Marco Giunio Bruto e la battaglia di Filippi

Il 23 ottobre del 42 a.C., cioè precisamente duemilacinquantatrè anni fa, moriva Bruto Cepione, assassino di Cesare (o tirannicida, o liberator, a seconda di quanto siete moralisti). Io provo profondo disprezzo per la sua persona, anche attraverso i millenni, quindi gli dedicherò il primo vero post in quasi tre settimane di pigrizia.

Un calcoletto: campò quarantatrè anni, cioè tredici meno di Cesare. Questo mi dispone un po’ meglio. Ancora di più il fatto che nessuno dei congiurati sopravvisse a lungo al divo Giulio, e che quel poco tempo lo trascorse fra terrore, violenza, incertezza e in perpetua fuga. Il popolo amava e adorava Cesare come un dio, sebbene lui avesse sempre rifiutato tale onore. D’altro canto il Grand’Uomo morì come desiderava: all’improvviso, mentre faceva il suo dovere per Roma.

Ebbene, questo disgustoso prodotto umano che è Bruto nacque da una vipera, Servilia Cepionide (sì, sempre la solita amante di Cesare) e il marito Marco Giunio, forse discendente di quel Lucio che, fintosi stupido (brutus, appunto) presso il re Tarquinio, riuscì a cacciarlo da Roma, ad istituire la Repubblica e ad esserne il primo console. Insomma, la gens Iunia non poteva che essere ultraconservatrice. Alla nascita del pargolo Cesare aveva quindici anni: in quell’anno morì suo padre, Cesare il Vecchio, e un anno prima era morto lo zio Mario. No, non sto divagando, sto dipingendo il quadro storico!

Come circa-zio, in quanto fratellastro di Servilia, Bruto aveva nientepopodimenochè Catone Uticense. Il simpatico nasone non potè fare a meno di indottrinarlo, e così in quattro e quattr’otto ne fece un provetto stoico. Cioè una sua copia! I due Marco se ne andavano in giro assieme, Bruto facendo da reggigomito a Catone – o qualcosa di parimenti glorioso, non so – e Catone sbraitando un po’ per tutto. Già ricchissimo di suo (lo zio Cepione lo aveva adottato dopo aver trafugato, sembra, una parte del celebre Oro di Tolosa), pensò bene di darsi allo spolpamento delle Province romane in Oriente, mettendo su una fiorente società di usurai e pubblicani. Questo, manco a dirlo, non gli frutterà molto nel futuro, quando la guerra sociale si sposterà in Grecia…

Ora, nella sua triste vita non fece granchè: era un intellettualoide, si dilettava nel riassumere le opere dei grandi letterati (morirei dalla voglia di vedere come avrebbe pasticciato sul dBG, che è il più deliziosamente scarno dei capolavori!) e disdegnava l’attività militare. Puah! Alla faccia del romano tipico! Mi domando cosa se ne facesse Servilia di un maschio che non combatteva… Ad ogni modo, non ci interessa tanto la sua esistenza, quanto la morte, in uno scenario guerresco molto bello: Filippi.

Per vostro gaudio, Filippi è qui sopra, in un'insignificante terra chiamata Tracia.

Dopo la morte di Cesare, Bruto e Cassio erano fuggiti in Oriente per scampare alla lex Pedia (Quinto Pedio era il collega di Ottaviano, ventenne, al consolato) “de interfectoribus Caesaris“, che li privava della cittadinanza e confiscava le loro proprietà*. Radunato un esercito di 19 legioni e 17.000 equites nelle Privince di Grecia-Macedonia e Siria con la promessa dell’indipendenza da Roma, i due furfanti si garantirono anche l’appoggio di Gneo Domizio Enobarbo, capo della flotta repubblicana dai tempi di alea iacta est. Di seguito comparirà come Barbarossa, cioè il suo cognomen italianizzato.

Ora, se Bruto come vir militaris faceva davvero schifo, così non era per Cassio. Poichè otto legioni dei triumviri avevano scoperto un passo montano a loro molto favorevole, e i repubblicani non volevano combattere in sedi svantaggiate, si ritirò sulla costa, protetto dalla possente flotta di Barbarossa, e lì stette. Quando arrivò il nemico, in inferiorità numerica visto che nove legioni su ventotto le aveva dovute lasciare indietro, Cassio lo respinse indietro, oltre quel passo strategico e a ovest di Filippi. I triumviri si trovavano in pesante svantaggio: Bruto e Cassio erano accampati su due colli, protetti a sud da una palude e a nord dai monti. Bruto prese il colle a nord-ovest della città, Cassio l’unico a sud. E dirò di più: fecero in tempo a fortificarsi, con tanto di bastioni! Poi, grazie a Darwin, arrivò anche quel radicalchic di Ottaviano, sconvolto nella sua cagionevole salute, che si piazzò sul naso di Bruto. Infine ecco quel saltimbanco di Antonio, che si sedette sugli alluci di Cassio. Con i triumviri c’erano molte nostre vecchie conoscenze: la Sesta, la Settima, l’Ottava, la Decima Equestris e la Dodicesima, oltre a tantissime altre leve. Però coi numeri dall’altro lato non ci siamo: due legioni erano rimaste indietro; delle 17 restanti solo due a ranghi completi, mentre le altre erano decimate (e dico decimate!). Poi c’era qualche ausiliario orientale, tipo gli arcieri a cavallo. Come vedremo, parte delle legioni dei cesaricidi era pure malfidata, in quanto ex-cesariana.

Una cosa molto “bella”, a mio parere, è che Cassio iniziò a corrompere soldati e centurioni sborsando migliaia di denarii ciascuno, di tasca sua, di Bruto o in prestito ai suoi stessi soldati. Insomma, anche in caso di vittoria, un bel pasticcio.

Alla fine, ausiliari o meno, le due forze erano più o meno pari per numero, i cesaricidi si trovavano in posizione favorevole, i triumviri avevano molta fretta di attaccare, sennò sarebbero rimasti senza cibo. Antonio cercava di innescare una scintilla tutti i giorni, ma Cassio lo ridusse alla disperazione rimanendo dov’era. Ed è qui che subentra la genialità. Il triumviro fece costruire una gigantesca pedana rialzata sulla palude e iniziò ad attraversare coi suoi. Cassio se ne accorse appena in tempo: mandò i suoi a sud, verso il nemico, ed eresse una specie di diga.

Il 3 ottobre arrivò il primo scontro: Antonio ordinò una carica alle mura del castra. Al contempo le truppe di Bruto attaccarono senza aspettare la parola d’ordine (che era -dice Wikipedia, perché io non lo sapevo- Libertas) e volsero in fuga i legionari di Ottaviano. E così, mentre Antonio prendeva il campo di Cassio, Bruto distruggeva quello del Divi Filius, senza tuttavia trovarlo lì. Tradizione – o propaganda del regime augusteo, in seguito – vuole che avesse avuto un sogno premonitore e si fosse nascosto nelle paludi. Chi lo sa. Di sicuro c’è che il povero schizzinoso ebbe un bel pensare in quegli acquitrini, ancora prostrato dal mal di mare com’era.

E qui abbiamo il primo colpo di scena. Col polverone che c’era, data la vastità del teatro di battaglia, Cassio pensò che anche Bruto fosse stato sconfitto e ucciso. Dunque si tolse la vita. In seguito Bruto lo chiamò l’ultimo dei Romani e prese le redini dell’esercito.

Ora, abbiamo un esercito senza la minima fiducia nel proprio comandante, che dal canto suo si ritirò nella propria tenda con la coda tra le gambe, senza sapere cosa fare, e un altro esercito, quello dei triumviri, sconfitto, senza cibo, ma col morale alto e la speranza di una grande ricompensa. Infatti il tutto si basava sulla fama di Ottaviano come legittimo erede di Cesare e sui suoi donativi.

Alla fine Bruto si risolse per una tattica temporeggiatrice che però, come nelle Guerre Puniche, suscitò l’impazienza dei generali. Temendo una disertazione di massa, quel coniglio accettò di dare battaglia il pomeriggio del 23 ottobre (cioè oggi). Nulla di complesso: i due schieramenti non si sprecarono neanche a lanciare i giavellotti per l’ansia di combattere, caricarono, i cesaricidi vennero respinti, i triumvirali li inseguirono, entrarono nel castra prima che le porte venissero chiuse e fecero un macello. Sulle colline retrostanti stava Bruto con sole quattro legioni superstiti.

Ed ecco l’ultimo colpo di scena. Voi direte, Bruto era un coniglio, cos’avrebbe potuto fare oltre che fuggire ancora e non farsi mai più rivedere? Sbagliato. Vuole la tradizione che il nostro fosse stato visitato in sogno da uno spettro (Cesare, probabilmente), che gli avrebbe detto “Sono il tuo cattivo demone, Bruto: ci rivedremo a Filippi”. E infatti l’aveva rivisto alla vigilia della disfatta. La sera, infine, stufo di fuggire, decide per il suicidio. È possibile che sia avvenuto come narra Shakespeare, che poi sarebbe il modo più romano di morire: due uomini gli ressero la spada e lui vi si gettò contro.

Antonio lo fece poi cremare e restituì le ceneri alla madre (quella serpe di Servilia sopravvisse al Grand’Uomo e al figlio, maledissione!), contro il desiderio di Ottaviano, che avrebbe voluto esporre il cadavere come si faceva coi traditori della patria. Ecco uno dei motivi per cui Ottaviano non mi piace: Cesare uccise coloro che avevano decapitato Pompeo – era pur sempre un romano!

Dunque la morale è: non siate Cesare, perché il troppo stroppia (e muore come un pollo); non siate Bruto, perché i conigli non vivono bene (e muoiono come polli); non siate Antonio, perché il genio va usato e non annacquato nel vino o usato per la prima Cleopatra che passa (che vi manda a morire come un pollo); non siate Ottaviano, perché polli non sarete mai, ma avrete sempre il raffreddore o il mal di mare!

*Questo tipo di condanna si chiamava aquae et igni interdictio, “privazione di acqua e fuoco”, gli elementi indispensabili alla vita politica e religiosa di Roma. Le proprietà in confisca, naturalmente, non rimanevano mai allo Stato, ma venivano rivendute all’asta, in spregio ai sacrileghi.

La legge prevedeva un processo a tutti i congiurati: il giorno stabilito non se ne presentò nessuno (loro sì che credevano nella giustizia!), così furono tutti condannati in contumacia.

Annunci

Cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...