La mia utopia, o delle pecore

Mi ero ripromessa di non scrivere più articoli come quello che segue, e infatti eccoci qui.

Oggi ho assistito a un’originalissima discussione sulla moria dell’originalità, con annesso il sorprendente dato che nessuno legge. Ogni tanto toccherà pur fare finta di avere qualche convinzione filosofica, no?
Accusa: al giorno d’oggi, altroché Dante, la televisione ripropone sempre le stesse cose inutili, rendendoci una massa priva di opinione e di valori. Per forza che nessuno legge: anche nei libri non c’è più nulla di nuovo.
Difesa: ehi, ero a scuola, che difesa volete che ci sia stata se era il professore a parlare? Tutti sorridono e annuiscono. Moccio e sguardi vitrei ovunque. Darei loro delle pecore, se farlo non fosse da pecora.
Diciamo che alla difesa mi metto io, anche se in favore della televisione non ho niente da dire. Attacco l’accusa.

C'ho un fegato a lamentarmi sul mio blog spopolato.

Ci ho fegato a lamentarmi sul mio blog spopolato.

La media di libri letti nella mia classe – quindi parliamo di diciottenni che frequentano un liceo scientifico di provincia – è sicuramente inferiore ai dieci in un anno, e sette o otto sono quelli prescritti dalla scuola. Abbiamo dunque i famosi giovani, “la futura classe dirigente”, convinti del fatto che romanzo significhi solo Silone, Mann, Morante. Elsa Morante! È la scuola che grida “Pochi libri, ma tutti schifosi, mi raccomando”. Così queste povere anime si dividono in due: i relitti umani, capaci di apprezzare qualunque obbrobrio, e i normodotati, che passano per ribelli.
I ribelli vanno di moda. La moda è il male. Dunque i ribelli hanno torto. Perché se dici che il libro che piace alla prof fa schifo è solo perché hai preso due all’orale. Oppure è perché, anche se prendi una sfilza di dieci, devi mostrarti superiore al tuo benefattore. Comunque tu faccia, è sbagliato.
Ma metti di stare coi ribelli. Per te, disgraziato, non solo Dante ha copiato in blocco dalla Bibbia e dalla mitologia i suoi fantasiosi contrappassi (e non il contrario, come qualcuno sostiene), ma l’originalità è viva e gode di ottima salute. Leggi Adams, leggi Mellick, leggi Miéville e sei felice, nonostante le frequenti bestemmie perché a questo mondo è tutto in inglese e a te mica l’hanno insegnato tanto bene. Ti hanno detto che era facile, questo sì. Ma non ti accorgi che questi scrittorucoli ti suggono l’anima? Che spessore hai se non reggi le finalità didascaliche delle Satire di Orazio? Che ti credi, che Orazio scrivesse per far ridere? Scherzi? Lui era serissimo, voleva fare della critica sociale. Era un tipo impegnato.

Ci siamo capiti. Ora dico come la penso io, per le materie umanistiche.

Insegnare a qualcuno a usare il cervello è impossibile. O agisce in automatico o lo butti via. Puoi farlo ragionare con la matematica, ma questo non significa che capirà il mondo. Mentre se tenti di mostrargli come funzioni tu, crei una pecora. Quello che puoi fare è dargli gli strumenti per partorire delle idee autonome e solo dopo spingerlo al confronto con altri punti di vista.
Questo implica fargli leggere libri interi, non solo brani, dei principali autori – e in italiano moderno, niente stupidaggini tipo “attenzione alle radici culturali”. Niente volgare, niente latino, niente greco. Tu, ipotetico professore, sostituiscili con inglese, spagnolo e una lingua orientale. Chi vuole fare il dotto letterato si specializzerà da sé in seguito. E poi, non esiste che si passino tre anni sulla Divina Commedia (per poi saltare Galileo), imparando passi a memoria, ricordandosi i personaggi più inutili dell’universo e soprattutto credendo che tutto ciò abbia un senso. Serve solo ai professori che premiano lo spirito di sacrificio più che l’abilità.
Spiega la storia in modo che l’alunno s’intenda di politica ed economia, invece di concentrarti sulle date. L’obiettivo è formare una persona che sappia un poco di tutto quello che le sarà davvero utile e che sia abituata a lavorare in autonomia più che in una classe, affogata negli imbecilli. Pochissime ore a scuola, coi docenti impegnati a spiegare a ciascuno ciò che non ha capito.

L’idea è di far capire che, se c’è un problema, la soluzione o il modo per trovarla sono scritti da qualche parte, non bisogna correre da mammina per farsi passare il cibo predigerito.

Non ho idea di come verrebbe un mondo con alunni del genere, ma questa è parte dell’utopia che proverei a realizzare in base alle carenze che mi accorgo di aver sviluppato io stessa.
Alcuni miei compagni andranno presto a votare e non hanno idea di come funzioni e funzionasse in passato la politica; di storia non sanno nulla di successivo alla Rivoluzione Industriale; di filosofia conoscono quasi solo i pensatori greci e cristiani. Non che per me avere una morale oltre cinismo e razionalità significhi poi molto, è che sono stufa di vedere giovani allo sbando per colpa di vecchi scoppiati.

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14 thoughts on “La mia utopia, o delle pecore

  1. Io ho avuto la (s)fortuna di scegliere il classico e adesso sto facendo la quinta ginnasio (seconda). E ti dico che c’è una cosa ancora peggiore di imparare a memoria brani della Divina Commedia (non che questo sia molto sensato): analizzare ogni minimo dettaglio di ogni capitolo dei Promessi Sposi a.k.a. l’inutilità fatta libro a.k.a. omg Cthulu save me XD. Quanto può essere importante per la mia cultura/vita/pace dell’anima sapere che la polvere che aleggia nello studio del Garbugli è in realtà prova della sua corruzione(wtf?) ? Argh. Purtroppo questi programmi sono varati dal ministero e i professori non possono cambiarlo. E dire che ci sono molte cose più interessanti e utili da fare senza sfondare un determinato programma. Ad esempio, come ho letto in commento all’articolo di hime-sama Gamberetta su Manzoni, se stai insegnando brani di antichi oratori, tipo Cicerone, fai trovare agli studenti le tecniche di persuasione che usa e prova a vedere quando vengono utilizzate nei discorsi dei politici. O se fai Manzoni prendi dei passi e analizzali secondo criteri moderni e riscrivili in modo da rispettare questi criteri. Insomma non sono solo i studenti a essere pecore, ma lo sono anche certi professori.
    PS lovvo i tuoi articoli sulle conquiste galliche di Cesare ❤

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    • “lovvo i tuoi articoli sulle conquiste galliche di Cesare <3"
      Grazie! 😀
      I Promessi Sposi, prima di passarci i primi due anni di liceo, li lessi spontaneamente a dieci anni, e da allora non ho cambiato parere. Magno disgusto, soprattutto per l’ironia che non fa ridere.
      In effetti covo le idee che ho esposto qui fin da quando ho letto l'articolo che citi. Peccato che non sia esattamente il più popolare della Dea.

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      • “Magno disgusto, soprattutto per l’ironia che non fa ridere.”
        Maggiore disgusto quando ti dicono che “è trpp divertente!1! guarda come la litote e l’antitesi sono stati intelligentemente usati!11” (Si vede che oggi ho passato un’ora sul Manzo? T.T )
        “Peccato che non sia esattamente il più popolare della Dea.”
        Yep. Direi che il fatto che il post su Harry Potter è più discusso di questo la dice lunga sulla mentalità dell’utente medio di Internet 😄

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  2. Ciò che chiunque abbia stilato i programmi ministeriali dimentica – o forse non sa – è che la lettura dà dipendenza.
    Perché è piacevole.
    I nostri cervelli sono stati (probabilmente) plasmati dalla comunicazione, e noi siamo di conseguenza affamati di informazioni.
    Di storie (perché anche spiegare come si smonta un orologio è, a suo modo, raccontare una storia).
    Se la scuola si limitasse a… beh, non ad insegnare, ma a favorire, ad alimentare, il piacere della lettura, gli studenti leggerebbero di più.
    Leggerebbero anche i testi del programma – magari affrontandoli con curiosità e non con stizza (che è ciò che si prova a qualsiasi imposizione).
    Per questo un buon insegnante è cruciale.
    Perché può sopperire a quella mancanza del programma ministeriale.
    Favorire ed alimentare la passione per la lettura.
    Una volta agganciati, i lettori restano tali per tutta la vita.

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    • Vero, non c’è nulla che un buon insegnante non possa fare. Il problema è proprio che le persone valide sono pochissime e che, quando ci sono, non si permette loro di arrivare a una cattedra fissa. Per questo credo che si debbano cambiare i programmi in modo che funzionino indipendentemente dal professore.
      Verifiche empiriche dimostrano poi come basti una casa piena di libri (e film e buona musica, a dirla tutta) perché i bambini crescano bene anche con un sistema educativo scadente.

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      • Nella mia esperienza, cambiare i programmi non è una garanzia – il sistema ha una sua inerzia, è come nuotare nella melassa.
        E in effetti, l’evoluzione per contagio, grazie a un ambiente ricco di stimoli,è poi ciò che anche la scuola dovrebbe favorire.
        Una casa piena di libri è una gran cosa, ma in mancanza dei libri domestici, dovrebbero esserci biblioteche, centri culturali…

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      • Bah, si vede proprio che non sono addentro al mondo del lavoro, non ho idea dei suoi meccanismi. 😀
        Probabilmente sono io stessa vittima della nostra società, dato che credo poco alle iniziative culturali “pubbliche”: da quello che vedo fra i miei coetanei, è abbastanza inutile provare a convincerli del valore del sapere con le buone. Certo, per chi già è curioso è ottimo predisporre biblioteche e ritrovi comuni, ma per la restante maggioranza di pigri bisogna pensare a qualcosa di più aggressivo – mostrare loro che, se non t’informi e non rifletti, non sei apprezzato quanto potresti. Ma credo che, comunque si faccia, si arrivi allo stesso punto morto: chi vuole studia e chi non vuole resta ignorante.

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      • Qui la discussione diventa complicata.
        Io credo (opinione personale) che gli esseri umani siano, per loro natura, curiosi.
        Perciò il vero lavoro della scuola (e della società) dovrebbe essere preservare e stimolare la curiosità, non sopprimerla.
        Ma credo l’abbiano detto anche a te, vero, che fare troppe domande è maleducazione, che chiedere sempre perché non si fa, e che quelli che alzano la mano in classe per far domande sono secchioni che vogliono mettersi in mostra e bisogna odiarli…
        Il problema è che la nostra cultura non difende la curiosità, a livello bassissimo – alle elementari, all’asilo. Ma anche a casa.

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  3. Penso sia la seconda o terza volta che rileggo questo post. Oggi mi sono ritrovata sul tuo blog a digitare su ‘cerca’ la parola ‘pecore’! Mi era rimasto qui, nella mia testa, questo post! Ogni frase, ogni concetto che hai espresso qui, è da me condiviso. Sono d’accordo con te quando dici che per colpa di ‘vecchi scoppiati’ noi giovani ne paghiamo le conseguenze. Perchè nella vita molte delle cose che tentano di insegnarci sono poi inutili, ci servirebbero tante altre cose che in realtà non apprenderemo mai.
    Un bacio Ele :*

    Francesca.

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    • Grazie Franci, mi fai un grande onore!
      Tutto sta nell’evitare di fare lo stesso macello quando i vecchi saremo noi… Per ora non vedo una gran voglia di cambiare le cose. 😀

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