Contro la scuola

Gentili Lettori e Lettrici, sono tornata! Non so fino a che punto, ma la scrittrice che è in me è ancora viva e piena di idee. Sostenuta dalla sua caratteristica irascibilità.

Ebbene, la scuola. La scuola italiana. La mia scuola. I professori della mia scuola. In sintesi: Puah.

Il programma di letteratura inglese di terza Scientifico presuppone lo studio di diverse opere letterarie anglosassoni scritte in non si sa bene che periodo storico. Si inizia dai racconti brevi, si passa ai romanzi, si dilaga e sprofonda nella poesia. Però, guarda caso, per analizzare le prime due forme di Arte bisogna avere certi strumenti. Bisogna sapere cosa (cioè, poveretto, chi) sia il Narratore Onnisciente e quello di prima e di terza persona; distinguere il raccontato dal mostrato; individuare il tipo di PoV.

Per tutto ciò c’è Gamberetta la professoressa. Ma certo! Se non fosse che il mio libro di testo insegna cose tipo:

The third-person narrator knows everything about the actions and the characters’ thoughts and intentions; this is why such a narrator is also called omniscient.

Scempiaggini. Il Narratore Onnisciente (esempio classico: Alessandro Manzoni) sa tutto e lo fa capire ai lettori tramite digressioni, pontificazioni, anticipazioni e quanto di peggio possiate immaginare. Che poi parli in terza persona è un altro paio di maniche.

Fra il XV e il XVI secolo le maniche erano il dono tipico dello sposo alla sua promessa. Donne, pretendete qualcosa di più utile di un pezzo di metallo dai vostri succubi!

Il narratore di terza persona (esempio classico: tutti gli scrittori moderni che finalmente hanno capito quanto faccia schifo l’onniscienza!) parla sì come tale, ma non sa mai tutto ciò che accade agli altri personaggi. Esempio pratico. Siete in un romanzo storico:

Caso A: Il Narratore è onnisciente. Diciamo che il diadoco Tolomeo scrive le sue memorie su Alessandro Magno e parla di lui in terza persona, ma alternando il punto di vista macedone a quello persiano quando gli fa comodo – ad esempio, quando mostra le battaglie.

Caso B: Il Narratore non è onnisciente, ma di terza persona. Nella situazione di prima, potremmo avere la telecamera incollata sulla chioma di Alessandro, ad esempio. In tal caso, se il PoV è gestito bene, assisteremo a una battaglia solo dal punto di vista greco-macedone e vedremo solo ciò che vede Alessandro. Non sapremo dunque cosa stia pensando l’oplita in prima fila, né tantomeno cosa stia dicendo Dario nel frattempo.

Una locandina del film "Alexander", di Oliver Stone. Un flop. La vicenda è narrata dal vecchio Tolomeo sottoforma di dettato a uno scriba, ma la voce narrante si perde subito e il PoV saltella fra l'intera compagnia macedone e il solo Alessandro.

Cioè, mi vergogno a scriverlo, ma anche Artisti del calibro di Licia Troisi ed Elisa Rosso ci sono arrivati (sebbene a volte sembrino dimenticarsi del colpo di genio). Lo ribadirò lo stesso: il Narratore di terza persona non sa un maledettissimo cazpero di niente se non quello che gli accade e ciò che vede, sente e pensa (forse) egli stesso. È precisamente come quello di prima persona, solo che i verbi e gli aggettivi possessivi sono diversi. Poi è tutta una questione di PoV: lo scrittore sceglie se condividere i pensieri del protagonista coi lettori o mantenere la telecamera fuori dalla sua testa, più o meno vicina a uno qualunque dei personaggi.

Quello del PoV è un discorso lungo e complesso, si può anche discuterne all’infinito e non riuscire a venirne a capo. Invece bisogna distinguere questi diavolo di Narratori. Ecco, gli autori del mio libro di testo (e i loro complici, insegnanti incompetenti) non solo non ce lo insegnano, ma peggio, ci insegnano a sbagliare anche una cosa così elementare. Brutti babbuini balbuzienti.

"Pan", di Francesco Dimitri, parte con un Narratore Onnisciente, per poi passare a un Narratore di terza persona. Scelta pericolosa, a mio parere ottimamente portata a termine. La lettura migliore del 2011.

Sono nozioni, quelle che ho riassunto finora, che chiunque abbia un minimo interesse per la scrittura possiede. Il mio scopo non è scrivere banalità, ma partire da esse per lamentarmi di altro criticare a tutto spiano certe schifezzuole.

Quindi, l’idea è: poiché a scuola non solo non m’insegnano molto, ma gran parte di quel “non molto” è sbagliata, abbasso la scuola e chi la rende così.

Come per tutti i mestieri, c’è chi sa fare il proprio e chi no. Però l’insegnamento richiede di più: ci vuole passione. Ci vuole il piacere di sapere, di imparare, di diffondere la cultura dell’Uomo, di far apprezzare agli altri la particolare Bellezza che la conoscenza porta, di stare a contatto con gente che – in teoria – è venuta da te per imparare a vivere e che sai ti insegnerà sempre qualcosa. E va bene, se la scuola fosse davvero così si tramuterebbe nel Liceo aristotelico.

Una delle convinzioni più diffuse che precludono l’idillio appena descritto è quella che, se una tale ipotesi si realizzasse, la scuola non darebbe più alcuna competenza agli studenti. «La scuola», dicono gli ottusi, «deve fornire conoscenze e capacità reali, in prospettiva di un lavoro. La filosofia secondo cui tutti imparano da tutti e insegnano a tutti non dà pane». Tuttavia, io non vado a sindacare sui programmi scolastici: va benissimo imparare l’inglese, l’algebra, la geometria, il latino e l’italiano arcaico di Dante o Manzoni… ehm, no, quello proprio no. Non alla scuola dell’obbligo, per cortesia! Ad ogni modo, io contesto il sistema che permette a degli schifoserrimi incompetenti di insegnare a chi incompetente non vuole essere (presente!). E così uno che insegna qualcosa di cui non sa assolutamente nulla porta al suo porcino livello almeno venti persone all’ora, cinque ore al giorno, per cinque giorni a settimana. Non è fantastico?

Bisogna considerare il fatto che c’è differenza tra il non sapere qualcosa e l’essere convinti che un mucchio di stupidaggini sia oro colato, in quanto scritto sui libri. Il soggetto colpito dalla seconda patologia combatterà in ogni modo il disgraziato (sì, sono ancora qui) che parla con cognizione di causa, quando il suddetto disgraziato avrebbe gioco facile a inculcare le nozioni giuste in chi semplicemente non le ha.

Con questo, non voglio insegnare niente a nessuno. Non ne ho affatto la competenza… ed ecco la differenza tra me e certi insegnanti: io lo so e mi comporto di conseguenza. Semplicemente, parlo degli argomenti che mi piacciono, e lo faccio in pubblico perché così chiunque può commentare e istruirmi (oltre al fatto che è sempre bello ricevere congratulazioni per il mio stile!).

Le conclusioni: sapere cosa sia il Narratore Onnisciente non mi cambierà la vita, come non l’ha cambiata a chi non lo sa (altrimenti non esisterebbero professori ignoranti, no?), ma, quando questo fenomeno si verifica su scala nazionale, si spiega l’esistenza di Artisti quali le sopraccitate Troisi e Rosso e compagnia cantante. È vero anche che è colpa degli studenti se non approfondiscono le materie scolastiche, ma di certo costringerli a studiare evidenti idiozie (cioè banalità o argomenti noiosi) non li aiuta. Come potrò aver voglia di sapere di più sulla vicenda di Celestino V e Bonifacio VIII, ad esempio, se l’insegnante mi costringe a leggere un saggio di Silone spacciato per romanzo? Tuttalpiù, le conseguenze saranno che la storia mi annoierà e considererò la letteratura italiana una porcata (cosa quest’ultima che, in effetti, avrei delle remore a negare); non certo che mi appassionerò alla lettura, dato che Silone scrive i famosi “romanzi-saggio” in una maniera che oscilla tra il male e il malissimo.

La scuola, in ultima analisi, spinge all’indifferenza e di per sé non fa molto per inculcare un po’ di cultura nelle nostre infantili zucche vuote menti da indirizzare. Anzi: a scuola trovo tutti, e dico tutti, e sottolineo tutti!, i tipi di adulto che non voglio essere. La fortuna è stata incontrare un paio di eccezioni, ma questo non m’impedisce di pensare che sto perdendo le mie mattinate da troppi anni, e che per troppi anni ancora non ne riacquisirò il possesso. Tutto perché devo “pensare al mio futuro”. Mi chiedo se chi si ostina a ripetermelo abbia già ordinato la propria cassa da morto: sarebbe un’imperdonabile negligenza vivere felici senza pensare al dopo!

L’evidente conclusione cui sarete giunti:

Il calendario che ho appeso alla porta dei miei regali appartamenti. Purtroppo, temo che morderò qualcuno solo fra diversi mesi.

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7 thoughts on “Contro la scuola

  1. Inizia a mancarmi l’essere prima a sapere che pensi, o almeno a sapere una parte di ciò che pensi. Condivido in buona parte ciò che hai scritto. I professori, spesso, insegnano perchè non sanno fare altro. E la maggior parte delle volte non sanno fare nemmeno quello. C’è qualche raro caso, ma raro, per l’appunto. E i libri di certo non li aiutano, fanno più schifo di loro. E il libro di inglese in questione è il peggiore che io abbia mai visto in vita mia.
    Mi chiedo cosa intendessi con “ehm, no, quello proprio no”. Il latino (cosa improbabile) o l’italiano arcaico di Dante e Manzoni (che condivido in parte)?
    Per gli scrittori italiani invece, io darei loro una minima possibilità… Anche se scrivono da cani (lo riconosco, credo che certe cose le saprei scrivere meglio io), hanno la buona volontà di provarci. Se poi non riescono vorrà dire che hanno bisogno di tempo.

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    • L’ehm, no, quello proprio no si riferisce al testo barrato, cioè all’italiano arcaico. Studiamo forse la matematica di Pitagora o la fisica di Galileo? A che ci serve sapere che Dante scrive “etterno” invece di “eterno”? È più chic, non è vero? Queste cose lasciamole agli appassionati – toh, al Liceo Classico ci possono stare. Non altrove, poiché la forma non è importante. Un giorno, fra molti secoli, i ragazzi leggeranno Dante come noi leggiamo Terenzio: tradotto.
      Ha senso leggere i classici se mi si insegna come migliorarli applicando le regole della narrativa moderna (e qui, come Gamberetta, penso a Manzoni, che scrive infischiandosi bellamente di quel paio di regolette predicate da Aristotele). Se dovessi dirti perché ho letto i Promessi Sposi a scuola non ne sarei in grado. La risposta esatta suppongo sia “Perché Manzoni ha scritto il primo romanzo storico italiano! È un ritratto del Seicento! Ci aiuta a capire meglio il mondo! È fkssmo!1!!”
      E allora perché non devo capire dove sbaglia? Cosa m’interessa dell’equivalente ottocentesco dei nostri Harmony – solo scritto ad cachinnum? E mille altri interessantissimi interrogativi OT.
      Il problema degli scrittori italiani moderni, invece, non è la poca volontà di provare a scrivere, ma il totale, insensato rifiuto di “provare” a studiare prima di scrivere. Quando capiranno che, prima di pretendere soldi per la loro “arte”, devono lavorare anni sui manuali e scrivere e riscrivere i loro capolavori centinaia di volte, allora sarò disposta a dare loro un po’ di fiducia. Una persona che si rifiuta di vedere i propri difetti non migliora col tempo, anzi.
      Infine, per scrivere e pubblicare un romanzo come capita (cioè a forza di starnuti, come disse la Strazzulla) non serve affatto buona volontà, solo stoltezza. La buona volontà occorre appunto per passare anni in silenzio ad acquisire gli strumenti del mestiere prima di giocarci.

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  2. Ricordo un Giappo che si cimentava nell’arte del disegno che disse, all’incirca: “Studiai le forme fino a 70 anni. A 80 sapevo fare qualcosa. A 90 saprò fare davvero.” Se ritrovo il ritaglio di giornale riscrivo la citazione… In ogni caso, direi che uno studio leggermente approfondito può servire, a meno che non sia necessario per la schifezza che si scrive. La Troisi, in tal caso, qualche errore l’ha fatto (leggermente abissale) ma non era decisivo per la storia.

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    • Che significa “leggermente approfondito”? In cosa differisce da approfondito e basta, esattamente?
      Ogni errore è decisivo per la storia. Se la mia protagonista è una guerriera e ambiento tre quarti del mio romanzo su teatri di battaglia, la mia conoscenza della guerra nel periodo simil-medievale che ho scelto dev’essere perfetta. Ciò comporta che io Scrittrice devo essere in grado di motivare logicamente ogni singolo fatto narrato. La Troisi questo non lo fa.
      Se io leggo che per tendere un arco non servono muscoli in un romanzo di tal fatta, lo chiudo e non lo riapro più. E questo per il semplice fatto che non accetto di farmi sputare in faccia da un presunto Artista e pagare per vedere il detto sputo sul mio regal nasino ripreso da mille angolazioni diverse. Non importa quanto lo scrittore strofini il mio musetto e ci aliti sopra per lucidarlo, io non gli donerò mai la benché minima possibilità di redenzione.
      Un errore è un errore. La sua rilevanza si misura in campo di pertinenza: se leggo un saggio storico, una data sbagliata me lo fa gettare. Se leggo un fantasy dove la magia non sovverte le leggi della fisica, una ragazza che tende un arco da guerra me lo fa stracciare.

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  3. Non tutti sono come te.
    Con leggermente approfondito intendevo, vagamente, allo studiare un argomento ma senza esagerare. Studiarlo finchè mi serve per la storia, esagerare non mi servirebbe a un granchè, se non, forse, aumentare le mie conoscenze su argomenti che probabilmente non utilizzerò mai a dovere.
    Io purtroppo ho una visione ristretta: a me interessa la storia in sè, non gli errori più o meno evidenti che fa. Non mi interessano. So che sbaglia, me lo appunto, e vado avanti.

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  4. Fidati, il mio libro di Letteratura di terza media faceva di peggio.
    Anche io ho avuto spesso a che fare con insegnanti incompetenti, di tutte le materie, e posso solo dirti che, nel corso del tempo, questo mestiere ha perso molta della sua professionalità.
    Parlando di scrittori nostrani e sperando di non andare OT…Io adoro la letteratura italiana dei secoli scorsi, ma gli “scrittori” italiani del nostro tempo, in particolare quelli fantasy, mi riempiono di disgusto. Non hanno un minimo di professionalità: nel migliore dei casi pensano DAVVERO che scrivere sia solo una questione di talento(o di starnuti), nel peggiore che sia solo un hobby e che si scrive solo “per me stesso!”, senza capire che dopo aver scritto qualcosa nessuno li obbliga a pubblicare.
    Scusa il piccolo e inutile rant, a volte mi faccio prendere troppo dall’ira.

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