Quattro chiacchiere (1): l’Eutanasia

Giusto perché non ho niente di meglio da fare, ho deciso di partecipare a un progetto lanciato da tre giornali proprio niente male e rivolto agli adolescenti più nerd volenterosi della scuole superiori: scrivere un articolo a settimana – o più di uno – sui grandi temi della cronaca, in cambio di premi vari. Roba da adulti. Ma non temete, non lo faccio per la ricompensa, quanto per la gloria che ciò mi porterà.

Okay, fate bene a non credermi. Mi sono presa questo impegno solo perché la professoressa me lo valuta, e io ho tremendamente bisogno di punti bonus agli orali. Help.

Detto ciò, vedrete bene che ci sono andata piano con le parole: posso permettermi di parlare con franchezza solo con voi, miei cari. Dunque, godetevi il mio (disastroso) tentativo di moderare i termini e di giocare alla Piccola Giornalista. ^_^

Eutanasia: due prospettive

L’eutanasia è un argomento scomodo. Se ci si dichiara favorevoli a essa, si passa per barbari senza timor di Dio; se ci si dichiara contrari, per bigotti antiprogressisti; se non si prende posizione, cosa a prima vista conveniente, si è incasellati come deboli con poca attitudine al ragionamento.

Dei tre comportamenti, credo che l’unico criticabile da tutti sia l’ultimo: l’indifferenza. O meglio, da tutti coloro che indifferenti non sono. Molte persone stentano a costruirsi un parere sulle tematiche più importanti della nostra realtà: parlo di questioni ‘calde’ come il rapporto tra scienza e religione, la convivenza in una società multietnica, la politica in generale. Molti, ancora peggio, s’intestardiscono sulla prima soluzione che capita loro di pensare (cioè un semplice ‘Pro’ o ‘Contro’), senza poi saper motivare la loro scelta, solo perché avere una bella idea porta consensi.

Vediamo allora di allontanarci da questa disgustosa categoria di persone, gli Indecisi e i Superficiali, per analizzare un tema su tutti: l’eutanasia, appunto.

Una prima prospettiva con cui osservare l’argomento è quella storica. Innanzitutto, ‘eutanasia’ è una parola greca – dolce morte, letteralmente. In effetti, il mondo classico aveva un concetto molto ampio di libertà, e quindi anche di libero arbitrio: non c’erano leggi dello Stato che impedissero il suicidio. È vero anche che non c’erano leggi a condannare lo schiavismo – anzi – né l’uccisione di moglie e figli da parte del capofamiglia… ma si tratta comunque, a mio parere, di un segno di civiltà che la società moderna ha perso molti secoli orsono. Sono molti gli esempi di personaggi entrati nella leggenda proprio per essersi suicidati: ad esempio il grande Decio Mure che, avendo ordinato una carica di cavalleria disastrosa per le sorti della battaglia in corso (una delle prime dopo le Forche Caudine), come il padre si suicidò votando la propria vita agli dèi della guerra. Oppure ancora lo stoico Catone, accoltellatosi in Utica per sfuggire a Cesare dopo essersi rassicurato sull’immortalità dell’anima. E lo stesso Bruto, cesaricida, si fece affondare un gladio nello stomaco dopo la disfatta di Filippi. Ho citato i più famosi romani, ma ci furono dozzine di casi simili anche in Grecia, e tutti i suicidi di quell’epoca hanno una caratteristica comune: sono passati alla Storia per il loro estremo coraggio.

Naturalmente la diffusione del cristianesimo cambiò alle radici il pensiero occidentale, in quanto chi si toglie la vita compie un affronto al dio in questione e pertanto va all’Inferno. Oggi in Italia non è molto diverso da millecinquecento anni fa, se non per il fatto che la nostra anima non appartiene solo al dio cristiano, ma anche – e ben più concretamente – allo Stato. Scegliere l’eutanasia dunque condanna noi stessi ad un’eternità di (ulteriori) flagelli, e i nostri cari ad una sanzione pecuniaria o penale, in special modo chi ci permette fisicamente tutto ciò, ovvero un medico.

Ho menzionato il cristianesimo, introduco quindi la seconda ottica da cui ammirare la questione: la religione. Ora, siamo abituati al cattolicesimo, ma, poiché sia questo che l’islamismo sono la bruttacopia dell’ebraismo, si può fare un discorso generale per le tre religioni monoteiste finora sopravvissute.

E il discorso generale proposto da un credente è di questo tipo: “La mia vita mi è stata donata da dio, la posseggo pienamente e la vivo facendo tutte le scelte che mi vengono imposte, ma non sta a me decidere come e quando finirla.” Lo metterò subito a confronto con la mia personalissima visione da atea: la mia vita non mi è stata ‘regalata’ da nessuno (tranne forse che dal caso, che non è un’entità senziente), la posseggo pienamente e la vivo facendo tutte le scelte che accetto di compiere, inclusa quella di morire come e quando più mi aggrada. Qui sta il conflitto, allo stato attuale delle cose: è una questione morale – per quanto, da atea, stenti a vedere le diverse religioni come qualcosa di etico.

Sono state principalmente queste due prospettive – storica e morale – ad influenzare il giudizio sul recente suicidio assistito di Lucio Magri, fondatore del quotidiano Il Manifesto. I pareri sono stati discordanti, tuttavia il dibattito in proposito è stato un fuoco fatuo, spentosi poche ore dopo esser stato innescato. Il caso particolare ci offre però una valutazione abbastanza condivisibile del fatto, in quanto il motivo del suicidio di Magri è stato il dolore per la perdita della moglie: chi non può perlomeno comprendere una cosa simile, pur rimanendo in disaccordo?

Il che mi porta a voler esporre il mio parere generale. Io dico che ognuno debba avere il più completo controllo sulla sua vita, fintantoché dispone di un cervello in perfette condizioni, e che nessuno abbia il diritto di dirgli come viverla. Non la religione, fondata ufficialmente sul nulla e ufficiosamente sull’avidità di pochi inetti, e non lo Stato, fondato ufficialmente sulla giustizia, al lavoro per un fantomatico “bene comune”, e ufficiosamente sull’avidità degli stessi pochi inetti di prima. Lo Stato ha il compito di gestire la libertà fisica dei suoi cittadini, ad esempio mandando in carcere coloro che giudica pericolosi, ma non per punirli, quanto per proteggere il diritto delle brave persone a vivere un’esistenza pacifica: che è ben diverso dal voler stabilire se un persona possa morire o meno, almeno quanto lo è dal decidere se la stessa debba morire o no. Dunque vi domando: perché le leggi in favore della pena di morte sono quasi unanimemente riconosciute come un abominio, mentre quelle che impediscono la ‘dolce morte’ sono accettabili? Si tratta di una palese contraddizione, un nonsense, un’assurdità.

Concludo con la mia citazione preferita: La tua vita appartiene a te e basta. Alzati e vivila.

Naturalmente non ho potuto trattenermi: sono riuscita a ficcare Catone Uticense (protettore di questo blog) e un riferimento alla Spada della Verità in un articolo sull’eutanasia. Voglio un applauso per le contorsioni che ho dovuto fare!

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4 thoughts on “Quattro chiacchiere (1): l’Eutanasia

  1. Brava Amnell, speriamo in qualche voto buono in italiano! Comunque, che tu ci creda o no, non sei stata l’unica a parlare di Catone!!

    Ci vediamo lunedì 🙂

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  2. Ciao,
    Ho letto l’articolo (e anche la prefazione).
    A) Alla luce di quest’ultima direi (da assoluto inesperto di giornalismo) :
    Brillante e mai noioso.
    Unici difetti : ….c’è ancora un po’ troppo “amnell” dentro …lunghezza…. un solo riferimento ad un grande romano bastava (x gli altri 2=cambiare epoca).

    B) Alla luce di come scrivi sul tuo blog :

    Grazie a Dio c’è restato un filo di “Amnell” nell’articolo !!!
    (Anche se ne hai spiegato chiaramente la motivazione ) trovo la percentuale di “Amnell” presente così bassa da non farlo emergere particolarmente fra gli articoli che hai già scritto sul tuo blog.

    Penso auspichiamo tutti un pronto ritorno al tuo stile standard.

    Gladiumibericum.

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    • Ciao e grazie.
      È vero, devo prenderci la mano a scrivere in modo serio e, uhm, professionale. Oggettivo, diciamo. Penso che lo imparerò in fretta. Per la questione della lunghezza: mi sono attenuta ai parametri forniti dal sito, cioè fra le 600 parole minime e le 3000 massime: le mie sono circa 800. Per gli esempi: credo che la cosa migliore sarebbe stata fare come dici tu, il problema è che non ho le conoscenze necessarie per saltare da un’epoca all’altra e non volevo rischiare di dire sciocchezze con una documentazione troppo superficiale, così sono rimasta in terreno amico. Ma anche qui, il difetto c’è, solo che non sono in grado di correggerlo.
      Questa serie di articoli si troverà molto male sul blog, in quanto necessariamente richiederà un’esposizione asettica: li pubblico per lasciarne traccia concreta e visibile a tutti, visto che suppongo di dover usare questo archivio di post in futuro.
      Tornerò al mio stile, certo. Non però in questa serie di articoli, che comunque rimarrà marginale.

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