Idee da “I giorni del potere”, di Colleen McCullough

Siamo a Trento, dove Silla è stato mandato da Mario per controllare che l’altro console, Catulo Cesare, non permetta agli invasori cimbri di massacrare l’ennesimo esercito romano. Dato che morire fra i monti sembra proprio l’unico desiderio di Catulo, Silla si fa capo di un ammutinamento, prende il comando in via non ufficiale e ordina la ritirata strategica. Però prima umilia il nobile esponente dei boni*, che si affretta a dichiarare l’insostenibilità di questa ribellione.

Silla annuì. «Ne convengo, è insostenibile. In effetti, già la nostra presenza qui a Trento è insostenibile. Domani i Cimbri scoveranno i cento e cento sentieri praticati sui fianchi delle montagne da bovini, pecore, cavalli, lupi. Non un’Anopaia, ma centinaia di Anopaie! Tu non sei uno spartano, Quinto Lutazio, sei un romano, e mi stupisce che i tuoi ricordi delle Termopili siano spartani anziché romani! Non hai studiato come Catone il Censore si è servito del sentiero Anopaia per accerchiare il re Antioco? O il tuo maestro riteneva che Catone il Censore fosse di troppo umili origini per servire di esempio di qualcosa che è ben al di sopra della hybris, della superbia? Per quanto concerne le Termopili, è Catone il Censore che io ammiro, non Leonida e gli uomini della sua guardia reale, fattisi sterminare dal primo all’ultimo! Gli Spartani erano pronti a morire fino all’ultimo uomo  semplicemente per tenere a bada i Persiani quanto bastava a consentire alla flotta greca di radunarsi ad Artemisio. Solo che non ha funzionato, Quinto Lutazio. Non… ha… funzionato! La flotta greca è stata distrutta, e Leonida è morto inutilmente. E le Termopili hanno forse influito sull’andamento della guerra contro i Persiani? No di certo! Quando la successiva flotta greca ha vinto a Salamina, non c’è stato alcun preludio alle Termopili. Puoi onestamente affermare che preferisci l’eroismo suicida di Leonida all’intelligenza strategica di Temistocle?»

Poi la scena prosegue in un colloquio a tu per tu fra i due, in cui un grossolano errore di gestione del Punto di Vista ci fa entrare all’improvviso nella testa di Catulo, mostrandoci che è stato perfettamente conscio dell’errore fin dal suo ingresso in quella stretta valle, ma che la sua dignitas non gli ha permesso di ritrattare il giuramento di non far entrare i germani in Italia. “Anche Catulo Cesare, infatti, aveva gli occhi per vedere, e dietro agli occhi c’era un cervello, anche se si trattava di un cervello troppo spesso offuscato dalla vastità della sua dignitas personale”.

Questo è un ragionamento quantomai improbabile da parte di un romano, e di certo non fu mai formulato, dato che i fatti reali non corrispondono esattamente alla versione romanzata. Silla non era a Trento con Catulo, e quest’ultimo si ritirò dalla trappola quando i cimbri erano a un tiro di frombola dal fantasioso accampamento romano. E su questo voglio spendere due parole, perché è un fail dotato di stile.

Siamo fra il 102 e il 101, dopo Aquae Sextiae e prima dei Campi Raudii. Mario ha fatto il suo dovere sconfiggendo i teutoni e ora, “non possedendo il dono dell’ubiquità” (Frediani), deve lasciare a qualcun altro la battaglia coi cimbri. Quel ‘qualcun altro’ è appunto Catulo, un letterato che non ha mai visto una caliga in vita sua. Fin da subito la sua idea non è una battaglia campale, ma il blocco in una qualche gola montana. Per questo si piazza in siffatta curiosa posizione: vicino a Trento, divide le forze sulle rive dell’Adige e trincera i due campi in modo da poterli congiungere con un ponte.

Detta così non sembra un’idea malvagia: rifiutarsi di concedere una battaglia campale, cioè su vasta scala, in cui un errore può condannare l’intero esercito, dovrebbe essere la scelta buona per un novellino. Tanto più che, con la recentissima riforma militare, ogni singola azione deve essere pedissequamente guidata dal generale: se un manipolo si muove praticamente senza bisogno di ordini, la coorte, grande tre volte tanto, da sola non va da nessuna parte. Questo è anche il motivo per cui la storia di Roma fino a Nerone e Scipione l’Africano è priva di grandi condottieri, ma costellata di vittorie, mentre da Mario in poi se i generali sono incompetenti arrivano le batoste.

B.C., non A.C., italico di un vignettista.

Dov’è l’intoppo, allora? Be’, la fantasia di Catulo non giunge fino a seminare trabocchetti sulle vie di accesso, né tantomeno a ostruirle. Cioè il genio non ha bloccato un bel niente, se non se stesso! Poi arrivano i germani, e qui c’è il bello. Con tutta la neve che trovano – è pieno inverno – si dilettano a usare gli scudi come slittini e a correre gai e seminudi su ghiaccio e neve. Oh, ma che temibili e sanguinari guerrieri! Eppure l’esercito romano si rifiuta di combatterli. Per due motivi: uno buono e ininfluente, uno pessimo e sufficiente. In teoria, i romani si sono messi nelle condizioni di combattere o dal ponte o in terreno sfavorevole, quindi fanno pochi danni e ne ricevono parecchi. In pratica, i nullatenenti che compongono le legioni combattono solo per il bottino, e i germani non ne offrono granché.

Rimane il fatto che, per continuare la discesa, gli invasori devono attraversare l’Adige. Poveri, piccoli cari: non sanno costruire i ponti! Allora che fanno?

Riuscite a immaginarlo?

Si gettano uno per uno in mezzo al fiume e formano un cordone per bloccare la corrente. Seriously.

Poi pensano che sia meglio sventrare le colline circostanti e buttare il materiale di risulta nel fiume, come fosse un vallo da colmare.

I 20.000 romani non stanno a guardare, se la danno a gambe finché non mettono il Po fra sé e i barbari. Il resto è Mario, cioè belle cose per altri articoli.

Insomma, la realtà storica è così diversa dalla narrazione da fornire un quadro del tutto alterato della percezione che i romani dovevano avere delle battaglie greche. Quello che la citazione riportata fornisce di buono è il confronto tra l’indole tipica dei greci e quella romana. Un romano, proprio in quanto Quiris, figlio di Romolo, non sacrificherebbe mai la sua vita solo per ritardare una battaglia che altri combatteranno al posto suo. O meglio, non lo farebbe sapendo che la sua posizione non è difendibile. In altri termini, un romano non manderebbe le zanzare a dissanguare l’elefante, bensì aspetterebbe di avere ogni circostanza a suo favore. Lo si vede bene con Mario, che nella battaglia dei Campi Raudii terrà a disporsi in modo che il nemico abbia il sole negli occhi. La prudenza è un aspetto del pragmatismo, come l’eroismo fa parte della cultura greca.

I lettori più bastian contrario critici avranno notato una imprecisione nel discorso di Silla: dice che le Termopili si dimostrarono inutili nel corso delle guerre persiane, perché la prima battaglia dopo di esse fu una sconfitta. Questo è indubbiamente falso, a cominciare dal fatto che Termopili e Artemisio sono in realtà i due tronconi – terrestre e navale – dello stesso scontro, quindi di fatto la prima battaglia significativa dopo di esse diventa Salamina. Cioè proprio Temistocle, che Silla ammira. Niente Leonida uguale niente Temistocle. Senza contare che, in quei tre giorni in cui i famosi trecento spartiati e i circa 2500 altri opliti tennero il presidio, Serse vide cadere 20.000 dei suoi schiavi (lo stesso numero dei soldati di Catulo). Così dicono.

Per concludere, riporto le righe in cui Frediani, descrivendo la battaglia, supporta sotto altri aspetti le affermazioni del Silla romanzato.

A noi è pervenuta la versione più nobile riguardo questo fondamentale consiglio di guerra [conseguente alla notizia dell’aggiramento sull’Anopaia]. Quel che ci dicono le fonti è che il condottiero lacedemone, ormai convinto che non vi fossero più speranze di difesa, abbia voluto limitare il sacrificio ai soli spartani – che sarebbero stati tenuti a non arretrare mai –, esortando tutti gli altri a tornarsene a casa. Trattenne solo i tebani, di cui non si fidava, come ostaggi, e con lui rimasero anche, per propria scelta, i 700 opliti di Tespi: insomma, un paio di migliaia di combattenti in tutto, ovvero un quinto delle forze di cui disponeva. Pare che un oracolo avesse predetto che, se un re spartano fosse morto, Sparta si sarebbe salvata; inoltre Leonida, solo terzo di tre figli, e pertanto giunto al trono per una serie di circostanze fortuite, voleva dimostrare di meritare quella carica.

È altamente improbabile che le cose siano andate in questo modo. Il trattamento che Serse riservò ai tebani dopo la battaglia ci suggerisce che la loro supposta slealtà sia il frutto di pure illazioni, e l’obbligo degli spartani a non retrocedere è chiaramente smentito dal comportamento degli altri comandanti lacedemoni in quella guerra, Euribiade e Pausania, per i quali la ritirata strategica faceva parte della loro condotta bellica. D’altronde, con un numero di effettivi largamente inferiore a quello avversario, sarebbe stato del tutto primitivo sacrificarne una parte per il solo senso dell’onore: e i greci si erano lasciati da tempo indietro qualsiasi atteggiamento bellico caratteristico dei popoli primitivi e dell’età eroica.

Questo non significa che Leonida non si sia sacrificato, e che la sua condotta non sia stata eroica, intendiamoci. Probabilmente, però, la sua decisione fu il frutto di un errore di valutazione. Forse ritenne che gli uomini di Idarne [gli Immortali addetti all’aggiramento] stessero effettivamente dirigendosi a sud [inseguendo i focesi in ritirata verso casa propria, lontano da Leonida], o reputava il sentiero dell’Anopaia così impercorribile da ritenere più probabile un’altra strada, molto più lunga. Pertanto, non è da escludere che abbia mandato la gran parte delle sue forze a presidiare altri punti dove riteneva di poter intercettare Idarne, convincendosi di poter resistere all’urto dell’esercito di Serse con le sue truppe migliori. Gli ordini che aveva, lo si ricordi, presupponevano una difesa del passo fino a che non si fosse conclusa la battaglia all’Artemisio, per impedire che uno sfondamento sul fronte terrestre vanificasse lo sforzo principale compiuto dai greci sul mare; perciò, sapendo che sulla punta settentrionale dell’Eubea i combattimenti erano già in corso, Leonida ritenne di dover resistere al massimo un paio di giorni ancora, e tenne con sé solo gli uomini che riteneva necessari per conseguire tale obiettivo.

Dunque, per conciliare il metro di giudizio romano e la Storia, possiamo assumere Leonida come il generale che portò al massacro migliaia di greci, ma non per pazzia né per la superata hybris, bensì solo per sbaglio. Che poi Temistocle abbia fatto meglio e che Leonida sia idolatrato oggi come nel 100 a.C. per meriti ampiamente superati da quell’ultimo errore, è innegabile. Rimane a noi giudicare se lo spartano sia stato o meno una forza positiva di quel mondo… e contare quanti generali nel corso dei millenni siano stati sconfitti dal miraggio dei Trecento! amour_sep21

*I boni sono i senatori che si fanno un dovere il preservare i costumi dei padri, cioè i privilegi di casta, in particolare osteggiando i tribuni della plebe e gli “uomini nuovi” come Mario. Silla è certamente conservatore, ma non un fanatico come il qui presente Catulo. Quest’accezione del termine fu usata per la prima volta da Plauto, poi cambiò del tutto campo andando a designare i sostenitori di Caio Gracco, prima di tornare di moda con Cicerone.

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3 thoughts on “Idee da “I giorni del potere”, di Colleen McCullough

  1. …so poco di questa battaglia,ma ricordo che gli immortali aggredirono i focesi con frecce costringendoli a difesa su una altura,ma invece che “finirli” li ignorarono e scesero nel passo per accerchiare gli spartani,e allora (..solo allora) Leonida decise di congedare l’esercito (..ma era già sicuro che Idarne stava piombando su di lui).
    Comunque lessi (anni fà ) una teoria (..sembrava fantasiosa,ma ora mi da da pensare..)..che ipotizzava le termopili come un “trucco” Greco.
    Praticamente il mandare un contingente ridotto obbligava Serse ad annientarlo (..e non aggirarlo,anche fosse stato nelle condizioni di farlo..) per non perdere il suo prestigio.Quindi alimentando le truppe con piccoli gruppi di rinforzi dislocati in punti
    strategici per bloccare i persiani l’esercito di Serse sarebbe restato immobilizzato in una zona in cui la presenza demografica degli agricoltori non avrebbe garantito l’approvvigionamento dell’esercito sul campo quindi solo la flotta persiana poteva approvvigionare l’esercito,ma se essa fosse stata impegnata da quella greca in maniera “incisiva” forse……
    Ci si chiede : “se Serse fosse stato bloccato da Leonida per altri 10 o 15 giorni e
    la flotta persiana fosse stata inertizzata dalla greca = forse i persiani avrebbero dovuto ritirarsi in preda alla fame ? e questo senza nemeno essere stati confitti”.
    Questo avrebbe permesso ai Greci di vincere senza azzardare una battaglia terrestre in cui erano enormemente inferiori di numero.
    Infatti a Platea poi,i greci,furono costretti a far combattere praticamente tutta la polazione maschile atta alle armi per compensare il divario del numero.
    ..lo so,sembra una teoria fantasy,Serse era così sicuro di venire “alimentato” che (giunto alle termopili) concesse alcuni giorni ai greci per ritirasi (ed in quei giorni il suo esercito mangiava) …ma pultroppo non ricordo dove l’ho letta..quindi non
    posso approfondire le sue basi.
    Gladiuibericum

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