Di regole e oggettività

Dopo due o tre anni di attività su questo blog, è decisamente ora di chiarire cosa penso della narrativa.

Il problema che più mi preoccupa è quello delle regole.

Nel mulino che vorrei chi scrive ha l’obiettivo di coinvolgere emotivamente chi legge.
Data la destinazione, si crea la strada per arrivarci — possibilmente non a colpi di metafore, come sto facendo adesso — e trova le scorciatoie. Che poi sono le famigerate regole.

Come le trova?
Esercitandosi, essenzialmente.
Oppure imparando da chi questa fatica l’ha già fatta e gli ha lasciato il libretto d’istruzioni. Ed esercitandosi comunque.

Poi qualcuno aggiunge o sostituisce ai precedenti altri ingredienti, come il talento e l’istinto. Perdonatemi se io non ci credo, ma di solito per “istinto” s’intende andare a casaccio (o a sentimento, come dicono dalle mie parti).

Fatto sta che né le regole né i manuali di scrittura hanno alcunché di mefistofelico e studiarli non è una cattiva idea. Al massimo, buonsenso.

E se è tutto così logico si può parlare di oggettività.

Io trovo che la frase “i gusti sono gusti” appartenga ai disfattisti.
Quelli che ti dicono di non comportarti come se la narrativa fosse una scienza esatta, tanto non vai da nessuna parte.
Quelli che ti danno del conformista e del burocrate e del topo di biblioteca che non sa staccarsi dai libri, mentre il modello vincente è il genio che scrive a forza di starnuti.
Quelli che ti dicono che studiare non serve.
Hanno ragione, ma se facessimo come dicono non varrebbe la pena parlare di arte: tutto si ridurrebbe a uno sterile “a me è piaciuto”, che dell’opera — libro, statua, fotografia, eccetera — non dice nulla.

Quindi la soluzione è questa: comportarsi come se l’oggettività esistesse, grazie alle regole che ci siamo inventati, e soffocare di prove chi ci sta a sentire.

Ciò significa che, a patto di fornire tutti gli esempi del caso, non c’è un limite all’entusiasmo o alla perfidia, in una recensione.
Lo scopo del recensore è stabilire se un prodotto è consigliabile ed essere convincente: l’ironia diventa indispensabile.

Domanda: c’è un limite a tutto?
No.
Uno dei princìpi del mio blog ideale è che bisogna dire ciò che si pensa. E io non penso in modo tollerante. Non esistono battute troppo cattive né attacchi troppo diretti.

E qui spunta il lato gamberettiano.
Se un libro si fa beffe delle regole più semplici significa che l’autore si è rifiutato di impegnarsi e che si è preso il nostro tempo — se non i nostri soldi — senza aver fatto niente di valore.
Ci ha truffati. È una persona disonesta. Non merita rispetto.

Sì, lo so, è un discorso poco condivisibile, ma francamente non mi sento di fare sconti a nessuno.
Essere letti da centinaia, se non migliaia o milioni, di persone è una responsabilità. Non la si può ignorare.

Questi sono i presupposti in cui credo.

Ho scritto questo articolo anche per sentire dei pareri. È una questione molto ampia e complessa e credo che parlarne possa fare solo bene.

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22 thoughts on “Di regole e oggettività

  1. Metto giù qualche osservazione personale.
    . Sul recensire – io resto fedele al precetto di Siskel & Ebert, per cui nel recensire io descrivo come l’opera che recensisco mi abbia fatto sentire, fornendo abbastanza dati affinché il mio lettore possa decidere se, indipendentemente dalla mia opinione, l’opera possa interessargli.
    In questo senso, che l’autore applichi la regola X piuttosto che la Y o se ne infischi, non mi interessa – mi interessa se la storia, per me, ha funzionato.
    Può dipendere dall’applicazione delle regole – ma anche no.
    . Sulle regole – vale tutto. L’unica regola buona è quella che, in quella precisa istanza, soddisfa le mie necessità con la massima economia. In questo senso, se la narrativa è (anche) una questione di disciplina, allora l’importante è che ci sia la disciplina, non su quali regole si fondi. Scrivere pensando alle regole è fondamentale – quando si hanno dodici anni si sta imparando. Arrivati a quindici, le regole dovremmo averle a tal punto interiorizzate che le applichiamo – o le infrangiamo – a livello istintivo, a seconda della necessità. Oppure siamo pietosi scribacchini.
    Contestare un testo sulla base della applicazione o meno delle ipotetiche regole è sostanzialmente stupido, e disonesto. È come valutare un cibo sulla base di quali manuali ha letto il cuoco. A me interessa il sapore del cibo, non l’aderenza a un manuale di cucina piuttosto che a un altro.
    Però ataccare sulle regole è facile – e sicuro: non si deve esprimere un gusto personale, non ci si deve esporre, basta citare una autorità superiore e, al limite, essere sufficientemente offensivi.

    Poi, naturalmente, a ciascuno il suo.
    Come diceva quel tale, YMMV.

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    • Alla fine l’unica vera regole in narrativa è “Basta che funzioni”, uno può essere capace o essere un inetto, e la differenza si nota sempre, sia che scriva seguendo a menadito le “regole” sia che le infranga 😉

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      • Vero, ma non uscirà la Pietà neanche se si atterrà alle regole fissati dai precedenti scultori senza forzarle mai 😀

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      • Ciao.
        Secondo me nessuno pensa all’autore.
        In quanto autore, io (generico) ho anche la soddisfazione personale di scrivere bene. E scrivere bene vuol dire tante cose, anche una ricercatezza stilistica coerente.
        Ed è giusto ciò che più o meno avete affermato tutti, ovvero che per forzare le regole le si deve conoscere.

        Quindi da autore si ha il dovere, ma anche il piacere, di scrivere bene.

        È la stessa logica applicabile ai componimenti in versi, prima di permetterti di usare il verso libero e scrivere poesie di tre parole di numero come Ungaretti, dicendo che sono poesie, dovresti conoscere tutta la teoria sulla metrica.

        Per cui il discorso non c’è, non per davvero. C’è un falso problema. Sbagliano quelli che affermano che la scrittura sia solo istinto e scrivono fuffa, e a parer mio anche quelli che esigono il rispetto assoluto di regole stabilite da altri, chissà come e chissà quando, ché magari l’applicazione netta e spietata toglie personalità al testo (uno degli aspetti che a pareri mio fa la differenza a parità di qualità).

        Sull’aggressività verbale del critico, ecco, quella è una cosa che non tollero.
        E bisognerebbe fare molta attenzione a usarla. Non perché lo dico io, ma perché la legge tutela la parte lesa. E questa è una legge vera, non si può girare intorno alla questione. Prima o poi può capitare di avere a che fare col tizio che non apprezza l’ironia e che ve la fa pagare cara, in senso economico. A prescindere da come intendete il blog, ovvero come un’isola felice di libertà d’espressione. Per dirla parafrasando Sartre la tua libertà di critica feroce a base di insulti finisce laddove inizia la mia libertà di tutelarmi legalmente.
        Sia detto sempre in senso generico. ^^

        Quindi niente, io direi di dedicarci a ciò che ci piace di più, al meglio delle nostre possibilità e migliorandoci sempre. Solo così la questione ha un senso.
        Che sembra una frase da mulino bianco, ma alla fine questo è. 😀

        Scusa il commento-fiume. ^^

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      • Macché scusa, grazie!
        L’autore ha il piacere di scrivere bene solo se è una persona o molto onesta, o che ama davvero ciò che fa, o entrambe. Chiaro che a una persona del genere non si applica nessuna delle mie critiche.

        Poi certo, non si può confondere la critica con la diffamazione.
        L’importante è che non ci siano abusi né da parte di chi scrive né da quella di chi recensisce — la legge difende tutti, anche il moccioso che va a piagnucolare in Questura perché gli hanno detto che il suo libro è bruttino. 😛
        Quello che temo io è che, lasciando briglia sciolta a persone del genere, si arrivi a bandire tutto. Sta già succedendo.

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    • @Davide
      Ah, ma se posso permettermi io non ho detto una parola per sostenere il fanatismo che critichi.
      Tu dici che l’importante è la disciplina, che a me sembra un modo più specifico di chiamare il buonsenso. Le regole vengono proprio da lì, quindi criticare sulla base delle regole è come criticare in base alla logica.
      Poi penso siamo tutti d’accordo che a importare, alla fine, è il sapore del cibo. Però sarebbe bello anche sapere perché ci è piaciuto o meno — alla fine l’utilità delle regole, per chi recensisce, è quella: si può andare oltre i gusti personali.
      Sull’aggressività, non vedo necessariamente un collegamento con l’aderenza alle regole. È solo una scelta stilistica come tante altre.
      Infine, non trovo nulla di male a infrangere le regole, proprio perché non li ritengo dei dogmi. L’importante è sapere come farlo.

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      • Non credo che ciò che io chiamo disciplina abbia nulla a che vedere col buon senso.
        ma lì dovremmo confrontare i nostri appunti, e definire un linguaggio comune.
        Un lavoraccio.

        Resta poi il fatto che “Una scelta stilistica come tante altre” è l’equivalente, per chi scrive, del “tutti i gusti son gusti” per chi legge.
        Significa “io faccio così e se non ti piace è un problema tuo”:
        Che è una posizione perfettamente ragionevole e accettabile.
        Ma non ha nulla a che vedere con l’oggettività.
        😉

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      • Dire che è “una scelta stilistica come tante altre” non significa che se non approvi “è un problema tuo”, anzi. Quello che sto cercando di affermare è proprio che di stile si può sempre discutere, perché qualcosa di oggettivo c’è.
        Semplicemente, fra tutti i modi che conosco di dire la mia, ne scelgo uno seguendo una logica e non per gusti personali.

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      • Uff…adesso vorrei cancellare il precedente commento perché credo di aver meglio compreso che intendi u.u
        Sì, muovendoci entro uno stile è possibile tracciare un discorso oggettivo ma entro i confini di quello stile.
        Appena mettiamo naso fuori dal suo confine, difatti, le regole e i parametri oggettivamente discutibili cambiano e siamo costretti ad altri discorsi: ugualmente oggettivi.
        Esempio lampante è il romanzo fantasy di genere, come possono essere le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, e il fantasy comico, come può essere la Saga del Mondo Disco.
        Entro gli ambiti dei due stili è possibile svolgere dei discorsi oggettivi su regole e stilemi ma quel che è oggettivamente giusto per il primo stile è spesso oggettivamente sbagliato per il secondo stile e viceversa.
        Se poi consideriamo che spesso nella stessa corrente stilistica ogni autore fa stile a sé a volte diventa difficilissimo capire quando l’autore sta sbagliando e quando invece ha semplicemente ridefinito il genere traendone una variante personale (è a questo punto che, di solito, mi affido alla regola “basta che funzioni”)

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      • Okay, sono del tutto d’accordo (anche col tuo penultimo commento, in effetti). L’importante per me era dire che di solito è possibile affermare con certezza che lo scrittore sta sbagliando, e ovviamente il “basta che funzioni” è del tutto lecito.
        Grazie! 🙂

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  2. Picasso non segue le regole della pittura rinascimentale ma è un genio.
    De Chirico non segue le regole della prospettiva ma è un genio.
    Chi è che decide quali sono le regole?
    Le uniche regole che penso siano da seguire sono quelle scolpite nella pietra e regalate ad un vecchio con la barba, sono solo dieci.

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    • Sia Picasso che De Chirico, però, conoscevano bene le regole che andavano ad infrangere. Non puoi fare una rivoluzione se non conosci la materia che vai a rivoluzionare, o no? 🙂

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      • Conoscere le regole è diverso da “applicare le regole altrimenti faccio delle vaccate” e da “se non rispetta le regole è brutto”.
        Se si parte dal concetto che bisogna rispettare le regole alla lettera si ottiene un burocrate non uno scrittore.

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      • Perdonatemi, ma la questione non si pone nemmeno. Io non ho scritto che se non si applicano le regole vengono per forza delle schifezze. Chi state contestando?
        @Cristiano, nelle poche recensioni che per ora ci sono sul blog non solo non c’è fanatismo per le regole, ma uso un processo del tutto opposto. Espongo il mio parere sul libro e cerco di dimostrare la mia tesi con passaggi logici, tutto qua.
        Il dogmatismo non è esattamente qualcosa che possa apprezzare.

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  3. Da par mio sono d’accordo fino al seguente punto: “Poi qualcuno aggiunge o sostituisce ai precedenti altri ingredienti, come il talento e l’istinto. Perdonatemi se io non ci credo, ma di solito per “istinto” s’intende andare a casaccio (o a sentimento, come dicono dalle mie parti).”

    Le regole sono importanti e senza tecnica non si possono raggiungere risultati degni e durevoli (al massimo si diventa il fenomeno da ombrellone dell’anno, per poi cadere nell’oblio assieme alle foglie autunnali*) ma questi elementi da soli non bastano.
    Per raggiungere il risultato sono necessari, purtroppo, anche il talento e, sì, l’istinto.

    Il talento è la capacità, innata ma affinabile, di andare oltre il semplice e piano narrare e creare una narrazione particolare che avvinca il lettore anche per come stiamo raccontando e non solo per quello che stiamo raccontando.

    Bada bene, non sto parlando semplicemente di registro, di usare parole complesse e auliche invece di parole semplici, o di anteporre il verbo al soggetto (che, di solito, fa più danni che non). Quando dico stile intendo l’accezione più ampia del termine e, quindi, che informazioni vengono date, in che ordine, dal punto di vista di chi ecc.

    Per es. il viaggio di Dracula verso l’Inghilterra nell’opera di Bram Stoker. Ci vuole tecnica per imparare a padroneggiare uno stile (quello del diario) ma ci vuole talento per combinare diario e taglio giornalistico per trasformare quella che, a conti fatti, è una parte marginalissima del narrato, in un autonomo gioiellino di tensione cresciente e orrore capace di funzionare da solo, come una sorta di storia a parte.

    L’instinto, invece, è la capacità di sapere di cosa scrivere, sia al livello di argomento che di storia, e di come, e quando. E’ quella capacità che in ambito giornalistico e a Milano viene indicata con l’espressione “stare sul pezzo” 😀
    Tutti, per fortuna, hanno fantasia sufficiente per provare a fare gli scrittori, pochi però riescono, partendo dall’idea “immaginiamo un viaggio agli inferi” a tirarne fuori la Divina Commedia.

    Se questi due elementi non avessero posto nella narrativa non ci sarebbe differenza alcuna fra la narrativa e la ragioneria perché tutti, imparando le regole ed esercitarsi, potrebbero arrivare ai massimi risultati, in misura direttamente proporzionale al loro impegno e al loro sforzo.
    Invece la narrativa è come l’architettura, senza lo studio delle regole e l’esercizio non puoi arrivare da nessuna parte ma una volta che sei architetto c’è molto più dell’esercizio a separarti da Renzo Piano…

    *volevo metterci anch’io la metafora 😀

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    • Ecco, questo è un punto che lascio alla soggettività.
      Io sono una fan dell’idea che impegnandosi si può far tutto — anche diventare geniali — e che ogni cosa può essere ricondotta a un semplice calcolo (la ragioneria di cui parli), ma non ho prove per contraddirti, quindi passo. 😀

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      • Insomma, ci appostiamo su due scuole di pensiero differenti 😄
        Comunque, per precisare, il mio riferimento alla ragioneria era anche per dire che la narrativa non è schematica come la ragioneria. Anche volendo proseguire solo in virtù del calcolo e tanto impegno questo calcolo deve puntare a creare un quid che ci differenzi come autori dagli altri.
        OT: Se non lo conosci già ti suggerisco di leggerti Bakuman, un manga in 20 volumi finito da poco che credo ti piacerebbe.
        In breve: due ragazzi delle medie decidono di diventare mangaka insieme (uno alle storie e l’altro ai disegni) e publicare un manga che posa diventare un anime. Una volta “assunti” a Shonen Jump si scontrano con un loro quasi coetaneo che è un genio assoluto e i tre saranno rivali per anni.
        Il puro genio da una parte e l’impegno, l’esercizio e il puro calcolo dall’altra. E’ emozionante (e molto divertente).

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      • Su questo siamo d’accordo.
        Per l’OT: che tempismo! La mia dashboard di Tumblr in questo momento è monopolizzata da Bakuman. Se lo trovo inizio subito a leggerlo, grazie! (Così mi scollo da certi anime morbosi, tra l’altro.)
        *EDIT di due secondi dopo*: Oh cielo, c’è anche l’anime. Ahahah, cos’hai fatto! 😀 Queste cose danno dipendenza.

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  4. Ma come si imparano le regole? Leggendo un manuale? Secondo me é questa la vera domanda: uno scrittore è prima un lettore (se ci sono eccezioni non lo voglio sapere), e potrebbe avere imparato tutto semplicemente leggendo come un ossesso ed esercitandosi come un dannato. Quando sono cominciati i manuali di scrittura? Come si faceva prima? E ancora, regole considerate in passato come “unica strada” potrebbero non essere più prese in considerazione al giorno d’oggi (l’unico esempio che so è l’unità di tempo, luogo e azione di Aristotele).

    Io non la penso come te riguardo l’impegno: ci sono persone che nè di fisico nè di faccia sono belle. Queste persone non possono certo sperare di diventare modelli di Versace. Perché con l’intelligenza non dovrebbe funzionare nello stesso modo? (tra l’altro dopo che una persona riconosce di non essere Einstein vive molto meglio 🙂 ) Per questo motivo, se non c’è almeno un pochino di… Scintilla ecco, per la scrittura, non si può certo sperare di diventare Pavese (per esempio io sono convinta che una persona posa scrivere cose memorabili solo se ha sofferto come un cane nella vita, ma questa è la mia opinione un po’ romantica).

    Per una quando riguarda la questione del rispetto ho quest’idea: se una persona non sa scrivere e ha pubblicato un libro è un cretino che non ha capito propri limiti. Non vede probabilmente i diftti della propria opera, anche se glieli fai notare, perché non conosce la differenza tra ciò che è scritto bene e ciò che è scritto male. Non è ancora abbastanza maturo per capirlo forse, e se mai lo sarà si renderà conto delle robe che ha scritto e ci penserà da solo a pentirsi.
    Massacrare con estremo sarcasmo un suo libro è come sparare sulla croce rossa! (Poi ci sono le eccezioni, tipo gli scrittori che scrivono bene i primi due libri e poi vanno avanti a caso!)
    Non meritano rispetto le case editrici che pubblicano schifezze, visto che loro hanno la competenza per riconoscerle come tali.

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    • Be’, i manuali di scrittura sono nati quando la narrativa in sé è stata considerata interessante. Cioè molto presto, se la prendi come un derivato della retorica.
      Prima si seguiva il proprio gusto e si trovavano le regole da soli, suppongo. Poi si è iniziato a imitare le opere più riuscite sull’onda del paradigma antico del “se è bello, copialo”. Poi nei secoli i gusti del pubblico sono cambiati, anche se certe idee sono rimaste: vedi Aristotele. Le regole si evolvono di pari passo.

      Per me il concetto di talento — come quello di bellezza per i modelli, se fai il confronto coi canoni estetici del Neolitico — è troppo soggettivo, a meno che non s’intenda la semplice predisposizione.
      Un esempio: tutti quei romanzi orribili che però si fanno leggere perché sono scorrevoli?
      Tiriamo in causa la solita Troisi, così non insultiamo nessuno di nuovo.
      Ti sorbisci facilmente tutti gli strafalcioni di questo mondo — ricordo con affetto le catapulte che beccano i draghi in volo — perché ha uno stile così semplice e chiaro che badi solo a certe cose. Non è talento saper camuffare (per di più inconsciamente!) i propri difetti? 😛

      Sull’ironia: ti darei ragione se io, recensore, scrivessi per spingere l’autore a migliorare. Ma, poiché il mio compito è dire come la penso e aiutare gli altri a farsi un’idea prima di sprecare le loro risorse, tanto vale usare il sarcasmo: alleggerisce e rende incisive le mie parole.

      Infine, il problema etico, anch’esso soggettivo.
      A mio avviso non meritano rispetto né le case editrici né gli autori né i lettori che non usano né si procurano le competenze per giudicare.
      Se per strada prendi una bacca di belladonna e la metti nel piatto dei tuoi famigliari non è tanto colpa di chi non ha estirpato l’erbaccia dal parco pubblico, quanto tua per esserti avvelenata con l’ignoranza. 😛

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