Letture perdute di fine anno

Ci sono due autori che hanno riempito la mia altrimenti vuota esistenza a partire da novembre: Davide Mana e Chuck Palahniuk. Non ho recensito nessuno dei due, il primo perché non ne ho la competenza, il secondo perché è così famoso che sarebbe sembrata una mossa demagogica. Quindi qui ne parlerò in breve.

Di Davide Mana ho letto tutto, dal suo blog, strategie evolutive, ai suoi ebook – tranne la guida a PowerPoint, LOL. Temo di non aver ancora superato la fase di fangirlismo.

Il Crocevia del Mondo è una raccolta di curiosità sugli avventurieri, studiosi e criminali che infestavano la Via della Seta fra Otto e Novecento. Ogni capitolo inizia con un brano tratto dalle memorie di viaggio dei protagonisti. Non conoscendo affatto l’archeologia né tantomeno il periodo storico, tuttavia, mi ha colpito una serie di “coincidenze”. Per esempio, mica sapevo che anche le donne potessero fare il Lama! La prima fu la compagna di Ossendowski, Alexandra David Neel:

Figlia di un membro della Massoneria, attrice e ballerina, con trascorsi anarchici e una documentata frequentazione dello spiritismo e del pensiero massonico, membro della Società Teosofica della Blavatsky, la David-Neel aveva avuto probabilmente una relazione con il sovrano del Sikkim nel 1911.
Successivamente, aveva trascorso due anni, fra il 1914 ed il 1916, in una caverna sul confine tibetano, praticando l’ascesi in compagnia di un giovane monaco, Aphur Yongden, di trenta anni più giovane di lei, che successivamente adottò e divenne il suo principale compagno di viaggio in Asia.

Ancora, c’è questo Richard Halliburton.

L’uomo che aveva attraversato le Alpi con gli elefanti.
L’uomo che si era calato in un cenote della morte maya a Chichen Itza.
Che aveva nuotato dall’Atlantico al Pacifico lungo il Canale di Panama, pagando il pedaggio come piccolo natante, e che aveva attraversato a nuoto l’Ellesponto come Lord Byron.
L’uomo che aveva voluto ripercorrere la rotta di Ulisse, e che era vissuto da naufrago, come Robinson Crusoe, sull’isola di Tobago.
Che si era introdotto di notte nel Taj Mahal per vedere come fosse l’alba vista dalla sommità della cupola.
L’uomo che per primo aveva scalato il monte Fuji in pieno inverno e il primo a scattare una foto aerea dell’Everest.
L’uomo che ricostruì l’ultima spedizione di Hernan Cortez.

Che poi è anche quello che diffuse la credenza, sbagliata, secondo cui la Grande Muraglia si vede anche dalla Luna e che, alla vigilia del diploma, disse A un mese da oggi, mi vedo alla deriva con un diploma come vela e un sacco di facciatosta come remi. Per citare di nuovo Mana, “Basso, mingherlino, quasi certamente omosessuale, con una storia di malattie trattate in maniera traumatica dalla clinica del Dr. Kellog (quello dei cereali, vero scienziato pazzo che usava enemi, yogurt ed elettroshock per curare qualsiasi cosa)”.
Ho detto abbastanza.

Marte! 150 anni di scienza e immaginazione analizza le apparizioni del pianeta nella fantascienza, dal primo sword & planet – che è anche uno dei primi romanzi, se non proprio il primo, a usare la parola “astronauta” – alle edisonade, da Burroughs, Bracket e Jenkin a Dick, Pohl e Niven. In una quarantina di pagine.
Ha due appendici. La seconda, La Maledizione del Pianeta Rosso, è la lista completa dei fallimenti delle nostre missioni su Marte, che hanno alimentato la credenza nel Vampiro Galattico*. In effetti, come esordisce Mana,

Sono state lanciate più sonde alla volta di Marte di quante ne siano state inviate in totale nel resto del Sistema Solare.
E oltre due terzi non ce l’hanno fatta.

Il Destino dell’Iguanodonte tratta di geologia e paleontologia. Leggendolo mi ci sono pure appassionata un po’, mannaggia a me, e ora devo trovare il tempo per studiare anche quelle. Da ricordare il titolo del primo capitolo (rima!), Effetti del Clima sul Tempo Libero della Upper Class Britannica, con riferimento alla Piccola Glaciazione del periodo 1300-1800. Per quello non ci sono vigneti plurisecolari in Inghilterra né vichinghi in Groenlandia, e per quello Brueghel, fiammingo vissuto nel Cinquecento, mette le neve nei dipinti sulla Pasqua! Altro che Voyager.
Anche qui i protagonisti sono gli scienziati, ognuno con la propria personalità e ognuno giudicato senza troppe remore dall’autore – una su tutte, l’‘insopportabile Hawkins’ è anche ‘un individuo appartenente alla classe sociale sbagliata [era di famiglia contadina], capriccioso e fermamente convinto della propria infallibilità, oltreché, per motivi inspiegabili, convinto del fatto che l’Ittiosauro possedesse ghiandole mammarie.’

Un ittiosauro. Povero caro, come fa senza mammelle?

Compare anche il dottor Buckland, che descrisse per primo il Megalosauro, e che era solito mangiarsi di tutto: porcospini, serpenti, insetti, sorci, coccodrilli e talpe – pare anche il cuore di Luigi XIV, crudo, appena disseppellito da uno scrigno d’argento.
Compare Charles König, che “nominato curatore della Collezione Mineralogica [del British Museum], aveva ritenuto opportuno riscrivere di persona le 12.000 etichette dei campioni”.
C’è anche Verne.
Infine, J. G. Bennett Jr.

[…] nelle notti d’inverno, era solito porsi alla guida della propria carrozza e, “seriamente inebriato”, percorrere al galoppo la Quinta strada a Manhattan, nudo come un verme, in piedi a cassetta, frustando i cavalli come un ossesso ed ululando la luna.
Un altro suo passatempo consisteva nel pedalare infiniti giri di bicicletta attorno al palazzo dell’Herald, afferrando al volo bicchieri di brandy che un cameriere in posizione strategica doveva rifornire ad ogni nuovo, sempre più erratico giro.

Ah, e arrivò ubriaco alla festa di fidanzamento a casa dei propri futuri suoceri, tramutando il camino in orinatoio a parete.

Per tirare le somme, la cosa bella di ogni saggio e articolo di Davide Mana è che non parla tanto di fatti, quanto di persone. Questo è esattamente quello che cerco studiando Storia e, per inciso, è anche quello che la scuola dovrebbe fare e non fa – per premiare la capacità di sacrificio bisogna che gli argomenti siano noiosi.

Due righe su Palahniuk. Ho letto Soffocare e gli ho dato cinque stelle su cinque; ho letto Gang Bang e gliene ho date due; ho letto Cavie e gliene ho date tre. Sto rigustando il primo e proverò con altro, come Fight Club, ma sono molto perplessa. E sì che lo stile è eccezionale (infatti nelle versioni inglesi non ci capisco niente).
La verità è che, dopo Soffocare, Gang Bang è banale, mentre Cavie si svolge in un modo e con personaggi troppo squallidi per i miei gusti. Se c’è una cosa che non cerco è la rappresentazione della miseria dell’uomo e altre schifezze. Non dico di volere una fiaba, anzi. Però non voglio deprimermi.

Che ne dite?

amour_sep2[1]

*Il Vampiro Galattico mi sa tanto di Douglas Adams, tipo il Gotto Esplosivo Pangalattico.

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4 thoughts on “Letture perdute di fine anno

  1. Su Mana sono piu’ che d’accordo con i tuoi toni entusiastici. La guida “Sopravvivere a Powerpoint” l’ho consigliata a molti colleghi e l’hanno gradita. E la filosofia zen minimalista che la pervade l’ho fatta subito mia (non essendo ne’ zen, ne’ minimalista :-))

    Palanhiuk e’ secondo me troppo sopravvalutato/il successo di Fight Club gli ha dato alla testa/s’e’ bruciato il cervello con sostanze psicotrope (le usa? Boh?).
    Scrive bene, per carita’, ma se vogliamo andare sul pesante allora preferisco Bret Easton Ellis. “American Psycho” e’ credo l’unico libro che mi ha disturbato fisicamente, lo considero un fattore decisamente potente. Al contrario di Palanhiuk l’ho letto anche in inglese, e scorre assai bene.

    Ciao,

    Barney

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    • Avevo sentito che anche Cavie aveva dato fastidio a qualche stomaco, anche se mi sembra inverosimile. Non mi considero impressionabile, in quel senso, ma non ho intenzione di leggere American Psycho! Mi è capitato di leggerne delle recensioni e non fa per me… mi piace dormire. 😛
      Quanto allo zen, a volte mi ritrovo ad apprezzarlo e a seguirne i dettami pratici, anche se ho tutt’altra etica.

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