Idee su “Tschai”, di Jack Vance

*Si congratula con se stessa per aver sfornato un altro titolo improponibile* Per questo in particolare, però, c’è un motivo: la nuova sottocategoria di Esplorazioni dell’Ignoto si chiama Idee Su e Da Libri. Lì dentro finiranno le mie impressioni su ciò che leggo. Se voglio dire come trovo il tal libro, lo scriverò lì; se voglio citarne un pezzo, idem; se voglio (ma spero di no!) arrischiarmi a buttar giù di mio pugno degli stralci di ambientazione o delle scene o whatever, ancora lì. Gli articoli di questa rubrichetta inizieranno sempre per “Idee”.

Questo post è  del tipo che diventerà più comune: ogni volta che finirò  di leggere un libro, vedrò di fissare qui  ciò che ne penso.

Oggi ce l’ho con Tschai. Qui ho scritto che vi avrei saputo dire com’è cambiato il mio parere a distanza di anni – per la precisione, sei dalla prima lettura e due dalla seconda – ed è giunta l’ora. Prima, però, la trama. L’enfasi è mia.

L’astronave di Adam Reith, Explorator IV, naufraga sul remoto pianeta Tschai, nel sistema di Carina. Solo, ferito e disarmato, il terrestre comincia il suo viaggio tra le violente, imprevedibili, mostruose culture di un mondo immerso in una guerra senza fine. Di avventura in avventura, Reith arriva nella città dei Chasch Blu, esseri spaventosi e barbarici. Quindi avrà a che fare con i Wankh, la cui tecnologia arretrata non li rende meno malvagi e letali. Infine, dovrà superare le astuzie dei Dirdir e le trappole dei Pnume. La sua odissea su Tschai ha un solo obiettivo: lasciare da vivo questo pianeta micidiale!

Beh, con un’aggettivazione degna degli autori italioti più “carridi” (come direbbero su altri lidi), la descrizione sul retro di copertina lascia parecchio a desiderare: stiamo pur sempre parlando di Urania, che quando si tratta di fantascienza non ha rivali. Tanto per cominciare, Reith è ferito e disarmato solo per le prime trenta pagine, dopodiché viene curato senza troppi problemi e recupera una pistola a energia e un coltello, oltre al kit di sopravvivenza. Ciò significa ricetrasmittente, scandaglioscopio, minibatteria, cibo in pillole e via dicendo.

Su Tschai le razze aliene (Dirdir, Pnume, Wankh, Phung  e Chasch, ripartiti in Vecchi, Blu e Verdi) dominano sui “sottouomini” (Sub-Dirdir, Pnumekin, Sub-Wankh e Sub-Chasch), salvo pochi gruppi di uomini indipendenti, tipo gli Yao e gli Uomini Emblema. Ogni etnia ha la sua indole: ai Chasch Blu piacciono i giardini e i ghirigori, i Dirdir sono dominati dall’istinto di caccia, i Pnume sono amanti dell’antropologia che, dai loro cunicoli sotterranei, hanno osservato l’avvicendamento delle razze sulla superficie nel corso di migliaia di anni, gli Yao hanno un nome diverso per amici, nemici, amanti, eccetera e si suicidano facilmente. I Phung sono i miei preferiti, e compaiono solo due volte. Occorre una citazione!

È notte. Reith e il sedicenne amico Traz stanno per addormentarsi su una piattaforma tra le rovine di una città in mezzo alla steppa. Sotto di loro, a qualche centinaio di metri, è accoccolato un Sub-Dirdir vestito di stracci. Le due lune di Tschai gettano strane ombre…

Una di quelle ombre attirò  in modo particolare l’attenzione di Reith, che si meravigliò  di non averla notata prima. Era una figura umana, alta più di due metri e sottilissima, con le gambe divaricate, la testa china, una mano sotto il mento e l’altra dietro la schiena, come in un atteggiamento di profonda concentrazione. La testa era coperta da un cappellaccio dall’ampia tesa ondulata. Le gambe affondavano in un paio di stivali. Era una statua? No, l’avrebbe notata prima. Ma se non era una statua, perché non si muoveva?

Reith prese lo scandaglioscopio. La faccia dello strano essere era avvolta nell’ombra ma, manovrando lo strumento e mettendolo bene a fuoco, ampliando l’ingrandimento e la luminosità, Reith riuscì a vederla: era lunga, scarna e sembrava in parte umana, mentre in parte aveva le caratteristiche del muso di un insetto. Mentre Reith l’osservava, la bocca si muoveva, aprendosi e chiudendosi lentamente… D’un tratto l’essere si mosse, facendo un balzo lunghissimo, di scatto, per poi tornare a immobilizzarsi. Traz si era svegliato e, seguendo la direzione dello sguardo di Reith, mormorò: «Phung!»

La creatura si girò  su se stessa, come se avesse udito il bisbiglio, poi fece due lunghi balzi di lato. [Poi la creatura vede il Sub-Dirdir per terra, addormentato.] Il Phung fece un gesto di gioiosa sorpresa e, con tre salti, arrivò a meno di tre metri dal Sub-Dirdir che stava ancora armeggiando col suo mantello. Il Phung lo guardava, senza muoversi. Poi si chinò a raccogliere una manciata di sassolini e, allungando il braccio, ne lasciò cadere uno sul Sub-Dirdir.

Questi si mosse, ma non essendosi accorto del Phung tornò a sistemarsi alla meglio. Reith non riuscì più a trattenersi e gridò: «Ehi!»

Traz lo guardò  costernato. L’effetto sul Phung fu addirittura comico. Lo strano essere fece un enorme balzo e si fermò a fissare il piedistallo con le braccia spalancate in aria di sbigottita sorpresa.

Lo scopo di Reith è  ritrovare la sua navicella, ed è per questo che si gira mezzo mondo. Quando si convince che è impossibile, si mette a costruirne un’altra (l’ingegneria aerospaziale è ben nota ai Dirdir, provenienti dal lontano Sibol), e l’obiettivo diventa trovare i soldi.

L’avventura c’è, eccome. I difetti, per me, sono principalmente due: l’indole di Reith e la narrazione.

Il secondo è facile: Vance ama l’infodump, al punto da arrivare, nell’ultimo libro della quadrilogia, a spiegare il significato di determinate affermazioni interrompendo i dialoghi. Ad esempio:

«Se la merce [cioè Reith] è entrata in Jha Nu, può attraversare la galleria pensile, scendere per Oma Cinque nel Grande Superiore Laterale, poi voltare per la Salita Blu o anche nella Panoramica Zhu e raggiungere così il ghaun.»

Per i Pnume, ghaun erano le zone selvagge esposte al vento e alle intemperie, e il termine stava a indicare genericamente la superficie di Tschai.

Il sorvegliante domandò:  «Come possiamo ritenerci al sicuro dai Dirdir se un segreto di Qualità Quattordici è noto a un ghian?»

Ghian, per i Pnume, erano gli abitanti del ghaun.

Per non parlare del ‘mostrato’, che non esiste. Avevo pensato di proporre un campione degli interminabili raccontati, ma, dato che non ho trovato nulla eccetto walls of text (perdonate l’inglesismo, di questi tempi è così difficile sembrare colti!), dovrete fidarvi di me o leggere il libro. O entrambe le cose.

Per il resto, Reith è un personaggio che rimane impresso. Non tanto perché abbia una personalità particolare, quanto perché è davvero l’unico essere su Tschai a comportarsi in modo “umano”: per lui è insopportabile vedere degli uomini che si fanno asservire da altre razze, e così nel suo percorso libera la città di Tera dal dominio dei Chasch Blu, instaurandovi un’oligarchia e addestrando la milizia cittadina. Poi però avverte la razza dei Wankh dei soprusi compiuti dai loro sottouomini, i Sub-Wankh. Insomma, se non gli costa troppo, Adam aiuta la gente che incontra, mentre i suoi amici vorrebbero accoppare tutto ciò che si muove. Alla fine – spoiler! – si porta sulla superficie la ragazza Pnumekin che ha costretto ad aiutarlo a fuggire da quel mondo sotterraneo, e si rifiuta di abbandonarla anche a costo di rischiare la vita. Anche se ne è innamorato e c’è da dire che una il cui sviluppo fisico è stato bloccato per anni con una droga mischiata al cibo e che, letteralmente, non sa come nascano i bambini, farebbe pietà a tutti…

Infine, i pregi –  anzi, i non-difetti. Vance è un tipo abbastanza coerente: Reith, nonostante sia sempre chiaro che se la caverà senza menomazioni, non è Rambo, che spara a un elicottero col braccio bucherellato mentre con l’altro rimane accozzato a uno scoglio. Gli dei ex machina ci sono e si vedono, ma non diventano mai fondamentali ai fini della storia. Possono davvero chiamarsi colpi di fortuna, ecco. Tranne uno: quando Reith è solo e senza possibilità né di fuga né di combattimento alla pari, si nasconde dietro una sporgenza che sarebbe inutile, se solo il Pnume vicino a lui si voltasse nella direzione giusta… e non si volta. Ma poi Vance si fa perdonare, perché al povero terrestre ne capita veramente di ogni.

Quindi il responso è: leggetelo se il vostro scopo è visitare un mondo pieno di razze strane, a patto però di aspettarvi una narrazione veloce (grazie a capitoli brevissimi e continui dialoghi) ma mai mozzafiato, perché è tutto un tell, don’t show.

E perdonatemi, perché  a me continua a piaciucchiare!

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