tutte. A volte semplicemente non c’era un vero motivo per andare a capo. In proposito godetevi questo brano, tratto dal capitolo Credo:

MARCIAMO

Marciamo. Sotto i colpi del cannone, come ogni mattina. Marciamo. Mentre tutti ci guardano, tutti ci osservano. Marciamo.

E fin qui ricorda 300. Epico. Ma poi la situazione sfugge di mano:

Marciamo per loro.
Per fargli capire che ci siamo. Che ci saremo quando sbaglieranno. Che ci saremo quando non lo faranno. Marciamo.
Come ogni mattina, una gamba dietro l’altra, marciamo.
In perfetta simmetria, come un blocco unico. Marciamo.
Voltando la testa nella stessa direzione, tutti quanti. Senza guardare niente e nessuno. Marciamo.
Come se niente ci meritasse. Come nessuno fosse degno di noi. Marciamo.
Noi che siamo superiori, noi che abbiamo il fucile, marciamo.
Tra la gente del paese, e poi della città. Portando al mondo le nostre uniformi, le nostre grida. Le palle dei nostri cannoni. Marciamo.
Per fargli capire che quando non vorranno, ci saremo.
Che devono essere obbedienti.
Che il dovere, il dovere è tutto quello che conta.
Marciamo.
Sotto il nostro sole nero, mentre le nostre scarpe pesanti sbattono sul cemento. Marciamo.
Come timbri di grossi tamburi, scandiscono il tempo. Sbatto le suole. Marciamo.
Avanti, avanti. Gridiamo. Per fare paura ai nemici dell’ordine. Per fare paura ai nemici del nostro ordine. Marciamo.
Senza chiederci perché, senza domandarci se sia giusto.
Perché è quello che ci chiedono, perché è il nostro dovere. E il dovere è tutto.
Impugno il mio fucile, lo tengo stretto al petto.
Marciamo. Avanti marciamo.
Fino alla base, fino ai prossimi ordini.
Come tutti i giorni.
Per la pace. Per la quiete.
Per il sangue dei nemici.
Marciamo. Con le nostre bandiere, i nostri vessilli, le nostre uniformi, i nostri canti.
Le nostre urla.
Marciamo.
Avanti, marciamo.

  1. Se fosse un film andrebbe bene: voglio presentare il prossimo narratore, un soldato, lo mostro nei ranghi per cinque secondi. Ma qui è solo una scena banale raccontata in modo logorroico.
  2. A proposito di logorrea, questo modo di scrivere è più ansioso che ansiogeno. Ripetere ogni singolo concetto non crea suspense.
  3. Incongruenza. Se i soldati non si chiedono perché fanno quel che fanno, non possono nemmeno rispondere “Perché è quello che ci chiedono”.
  4. Una gamba dietro l’altra? Davvero non c’era un modo migliore per dirlo (tipo non dirlo per niente, supponendo che il lettore sappia camminare)?

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Tranquilli, posso far di peggio. Sarò scientifica e catalogherò.

Aliti di immortalità (aka Frasi altisonanti)

Nuvole oscure, neri presagi di morte e tirannia.

Allibis, la situazione era critica anche prima t’impossessassi del corpo di Mingotti. (Guardate, ho scritto una parola con sei esse! E lo rivendico con orgoglio! (cit.))

Guardo un sole nero che si lascia guardare. La perenne eclissi di una stella che non brilla per noi.

Sarà timido o fa il prezioso?

Repetita iuvant

Mio padre alza lo sguardo. Mi fissa. Mi fissa duramente.
Solo un’altra volta l’ho visto fissarmi così. Solo un’altra volta. [Poi descrive quale fu quella volta, va a capo e…]
Solo quella volta.
E ora, ora mi guarda con lo stesso sguardo.
Con lo sguardo terrorizzato e tetro del regime. Con lo sguardo di chi mi imputa una colpa. Di chi mi imputa, per questa colpa, di mettere in gioco la quiete di tutta la famiglia.
Si sono portati via già mamma, mi ricorda con gli occhi.
Si sono portati via già mamma, per un’inezia.
Per quello che sono, per quello che provo verso il mio stesso corpo, il mio stesso genere, potrebbero portare via tutti noi.
Per colpa del loro silenzio. Per colpa della loro omertà.
Mi guarda duramente. Mi fissa, senza dire una parola.

Miseriaccia, sono solo un paio d’occhi!

WTF?

Siamo a pagina 3. Questo dovrebbe essere, insieme agli alieni, il pretesto per poter mettere il romanzo sullo scaffale della fantascienza:

Hanno pensato bene di spegnere la luce, una volta per tutte. Proprio loro, che grazie alle loro discariche, alle loro nubi radioattive, ai loro esperimenti e ai loro sprechi avevano acceso il forno.
Ora non rimane che un fuocherello a gas.
Nient’altro.
Una scatola nera ben chiusa.
Ero piccolo, quando tutto è successo. Troppo piccolo per ricordarmi. Troppo piccolo per sapere del professor Hinkfuss e della sua geniale idea di schermare i raggi solari. Chiuderli, con un sistema tecnologico avanzatissimo. Avanzato quanto tetro.
Della tecnologia non abbiamo mai saputo niente. Nulla di nulla.
Abbiamo solo patito le conseguenze. Il freddo perenne. Il calore artificiale, la luce dei lampioni a gas.
Chiusi in una bolla di cemento e ferro.

Del tipo? Vuoi davvero lasciarmi a immaginare una calotta che si regge su pilastri grandi come la Polonia?

Eudosso fu il primo a pensare che le stelle, fisse e mobili, fossero incastonate in tante calotte, anch’esse in movimento o meno. Lui ne ipotizzò 27, Aristotele 55, e i medievali apprezzarono.

E, come dice il saggio, prima di uscire spegni le porte e chiudi i raggi solari.

Un silenzio spettrale, solo il suono delle fiamme che bruciano.
Solo le fiamme.
E altre piccole esplosioni, altri scoppi.

Sì, questa è proprio la definizione di silenzio.

Ho la vista annebbiata, e l’udito non lo è di meno. E non comprendo niente, niente.
La stanchezza mi tiene la mente chiusa, sono concentrato sul dolore. Su nient’altro.
E le urla diventano molte, diventano moltissime.
Un mare di grida.

L’udito annebbiato! La mente chiusa! I mari di grida! Deh, qual poesia!

Solo la voce silenziosa.

Bis! Biiis!

Silenzio e cinguettii.

Triiis!

Nessun rumore, neppure il borbottio più sottile. Né un motore, né una voce, né un brusio qualsiasi.

Quadris! (No che non esiste.)

Buio, notte e silenzio. Cinguettio d’uccelli.

Quin… ehm, magari un’altra volta.

Zitte e in silenzio.

Scusate, mi è scappato.

Tirano la mia carne, ora li vedo, tirano la mia carne.

L’ho già usato il deh? PUAHAHAHAHAHAH.

Buio di un nero tetro.

Qui, i miei occhi sono inutili.
Sono fari nelle cianfrusaglie di un rottamaio, sono candele senza miccia.

Buio, respiro e sudore… buio, sudore e respiro.

Senza contare la scena da Oscar in cui il protagonista ci descrive accuratamente la sua cella e medita sul tempo che vi ha passato prima di accorgersi di avere le costole spezzate.
Poi la fuga:

Danzando come un ballerino su cocci di vetro, ferraglia, cemento.

La nota che ho preso mentre leggevo recita “No ciccio, hai le costole e una gamba rotte, col cavolo che sembri un ballerino”.

Brutale e bollente, brillante.

Guess what? Sono tutti attributi del cielo. E per questa volta mi rifiuto di ripetere del cielo!

Un altro pelle bianca, che veloce si accorge di me e veloce mi segue con lo sguardo.

Se fanno le Olimpiadi di lest’occhiata voglio partecipare, ho il fisico adatto.

Non manca lo splatter:

Stringo la mano tra le costole, annaspo. [Avrebbe dovuto perdere i sensi sul colpo, con la sua maschia resistenza…]

e

I miei occhi corrono, danzano intorno a me.

Rinfoderi i bulbi e non se li faccia più scappare, signorino.

Frasi contorte che manco le mie

[Il protagonista si chiede se suo padre e sua sorella denuncerebbero la sua omosessualità per non subire le ritorsioni del regime.] Non posso pensare che rischierebbero di mettere loro stessi in pericolo pur di avere la sicurezza di esser salvi.

E pavimenti illuminati lievemente da luci appese agli angoli tra soffitto e mura.

Sono vicino alla strada che subentra da sinistra, vicino. Vicinissimo.
E sto per prenderla, senza pensarci, senza rifletterci.

Che viscide queste strade, ti subentrano intorno senza proferir parola…

L’italiese

Pagina 3:

gambe rette e lunghe.

Perché se ne vedono, in giro, di gambe empie.

Pagina 4:

esiste solo il lavoro e il quieto vivere.

e

Sono decenni che non si è levata nessuna protesta.

Se la consecutio temporum stesse solo nell’abbinare un tempo semplice col corrispondente tempo composto, il latino sarebbe più facile dell’inglese.
Ah, ovviamente il brano proseguiva con un a capo e Decenni.

Pagina 10:

Divise e marce e pareti che scorrono [il protagonista, tutto rotto, sta venendo trascinato in giro.]

Pagina 14:

[…] corpi che mi strisciano ai piedi. Dilaniati, distrutti. Macellati.

Vieni con me, caro, ti faccio vedere io come non si muove la gente macellata a modo.

Pagina 21:

Dove ci aspetta l’autobus per chi è più fortunato, i piedi per chi non lo è.

Hanno i piedi smontabili come le Bratz!

Conclusioni

Per questa recensione sono stati sufficienti gli appunti sulle prime trenta pagine. Il romanzo è tre volte e mezza più lungo, ma non continuerei a citarlo nemmeno per provarvi che l’ho letto tutto. (Anche perché l’ho lasciato in PDF e il mio povero Kindle ci mette anni a girar pagina.)
Mingotti è un tipo originale: scrive di nove persone diverse, in cento pagine, con frasi brevissime e riesce lo stesso a dimostrarsi logorroico. Dovrebbe darsi al fantasy.

Questo è il primo libro che mi sia capitato ad avere un pezzo di narrazione prima del Prologo, contraddicendo l’etimo stesso della parola.

Molto artistico. Trasgressivo, quasi.

Molto artistico. Trasgressivo, quasi.

Voglio provarci.
Sì.
Anch’io. Io.
Voglio provarci.
A scrivere così.
Voglio tentare.
Tentar non nuoce.
Chiedere è metà dell’avere.
L’avere, già, l’avere. Basta chiedere. Null’altro.

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