De Bello Gallico: il Cast, le Scelte Narrative e i Dettagli

Redigendo l’articolo sul primo libro del De Bello Gallico (sono a buon punto, abbiate pazienza!) mi sono accorta che ero costretta a fare troppi passi indietro o, peggio, a gonfiare le frasi di subordinate, per spiegarvi bene le caratteristiche di popoli, strutture gerarchiche o semplicemente la geografia – da che pulpito, eh! – ; quindi raccolgo in questo articolo tutte le cose che mi farà comodo dare per scontate.

Il Cast.

Caio Giulio Cesare. Ben imparentato sotto ogni punto di vista: sua zia Giulia (Maggiore) sposò Caio Mario, da cui Cesare imparò qualcosa sulla guerra intorno ai tredici anni, mentre l’altra zia Giulia (Minore, o Iulilla) sposò Lucio Cornelio Silla (e morì poco dopo). Sua madre era una Aurelia Cotta, del ramo conservatore anch’ella. Morto il padre quando Cesare era ancora minorenne, divenne tutore legale di una famiglia composta da sole donne. Amico del re Nicomede di Bitinia, famoso per la sua predilezione per i ragazzi, venne accusato di esserglisi prostituito per ottenere una flotta per Lucio Licinio Lucullo, ex braccio destro di Silla. Probabilmente per contrastare tali calunnie, si creò una reputazione di gran donnaiolo, seducendo le mogli dei suoi oppositori politici. Era un grande sostenitore della legalità: ci teneva a candidarsi a tutte le cariche del cursus honorum in suo anno, poichè era prevista un’età ben precisa per ogni incarico: questore a trent’anni, edile a trentasei, pretore a trentanove, console a quarantadue (per questo c’è il dubbio se sia nato nel 101 o nel 100 a.C.: l’opzione più plausibile è la prima, proprio perchè fu console nel 59… in suo anno in un caso, in anticipo nel secondo). Ottenne ogni carica con il massimo dei voti. Ciò aveva particolare importanza, poichè in tal modo si sceglieva, ad esempio, il console anziano, che avrebbe detenuto i fasci (cioè la direzione delle assemblee del Senato e in generale il “diritto di precedenza” su tutti gli altri oratori) nel primo mese dell’anno. Poi il Primo Triumvirato distrusse una buona fetta di mos maiorum e il Secondo il resto.

I legati. Cesare dà il via all’usanza di usare legati di scelta del generale come propri ufficiali in seconda, sostituendoli a pretori e tribuni militari*, che molto spesso erano dei rampolli nobili in ascesa lungo il cursus honorum: degli emeriti incapaci, perdipiù scelti tramite elezioni popolari. Questo significa che i legati non dovevano essere di rango senatoriale nè di stirpe romana. Anzi, quasi nessuno lo fu. I più importanti furono Tito Labieno, Decimo Giunio Bruto e Quinto Tullio Cicerone, fratello dell’avvocato ed oratore lui stesso.

Il primo era del Piceno, ultimo avamposto italico prima della Gallia Cisalpina. I Piceni erano considerati dei barbari sanguinari. E Labieno non smentisce la tradizione: dopo Cneo (o Gneo, che dir si voglia) Pompeo Strabone, detto Carnifex, e suo figlio, detto Magnus, Labieno farà delle orribili stragi in Gallia, all’insaputa di Cesare ma dietro la sua protezione: non ce lo si poteva rivoltare contro, dato che era un comandante brillante. Qui spunta l’annoso problema di Cesare: non può essere dappertutto, deve per forza fidarsi di qualcuno ogni tanto. Sarà la sua fine.

A proposito della fine di Cesare, uno dei suoi assassini è in Gallia il suo più capace luogotenente: Decimo Bruto (che non è quello di Bruto & Cassio, accoppiata vincente…). Per dirne una, sconfiggerà i Veneti in una battaglia navale senza l’apporto di Cesare, che stava a guardarlo con l’esercito terrestre dalla costa.

Quinto Cicerone comparirà solo nel 54, nella quinta campagna. Appena arrivato, viene assediato nel suo castra invernale dai Nervii di Ambiorige, che aveva raccolto anche Eburoni, Atuatuci e un codazzo di genti minori, estasiati dall’aver sbaragliato la legione di Lucio Aurunculeio Cotta e Quinto Titurio Sabino. Peccato, erano dei buoni ufficiali. La resistenza di Cicerone (come narrerò!) fu eroica, in scarsità di approvvigionamenti: si chiuse dentro un campo malsano, in pieno inverno, con dei veterani feriti e ammalati, e resistette fino all’arrivo di Cesare. Mitico!

Verrà proscritto dal Secondo Triumvirato, per non essersi schierato contro il fratello e a favore di Cesare dittatore, e morirà privo di cittadinanza romana e proprietà. Era ricchissimo, sapete.

Le Scelte Narrative.

I prossimi saranno articoli molto, molto lunghi, corredati di una quantità di cartine. Ognuno degli otto libri corrisponde ad una campagna, quindi ad un anno – contando che Cesare in inverno non riposava sugli allori. Quindi, per non suddividere la narrazione in miriadi di capitoletti con i relativi titoli, che non mi piace, evidenzierò in grassetto le parti fondamentali o, almeno, i “colpi di scena”.

Il bello, il curioso e, ovviamente, il faticoso di questo progetto è che non farò solo uno stupido riassunto del De Bello Gallico (per dare un pericoloso vantaggio ai miei compagni di liceo? Giammai!). Partirò da lì, ma facendo risaltare le cose che interessano a me: il carattere dei singoli personaggi, le azioni politiche e militari, i capolavori della logistica, e chi più ne ha più ne metta. Tutto quello che si trova spezzettato in una miriade di trattati e libelli, insomma, e che mi ha fatto innamorare di Roma. Parte integrante dell’idea è mantenere l’occhio puntato su quel che succede dall’altra parte del mondo, agli altri grandi romani. Come un telegiornale. Ed è per questo che parlerò al presente.

Se pensate che non abbia spiegato bene una data azione, in futuro (sono una pessima narratrice), non avete che da insultarmi e chiedere spiegazioni: io provvederò citando la fonte, se possibile, o semplicemente correggendomi. Poi, è ovvio che se qualche troll di mia conoscenza arriva e fa delle domande idiote, io mi premurerò di eliminare il commento e bandirlo per l’Etternità Cristiana da queste divine sponde. ^_^

Spero di non metterci più di una settimana per fare un articolo decente.

Per quanto riguarda i termini, le cose che non mi darò pena di spiegare di nuovo sono qui:

1. Castra hiberna è la stessa cosa di castra stativa, e indica un accampamento semi-permanente, cioè quello invernale o, più avanti con gli anni, permanente (Augusto deciderà di dare all’Impero un esercito di professione, mentre prima si reclutava a ridosso dell’emergenza e, a causa dei costi, si smobilitava la legione in blocco non appena possibile);

2. I toponimi Gallia Narbonese, Gallia Narbonense o Gallia Comata indicano tutti la stessa area, con capitale Narbo (Narbona), che aveva la peculiarità di essere sotto la giurisdizione romana, ma popolata da Galli non-cittadini (“Amici e Alleati del Popolo Romano”). Era a tutti gli effetti il precursore degli stati-cuscinetto della Restaurazione, e questa caratteristica aiuterà molto Cesare;

3. Uso spesso la parola princeps/principes per designare i capi (che non sono re) dei Galli. Non voglio proteste per il lemma: princeps non significa principe, non è prerogativa dello stato romano (non ancora) ed è la parola usata da Cesare. Comunque la parola precisa per il “primus inter pares” gallico è thane;

4. Quattro. Frequentando certi blog mi si è appiccicata la nipponica tetrafobia;

5. La parola imperium è fondamentale. Durante la Repubblica avere un imperium significa poter convocare i comizi e il senato, emanare editti, imprigionare, processare e condannare a morte i cittadini e infine reclutare e comandare eserciti. Un uomo dotato di imperium non poteva varcare il pomerium, il sacro confine della città di Roma: se l’avesse fatto, avrebbe automaticamente rinunciato ad ogni potere, per tornare privatus. Uno dei tanti meccanismi di difesa della Repubblica (di cui Mario e Silla non si preoccuparono più di tanto). Era conferito a consoli, pretori, dittatori, magistri equitum (i “vice-dittatore”), promagistrati (proconsoli e propretori), interreges (senatori in carica per soli cinque giorni allo scopo di indire le elezioni se i consoli non avessero potuto farlo normalmente: va da sè che il primo interrex era perfettamente inutile!). Veniva assegnato tramite una legge curiata e non poteva essere revocato sino alla scadenza della carica. Imperator formalmente era colui che deteneva il comando supremo dell’esercito, ma nella consuetudine erano i soldati che acclamavano tale il loro generale quando faceva qualcosa di spettacolare (battaglie campali, assedi impossibili e via dicendo).

I Dettagli.

Un dettaglio fondamentale, che è quello principale per cui posto questa schifezza di articolo intermedio, è la scansione temporale. Cesare è molto preciso, ma un esame attento porta un lettore poco informato della politica dell’epoca a non capire granchè: infatti le date non corrispondono alle stagioni. Un esempio: nel primo libro vediamo Cesare scendere in Italia verso la fine di aprile, rimediare cinque legioni raffazzonate e fiondarsi in Gallia per la via più breve, le Alpi. Che stranamente sono innevate, e non è un fenomeno trascurabile: i legionari devono spalare via la neve sprofondandoci fino al ginocchio. Com’è possibile?

Cercherò di essere breve. Numa Pompilio stabilì che l’anno dovesse avere dodici mesi: quattro da trentuno giorni, sette da ventinove e uno (Februarius) da ventotto. Trecentocinquantacinque giorni in tutto. A questi andava aggiunto, ad anni alterni, un ulteriore mese intercalare, il mercedonio, di ventisette giorni: andiamo così a trecentosettantasette (perché il mese intercalare comprendeva gli ultimi cinque giorni di febbraio), più o meno.

Beh, è intricato, ma funziona. Il problema sta nel fatto che il calendario andava riformato ogni anno dal collegio dei Pontefici, e se il loro capo, il Pontefice Massimo, non era abbastanza zelante e non si preoccupava di riallineare l’anno formale a quello solare, i mesi correvano troppo rispetto alle stagioni. Questa è la situazione in cui ci troviamo con Cesare. Veramente, il Pontefice Massimo è proprio lui, ma il famoso calendario giuliano dovrà attendere fino al 46. Ah, una curiosità: il mese di febbraio era venuto per forza di cose lungo ventotto giorni, ma, poiché i Romani consideravano infausti i numeri pari (come me), lo dedicarono a “riti di purificazione”. Ma a tutto c’è una soluzione: i Romani spezzarono il mese in due parti da ventitrè e cinque giorni, e misero il mercedonio a cavallo tra le due – anzi, il mercedonio spesso comprendeva la seconda parte, che non ha un nome. La prima era considerata la chiusura delle attività religiose e per questo si chiamava Terminalia.

Dunque, si dovrà tenere a mente che le date menzionate sono in ritardo di una buona stagione sul tempo atmosferico: se il mese è primaverile, in realtà siamo in inverno; se è autunnale, siamo in estate, e così via.

Ora passiamo all’esercito. Dalla Repubblica in poi viene definito esercito un gruppo di soldati formato da almeno una legione (legio). Le legioni sono numerate e a volte hanno un nome (es.: Legio V Alaudae, cioè “le allodole”). Possono essere a ranghi ridotti o meno. Sotto Cesare, una legione in perfetta efficienza consta di 3000-6000 romani, ma per brevità io stimerò che siano sempre 5000, una buona media. A capo della legione, i legati, che rispondono delle loro azioni direttamente a Cesare. Essa è suddivisa in 10-12 coorti, che sono le unità tattiche. Ciò significa che si potevano trasferire da una legione all’altra, o da un teatro di guerra all’altro, indipendentemente l’una dall’altra, e spesso era richiesto che fossero autosufficienti. A capo di ciascuna c’è uno di quei tribuni militari incapaci eletti dal popolo. A sua volta la coorte è suddivisa in sei centurie da cento uomini – ipotizzando sempre una legione a ranghi completi – , ognuna guidata da un centurione. I centurioni sono i punti cardine dell’intero esercito: se sono scadenti loro, non importa quanti Giulio Cesare ci siano in giro, la battaglia è persa. Ne consegue che il loro potere andò in crescendo: già alla fine della Repubblica avevano capito come manipolare un generale (forzandolo a distribuire laute gratifiche in danaro e terre) a forza di ammutinamenti. Una legione ha anche tutto un corredo di segnali e decorazioni, sorrette dai signiferi (ripartiti in aquiliferi e, in epoca imperiale, in imaginiferi e vexilliferi), che servivano non solo a mostrare il valore della legione o della coorte in questione, ma per dare indicazioni ai soldati su come muoversi. Per questo ogni signifer doveva essere l’uomo più coraggioso, forte e carismatico, pronto a sacrificare la sua vita per non perdere i signa. Cesare ci racconterà di un aquilifer che, ferito a morte durante un assedio, con le ultime stille di energia scaglierà l’Aquila oltre le mura del castra, per poi morire combattendo mentre i suoi compagni gli si erano stretti attorno a protezione di quel pezzo di legno, ferro e argento…

In buona sostanza, la legione tipo ha 6000 uomini, diretti da 60 centurioni e 10 tribuni.

Ad essa sono poi accorpati altri reparti, quasi sempre non-romani: cavalieri, arcieri, frombolieri. In generale gli stranieri sono chiamati auxiliarii e proteggono la legione anche a costo di essere sterminati. Famosi i frombolieri delle Baleari, gli arcieri frigi e i cavalieri galli o germani (preferibilmente ubii). Vale la pena soffermarsi sui frombolierifunditores, dal nome dell’arma – , poco conosciuti.

La frombola (funda) è un tipo di fionda. Consiste in una larga striscia di cuoio collegata a due lacci di canapa intrecciata, uno dei quali ha un cappio. Si inserisce la mano nel cappio, si posiziona il proiettile sul cuoio e si tiene l’altro laccio nella stessa mano. Si fa ruotare l’arma un po’ come se fosse un lazo, e si lascia andare il laccio privo di cappio. (Sì, la specifica è necessaria: ho visto gente che lanciava via tutta l’arma insieme al proiettile nonostante l’altro laccio la ancorasse alla mano…) Se vi piace la religione, potete pensare a Davide e Golia.

I proiettili erano sassi, pezzi di piombo o di terracotta che, scagliati con la giusta tecnica, potevano sfondare un elmo e una calotta cranica anche da 40 metri di distanza. Al contrario di quanto direbbe la Troisi, e proprio come in un arco, non basta una tecnica perfetta per ottenere il minimo risultato, ma serve soprattutto una forza micidiale. Per questo occorre allenarsi fin da bambini.

I frombolieri erano un po’ difficili da accontentare, perchè i proiettili dovevano essere di una specifica forma e grandezza: non troppo sferici, nè troppo piatti, nè troppo appuntiti. Prima della battaglia si vedevano intere coorti aggirarsi lungo il greto di un fiume in cerca di sassi adatti. I Romani, rubata la tecnologia ai Cartaginesi, iniziarono a fabbricare proiettili in serie: nasce la glans plumbea (oggi chiamata “ghianda missile”, nientemeno). Un pezzo di piombo lungo dai 2 ai 7 centimetri e pesante fino a 150 grammi. Su ciascuna potevano essere incisi decori o dettagli, come il nome del soldato, della sua legione o del fabbro, ma anche esortazioni (Feri, “Colpisci!”), insulti al nemico e parolacce.

Ci sono poche testimonianze sui frombolieri, a parte i ritrovamenti dei loro proiettili. Ad ogni modo, si “estinsero” nel Medioevo, surclassati da arcieri e balestrieri, ma ricomparendo occasionalmente più avanti in compiti di nicchia e in situazioni specifiche, anche se mai come corpo d’armata fisso.

Bene. I frombolieri sono raggruppati in coorti insieme ai sagittarii, in quanto fanteria leggera (veliti), mentre i cavalieri sono suddivisi in squadroni (turmae, secondo il modello greco-macedone) da 32. 10 o 12 torme formano un’ala, proprio come 10 o 12 coorti formano una legione. Come dice la parola, le ali di cavalleria proteggono i fianchi dei fanti. In una battaglia in cui entrambe le parti non fanno errori tattici, la cavalleria ha il semplice compito di neutralizzare quella del nemico, lasciando decidere le sorti dello scontro alla fanteria, poichè l’unico momento in cui le ali sono indispensabili è quando l’avversario ha un fianco scoperto che permette l’accerchiamento.

L’ultimo dettaglio importante è che un esercito romano non è composto solo da soldati e ufficiali, ma anche – e qui sta la famosa logistica – da ingegneri militari e specialisti d’ogni tipo, che progettano accampamenti, ponti, strade e ogni genere di comfort un soldato in marcia possa desiderare… e Cesare stesso sembra l’inventore di tutte le opere che vedremo, come i due ponti sul Reno. Ogni legionario è pronto a trasformarsi in carpentiere e sterratore ogni giorno, anche solo per costruire il castra. Nella lista degli “armamenti”, accanto a gladio, scudo e pilum, ci sono due pale, la propria tenda e paletti di legno di ogni dimensione, che serviranno per le varie recinzioni. Ogni soldato aveva il suo compito specifico nell’edificazione dell’accampamento: chi spalava la terra per il fossato, chi la utilizzava per farne un vallo, chi ci montava sopra una palizzata… Caio Mario ad esempio, per tenere in forma i suoi soldati in attesa della battaglia, fece loro costruire una strada lastricata in Gallia Cisalpina.

Ora che sapete o avete ripassato tutte queste cose, o Quiriti, siete finalmente pronti per un corso intensivo di guerre alla romana! ROMA VICTRIX!

***

* Eppure a scuola ci insegnano a tradurre legatus non come legato, o al limite ufficiale, ma come ambasciatore. Sbagliato. Ambasciatore era lo stesso Cesare, inteso come diplomatico, o un corriere. Sotto Adriano saranno frumentarii e speculatores a fare da corrieri, agenti segreti e quanto di bello c’era prima di CIA ed FBI.

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10 thoughts on “De Bello Gallico: il Cast, le Scelte Narrative e i Dettagli

    • Ora che mi sento in grado di parlare di oplologia con un minimo di sicurezza, decisamente sì 😉
      Ho in mente una bozza di articolo sull’evoluzione dell’armamento e dell’addestramento del legionario nei secoli (senza andare troppo vicino al medioevo, che detesto, detesto, detesto!), e vedrò di farmi una cultura sui cavalieri, che hanno più ampio spettro di comparazione con altri popoli. Tutto questo, solo dopo che avrò finito il de Bello Gallico…

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    • Grazie! Provvederò a fare il conto alla rovescia… – 11 😀
      Ah, imperdibile anche il nuovo libro del compianto Paolini, Inheritance… Dio ci scampi e liberi, pensavo fosse morto. u.u

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  1. Venerdì ho l’interrogazione sul De Bello Gallico. Sto rischiando il debito in latino in una maniera non proprio carina, le traduzioni mi vengono ma non riesco mai a collegare i fatti: quindi, se devo spiegare che cosa succede nel Primo Libro vado nel panico e non so rispondere.

    Siamo fermi al Quarto Libro. Tu hai scritto articoli sul De Bello Gallico fino a quello stesso libro. E’ un segno del destino: questo blog mi preparerà alla fatidica interrogazione, e mi traghetterà verso un meritatissimo voto superiore al 6.

    Che i giochi abbiano inizio.

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    • Che la dea Fortuna baci la tua fronte! 😀
      (Per la seconda metà dell’opera, dal Libro Quinto all’Ottavo, con relativo raccordo al Quarto, prego attendere fino all’estate :P)

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      • Ti tengo aggiornata sulla mia situazione scolastica (anche se probabilmente hai di meglio da fare 😉 e non ti interesserà neppure!)
        Interrogazione di latino di venerdì: 6 1/2.
        Sentiti responsabile: se non avessi scritto il tuo blog, giuro, non ce l’avrei fatta, e mi sarei conquistata il debito.
        Tu mi hai salvata!!!!!!!!

        Aspetto impaziente il resto degli articoli! (No, aspetta, diciamo che aspetto impaziente qualsiasi articolo!)

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  2. Pingback: De Bello Gallico (II) – Libro Primo | Amnell

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