Il dado è tratto… O no?

Forse qualcuno si ricorda dell’articolo che avevo dedicato all’anniversario della traversata del Rubicone da parte di Giulio Cesare, nel 49. Ho riportato le leggendarie parole che si dice abbia pronunciato al momento della decisione. Tuttavia, all’epoca non sapevo di starvi dicendo solo una parte della verità.

Infatti, ho da poco appreso che non è per nulla certo che le parole siano state testualmente “Alea iacta est“, perchè, come al solito, le fonti sono discordanti.

Andando per ordine. Contestualizziamo: ufficialmente sarebbe l’11 gennaio, ma, poichè Cesare era un maniaco della perfezione, dopo la sua riforma passò alla Storia come il 23 novembre dell’anno prima, il 50. Ora, a costo di perdere il filo del discorso, devo assolutamente spiegarvi perchè. Com’è possibile che si potesse modificare il calendario a proprio piacimento? A quei tempi non era come oggi, che facciamo in modo che le giornate si allunghino o si accorcino a seconda delle stagioni: i Romani dovevano rifare daccapo il calendario tutti gli anni e, se il Pontifex Maximus era zelante, doveva fare in modo che le date coincidessero con le stagioni. Sotto un Pontifex sfaticato capitò ad esempio di trovarsi ad inizio estate quando il calendario diceva che era fine settembre. Dunque Cesare, col suo calendario giuliano, mise tutto a posto (come, ve lo spiego un’altra volta: volete farmi andare avanti, per favore?).

Abbiamo risposto al ‘Quando’. Manca il ‘Dove’. Sul fiume Rubicone. Come si chiama oggi? Non lo sappiamo: non è detto che sia proprio l’attuale Rubicone, poco più di un ruscello, visto che fra Forlì e Cesena è pieno di corsi d’acqua.

In ogni caso, le cose stanno così: Cesare, di ritorno dalle grandiose Guerre Galliche – svoltesi a due riprese, di cui la più famosa è quella di ritorno a Roma, con Vercingetorige e la battaglia di Alesia – , corre con una legione a ranghi ridotti verso il pomerium, cercando di rientrare in Italia prima della fine del suo mandato di proconsole. E sul pomerium si siede e aspetta notizie dall’Urbe. Gliele porta Marco Antonio, il suo tribuno della plebe (‘suo’ sta per ‘da lui corrotto’), che ha cercato di aiutarlo in Senato. Infatti la fazione dei boni, capeggiata dal bigotto Catone, non aspetta altro che Cesare torni un privato cittadino per poterlo rovinare: un bel processo in tribunale, prove fittizie di frode e chissà cos’altro durante il suo consolato di dieci anni prima, e Cesare sarebbe stato politicamente finito.

Come ho detto, Cesare si trova in una di quelle meravigliose situazioni in cui o rischi il tutto per tutto, o rinunci a quello per cui hai combattuto per anni: gloria, potere. E Cesare è un conquistatore nato: diventato senatore a vent’anni – non a trenta – grazie a Silla, ha combattuto i pirati che l’avevano rapito, ha smobilitato le truppe del tirchio re Nicomede di Bitinia e le ha consegnate a Lucullo, è stato il miglior edile curule di sempre, dopo Pompeo e Crasso, poi pretore, console e proconsole due volte. Ha circa cinquant’anni.

Quindi è ovvio: rischierà. Ha tentato tutte le vie legali. Ora è il momento di dimostrare che Caio Giulio Cesare è il Primo Uomo a Roma.

Ordina ai suoi legati di far attraversare il fiume ai soldati. Cosa potrebbe dire?

Fa una citazione dal commediografo greco Menandro. “Alea iacta esto.” Che il dado sia tratto! O almeno così ci dicono Plutarco e Appiano. Svetonio riporta invece la frase che tutti conoscete, ma sembra che la trascrizione sia sbagliata.

Ah, se solo avessimo gli originali romani, invece delle bruttacopie scarabocchiate dei monaci!

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