Alesia, 52 a.C.

Generali: Cesare e Vercingetorige. Eh be’.

Forze schierate: dieci legioni contro 80.000 difensori intorno all’oppidum e, nella fase finale, 240.000 di rinforzo dall’esterno; una quantità imprecisata di cavalieri ausiliari romani, forse intorno ai 15.000, contro 8.000 cavalieri galli¹.

Esito: i Galli vengono sbaragliati, distrutti, annientati. Pare che ancora non l’abbiano superata, visto che per eroe nazionale hanno scelto il responsabile della sconfitta. :D

Motivo del conflitto: perchessì difensivo! Vuoi che nel giro di qualche secolo ‘sti celti vagabondi non decidano di farsi un viaggio a sud?

Effetti: la Gallia diventerà il più docile cagnolino di Roma.

Prego, un'ultima occhiata ai Galli finché sono ancora interessanti.

Cavalieri d’Oltralpe. Oggi non solo saranno inutili, ma anche d’impiccio.

Cesare e Labieno di nuovo assieme, dicevamo. Chissà come ne è contento il giovane Marco Antonio, che le sue esperienze in Gallia le ha fatte sotto l’ala protettiva del generale! Adesso dovrà spartirsi le sue attenzioni con un gallo venuto dal nulla — o meglio, dallo stesso posto da cui viene Pompeo, il Piceno, che è anche peggio.

Illazioni a parte, Vercingetorige è costretto a ripiegare su Alesia, il che, per una volta, non è la scelta peggiore possibile — a sbagliare ci penserà tra poco.

Se Gergovia sorgeva su un colle circondato da colli, Alesia occupa un altopiano a forma di losanga in mezzo a una pianura circondata da colli. Su due lati scorrono altrettanti fiumi.
Come sempre finché non lo mettono in rotta, l’esercito gallo deve accontentarsi di un campo fuori dalle mura, per non gravare sulla popolazione.

Alesia corteggiata dai Romani. Incisione cinquecentesca.

Alesia corteggiata dai Romani. Incisione cinquecentesca.

Ora, la domanda è: Vercingetorige ha capito o no che, se perde qui, è finita?
Secondo me no. Altrimenti si proteggerebbe con qualcosa di più di una stupidissima muraglia alta due metri e un fossato che, per sopperire all’inutilità del vallo, dovrebbe essere profondo almeno fino al nucleo terrestre.

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Allora cos’è, scemo?
No, semplicemente conta sui rinforzi in arrivo da tutta la Gallia. Immagina una manovra a tenaglia (che sembra sempre intelligentissima e in realtà da sola non serve mai a niente).

I legionari, per parte loro, in questo assedio smuoveranno due milioni di metri cubi di terra, a partire da due fossati interni e un terrapieno alto quattro metri addossato alla collina.

Ora, ogni epoca ha avuto i suoi metodi per assediare una città in santa pace, ovvero senza che il nemico le ammazzasse gli sterratori e senza usare l’intero esercito come vedetta.
I Romani fanno sempre i furbi e tendono trappole via via più crudeli fantasiose. Cesare ne inventa tre:

  • i cippi, rami collegati alla base per non essere divelti;
  • i gigli, pali spessi quanto una gamba, ben appuntiti e nascosti da rami, per i dieci centimetri scarsi di cui fuoriescono dal terreno;
  • gli stimoli o triboli, pioli (in latino talĕae, curiosamente²) con uncini di ferro conficcati a terra.

Da sinistra: triboli, gigli e cippi.

Vedendo questo gran daffare, i Galli sferrano subito il loro solito attacco di cavalleria, e come al solito vengono ricacciati indietro dagli ausiliari germani. Iniziamo bene: già adesso le linee galliche si spaventano tanto che Vercingetorige deve far chiudere le porte del campo, o i suoi se la svignerebbero in città.

I lavori durano un mese.
In questo periodo Vercingetorige fa alcune ottime cose, come liberarsi della cavalleria, ormai inservibile con quei trabocchetti, e realizzare di avere viveri solo per un mese — lui non lo sa, ma i Romani sono nella stessa situazione.
I suoi alleati invece non hanno idee particolarmente felici: parlano di mangiare i vecchi. Segue frettolosa decisione di evacuare la cittadinanza tutta, che invano si raduna da Cesare offrendosi in schiavitù per un po’ di cibo.

Ma tutto è bene quel che finisce bene! I rinforzi arrivano sulle colline attorno alla pianura e non sono niente male: duecentoquarantamila fanti e ottomila cavalieri.
Sì, altri cavalieri. Sono come dio, direbbe un mio professore: li cacci dalla porta e rientrano dalla finestra.

Nel frattempo le opere d’assedio romane sono concluse.
Il primo vallo, quello intorno ad Alesia, è ora dotato di palizzate, torrette e spuntoni simili a corna di cervo.
A difendere le spalle dei legionari dai rinforzi di tale Vercassivellauno è comparso un secondo vallo, come il primo dotato di otto fortini principali e ventitrè secondari.
I tranelli di Cesare concludono entrambe le linee. Interessante notare come il generale abbia mentito sul numero di file in cui ha organizzato i cippi: quindici invece di cinque, come rivelano gli scavi archeologici.

 La battaglia inizia a mezzogiorno del giorno dopo l’avvistamento di Vercassivellauno.

Come ormai abbiamo imparato, i Galli sentono il bisogno di farsi sconfiggere dai cavalieri germani prima di attaccare in massa. Al tramonto, soddisfatti di aver perso tutti gli arcieri e i fanti leggeri che in teoria avrebbero dovuto coprire la cavalleria, si concedono il meritato riposo. Salvo tornare a mezzanotte con fionde, frecce e sassi.

Vercingetorige ne approfitta per uscire dalla città.

Col buio le cose sono più difficili per i Romani che per i Galli: se i secondi, mirando sugli spalti, hanno ottime probabilità di beccare qualcuno, i legionari vanno a tentoni. Lo stesso gli ufficiali che, per la difficoltà dei collegamenti tra gli otto castra, possono solo fare congetture su quale zona abbia bisogno di rinforzi e quale no.

All’alba si raggiunge lo stallo; le perdite sono ingenti da entrambe le parti. I Galli decidono di ritirarsi, lasciando i fossati mezzi pieni. E qui Cesare ci stupisce riferendo che Vercingetorige aveva sfoderato delle macchine da assedio. Non sappiamo nient’altro, in proposito.

Ah sì? E da dove spuntano fuori? Come sono fatte? Parla, Cesare!

Ah sì? Be’, potevi parlarne un po’ di più, Caio Giulio.

Incredibile a dirsi, si tratta di una ritirata strategica: a preoccupare i difensori è uno dei castra romani, appollaiato com’è su un’altura, e non in pianura come gli altri.
Per risolvere la questione, la notte parte dell’esercito di rinforzo si nasconde dietro una collina più alta. Vercingetorige, che non comunica affatto con l’esterno, intuisce la mossa e riesce ad attaccare in simultanea.

Il risultato è che Cesare, a sua volta appostato su un’altura, deve far correre i suoi di qua e di là per allentare la pressione. Alla fine anche Labieno viene scomodato per portare sei coorti in quel povero castraminacciato da tutte le falci murali, da tutti i graticci e dalla terra per colmarne i fossati e da tutte le scale disponibili.

Cesare dà il colpo di grazia, ripulendo il vallo in pianura e soccorrendo Labieno.
Il quale, udite udite, era così in difficoltà da dover tentare un’azione disperata — per non dire suicida, accidenti — come radunare trentanove coorti (cioè quasi quattro legioni) e buttarsi a capofitto nello scontro.

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Questo è il bello dello stile di Cesare: i movimenti di Labieno in realtà erano premeditati. Era il Piano B!
Infatti, nell’ultima manifestazione di sovrumana efficienza del Libro Settimo, il Divo è pronto a venirgli incontro con quattro coorti e qualche cavaliere, mentre altri cavalieri prendono i Galli alle spalle.

Il peggio è fatto. Anche in questo caso, il fatto che i Galli non siano morti tutti e trecentomila ad Alesia è dovuto solo alla stanchezza dei legionari.

Il giorno seguente, forse il 26 settembre, Vercingetorige si consegna a Cesare. Accetta le condizioni di resa, pur durissime, senza fiatare.
Leggenda vuole che sia uscito dal campo nella sua corazza migliore, sul miglior cavallo, e che abbia fatto un giro attorno alla sella curule del Divo per poi smontare, gettargli l’armatura e sederglisi ai piedi, tranquillo.

Lo attendono sei anni di carcere, una sfilata in un trionfo decisamente sottotono e una morte squallida.

Vercingetorige himself. Particolare della statua di sette metri voluta da Napoleone III nel 1865.

Appendice I

Come avevo anticipato, per Alesia Cesare ha in testa l’assedio di Numanzia di ottant’anni prima.

Anche lì c’erano state due linee di fortificazioni (in quel caso fossati, non valli) separate da duecento metri. Solo che i terrapieni costruiti a parità di tempo da Cesare sono lunghi due volte e mezzo quelli dell’Emiliano… Questo dà un’idea dell’aura di fretta che doveva portarsi appresso quell’uomo.

Appendice II

Un momento di apprezzamento per il Divo Giulio. Non è da tutti pensare a presidiare una zona non in difficoltà quando si hanno trecentomila galli concentrati su un unico bersaglio.
Il fatto è che, come nota lo stesso Cesare, era fondamentale scongiurare anche la minima possibilità di sfondamento del vallo in pianura, perché da lì i Galli avrebbero avuto accesso all’intera rete di trincee, ovvero a una vittoria schiacciante — questione di pressione, ancora una volta.
Ancora, è sempre commovente come gli basti un pugno di uomini — duemila o poco più, nel caso di Labieno — per rigirare la frittata.

***

¹Dati forniti dallo stesso Cesare, quindi verosimili, confermati dai ritrovamenti archeologici, ma prendeteli con le pinze eccetera eccetera.
Come al solito, dare una cifra è un azzardo e non mi allontano di molto dal vero se dico che anche gli storici si producono in voli pindarici, o meglio con un margine d’errore del 10-20%. Non ha senso.
Per darvi un’idea, la legione modello di Cesare conta 6.000 uomini divisi in dieci coorti. Cesare si serve più di queste ultime che della legione come unità tattica — abbiamo visto per esempio che lascia 22 coorti al cugino Lucio, cioè due legioni e un quinto — e per questo è difficile capire cosa intenda per “dieci legioni”: con tutti gli spostamenti che ha fatto, ci saranno legioni da venti coorti come da otto.
Uno dice: vabbè, il totale è lo stesso, l’intero esercito è radunato ad Alesia. E invece no, perché nemmeno le coorti hanno sempre 600 uomini l’una. Anzi, dopo quattro anni di guerra ininterrotta e due senza rinforzi, è probabile che siano quasi tutte a ranghi ridotti.

È un pasticcio, regà.

²Dico “curiosamente” perché le talee già per i latini indicavano le parti di pianta usate per farla riprodurre altrove.
Insomma, casomai voleste anche voi un certo fiore o albero da frutto che avete visto in giro, potreste provare a staccargli un rametto (meglio se ha una gemma). Poi mettetelo in acqua: se gli sbucano le radici, è fatta.
Comunque, l’attinenza tra talee e pioli rimane per me un mistero.

De Bello Gallico (VI) – Libri Quinto e Sesto

Circa un anno fa abbiamo lasciato nella Belgica il nostro Cesare, frustrato per il fallimento della prima spedizione in Britannia. Certamente lo aveva considerato un anno sprecato, soprattutto con la situazione politica a Roma che si faceva sempre più difficile per i triumviri. Due furono, in particolare, i segnali di questa tensione.

Nel 56, a Lucca, Pompeo e Crasso hanno deciso di ricandidarsi consoli insieme per l’anno successivo, non tanto per pasticciare con le leggi – sono al sicuro, con tutti i tribuni della plebe che hanno comprato – ma perché le gesta di Cesare fanno loro temere di perdere popolarità. Crasso non ha nemmeno mai avuto un trionfo, sebbene con Spartaco se la sia cavata niente male. E per avere una guerra, contando che un trionfo si ha solo ponendo fine a una guerra importante (niente soppressione di rivolte, ad esempio), tocca ottenere il proconsolato in una Provincia di frontiera. Solo che per farsi eleggere devono usare la forza: prima creano tumulti in città per far accettare la loro candidatura (presentata fuori tempo massimo: un trucchetto ben noto già a quei tempi!), poi fanno allontanare dai comizi gli altri candidati e i loro sostenitori, impedendo loro di votare.

Il secondo segnale che qualcosa non va arriva un anno dopo, il 13 novembre del 55: Crasso sta partendo per la Provincia che si è scelto (ops, ma che dico, i sorteggi non si possono truccare!), la Siria, ma il tribuno Capitone gli aizza contro la folla. Solo l’ascendente di Pompeo, supplicato dal collega, impedisce conseguenze più serie. Io non capisco queste masse: voglio dire, se uno vuole a tutti i costi morire ammazzato, diciamo, a Carre, non bisognerebbe impedirglielo.

Passo indietro. Mentre il divo Giulio bisticcia con le più diverse etnie e corre di qua e di là per soccorrere le forze che è costretto a frazionare fino all’inverosimile pur di controllare tutto il territorio, Pompeo e Crasso da consoli si contendono il facoltoso re Tolomeo XII, che si è fatto scalzare da Alessandria d’Egitto. Alla fine se lo aggiudica  Pompeo: Aulo Gabinio, il suo servo fedele, lo rimette sul trono.

Questo Gabinio è  un tipo sfortunato. Homo novus, ha fatto carriera all’ombra del suo patrono, Pompeo. Si è fatto le ossa in guerra con lui ed è diventato un ottimo generale, gli ha fatto da tribuno della plebe al momento giusto e si è guadagnato consolato e proconsolato in Siria. Poi arriva Crasso, il nuovo governatore, e rileva il suo comando e il suo esercito, rispedendolo a Roma senza tanti complimenti. Ora che è stato console, in cosa potrà mai sperare un piceno? Nella censura? Non è periodo, i senatori hanno ben altro cui pensare… come lo stesso Pompeo, ad esempio. Da questo momento in poi, infatti, Gabinio non darà più troppo nell’occhio. All’incirca lo stesso destino di Lucullo.

In effetti, il periodo tardo-repubblicano è particolarmente denso di ottimi generali impossibilitati a far carriera oltre il minimo canonico – anche un consolato non ha più lo stesso valore, col triumvirato. Non mancano né le guerre né il talento: semplicemente, ci sono figure che riescono sempre più facilmente a fare incetta di tutti gli onori disponibili (anzi, qualcuno, tipo l’imperium maius, viene addirittura inventato apposta), e chi vuole emergere deve anche brillare di luce riflessa. Certo, ci sono sempre delle eccezioni. Una è stata Quinto Sertorio, il più tenace oppositore di Silla, che ha provato a ritagliarsi un regno nelle Spagne modellandolo sulla Repubblica romana, con tanto di scuola per romanizzare l’ambiente. Morì per avvelenamento. Un’altra sarà Tito Labieno. Il comandante in seconda di Cesare, anch’egli creatura di Pompeo, finirà a comandare una buona fetta dell’esercito che Farnace del Ponto opporrà al prossimo dictator.

Abbandonando il dispiacere per queste figure, addentriamoci negli affari gallici del 54 a.C.

Libro V

La seconda spedizione in Britannia.

Cesare è tornato in Europa a metà settembre. Durante l’inverno si dà da fare per recuperare le navi reduci dall’attraversata della Manica, progettandone lui stesso un tipo più consono a sopportare le maree e a sfruttare i venti del luogo. Perché ritentare? Il brivido dello sbarco in terra ignota l’ha già vissuto. Tuttavia a Roma, nonostante di fatto sull’isola non abbia concluso niente, il senato ha decretato venti giorni di festa in suo onore, e i cittadini si aspettano ancora tanto da lui. Può Cesare rassegnarsi a un fiasco, anche se l’impresa è più a sua maggior gloria che per la sicurezza della Repubblica?

Il tempo di correre a sedare una sommossa in Illiria (ma perché diavolo continua a tenersi quella Provincia? Aveva senso i primi anni, quando pensava di far guerra ai Daci, non ora!) e tornare indietro, l’esercito è tanto entusiasta da aver già costruito più di 600 navi del nuovo tipo. Ma a questo punto sono i treveri a dare problemi: pare che stiano brigando coi germani, che da sempre vorrebbero visitare la Gallia. Così Cesare, rassegnato, prende quattro legioni e va ad annusare la situazione. Dei due pretendenti al trono, uno gli fa atto di sottomissione (che rispetterà sempre, stranamente) e l’altro si prepara alla guerra, mandando però a dire al romano che anche lui gli è fedele, solo che è dovuto restare indietro a tenere calmo il popolo inquieto. Bugiardo! Cesare non ha tutta l’estate, quindi si limita a prenderlo in ostaggio e a trascinarselo dietro fino a Porto Izio, insieme a tutti gli elementi pericolosi.

La solita cartina che ricompare a ogni articolo. Un male necessario che solo in pochi sapranno sopportare.

Per scongiurare nuove ribellioni nelle terre che si lascerà alle spalle deve portarsi dietro centinaia di ostaggi, tra cui c’è Dumnorige, un giovane eduo. Costui convince i suoi compagni di sventura che i romani vogliono ammazzarli tutti, ma quando il suo piano viene sventato si vede costretto a svignarsela coi suoi.

M’immagino la frustrazione di quell’uomo: ecco che deve di nuovo rimandare la spedizione per acciuffare un gallo idiota. “Riacchiapparlo vivo o morto”, è la consegna per la cavalleria. Beh, come non detto: ammazzarlo è più facile. Cesare dice che perì nel corso della scaramuccia, pur di non farsi catturare; in realtà è ipotizzabile che sia morto nel corso di una colluttazione del tutto casuale mentre veniva ricondotto al castra in catene.

Vorrei soffermarmi un attimo su questa scenetta. La vera barbarie di queste genti sta, a mio avviso, nel non saper conservare le forze in attesa del momento adatto, laddove i romani per leggenda sprizzano pragmatismo da tutti i pori. I galli semplicemente si ribellano non appena il padrone guarda da un’altra parte. E sì che Dumnorige avrebbe ben potuto aspettare che Cesare fosse in Britannia, per mettergli i bastoni fra le ruote: anche se in quel momento non era prevedibile, i romani si trovarono sul punto di morire di fame. Sarebbe bastato bloccare i rifornimenti via mare. Naturalmente, le truppe romane rimaste all’asciutto – ossia Labieno, tre legioni e duemila cavalieri – avrebbero fatto fallire la tattica, ma di più non si sarebbe potuto fare. Fortuna vuole che quello che non faranno i galli alle navi piene di viveri lo faranno, provvidenzialmente, le tempeste. Vediamo.

Quando a luglio i britanni vedono arrivare ottocento navi – secondo il cronista: dieci volte quelle dell’anno scorso – che sanno benissimo dove sbarcare, si ritirano dalle coste. Forse hanno notato che le navi da carico filano come quelle da guerra: l’ho detto che il morale dei romani è alto! Non avranno pace ancora per molto: appena il tempo di sbarcare, accamparsi e predisporre le difese alle navi, e Cesare a mezzanotte è in giro con circa cinque legioni e 2000 cavalieri, a portar guai.

Fa ben diciotto chilometri verso ovest prima d’incontrare resistenza, intorno a Canterbury, ma ricaccia carri e cavalleria nemici dentro una foresta, i cui accessi sono stati ostruiti dagli stessi britanni tempo addietro, probabilmente in vista delle continue guerre tribali. La cosa viene risolta con un terrapieno, che prima impedisce il bersagliamento con le frecce e poi mette i legionari in condizione di varcare le difese nemiche. Tutto ciò prende appena una nottata. In altri dieci giorni dovrà tornare alle navi, danneggiate dall’ennesima tempesta (non si era curato di tirarle in secco!), farle riparare e trainare dietro le fortificazioni del suo castra, per poter tornare ai suoi barbari.

La più ovvia considerazione che si possa fare su questo punto è come sia strano che un esercito di veterani superbamente comandato a ogni vertice abbia bisogno dell’intervento diretto del generale per ogni sua mossa: non ci poteva pensare Labieno a mettere al sicuro le navi? Sicuro, ma a Cesare non piace delegare: ha sempre fatto tutto da solo, in effetti. Mai come in questo libro si vede il nostro macinare chilometri su chilometri per soccorrere le sue creature.

La naturale conseguenza è che i britanni si sono riorganizzati sotto il famoso Cassivellauno e sono molti più di prima. Qui il cronista fornisce un dettaglio curioso: i romani non hanno problemi a mettere in fuga i barbari, ma se la vedono brutta nell’inseguimento. Il motivo emerge più tardi, quando arriva l’attacco al castra in edificazione: le armi dei legionari sono troppo pesanti e persino la cavalleria si ritrova sempre a combattere in posizione sfavorevole, lontana dai fanti, coi nemici che prima erano sui carri ora improvvisamente appiedati, cioè in un posto letale per i leali destrieri romani. Dunque ci si organizza in modo che i barbari dalla pelle blu non abbiano il tempo di smontare da carri e cavalli, e infatti le loro forze si disperderanno al primo attacco per non tornare mai più così potenti.

C’è da dire che Cesare glissa sugli ostinati tentativi di Cassivellauno di cambiare continuamente strategia: una volta appronta uno sbarramento di pali aguzzi conficcati nel letto e su una sponda del Tamigi (invalidato da una semplice carica di cavalleria), poi si dà alla guerriglia per danneggiare la stessa cavalleria, usando i carri da guerra che i celti del continente hanno dimenticato secoli fa. Insomma, questi uomini dipinti col guado vendono cara la pelle. La svolta arriva quando l’unico oppidum di Cassivellauno viene facilmente espugnato. In effetti, una roccaforte per i barbari consiste semplicemente in un bosco circondato da vallo e fossato, che i romani non hanno nemmeno bisogno di assediare…

La capitolazione è  fulminea, poiché giunge subito dopo il fallimento nell’istigare i britanni del sud (i canzi, che popolavano l’odierno Kent) ad attaccare Labieno e le navi.

Le tregue stipulate da Cesare mi sono sempre parse fortunate e penose al contempo: giungono sempre un secondo prima che sorga un altro problema, dandogli il tempo di tirare il fiato, ma risultano insoddisfacenti, proprio a causa della fretta di mettersi al sicuro. In questo caso, la resa arriva proprio a ridosso dell’inverno, che i romani devono assolutamente passare in Gallia, ma la vittoria incompleta impedisce di asservire del tutto i britanni – e l’effetto sarà che l’isola sfuggirà per decenni all’influenza romana. Che peccato, sarebbe stato così bello un mondo in cui gli inglesi sono persone raffinate!

Ritorno al continente.

È tempo di tornare sulla terraferma. I romani vorrebbero tanto illudersi che sia tutto finito lì, con l’inverno, e così si dividono fra i diversi popoli per concedersi il meritato letargo. Solo che i ragionevoli sospetti del generale vengono confermati quando uno dei galli che aveva fatto re egli stesso viene assassinato. Due settimane dopo è la guerra. Gli indigeni, alla fine, sono riusciti a coalizzarsi in modo da assalire contemporaneamente tutte le guarnigioni romane, distanti l’una dall’altra al massimo centocinquanta chilometri. Però uno dei capi, Ambiorige, si premura di render noto ai due legati di stanza ad Aduatuca che ha dovuto assecondare la volubilità del suo popolo, pur restando personalmente un convinto filoromano! La strategia è quella di Dumnorige, ma non il risultato. Inoltre informa i poveri Cotta e Sabino che un’orda di germani arriverà entro due giorni, cosa spudoratamente falsa. Lui, nella sua magnanimità, è disposto a garantire un salvacondotto attraverso le sue terre, affinché i romani prestino soccorso ai colleghi più vicini. Certo, così quella fetta di Gallia resterà sguarnita!

Il gallo che giocò un romano.

Non tutti nell’accampamento vogliono cadere in trappola, così si discute. Alla fine prevale chi vuol togliere le tende – grosso errore. Sabino, il maggior sostenitore di questa tattica, non mette in conto il rischio di essere assalito durante il viaggio, rallentato per di più dalle salmerie… ed è proprio ciò che succede. Mentre il collega parigrado fa di tutto per resistere ai galli con quelle misere quindici coorti (7/8.000 uomini), Sabino si può far prendere dal panico. Bello il comando congiunto, eh? Se fosse stato solo, sarebbe morto sul posto. Ma comunque resta poco da vivere a entrambi.

Schierato in una disastrosa formazione ad anello e costretto ad abbandonare quel poco cibo disponibile, quella legione e mezza è costretta a chiedere la tregua. La risposta è affermativa, a patto che i legati abbiano un abboccamento col capo nemico. Dei due comandanti, quello furbo rifiuta, quello ingenuo – sempre lui, Sabino – si affretta a incontrare Ambiorige. Si fa disarmare, distrarre dall’eloquio dell’eburone e accerchiare insieme agli ufficiali e ai preziosi centurioni del seguito. Cotta, già ferito, lo seguirà nel conseguente attacco al campo. Dei superstiti, la maggior parte si suicida, mentre qualcuno va ad avvertire Labieno – l’originario destinatario dei “rinforzi”, ma tu guarda. Non solo non li riceverà mai, ma nemmeno gli serviranno. Intanto, però, il prestigio di Cesare ne risulta notevolmente diminuito: non sono davvero invincibili, questi romani.

L’assedio di Cicerone.

Subito dopo –  cioè non contemporaneamente, come avrebbe dovuto essere! –  Cicerone (il fratello buono, non la vecchietta del Foro) viene attaccato dai nervii senza nulla sapere del destino di Cotta e Sabino. A lui andrà bene, tutto sommato. Si barrica nel suo castra edificando 120 torri in una sola notte. Nell’attesa manda lettere a Cesare per chiedere soccorso e lavora lui stesso alle fortificazioni, allarmando i legionari con la sua gracilità. La resistenza è eroica: fino all’ultimo il legato si rifiuta di scendere a compromesso. “I romani non trattano con nemici armati; se il blocco al campo verrà rimosso all’istante e i nervii faranno atto di sottomissione, il mero senso della giustizia mi farà intercedere in loro favore presso Cesare, e questo è quanto”, mi pare di sentirgli dire.

Disgustati, gli assedianti si apprestano a circondare gli invasori con trincea e fossato, come hanno imparato dagli stessi romani. Solo che non hanno arnesi in ferro e sono costretti a rompere le zolle con le spade e a trasportarle a braccia o nei mantelli. L’aria di superiorità dei capitolini qui è tangibile. Eppure i Nervii sono così tanti da concludere in sole tre ore.

Le lettere di Cicerone si fanno sempre più accorate, dato che non giunge risposta: sono tutte intercettate. Alcuni messaggeri vengono torturati a morte davanti ai suoi occhi. Infine uno di quei comunicati, nascosto nell’impugnatura di un giavellotto, si salva. È novembre. Il Divo Giulio è fulmineo: ordina il ricongiungimento con Fabio e Publio Crasso, figlio del plutocrate, mentre Labieno dovrà occupare i territori dei nervii per conto suo, se può spostarsi. Nel giro di sedici ore Cesare parte da Amiens (Samarobriva) senza aspettare Crasso, convocato da trentotto chilometri di distanza, né tantomeno il resto dell’esercito. Solo quando viene raggiunto dai legati si alleggerisce di una legione e dei viveri, rimanendo con le ultime due di Crasso e 400 cavalieri. Si deve dare una mossa, anche perché Labieno gli manda a dire che non può allontanarsi (c’ha ggente, direbbe Bonolis: fanti e cavalieri treveri a meno di cinque chilometri da lui), raccontandogli poi del disastro di Sabino.

Immagino la scena che videro quei poveri assediati quando scorsero il fumo degli incendi all’orizzonte. È probabile che notarono prima quello del giavellotto conficcato in una torre, con la pergamena da parte di Cesare legata alla cinghia (o tragula). Il bello di vivere a quei tempi e di combattere dei barbari è che, per crittare un messaggio, bastava scriverlo in greco!

I 60.000 galli che si fecero giocare da 7.000 romani.

È fatta: i barbari tolgono l’assedio per catapultarsi sull’esercito proconsolare, forte di due sole legioni. Lo scontro è comunque impari. I barbari, infatti, vengono facilmente indotti a combattere in posizione sfavorevole e ad assediare un campo apparentemente minuscolo e morso dal terrore, le cui porte sembrano sbarrate ma in realtà sono solo accostate da mucchietti di terra. Uno spasso. Il disprezzo per i legionari porta i nervii a cercare di demolire il vallo di protezione con le mani. Inoltre, certi della vittoria, essi mandano pure degli araldi a imporre ai disertori di uscire entro tre ore, se gli garba vivere.

La sortita romana li mette in fuga senza che nessuno si sia neppure sognato di combattere. Il che mi ricorda quella frase detta da Quinto al cospetto dei germani, nel Gladiatore: “Un popolo dovrebbe capire quand’è sconfitto”; Massimo ne dubita, e quanto narrato è la prova che fa bene.

In nove ore la notizia fa sessanta chilometri: l’orda che minaccia Labieno, come quelle in prossimità di altri legati sparsi per la Gallia, si dissolve senza lasciare traccia. E sì che il capo dei treveri, tale Indutiomaro, aveva progettato la prima offensiva proprio per il giorno dopo! Alla faccia dell’«assalto simultaneo»…

Ma gli scoppi d’insofferenza al dominio romano continuano, molti re filoromani vengono accoppati. Per quest’anno risolve Labieno, nuovamente assediato dall’Indutiomaro di prima. Quando i suoi cavalieri gli servono quel testone dai lunghi mustacchi, gli eserciti messi insieme da senoni e nervii vengono nuovamente mandati a casa.

La campagna del 54 a.C.: la Britannia non diventerà mai rosa; l’Alvernia, patria di Vercingetorige, sì. E così anche la terra dei menapi, a nord, ponte verso i batavi (rinomati auxiliarii durante l’Impero).

Quale fu la differenza tra questa rivolta e quella della prossima campagna? In primo luogo, non c’è l’intera Gallia a ribellarsi, anche perché non tutta la Gallia ha avuto a che fare con un esercito romano. In secondo luogo, non c’è ancora un capo carismatico come Vercingetorige, il cui popolo al momento non è nemmeno entrato in contatto coi romani. In terzo luogo, Cesare non ha ancora fatto del suo peggio perché i galli s’imbufaliscano sul serio – solo fra poche righe si metterà d’impegno.

Nell’attesa, per un po’ si sta tranquilli, anche se in Cisalpina Cesare riprende a reclutare ed entro l’inverno si fa regalare tre legioni da Pompeo, proconsole nel 53.

Non finirò mai di stupirmi di quanto poco scaltro sia quell’uomo, che si faceva pure chiamare “Magnus”. Quando mai s’è visto un condottiero che regala soldati al rivale? Perché è certo che già ci fosse un contrasto in termini di prestigio tra i due, se c’era stato bisogno di rivedere il contratto fra i triumviri. Boh.

Fatto sta che le preoccupanti notizie dalla Gallia inducono il nostro a riprendere la guerra prima della fine dell’inverno. Entro la primavera non solo nervii, senoni e carnuti sono stati perentoriamente zittiti, ma anche l’unico popolo che non si era mai preoccupato di fornire un’ambasceria ai romani, i menapi, sono più o meno pacifici (o quantomeno neutrali). Sì, diciamo che l’operato di Cesare negli ultimi tempi ha un po’ perso in efficacia: nessun suo provvedimento pare definitivo. Diamogli un paio d’anni, suvvia.

Libro VI

Il sesto anno in Gallia vede innanzitutto la seconda invasione della Germania tramite un secondo ponte – per la cronaca, più a sud dell’altro –  e la seconda precipitosa ritirata. Vediamo perché.

Dobbiamo ripescare Ambiorige, il tizio che ha fatto fesso Quinto Titurio Sabino due volte di fila. Di fatto, è l’unico gallo ad aver vinto un contingente romano con tutti i crismi, privando Cesare di più di una legione in un periodo in cui le nuove leve scarseggiano: ormai il serbatoio italico si è esaurito. Tuttavia di questo il Divo Giulio non si deve preoccupare, grazie alla generosità dei suoi alleati: nel 53 torna al Nord con un numero di reclute doppio rispetto agli uomini persi contro gli eburoni, cioè tre legioni nuove di zecca.

Dunque guardiamo in due direzioni: Ambiorige, che in qualche modo se la deve sbrogliare – se lo acchiappa Cesare, è morto – e Cesare stesso, che deve punire adeguatamente le sommosse del 54.

Abbiamo anche un’altra questione in sospeso, ovvero i treveri: all’inizio dello scorso libro si intendevano coi germani, poi hanno assediato Labieno due volte, sono stati vinti ma non invasi. E quale migliore prospettiva per loro, se non allearsi con il grande Ambiorige, vincitore di Cotta e Sabino? Anche a lui conviene, dato che, in caso di sconfitta, la Germania è a un passo, e lì Roma non ha influenza di sorta – se non presso i popoli di confine.

La seconda spedizione in Germania.

Cesare decide di fare le cose per bene: porta le prime quattro legioni che gli capitano sottomano nelle terre dei nervii, devastando, incendiando e razziando. I belgi, al contrario degli iberi, non hanno mai avuto la tempra per sopportare queste cose! Alla fine dell’inverno, cioè dopo poche settimane, offrono la resa. Alla conseguente assemblea pangallica non partecipano i capi dei soliti noti: senoni, treveri e carnuti. I primi capitolano, seguiti dai carnuti, perché la loro popolazione viene sorpresa dalle legioni mentre sta ancora accorrendo verso gli oppida, e Cesare dimostra misericordia ancora una volta. Restano i treveri e Ambiorige, che non accetterà mai una battaglia campale, sapendo di non poterla vincere: come fare per incastrarlo?

Tanto per cominciare, impedirgli la fuga oltre il Reno, ovvero dissanguare le popolazioni che stanno tra lui e la Germania finché non gli giurano fedeltà. Sono proprio i menapi. Ci andrà Cesare con cinque legioni, mentre i treveri si godono le premurose attenzioni di Labieno e di due buone legioni.

Tutto regolare: la terra dei menapi brucia, dunque i menapi si arrendono alle condizioni che pone Cesare. Poi è la volta della Germania, rea di ospitare i popoli che mandano aiuti ai galli. Stavolta la truppa è entusiasta, dopo tutti quei saccheggi (Cesare del bottino non si è tenuto quasi niente, per ingraziarsi i suoi uomini), pur dovendo ricostruire daccapo quel mostro di ponte. Ora, ciò che colpisce è che le prime tribù che s’incontrano in Germania, quelle degli ubii, sono a dir poco servizievoli: non gliene importa niente di esser state invase, la prima cosa che rendeno noto è che con gli affari gallici non c’entrano niente e che, se Cesare vuole altri ostaggi, non ha che da chiedere. Che razza di comportamento, per dei germani che fanno paura a tutto il mondo! In effetti, quelli davvero temibili, nonché i responsabili degli aiuti oltrereno, sono gli svevi. I quali svevi sanno già che ci sono i romani in giro e si sono ritirati ai margini di una foresta impenetrabile: lì aspettano gli invasori.

Ecco, questo a Cesare è parso il punto giusto per parlare di druidi, sacrifici, castità, proprietà privata e cultura generale dei barbari, ma siccome a noi non ne può importare di meno ve lo risparmio. Magari un’altra volta.

Fatto sta che, come germani alleati dei romani, gli ubii non vogliono compromettersi troppo, e così Cesare, preoccupato per il cibo, torna a ovest del fiume, premurandosi di distruggere la metà germanica del ponte e di sorvegliare quella gallica con una torre, in modo da tenere sotto scacco ogni scambio nei due sensi.

L’astuzia di Labieno.

Intanto Labieno ha ricevuto le legioni di rincalzo, portandosi a tre, ma continua a fare gola ai numerosi treveri. Questi si accampano a ventitré chilometri da lui, praticamente invitandolo a uscire con due legioni e mezza per appostarsi a due passi dal nemico. Solo un fiume, quasi impossibile da guadare senza perdere l’assetto, divide i due schieramenti. Ai treveri, che aspettano i rinforzi promessi dai germani, non converrebbe accettare lo scontro, ma si sa che i galli non sono in grado di contenersi quando vedono una preda vulnerabile: sono pronti per il solito giochino dell’agnello che si trasforma in lupo!

Labieno, leccandosi i baffi che non ha, al consiglio di guerra grida a bella posta che non bisogna forzare la mano alla fortuna, che è meglio svignarsela e che ha tanta, tanta paura di quei guerrieri possenti e indomiti. Molti dei soldati che lo sentono sono galli, e così la notizia attraversa il fiume. Il giorno dopo i treveri sono sull’altra sponda, in posizione sfavorevole, e attaccano un’accozzaglia di soldati rumorosi e indisciplinati. Per un po’ Labieno continua a camminare mogio mogio, mettendo al sicuro i bagagli, poi ordina il dietrofront e si dà al massacro, incitando cavallerescamente i suoi a combattere per lui come se lo stesso Divo Giulio li guardasse. I germani vengono a sapere della disfatta appena in tempo per svignarsela senza colpo ferire.

Ancora Aduatuca, ancora Cicerone, ancora un assedio.

Tutto fatto, dunque. Ah, ma Ambiorige è ancora in circolazione! Più volte sfugge ai romani per un pelo, spostandosi continuamente con la protezione di pochi cavalieri. Cerca addirittura di costituire un nuovo esercito, invano. Alla fine lo stesso Cesare si mette sulle sue tracce, mentre gli altri legati si spostano da un capo all’altro della Gallia per spegnere gli ultimi focolai di rivolta e incoraggiare le popolazioni nemiche degli eburoni a saccheggiare le loro terre: se accorreranno abbastanza “volontari”, il popolo di Ambiorige morirà.

Le tre legioni del generale invece devono attraversare le Ardenne: operazione lenta, se si bada alla vita dei singoli soldati. Vi si attarderanno ben più dei sette giorni previsti, con conseguenze che hanno dell’apocalittico – almeno per i poveretti che le vissero.

Infatti fra i predoni giunti a devastare il territorio degli eburoni ci sono dei germani (i sigambri, per la precisione) che hanno adocchiato i bagagli dei romani. Indovinate dove si trovano? Ad Aduatuca, dove l’anno scorso sono caduti Sabino e Cotta. Indovinate chi li sorveglia? Lo stesso Cicerone assediato l’anno scorso. Mai vista una sfortuna così!

È un disastro, manco a dirlo. La superstizione regna sovrana fra le giovani reclute, ma per fortuna ci sono anche dei veterani rimasti indietro per le ferite. Tra questi il valoroso Baculo, il “Rambo” della situazione. È malato e non tocca cibo da cinque giorni (mah!), eppure raccoglie le armi, si dirige alla porta posteriore, dov’è l’attacco, e sviene. Probabilmente se la caverà, pur essendo pieno di ferite e contusioni; Cesare non ne parlerà mai più. Magicamente, il suo intervento sembra raddrizzare il corso degli eventi, ma per poco. Le coorti uscite a fare provviste prima dell’attacco tornano indietro e non sanno che fare. I pochi veterani in convalescenza riescono a penetrare nel blocco fino alla porta più vicina disponendosi a cuneo, mentre le reclute rimangono indietro come pecore. Gran parte, compresi tutti i centurioni, cade sul posto.

La cosa sorprendente è che i germani sono perfettamente coscienti di non poter più  prendere il castra, ora che i veterani sono tutti al suo interno, quindi fanno fagotto e se ne tornano a casa loro con uno stupendo bottino. Caspita, che bravi! Buon per loro!

Cicerone stesso crede che, se è stato attaccato, significa che la spedizione di Cesare è fallita e le altre nove legioni sono state distrutte: quasi non crede ai suoi occhi quando il generale arriva e gli fa la ramanzina per aver lasciato uscire delle reclute dal campo. Il cronista conclude poeticamente che, ironia della sorte, i germani venuti per danneggiare gli eburoni hanno finito per aiutarli impegnando i romani.

La guerra si conclude qui, con qualche altro rogo, processo ai ribelli, condanna al supplizio e cosette varie. Ambiorige è sparito nel nulla.

Campagna del 53 a.C. Periodo di magra, dopodiché arriva il bello. Sul serio!

 Fine Libri Quinto e Sesto: seconda campagna contro britanni e germani.

De Bello Gallico (V) – Libro Quarto

Il 55 è un anno in cui succede qualcosa un po’ in tutto il mondo conosciuto – fatto che mi rincuora, poiché è il motivo per cui mi sono imbarcata in questa folle impresa estiva. Approfondirò il tutto nel prossimo articolo, ma i fatti sono i seguenti:

- a Roma, consoli Pompeo e Crasso, come concordato a Lucca dal triumvirato, viene inaugurato il teatro di Pompeo: come quasi qualunque cosa lui escogiti, è illegale;

- in Egitto, il pompeiano Aulo Gabinio rimette sul trono di Alessandria (che, ripeto, non significa essere faraone di tutto l’Egitto, ma solo re di una città) Tolomeo Filadelfo, detto Aulete (“suonatore di flauto”, probabilmente per la sua voce… flautata), con interessanti conseguenze sul futuro: ci avviciniamo a Cleopatra!

Quest’anno Cesare avrà da combattere contro Germani e Britanni. I primi, sottoforma di Usipeti e Tenteri, si manifestano attraversando il Reno vicino alla foce (nel Mare del Nord). Com’è prevedibile, stanno scappando dalle popolazioni che li hanno invasi, gli Svevi (o Suebi, che dir vogliate). Questi ultimi fanno davvero paura: si dice possiedano cento villaggi che forniscono mille armati ognuno all’anno. Ma la cosa più inquietante, per noi capitalisti dei posteri, è questa affermazione:

Nessun campo è presso di loro di proprietà privata né definito da limiti; nessuno può rimanere più di un anno a lavorare la terra nello stesso luogo.

Il che mi fa domandare con un brivido fino a che punto i Germani fossero imparentati con gli Sciti, gli antichi abitanti della Russia europea!

Una particolarità dei Germani è che non stravedono per i cavalli: mentre i Galli li comprano dagli Ubii per migliorare le loro razze, gli Svevi si tengono i loro pony, addestrandoli a sopportare grandi carichi e a rimanere immobili anche in mezzo alla battaglia se il padrone smonta. Ah, e come i Veri Barbari Doc, considerano vile usare una sella. Gli Ubii cui ho accennato sono la nazione germanica più civilizzata – e filoromana – che li divide dalla Gallia e che è loro tributaria.

Ora, i Menapi, che abbiamo incontrato di sfuggita nell’articolo scorso, hanno villaggi sia sulla sponda belgica che su quella germanica del Reno: quando Usipeti e Tenteri, nella loro marcia per attraversare il fiume, li cacciano dalla loro riva, i Belgi si ritirano sulla sponda sinistra e li bloccano. I Germani allora fanno finta di ritirarsi e, quando vedono che i Menapi hanno riattraversato il Reno, tornano indietro con la cavalleria, li massacrano, si impossessano delle imbarcazioni e raggiungono la Gallia Belgica, dove banchettano a spese dei vinti per tutto l’inverno.

A questo punto, Cesare inizia a temere che i Galli si lascino entusiasmare dall’inaspettato arrivo di rinforzi e si ribellino di nuovo a Roma. O, come sottolinea, “teme la loro leggerezza”, e dunque decide di mobilitare l’esercito prima del solito. Quando arriva nella Gallia vera e propria (non la Provincia Romana), scopre quello che aveva temuto: i Galli si sono messi a disposizione degli invasori, invitandoli ad insediarsi con loro. I Germani ne approfittano spingendosi fin tra gli Eburoni e i Condrusi, tributari dei Treveri.

La solita cartina. Mi sento stupida a riproporvela per la terza volta, ma dovete sapere dove sono i Treveri, gli Usipeti, gli Ubii, gli Eburoni e i Sigambri!

Cesare convoca un’assemblea pangallica in cui finge di non sapere del tradimento, dichiara guerra ai Germani e chiede rinforzi. Poi fa provviste, recluta cavalieri e, arrivato a pochi giorni di marcia dagli insediamenti Germani, riceve le loro ambascerie. Il messaggio è che i barbari non attaccheranno, ma si difenderanno: altrimenti, se ai Romani garba, possono allearsi, a patto che essi assegnino loro delle terre in Gallia o permettano loro di tenersi quelle appena conquistate. Cesare risponde che

Nessuna amicizia avrebbe potuto esistere tra lui e i Germani, se essi fossero rimasti in Gallia, né era giusto che chi non aveva saputo difendere le proprie terre occupasse quelle altrui.

Come ho evidenziato, Cesare non si fa nessuno scrupolo a tacciare 430.000 persone di vigliaccheria, dall’alto della sua romanità, e, per ulteriore derisione, aggiunge che possono sempre rifugiarsi tra i loro tributari Ubii, prestando loro soccorso contro gli Svevi che minacciano d’invaderli: in cambio di questa cortesia, Cesare ordinerà loro di ospitare questi Germani.

I Germani allora chiedono tre giorni di tempo per decidere, durante i quali Cesare dovrebbe rimanere fermo dov’è, ma l’imperator risponde di non poter concedere nemmeno questo: sa che è un tranello. Gli è stato infatti riferito che i barbari sono in attesa del ritorno di buona parte della cavalleria con tanto di provviste, che si trovano al di là della Mosa: vogliono riunire le forze prima di rifiutare le condizioni romane, già abbastanza vergognose per loro.

Dunque Cesare continua a marciare verso i Germani. Riceve l’ennesima ambasceria a diciotto chilometri dai loro accampamenti, senza nemmeno fermarsi. Gli viene di nuovo chiesto di fermarsi, di concedere loro del tempo o quantomeno di non attaccarli. Rifiuta per la quarta volta, ma si impegna a non proseguire che per altre quattro miglia quel giorno, in cerca d’acqua. Indice per il giorno dopo un’assemblea con quanti più Germani possibile per discutere ulteriormente delle loro richieste. Infine manda ordine ai prefetti dell’avanguardia – il cui capo è nientemeno che quello sciocco di Marco Antonio, praefectus equitum – di non attaccare e, se assaliti, di resistere sulla difensiva fino all’arrivo dell’esercito.

Ora, l’avanguardia romana è composta da cinquemila cavalieri, e tuttavia i Germani pensano di poterla sbaragliare con solo ottocento dei loro – ricordate che il resto della loro cavalleria è andata a far provviste oltre la Mosa. Ecco che i Romani si riordinano dopo l’attacco a sorpresa, ed ecco i Germani che scendono dai loro nerboruti cavallini. Feriscono le cavalcature romane dal basso, facendo cadere i cavalieri e mettendoli presto in fuga, e li inseguono fino ad arrivare in vista dell’esercito romano. Il bilancio delle perdite è di settantaquattro morti fra i Romani, tra cui il nobile Pisone Aquitano, morto per coprire la ritirata del fratello – invano, visto che questi ha onorato il suo sacrificio facendosi ammazzare nell’intento di vendicarlo…

A questo punto Cesare decide di non aver più a che fare con questi barbari senza senso dell’onore, e di non voler sapere cosa succederà al ritorno della cavalleria germanica, quindi si risolve ad attaccare. Il giorno dopo incarcera l’ultima ambasceria inviatagli e schiera l’esercito in triplex acies, con l’abbattuta cavalleria in retroguardia. Percorre in fretta le otto miglia che lo separano dal nemico e piomba sull’accampamento, privo com’è di comandanti: facevano parte del gruppo di ambasciatori trattenuti da Cesare. I Germani, a questo punto, non sanno se attaccare, difendersi o fuggire, e poiché esitare è sempre fatale, i pochi che decidono di resistere vengono sbaragliati senza difficoltà dai legionari. Infine la cavalleria si ritempra dalla sconfitta del giorno prima inseguendo e uccidendo i fuggitivi, in massima parte donne e bambini. I pochi che si salvano correndo arrivano alla confluenza tra Mosa e Reno, ci si buttano per arrivare alla riva opposta e annegano tutti. I Romani subiscono pochi feriti e nessuna perdita: la spaventevole guerra contro 430.000 barbari è finita! E tutto prima ancora della fine di maggio…

L’ultimo atto di Cesare prima di una delle sue imprese mozzafiato è di liberare gli ostaggi, i quali preferiscono rimanere fra i Romani piuttosto che subire le ritorsioni dei Galli: dopotutto, Usipeti e Tenteri hanno devastato le loro terre.

Ebbene, nel quarto libro assistiamo alla prima di queste imprese mozzafiato che ho menzionato: la costruzione del ponte sul Reno.

Il motivo, innanzitutto. Cesare pensa sia necessario, oltre che glorioso, andare in Germania: se gli Svevi pensano di poter invadere la Gallia quando sono comodi, perché i Romani non dovrebbero fare lo stesso con loro? Ne hanno il coraggio e l’abilità. In più rimane da vendicarsi su Usipeti e Tenteri catturando la cavalleria inviata oltre la Mosa, che ora si è rifugiata fra i Sigambri. Alla richiesta di consegna di Cesare, i Germani rispondono che la riva destra del Reno non è di competenza romana. Ma gli Ubii, unici fra le popolazioni d’oltre Reno ad avergli consegnato ostaggi, chiedono con insistenza l’intervento di Cesare per difenderli dagli Svevi, e può Cesare negare soccorso a così insostituibili alleati? Come con gli Edui tre anni fa, la risposta è no.

Il problema su cui Cesare focalizza la nostra attenzione è che non sarebbe “né sicuro né confacente alla dignitas sua e del Popolo Romano” (dBG, IV, XVII) entrare per la prima volta nella Storia in Germania a bordo di misere zattere fornite da barbari. Dunque vada per il ponte. Ecco le istruzioni per chi volesse ricrearlo.

Per prima cosa, si formano delle specie di cavalletti con delle travi appuntite all’estremità inferiore e lunghe a seconda della profondità del fiume, congiunte a coppie a sessanta centimetri l’una dall’altra. Poi le si cala nel fiume tramite dei macchinari e le si conficca con battipali (altri macchinari appositi).

Una delle macchine usate per costruire il ponte, collocato in un punto incerto nei pressi di Coblenza.

I cavalletti non vanno confissi ad perpendiculum come le palafitte, ma inclinati nel senso della corrente. A circa dodici metri da essi si dispone un’altra fila di cavalletti, questa volta in senso contrario, e sopra di essi si incastrano delle travi lunghe sessanta centimetri – cioè la distanza tra un palo e l’altro di ogni cavalletto – che danno alle due strutture, per ora separate, l’aspetto di scale a pioli. L’accorgimento serve per tenere separati i piloni dei diversi cavalletti. Per lo stesso motivo, alle estremità dei pali da sessanta centimetri ci sono dei ramponi che impediscono ai cavalletti di avvicinarsi. Il tutto è così ben congegnato – gongola Cesare – che più violenta è la corrente e più solida è la struttura. Infine, sulle traverse si aggiungono delle travi ricoperte di tavole e graticci, che costituiranno il passaggio. Il ponte è ulteriormente puntellato a valle da contrafforti in senso obliquo, e difeso a monte da altre travi che faranno da “colino” contro tronchi e navi che i Germani userebbero per distruggere il capolavoro. Il ponte risulta lungo cinquecento metri e largo quattro, ed è pronto – dice Cesare – in soli dieci giorni. Avrà vita breve, nemmeno tre settimane, ma questo non conta. Anzi, per secoli ci si spremerà le meningi chiedendosi dove sia il segreto. Il primo che capirà il tutto e lo documenterà con abbondanti disegni sarà Andrea Palladio – di cui, in attesa di un articolo per me insolitamente cinquecentesco, vi dico solo che chiamerà i figli Leonida, Marcantonio, Orazio, Silla (notare, grazie!) e Zenobia: grazie solo agli ultimi due e al suo cognome, Palladio fa parte del mio personale empireo dei Grandi!

Il ponte in un dipinto “neoclassicamente romantico” di John Soane, 1814.

Ad ogni modo, vediamo or ora otto legioni romane passare il Reno, lasciando abbondanti presidi su entrambe le sponde, per poi marciare sui Sigambri (che, vi ricordo, ospitano la residua cavalleria tentera e usipeta). È giugno.

La Germania come apparirà ai Romani nati quasi tre secoli dopo Cesare. Questa cartina serve per mostrarvi quanto enorme sia rispetto ad oggi.

I quali Sigambri, consigliati a loro volta da quei vigliacchi dei rifugiati, hanno da tempo appallottolato famiglie e averi nei carri e se la sono svignata nelle loro foreste.

Cesare ha imparato dall’anno scorso e non ha la minima intenzione d’inseguirli: devasta i campi, brucia villaggi e costruzioni isolate e poi va dagli Ubii. Qui giunto, viene informato del fatto che gli Svevi sanno del ponte e li aspettano al centro delle loro terre con un immenso esercito composito. Il nostro eroe prende una decisione forse inaspettata, per come lo conosciamo, ma sicuramente l’unica razionale: se ne va. Beh, lui non lo dice così, ci tiene a convincerci che davvero ha già raggiunto tutti gli scopi che si era prefisso – intimorire i Germani, punire i Sigambri e aiutare gli Ubii – e che ha rischiato abbastanza in nome della gloria sua e dell’interesse di Roma, ma noi non ce la beviamo: se avesse potuto, non ci sono dubbi che avrebbe massacrato almeno i Sigambri ed i loro protetti, no?

Dunque, dopo diciotto giorni in Germania, Roma torna a spadroneggiare sulla sponda sinistra del Reno, e il mitico ponte viene distrutto. Ma rimane ancora un po’ d’estate, Cesare non vorrà sprecarla!

No, infatti. Si va in Britannia. E perché mai?, direte voi. Il motivo vero è lo stesso della spedizione in Germania: acquisire auctoritas per il Grand’Uomo. Il motivo di copertura è punire le genti che mandano fisso i rinforzi ai cugini Galli quando si tratta di liberarsi da Roma. In effetti, come vedremo – se vi aggrada – nel prossimo articolo, i Britanni della costa sud sono discendenti o addirittura parenti dei Galli e dei Belgi, quindi non stupitevi se notate che i nomi di certi popoli, come gli Atrebati, compaiono sia nella Belgica che in Britannia.

Ci sono già degli indizi che ci fanno pensare che Cesare voglia spezzare la spedizione in due campagne, cosa che in effetti farà. In particolare afferma (dBG, IV, XX) che, anche se quest’anno non ci fosse tempo per fare una guerra, è sempre meglio familiarizzare con popoli e luoghi.

Come suo solito, cerca di raccogliere quante più informazioni sull’isola, arrivando a radunare dozzine di mercanti e ad inviare Voluseno a perlustrare la costa, ma con risultati talmente trascurabili che non ci vengono nemmeno riferiti – cosa che mi irrita alquanto. Intanto che i suoi legati sono a caccia di conoscenza per lui, Cesare va a trovare i Morini, che detengono il controllo dello stretto. E qui qualcuno urlerà: “Ma come, non si sa niente della Britannia, eppure tu hai già lasciato intendere che i Romani sanno che è un’isola e che c’è uno stretto?” Sì, sanno tutto questo perché abbiamo detto che i Veneti commerciano con la Britannia, e dunque ne conoscono i porti – ma rimane il fatto che nessuno di essi è adatto per ospitare cento navi, tra longae ed onerariae (cioè rispettivamente da guerra e da carico). E i Romani, avendo battuto i Veneti, hanno anche accesso alle loro conoscenze. Infine, la Britannia fu circumnavigata dal greco Pitea, che arrivò a vedere il sole di mezzanotte e l’aurora boreale.

Queste cento navi che Cesare conta di possedere gli risultano dalla flotta dell’anno scorso più quelle da carico – compresi praticamente anche tutti i pescherecci della zona, data la fretta che ha. Intanto la notizia della spedizione giunge, attraverso i mercanti, fino ai Britanni, che si affrettano a mandare a Cesare ostaggi e offerte di obbedienza. Cesare, compiaciuto del fatto che il nome di Roma incuta timore a duemila miglia di distanza, esorta i barbari a mantenere saldi i loro propositi e li rispedisce sulla loro isola insieme a Commio, che lui stesso ha nominato re degli Atrebati dopo la guerra, con l’incarico di preparare il suo arrivo.

Meraviglia delle meraviglie, mentre Cesare sta ancora facendo i preparativi per la crociera, i Morini gli si presentano chiedendo umilmente perdono per la loro condotta disdicevole, l’anno prima, “quando essi, barbari rudi e ignari delle nostre abitudini di clemenza, avevano fatto guerra al Popolo Romano” (dBG, IV, XXII) e mettendosi al suo servizio. Indovinate un po’? “Cesare ritenne ciò molto opportuno”, perché non è proprio il caso di lasciarsi un nemico alle spalle che ti controlla i punti di approdo… e comunque non ha tempo di far loro la guerra: la Britannia prima di tutto. Per cui accetta di buon grado la pace, raduna un’ottantina di navi da carico, in cui stipa la Settima e l’immancabile Decima, più altre diciotto per la cavalleria - le quali, vi preannuncio, non riusciranno mai a raggiungerlo sull’isola. Sul posto lascia il legato Sulpicio Rufo a coprirgli le spalle con gli uomini che ritiene necessari, mentre il resto dell’esercito (cioè, diciamo, almeno quattro legioni, ma non ci viene detto), guidato dai soliti Titurio Sabino e Aurunculeio Cotta, viene mandato a sottomettere le tribù di Menapi e Morini che non hanno fatto atto di obbedienza.

A mezzanotte di quella stessa sera, Cesare salpa col vento in poppa e alle dieci del mattino seguente raggiunge la costa britannica. È il 26 agosto. Le diciotto navi con la cavalleria a bordo se la sono presa comoda e sono rimaste indietro. Ipotizzo che gli sarebbero servite subito, visto che le colline che sovrastano la spiaggia sono costellate di armati: i nemici sono in posizione sopraelevata e così vicini che i loro dardi raggiungeranno la riva; Cesare non trova un punto protetto in cui sbarcare e attende quelle benedette diciotto navi all’ancora per cinque ore. Infine, non potendo contare su di esse, tiene un consiglio di guerra in cui decide di far sbarcare i suoi su un lido piano ed esposto.

L’operazione è già difficile di per sé, poiché le navi hanno una carena così curva che si sono dovute ancorare a distanza per non arenarsi, e quindi i soldati devono saltare giù con le armi in mano, trovare un punto stabile in mezzo all’acqua e combattere; tutto col bagaglio, seppur ridotto, addosso*. In più i barbari li hanno visti e cercano d’impedire lo sbarco con carri e cavalleria. A questo punto, ancora una volta la tecnologia salverà tempo e vite, perché Cesare manda le navi da guerra a respingere il lato destro nemico, scoperto, per mezzo delle armi da gitto: fionde e frecce, certo, ma soprattutto balliste**.

Una ballista. Ci si potrebbe aspettare un attrezzo di dimensioni colossali, invece i Romani sono intelligenti e compattano, proprio come l’IKEA.

I Romani riprendono coraggio al parziale ripiegamento dei barbari, e ancora più eroico è il comportamento dell’aquilifero della Decima – che, vi ricordo, se perde l’insegna, la legione o muore con lui, o viene decimata, o viene congedata con disonore… più spesso la prima ipotesi – : questi invoca gli dèi e urla “Saltate giù, compagni, se non volete consegnare la vostra aquila ai nemici: io da parte mia farò il mio dovere per Roma e per il nostro imperator!” E si butta nella mischia, protetto con nuovo ardore dai legionari.

Tuttavia, se gli atti di coraggio (o di disperazione, che ammiro moltissimo) bastano nell’Iliade a far vincere una battaglia, coi pragmatici Romani così non è: i nostri non riescono a tenere la posizione e le formazioni sono traballanti perché ognuno, sbarcando, si è aggregato sotto la prima insegna che ha trovato, mentre i Britanni vedono i buchi dall’alto, scendono a cavallo e circondano i gruppi isolati. Cesare rimedia mandando i pochi rinforzi di cui dispone dove c’è bisogno. In questo modo, per improbabile che possa sembrare, i Romani non solo non vengono respinti, ma raggiungono la spiaggia, riformano gli schieramenti e mettono in fuga i Britanni! L’unica pecca è che, mancando la cavalleria, non possono inseguirli a lungo sulle colline:

Questo solo mancò perché Cesare avesse anche quella volta la solita fortuna.

Infine, con i messi inviati per i negoziati risbuca Commio Atrebate, poveretto, che scopriamo essere stato incarcerato nel riferire ai barbari suoi cugini le volontà del divo Giulio. Chiedono la pace “in considerazione della loro ignoranza” (dBG, IV, XXVII) (ci manca solo che implorino perdono ‘in considerazione’ dell’evidente demenza dei loro anziani, perbacco!) e la ottengono dopo una buona dose di cesariane lagnanze – “Ma come, hanno spedito gente fino in Gallia per dire che avrebbero obbedito, e poi accolgono il loro dominus facendogli guerra senza neanche un pretesto? Mah!”

Il quarto giorno di permanenza sull’isola quelle disgraziate diciotto navi salpano di nuovo dal continente, questa volta arrivando fino in vista del campo di Cesare: subito scoppia una tempesta così tremenda che alcune vengono risospinte verso la Gallia, mentre altre si scontrano con le scogliere a sud-ovest. Quella stessa notte accade un altro disastro: i Romani non sanno prevedere quando si manifesterà l’alta marea, per cui le navi da guerra tirate in secco si riempiono d’acqua mentre le onerarie, ancorate, vengono sbatacchiate qua e là senza che le si possa manovrare. Il risultato: molte navi danneggiate, altre inservibili (perché una nave sia inutilizzabile basta non avere funi ed ancore). Dunque, non ci sono altre navi, né pezzi di ricambio, né materiali per realizzarne di nuovi ed il cibo inizia a scarseggiare, perché si era messo in conto di svernare sul continente.

I principes britanni si riuniscono e vedono che Cesare manca di cavalieri, navi e approvvigionamenti: non può attaccare al massimo della sua potenza, non può scappare e non può restare… Basta sconfiggerlo, e le ingerenze di Roma sulla loro verde isola finiranno per sempre (mai previsione fu più errata)! Dunque si mobilitano per la seconda volta – infatti, non chiedetemi perché, hanno congedato i soldati della prima scaramuccia pur vedendo bene che Cesare non era fuggito, anzi… Bah!

Cesare, per una volta, non è al corrente di tutto questo, ma sospetta.

Itaque ad omnes casus subsidia comparabat.

Cioè si prepara a tutto: fa portare del grano dai campi circostanti ogni giorno, sventra le navi morte per riparare quelle ferite (come facciamo con gli umani), riutilizzando soprattutto le parti metalliche e fa venire dal continente il resto. In questo modo perde “solo” dodici delle ottanta navi di cui dispone.

Intanto che prende tutti questi accorgimenti, la Settima viene mandata a fare frumento. I legionari arrivano sul posto, si liberano delle armi, delle armature e del bagaglio, indossano le loriche di cuoio (vi immaginate la tortura di indossare una corazza a piastre, ad anelli o a fasce metalliche per i lavori manuali?) e si mettono a tagliare il raccolto.

Torniamo da Cesare. Passa diverso tempo e lui sospetta il peggio. Quando gli viene riferito che c’è un gran polverone nella direzione in cui si è allontanata la Settima, il nostro eroe prende le coorti di guardia al campo, ordina ad altre due di prendere il loro posto e alle altre di armarsi e seguirlo. Arriva mentre i suoi sono completamente circondati dai barbari, che corrono come forsennati scagliando frecce dai carri, insinuandosi nelle aperture, smontando e combattendo a piedi. Intanto gli aurighi dispongono i carri in modo da favorire la fuga, in caso di sconfitta; tattica che Cesare, pur nel mezzo della narrazione di una battaglia, non manca di apprezzare: i Britanni, dice, hanno così la mobilità dei cavalieri e la stabilità dei fanti. Poi, come si vanta lui stesso, interviene proprio nel momento giusto, sbaraglia gli attaccanti e riporta la depressa Settima al campo. Non è il caso di attaccare una battaglia seria: ha solo due legioni con sé.

Per inciso, non vi ho detto come hanno fatto i Britanni a capire dove sarebbe andata la legione: facile, era rimasto solo un punto in cui ancora non avevano fatto tabula rasa del raccolto…

I Romani dunque rientrano nel loro castra e lì rimangono per diversi giorni, bloccati dagli uragani. Intanto i Britanni mandano messi a destra e a manca in cerca di alleati. Quando sono soddisfatti del loro numero, marciano verso i nostri.

Cesare, “forte” della trentina di cavalieri racimolati da Commio Atrebate fra i britanni filoromani, schiera le legioni. Sa che non otterrà una vittoria completa, perché i nemici si ritireranno senza grosse perdite e senza essere inseguiti a lungo. Infatti i Romani sfondano il loro schieramento al primo assalto, li incalzano fin dove possono e bruciano i villaggi.

Naturalmente, arriva l’ennesima ambasciata de pace petens. Cesare, poco convinto, ordina la consegna di molti ostaggi da spedirsi sul continente. Salpa a mezzanotte, approdando incolume a Porto Izio, nella Belgica (oggi in Piccardia). Così viene coronata la prima spedizione romana in Gallia: non molte perdite, ma anche pochi risultati concreti. L’anno prossimo andrà meglio!

Ma non è ancora finita, perché i Morini – che, proprio come i Britanni, avevano chiesto spontaneamente la pace – li aspettano al varco: mentre i legionari stanno sbarcando, li circondano e ingiungono loro di gettare le armi o essere uccisi fino all’ultimo. Ovviamente i Romani si difendono e Cesare manda la cavalleria in loro soccorso. I Morini sono più di seimila: dopo quattro ore sono sconfitti e si arrendono all’arrivo dei rinforzi. Poi, visto che non sanno fare altro, scappano.

Il giorno dopo Labieno e le legioni “britanniche” vengono mandati a sistemare la cosa. Ora, se ricordate, l’anno scorso i Morini hanno trovato rifugio nelle paludi, ma ora è autunno: sono secche. Quindi non hanno altra scelta che sottomettersi.

Infine il circolo delle operazioni lasciate in sospeso con la partenza di Cesare si chiude quando Sabino e Cotta tornano al campo dopo aver devastato i raccolti e i villaggi dei Menapi, mentre la popolazione se ne stava nascosta nei boschi. Cesare acquartiera le legioni lì dove si trova, nella Belgica, dove gli giungono gli ostaggi promessi di soltanto due tribù britanniche (ecco perché ho detto che era poco convinto): equivale ad una dichiarazione di guerra. Il Senato ammaestrato dai triumviri indice altri venti giorni di ringraziamento agli dèi per la ‘buona riuscita’ dell’impresa.

Fine Libro Quarto: prima campagna contro Germani e Britanni.

***

*Immaginatevi il terrore dei Romani che, dopo più di tredici ore per mare – cosa che odiano e temono più di tutto – si trovano a combattere in mezzo all’acqua e all’improvviso fra i barbari vedono alcuni “reparti” di gente piena di tatuaggi e disegni blu sul corpo e sulla faccia! Sono i famosi Picti, bellicosa popolazione che compare perfino nei romanzi pseudostorici (ma più volgari che altro) di Jacqueline Carey. Sì, sì, ridete pensando ai Puffi, vorrei vedere voi alle prese con loro! Poveri i miei Romani!

**Ne parlerò diffusamente prima, durante o dopo l’articolo sul Libro Settimo. Questo è un riferimento troppo stringato, per ora.

De Bello Gallico (IV) – Libro Terzo

*** Premessa che non c’entra un tubo caramellato con quel che ho da dirvi: noto che ultimamente sono soggetta ad imbarazzanti errori di battitura. Se ne trovate qualcuno, potete segnalarmelo oppure lasciare che faccia una figuraccia, in ogni caso chiedo scusa in anticipo. Grazie! ***

Siamo nel 56 a.C., anno di morte del compianto Lucio Licinio Lucullo. Vale la pena parlarvene un po’. Membro della gens Licinia, la stessa di Crasso, Lucullo è un perfetto patrizio: è nipote dei famosissimi fratelli Metello Numidico – padre di Metello Pio, migliore amico di Silla – e Metello Dalmatico – la cui figlia, non per niente, sarà l’ultima moglie di Silla: tutte le strade mi portano a lui! – e fratello di Marco Terenzio Varrone Lucullo, console. Ora, io vorrei raccontarvi le storie di quattro generazioni di patrizi, ma dovrei prendere a parlare dai tempi di Mario. Impossibile, lo farò in separata sede. Ad ogni modo, c’è un aneddoto in particolare che ci dimostra la sua patrizia superbia, nonché l’innata passione per lo sfarzo: si narra che, una delle rare volte in cui Lucullo non aveva ospiti a cena, un servo gli portò un pasto singolo. La risposta fu “Non sai dunque che oggi Lucullo cenerà con Lucullo?”, e fece preparare per due.

Lucullo, ve l’ho accennato non ricordo dove insieme alla storia dei tordi, era un conservatore come Silla, ciononostante sposò Clodia Quinta, sorella dello scandaloso Publio Clodio. Prevedibilmente, l’unione non durò a lungo: quella generazione di Clodii aveva la tendenza al tradimento (e forse anche all’incesto tra fratelli e sorelle), quindi Lucullo la ripudiò e si fece nemico lo stesso Clodio. Una cosa che mi ha colpita, poi, è che nei romanzi della McCullough si dice che il generale avesse una passione per le ragazzine e per le droghe orientali: “notizia” molto probabilmente falsa, ma che di certo contribuisce a far rimanere in mente il personaggio!

Veniamo a noi. Cesare parte per Lucca, dove riconferma il triumvirato: ottiene il proconsolato delle stesse Province per altri cinque anni, mentre Pompeo e Crasso saranno consoli l’anno prossimo. La Gallia Transalpina viene ufficialmente dichiarata Provincia Romana. Il legato Servio Galba viene mandato ad aprire il valico del Gran San Bernardo, ufficialmente per aprire le vie ai mercanti. Con sé ha la Legio XII “Victrix”, ancora sotto organico dopo la battaglia coi Nervi (un’intera coorte, la IV, spazzata via, centurioni decimati, il primipilo Baculo gravemente ferito) e parte della cavalleria. La prima considerazione che mi viene da fare è: a cosa potrà mai servire la cavalleria in mezzo alle Alpi? Ad affamare i soldati con le esigenze dei cavalli? La risposta è che i cavalieri, proprio perché sono così costosi da mantenere, sono stati divisi per non gravare tutti sulle stesse popolazioni. In effetti, le volte in cui il cibo sarà un’incognita nei piani di Cesare sono moltissime. Fra poco ce ne sarà una di più.

Galba pacifica l’area fra le terre degli Allobrogi, il Lemano e il Rodano, lascia due coorti a presidiarla e col resto dei militari occupa Octoduro, un borgo situato in una stretta valle chiusa dai monti e diviso in due da un fiume. Una metà viene assegnata alla popolazione gallica, l’altra metà viene requisita per il castra stativa insieme alle scarse derrate di grano che i Veragri, il popolo della zona, hanno raccolto.

Tutto tranquillo, finché Galba viene a sapere che all’improvviso la zona “residenziale” di Octoduro è stata evacuata dai civili e che le creste dei monti circostanti sono gremite di soldati Veragri e Seduni, loro confinanti. Questo, per la mentalità gallica, è cogliere di sorpresa il nemico. Sarà. Cesare riferisce che i Galli considerano le forze romane trascurabili, decurtate come sono di due coorti e degli uomini in cerca di cibo. Di vero c’è che il castra è in posizione nettamente svantaggiata, e che la valle è troppo angusta per muoversi agilmente: dentro o fuori campo che siano, i Romani non subiranno che perdite. I Galli esagerano e si convincono che già il primo assalto sarà fatale.

Tutto questo quando il castra non è ancora fortificato a dovere, né è completo l’approvvigionamento di grano: d’altra parte, non si era pensato fosse urgente. Galba convoca il consiglio di guerra – anche se ricordiamo che, in assenza di Cesare, il legato è la massima autorità e può agire di testa sua. Sa che non riceverà aiuto né viveri, poiché le strade sono tutte bloccate all’altezza dei valichi. Una parte degli ufficiali suggerisce di abbandonare i bagagli, fare una sortita e mettersi in salvo. In perfetto stile gallico, non vi pare? La maggior parte del consiglio decide di riservare quest’opzione come ultima spiaggia, e intanto di tentare la fortuna tenendo la posizione.

I Galli, telepaticamente, non attendono un secondo di più. Si scagliano giù da tutti i lati lanciando pietre e giavellotti.

I nostri dapprincipio resistettero con tutte le forze; trovandosi in posizione più elevata, non lanciavano nessun dardo a vuoto e ogni volta che un punto dell’accampamento, sguarnito di difensori, sembrava cedere, correvano a difenderlo.

Sì, Cesare, ma il punto è che i legionari non sono in numero sufficiente nemmeno per coprire tutto il perimetro del campo, per cui sono costretti a correre qua e là senza cedere, anche se stanchi o feriti. Mentre i nemici possono sempre mandare avanti forze fresche – per quanto fresche possano essere dopo aver sceso di corsa i monti ed aver attraversato di corsa una vallata, dico io.

Dopo sei ore di lotta, in cui ai Romani iniziano a mancare anche le armi e i nemici li incalzano distruggendo la palizzata e riempiendo il fossato del castra, i centurioni Baculo (il solito Rambo che viene sempre ferito e non muore mai) e Voluseno dicono a Galba che è ora di ricorrere al piano B. Detto fatto, il legato dà ordine che i soldati si riposino un po’ limitandosi ad intercettare i dardi e poi di irrompere fuori contando ognuno su di sé. I soldati (poco più di 4.500) eseguono e, fortuna delle fortune, circondano da ogni parte i nemici, ne uccidono un terzo (10.000 su 30.000) e mettono in fuga gli altri. Questi ultimi sono così terrorizzati che non si fermano a riposare nemmeno sulle montagne.

Galba non osa sfidare di più la Fortuna, quindi distrugge Octoduno e il giorno dopo parte per la Provincia in cerca di cibo, accampandosi sano e salvo fra gli Allobrogi: non ha incontrato la minima resistenza sul suo cammino…

Come abbiamo visto alla fine dello scorso libro, Cesare ha riferito in Senato che la Gallia è stata pacificata, e per questo ha anche ottenuto quindici giorni di ringraziamento, ma ora ci pare ovvio che non sia così. Le notizie dei fatti di Octoduro lo raggiungono in Illirico, all’inizio dell’inverno, dove si trova “perché voleva recarsi anche presso quei popoli e conoscere quelle regioni” (dBG, III, VII). Sì, come no. In contemporanea scoppia un’altra guerra in Gallia. Dunque lasciamo Cesare per andare a vedere che succede là. Si tratta dei Veneti.

Ripropongo la cara vecchia cartina delle popolazioni, cosicché possiate raccapezzarvi di quanto dirò fra poco:

I principali popoli e città galliche. Concentratevi sulla parte occidentale.

 La zona sull’Oceano, in particolare quella degli Andi, è occupata da Publio Crasso (distintosi con Ariovisto, molto ammirato da Cesare per la sua clemenza) e la Settima. Ci troviamo in Armorica; cito non testualmente da wikipedia: “Armoar in celta gallico significa ‘terre sul mare’, in contrapposizione con l’argoat, l’interno della penisola.” Anche qui c’è carestia, per cui prefetti e tribuni vengono mandati in giro per le città vicine a fare rifornimenti. I due che capitano tra i Veneti, tali Velanio e Sillio, vengono trattenuti con la speranza di ottenere la restituzione degli ostaggi da Crasso (e non saremo informati della loro fine).

Ora, Cesare sa tutto, ma è troppo lontano, quindi ordina di costruire delle navi da guerra, o naves longae, sulla Loira (che sfocia nell’Oceano) e di arruolare rematori e timonieri dalla Provincia. Appena le condizioni atmosferiche lo permettono, parte alla volta dell’esercito.

I Veneti si preparano alla guerra alleandosi con tanti nomi buffi: Osismi, Lexovi, Namneti, Ambiliati, Diablinti (un tipo di Aulerci), Morini e Menapi, questi ultimi provenienti dalla Belgica: non è bastata loro la lezione dell’anno scorso?

Naturalmente Cesare tiene molto a ricordarci che non agisce tanto perché si annoia, ma per “timore che, se egli avesse trascurato di dare un esempio, le altre genti si sarebbero convinte di poter agire nello stesso modo” (dBG, III, X). Il che è vero, ma suona falso lo stesso! Poi dà ordine che tutto l’esercito si sparpagli per il territorio, per evitare che i Galli, “desiderosi di novità, mutevoli e impulsivi”, si accodino alla rivolta veneta.

Labieno viene spedito con la cavalleria tra i Treveri, affinché tenga a bada Remi, Belgi e Germani – che non venga loro in mente di arrivare a centinaia di migliaia proprio ora! In Aquitania va il venticinquenne Crasso con dodici coorti legionarie e una scorta di cavalieri, per bloccare gli aiuti gallici. Titurio Sabino va con tre legioni a tenere occupati Venelli (o Vnelli o Unelli, a seconda di quanto siete bravi a pronunciare le parole strane), Coriosoliti e Lexovi. Infine “il giovane Decimo Bruto” viene messo a capo della flotta costruita da Cesare e integrata dai rinforzi di Pictoni, Sàntoni e altri. Cesare prende le truppe terrestri e lo segue dalla costa.

Come sapete, o come dovreste sapere, la costa nord della Francia è una gran schifezza: i fondali sono bassi, le maree cambiano ogni dodici ore e l’Oceano di per sé fa i capricci. In più le città venete sorgono su promontori a strapiombo sul mare, all’estremità di lingue di terra che farebbero incagliare le navi mediterranee con la bassa marea e proibirebbero l’accesso alle truppe terrestri con l’alta marea. Un disastro. Come Cesare riesce ad espugnare una città, la popolazione viene caricata sulle navi venete e portata altrove senza alcun danno, e così avanti potenzialmente all’infinito. Di certo, per tutta l’estate.

Cesare fornisce qualche dettaglio agli appassionati di marina, di cui io certamente non faccio parte: le navi venete hanno carene (la parte sotto la linea di galleggiamento) piatte per affrontare i fondali bassi e sabbiosi, prue e poppe molto rialzate per sopportare le tempeste oceaniche e ancore legate con catene di ferro al posto delle solite cime. La nave è costruita in legno di quercia, con travi spesse trenta centimetri confitte con chiodi larghi due centimetri, e si sposta non grazie a vele di lino, che non è conosciuto e comunque non resisterebbe a lungo, ma con pelli e cuoio pieghevoli e sottili. In sostanza, le navi venete sono pesantissime e non hanno remi, mentre quelle romane sono più veloci ed hanno degli ottimi rematori – a volte schiavi, a volte legionari annoiati – , ma non possono danneggiare quelle venete nemmeno con i celebri rostra, né frecce o arpioni le raggiungono: sono navi d’alto bordo, come si dice.

Ebbene, alla fine dell’estate Cesare capisce che sta perdendo tempo e si siede ad aspettare la flotta. Quando questa arriva, i Veneti mandano fuori dalle città la loro. Sono cento navi romane, tra quinqueremi, triremi e liburne, contro duecentoventi nemiche. Una battaglia, finalmente!

Battaglia coi Veneti – Golfo di Quiberon, autunno 56 a.C.

Beh, nulla di più semplice. Dapprima Decimo Bruto e il suo stato maggiore non sanno che fare: i rostri no, le frecce no, gli arpioni no… come si fa ad agganciare queste navi? Perché l’obiettivo, fin dai tempi di delenda Carthago (e non protestate, so bene che Carthago si può scrivere con la ‘K’ e non l’ho fatto: è arcaico. E sì, so anche che è più diffuso Carthago delenda est, ma per Cesare sarebbe ridondante!), fin dalle Guerre Puniche, è abbordare le navi per trasformare il tutto in una battaglia di terra, in cui i Romani sono imbattibili. A fare la differenza è la tecnologia.

Ma vi era un’arma di grande utilità preparata dai nostri: delle falci taglientissime conficcate e inchiodate a lunghe pertiche, di forma non dissimile da quella delle falci murali.

Questa è la parte più bella: ora vi parlo di queste falci murali - spiegazione che, se dovessimo dipendere da Cesare, otterremmo solo nel Libro Quinto, con l’assedio di Avarico. All’anagrafe italiana “ganci d’assedio”, le falces murales sono, come descritto, degli affilati uncini di ferro infissi su pertiche, che vengono mosse con l’aiuto di funi ruotandole sia in senso longitudinale che trasversale. Cioè, quando l’ho spiegato ad una mia amica lei ha detto «Sì, diritte o di sbieco», e così credo si capisca meglio. L’uso tradizionale è volto a danneggiare le palizzate degli accampamenti o a “scrostare” le pietre delle mura raschiando la calce, mentre Bruto le usa per troncare le funi che legano vele e pennoni. Dunque le vele cadono e, complice la bonaccia, le navi venete non si possono muovere di un metro (vedete cosa succede a non avere schiavi?) mentre quelle romane le catturano e uccidono l’equipaggio. Tutto questo dura dalle dieci del mattino sino al tramonto, ma la vittoria è schiacciante.

Con questa battaglia si concluse la guerra contro i Veneti e i popoli della costa.

Infatti essi avevano puntato tutto su quella battaglia, e sia giovani che anziani vi sono morti. Cesare decide di insegnare ai superstiti il rispetto per l’inviolabilità degli ambasciatori uccidendo gli uomini più autorevoli e vendendo gli altri. Da questo deduco con ragionevole sicurezza che Velanio e Sillio riposano in pace!

Intanto, Sabino ha raggiunto la postazione assegnatagli da Cesare fra i Venelli, capeggiati da Viridovice. In pochi giorni anche Aulerci, Eburovici e Lexovi, ucciso chi si opponeva tra loro, si mettono sotto il suo comando. A questo punto il Cesare antropologo fa timidamente capolino per la prima volta tra tutti i tipi di Cesare, sentenziando:

Inoltre una grande quantità di disperati e di avventurieri era accorsa là da ogni parte della Gallia, in quanto la speranza di predare e il desiderio di combattere li distoglieva dal quotidiano lavoro dei campi.

Sembra solo a me che ci sia una nota di biasimo? No, certo che no. Eppure è esattamente quel che ha fatto Cesare stesso, fomentando una guerra invece di badare al suo tipo di ovile a Roma!

Sabino è pronto a tutto, ma non vuole combattere subito. Galli e Romani la prendono per codardìa, ed è proprio questo il fine. Infatti, quando i nemici sono cotti a puntino nel loro brodo di giuggiole, Sabino sceglie un gallo sveglio e lo manda da Viridovice come spia. Questi si presenta come disertore e gli riferisce che in effetti i Romani sono terrorizzati, anche perché Cesare è in difficoltà coi Veneti. Sabino ha in animo di togliere il campo di nascosto la prossima notte e accorrere in aiuto dell’imperator.

Abboccato. Il princeps gallo, costretto dalla penuria di viveri (di cui, nell’entusiasmo generale, hanno dimenticato di curarsi!), vuole crederci. Qui c’è la citazione molto simile alla Prima Regola del Mago, cui avevo già accennato:

Molte considerazioni spingevano i Galli ad effettuare questo piano: l’esitazione che Sabino aveva dimostrato  nei giorni precedenti, la conferma ricevuta dal disertore, la mancanza di viveri di cui essi avevano trascurato di far provvista, la speranza che riponevano nella guerra dei Veneti e il fatto che generalmente gli uomini prestano volentieri fede a ciò che desiderano.

I Galli dunque raccolgono “ramaglia e fascine” (dBG, III, XVIII) per colmare il fossato e saltellando beati si affrettano al castra.

Il quale castra, però, sta su un’altura di quasi millecinquecento metri: i Galli corrono per cogliere di sorpresa i Romani e, com’è ovvio, arrivano in cima con la lingua di fuori. Ora Sabino, trionfante, dà il segnale d’attacco. I legionari compiono una violenta irruzione dalle due porte interessate e sfondano lo “schieramento” al primo assalto; i Galli, barbari, inesperti, stremati e appesantiti dai bagagli, fanno quello che fanno sempre: fuggono. Anche i nostri, freschi freschi, fanno il solito: li inseguono e trucidano. La cavalleria fa il resto. Infine Sabino e Cesare vengono a sapere delle vittorie l’uno dell’altro, e Cesare conclude facendoci la morale:

Come infatti l’animo dei Galli è pronto e audace quando si tratta di iniziare una guerra, altrettanto fiacca e nient’affatto resistente è la loro indole di fronte alla sconfitta.

E meno male.

Manca Crasso, giunto in Aquitania, luogo di pesanti sconfitte nella storia romana (tra cui quella di Arausio del 6 ottobre 105, con quello scemo di Cepione: 105.000 effettivi all’andata, 5.000 al ritorno, tra cui Marco Livio Druso). Le cose qui vanno decisamente meglio, perché riesce a fare scorta di grano e a richiamare veterani da Tolosa e Narbona, per poi marciare sui Soziati. Fra attacchi e inseguimenti, Crasso giunge alla loro città – non altrimenti identificata – e, trovando resistenza, tira fuori macchine d’assedio e torri. I Soziati, grandi minatori, introducono un nuovo elemento: si mettono a scavare fosse fino al terrapieno romano, ma la vigilanza delle sentinelle vanifica la fatica e li costringe alla resa.

Non è l’unico motivo per cui i Soziati mi hanno colpita: il loro princeps, Adiatuano, ha una guardia molto simile agli Immortali persiani: seicento valorosi pronti a morire per e con lui, chiamati solduri. Sono uomini liberi che si vincolano con una semplice amicizia – niente giuramenti formali o cose simili – e che io assimilo ad Athos, Porthos, Aramis e d’Artagnan. Fatto sta che Adiatuano e i suoi fanno una sortita dall’interno della città, vengono sconfitti ma ottengono che le condizioni di resa rimangano invariate. Poi, immagino che si uccidano tutti, ma Cesare non li menzionerà mai più.

Considerazione personale: se fossi con Cesare gli consiglierei di non fidarsi di un uomo così compassionevole come Crasso, potrebbe causargli dei fastidi. Così non sarà, perché morirà suicida a Carre e la sua testa sarà mostrata al padre Marco prima che sia ucciso a sua volta, dopo la celeberrima disfatta.

Il nostro ex praefectus equitum (comandante della cavalleria) si sposta poi da Vocati e Tarusati che, terrorizzati, imbastiscono leghe e alleanze a destra e a manca, trafficano con gli ostaggi e chiedono aiuto alle città ispaniche sul confine aquitano. Una cosa intelligente la fanno – sorpresa! – : a capo dei diversi contingenti in cui si spezzettano le diverse etnie mettono i veterani romani che erano stati con Sertorio, ribellatosi contro Silla e sconfitto da Pompeo – più o meno. Vi parlerò anche di lui un giorno!

Dunque si combatterà alla romana. Infatti i “rinnegati” ordinano ai Galli di occupare le posizioni migliori, fortificare gli accampamenti, tagliare i rifornimenti a Crasso. Quest’ultimo, d’altra parte, non può dividere le sue forze già esigue per prendere tutti i presidi gallici, mentre i Galli possono permettersi anche di tappare tutte le strade lasciando ben protetti i loro accampamenti. Il numero di nemici aumenta di giorno in giorno: Crasso capisce di dover combattere e schiera le truppe in duplex acies, con al centro gli ausiliari, e aspetta che i Galli attacchino. Ma questi pensano sia meglio vincere con comodità: l’idea è quella di attaccare alle spalle i Romani quando, infiacchiti dalla mancanza di viveri e oberati dai bagagli, dovranno ritirarsi. Ma Crasso non può aspettare, e guida i suoi verso il campo gallico, fa riempire il fossato e scagliare frecce sulle difese, mentre gli inaffidabili ausiliari portano armi di ricambio ai legionari. Durante la battaglia Crasso viene a sapere che il punto debole dell’accampamento è la porta posteriore, dunque manda i suoi praefecti equitum con le coorti rimaste a presidio del castra alle spalle del nemico, non visti. I nemici, accerchiati, neanche a dirlo si danno alla fuga e la cavalleria ne uccide i tre quarti, poi torna al campo. E così è che una legione più una semplice scorta di cavalleria sconfiggono cinquantamila fra Aquitani e Cantabri (gli ispanici). E dire che in quelle terre sono andate perse diciannove aquile cinquant’anni prima di questi fatti…

Questo dimostra anche che, per quanto esperti e geniali possano essere i comandanti, non riusciranno a far combattere i barbari come i Romani: un Celta non sarebbe mai stato in grado di apprendere la disciplina di un legionario a meno di non essere educato per anni.

Dunque, gli Aquitani si arrendono, i Cantabri no, ma fa niente. Ricapitolando, in contemporanea abbiamo Cesare – cioè, Bruto… – che sconfigge i Veneti, Sabino che sconfigge i Venelli e Crasso che sconfigge gli Aquitani, tutto entro l’estate. Ma il nostro imperator non ne ha ancora abbastanza, e così, con virtù antiche per nuove glorie, parte alla volta di Menapi e Morini, i Belgi che si sono ribellati due volte in due anni.

È certo di liquidarli in fretta: sono rimasti i soli in armi in mezzo ad una Gallia bruciacchiata e, si spera, sottomessa. Invece questi si ritirano nelle paludi e nei boschi delle loro terre. Cesare arriva al limitare di essi e si accampa. Segue sempre stessa solfa: i barbari che piombano urlando sui legionari con la pala in mano (che, cavallerescamente, hanno la buona grazia di sembrare stupiti… o no?), i legionari che si armano alla bell’e meglio, li mettono in rotta, li inseguono fin nei boschi e subiscono pure poche perdite.

Nei giorni seguenti Cesare inizia ad abbattere la foresta che protegge i barbari, accatastando il legname via via risultato sui fianchi dei lavoratori, per protezione (geniale, geniale…). Non riuscirà a compiere l’opera, perché proprio nel momento in cui ci si impossesserà delle retrovie dei nemici – bestiame, bagagli, eccetera – inizieranno certi uragani e piogge continue che i soldati non potranno rimanere a lungo sotto le tende. Così Cesare bruciacchia un altro po’ di campi, villaggi e costruzioni isolate e sistema l’esercito tra gli Aulerci, i Lexovi e le popolazioni più instabili. È di nuovo inverno.

Campagna del 56 a.C.: il riassunto dell’intero articolo!

 Fine Libro Terzo: campagna contro Veneti, Venelli, Aquitani, Morini e Menapi.

De Bello Gallico (III) – Libro Secondo

Alla fine del primo libro abbiamo lasciato Cesare ad amministrare la giustizia nelle sue Province, seduto in Gallia Cisalpina per sentire senza troppo ritardo quel che succede a Roma. Le sue legioni stanno svernando tra i Sèquani sotto il vigile occhio di Tito Labieno.

In questo abisso di noia giunge notizia che i Belgi stanno cospirando contro Roma e si scambiano ostaggi. Temono che Cesare, conquistati due terzi della Gallia, voglia mangiarsi anche il resto. Dunque il nostro eroe arruola altre due legioni, portandosi ad otto (VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII e XIV, in ordine: le tre di Aquileia, l’unica gallica, le due della Cisalpina dell’anno scorso e le ultime di reclute, sempre della Cisalpina) e incarica il legato Quinto Pedio di portarle in Gallia. Cesare lo raggiunge una volta procuratosi il foraggio. Siamo all’inizio della stagione di guerra del 57 a.C.*

La prima cosa di cui si preoccupa è ottenere informazioni su questi Belgi: ne incarica i Sèquani e i loro confinanti. Risulta che i nemici effettivamente si stanno armando e stanno ammucchiando uomini in un solo punto. Cesare parte e in quindici giorni di marce forzate è sul confine. Questo stupisce i Remi, il popolo belgico stanziato in quella zona, che gli mandano due nobili (gli impressionanti Iccio e Andocumborio) a dire che non sono d’accordo con gli altri e che aiuteranno Cesare in qualunque modo egli disporrà. Riferiscono che tutte le altre genti sono già in armi, compresi i Germani al di qua del Reno. Cesare insiste per altre informazioni, e viene a sapere che i Belgi sono così forti perché discendono dai Germani che anticamente avevano passato il Reno e scacciato i Galli dal nord. Tra loro, i più numerosi sono i Bellovaci, che possono mettere in campo un massimo di 100.000 ma ne offrono prudentemente ‘solo’ 60.000. Al secondo posto ci sono i Suessioni, loro confinanti. Il loro re, Galba, è stato eletto comandante supremo. Possiedono dodici città e promettono 50.000 armati. Altrettanti ne hanno i Nervi, che sono insediati più a nord di tutti. Poi ci sono 40.000 Germani, ripartiti in Condrusi, Eburoni, Cerosi e Pemani e 106.000 altri Belgi (Atrebati, Ambiani, Morini, Menapi, Caleti, Veliocassi, Viromandui, Aduatuci): 306.000 soldati in tutto contro meno di 40.000 Romani e una manciata di ausiliari. Si preannuncia proprio una bella guerra!

Cesare prende ostaggi tra i Remi e parla con Diviziaco, princeps degli Edui. Dice che bisogna tenere divise quelle forze soverchianti, quindi lo spedisce ad invadere e saccheggiare le terre dei Bellovaci. Questo è un compito all’altezza dei Galli. Subito dopo viene avvistato l’esercito belgico in marcia verso i Romani, e allora Cesare prende le legioni e  corre ad attraversare il fiume Axona, nel nord delle terre dei Remi. Si accampa con un fianco protetto dal corso del fiume: è stufo di restare senza rifornimenti! Ha usato un ponte, che fa presidiare da sei coorti (diciamo, 3000 legionari o qualcosa in più) e dal legato Quinto Titurio Sabino. Poi fortifica il suo castra con un trinceramento alto dodici piedi (tre metri e mezzo) preceduto da un fossato largo 18 piedi (cinque metri e mezzo).

I Belgi si dirigono verso una città dei Remi, Bibracte**, a dodici chilometri da Cesare, e la assaltano. Gli assediati resistono con coraggio fino a sera, ma annunciano a Cesare che se non dà loro una mano dovranno capitolare. Tra parentesi, Galli e Belgi hanno lo stesso modo di ‘assediare’ un oppidum, una città-fortezza: si dispongono ad anello tutt’intorno ad esso, scagliano pietre e, quando i difensori si allontanano dalle mura, formano la testuggine, incendiano le porte e si danno all’arrampicata. Rozzo all’inverosimile…

I rinforzi consistono in cavalieri Numidi, arcieri cretesi e frombolieri delle Baleari, cioè tutto il materiale sacrificabile. I Belgi si lasciano scoraggiare, tolgono l’assedio e si danno al saccheggio dei campi circostanti. Poi puntano i Romani. Si attestano a tre chilometri da loro e, a giudicare dai fuochi che accendono, l’accampamento barbaro si estende per più di otto miglia, cioè dodici chilometri.

Cesare si limita a stuzzicare il nemico con la sola cavalleria. Vede che il morale dei suoi uomini è alto: si può tentare una battaglia come si deve, prima che arrivino i rinforzi promessi da mezza Gallia.

Ora, l’esercito romano è seduto su un colle scosceso sui lati, con una specie di rampa sul davanti che digrada a valle. Cesare se ne compiace e dota i fianchi di due fossati perpendicolari al fronte lunghi trecento metri, alle cui estremità pone le sue macchine da guerra: impediranno l’accerchiamento.

Tra i due schieramenti c’è una piccola palude (che Cesare, in un attacco di Sindrome da Cicerone, definisce “Non magna“…): entrambe le parti attendono che l’altra la attraversi e si trovi impantanata, ma ovviamente nessuno si muove, quindi i Romani tornano dentro il castra. I nemici si svegliano dal coma e li inseguono fino al fiume, trovando i guadi e cercando di distruggere il ponte ed espugnare la fortificazione di Sabino, o al limite tagliare le vie di rifornimento.

Battaglia sull’Axona: i Belgi commettono l’errore di passare il fiume, dividendosi; Sabino e le sue sei centurie sembrano un boccone facile.

Sabino informa l’imperator, che prende Numidi, frombolieri e sagittari e attraversa anch’egli il ponte. E qui io mi domando e dico: Ma diavolo, ‘sti barbari non sono buoni nemmeno a far crollare un ponte? Evidentemente no, perché Cesare attacca i nemici mentre sono ancora intenti al guado, ne uccide moltissimi e respinge i superstiti che provano a passare sui cadaveri delle prime file. Quindi i Belgi, sebbene sempre in schiacciante superiorità numerica, desistono dal loro intento come a Bibracte e si ritrovano pure senza cibo. Consapevoli che gli Edui stanno attaccando i Bellovaci, la decisione comune è che ogni popolo si ritiri per conto suo nelle proprie terre, per poi raggiungere la prossima destinazione di Cesare e riunirsi per schiacciarlo. Così, oltretutto, combatteranno sempre in territorio conosciuto.

Perché non sembra affatto una buona idea?

Ora c’è solo da uscire. I barbari, come al solito, ci deludono non escogitando alcuna tattica più avanzata del “Si salvi chi può!”: alle nove di sera si gettano fuori nel caos più totale, senza nemmeno sapere dove siano i comandanti o quale direzione prendere. Addirittura si mettono a bisticciare per l’assegnazione del primo posto nell’ordine di marcia. Ai Romani sembra una fuga, altro che ritirata strategica. Cesare stesso, temendo che sia un trucco, preferisce non spostarsi fino all’alba, quando gli speculatores gli riferiscono che non c’è anima viva intorno. Allora capisce che è stato giocato e lancia la cavalleria in un furioso inseguimento. I comandanti dei cavalieri sono Quinto Pedio e Aurunculeio Cotta, e hanno ordine di attaccare solo la retroguardia. Con loro viene spedito Labieno, il “Cesare da viaggio” a quanto pare, con tre legioni: lui deve impegnare i Belgi e la cavalleria. Dunque Labieno, Pedio, Cotta, tre legioni e la cavalleria inseguono per molte miglia i Belgi, facendone strage. È colpa della tracotanza dei barbari: mentre la retroguardia belgica riesce a sostenere l’urto dei Romani, l’avanguardia, diverse miglia più avanti, si sente al sicuro. Poi vede la battaglia e fugge verso i quattro punti cardinali. Così i Romani banchettano con i Belgi per tutto il giorno e al tramonto tornano al castra, da Cesare.

Il giorno dopo si riprende il tour in mezzo ai ribelli, per smontarli uno ad uno. È la volta dei Suessioni, confinanti coi Remi. Cesare va dritto alla capitale, Novioduno. Sa che è mal protetta, perché tutte le forze sono state mandate al fronte comune e non sono ancora tornate, quindi inizia l’assedio appena arrivato. Effettivamente i difensori sono pochi, ma il fossato che protegge l’oppidum è largo e le mura sono alte: non può prenderlo così. Allora, armato di pazienza, si accampa per bene e tira fuori le macchine da guerra. La notte dopo i reduci della “guerra” tornano in città e vi si barricano. E qui Cesare ci dona uno dei brani più belli che abbia mai letto:

Ma, quando lo scavo delle gallerie fu spinto presso le mura, il terrapieno fu terminato e le torri innalzate, i Galli, colpiti dalla celerità dei Romani e dalla grandezza di quelle opere militari che non avevano mai visto e di cui non avevano mai sentito parlare, mandarono a Cesare ambasciatori per trattare la resa e, per intercessione dei Remi, ottennero di conservare vita e libertà.

Meglio in latino:

Celeriter vineis ad oppidum actis, aggere iacto turribusque constitutis magnitudine operum, quae neque viderant ante Galli neque audierant, et celeritate Romanorum permoti legatos ad Caesarem de deditione mittunt et petentibus Remis ut conservarentur impetrant.

Non è tutto molto semplice? Questi barbari non sono poi così valorosi e votati alla guerra come millantano. Non così i Nervi, come vedremo. Dunque Cesare prende ostaggi ai Suessioni, toglie loro tutte le armi e accetta la resa. Poi punta verso i Bellovaci, i potenti e numerosi Bellovaci. Questi prendono tutto quello che riescono a trasportare e si arroccano nell’oppidum chiamato Bratuspanzio [hihihi!]. Quando i Romani arrivano nei pressi del borgo, però, tutti gli anziani ne escono e assicurano che non combatteranno (Cesare non lo dice perché ha il cuore tenero, ma io scommetto che piangono… come hanno fatto tutti gli altri popoli, del resto). I Romani si accampano sotto le mura, da dove anche le donne si sporgono tendendo le braccia e lamentandosi.

Intanto Diviziaco, dopo la dispersione dei Belgi, ha congedato i suoi ed è tornato da Cesare. Lo implora di risparmiare i Bellovaci, che sono sempre stati amici degli Edui e sono entrati in guerra solo perché pensavano che Roma schiacciasse i suoi alleati: se Cesare sarà buono, gli Edui, e dunque anche i Romani, diventeranno potentissimi. In più i capi dei ribelli sono fuggiti a nord, in Bretagna o anche oltre la Manica, per cui non c’è pericolo.

E così è che Roma accetta la resa, previa consegna di addirittura seicento ostaggi e disarmo, e va ad impestare le terre degli Ambiani. Anche qui tutto liscio come una buccia di banana, perché si arrendono sine mora. Ma poi arriva il bello – per noi lettori - , oppure il brutto – per i soldati – : siamo sul confine coi Nervi.

I Romani sanno pochissimo di loro. Infatti dallo spionaggio vengono a sapere che questo popolo non lascia passare i mercanti sulle sue terre, né compra o vende vino o prodotti di lusso: sono quel che si dice uomini feri magnaeque virtutis, “rudi e di grande valore militare”, che non si lasciano corrompere dagli agi. Criticano aspramente i Belgi per essersi lasciati sconfiggere con un rapporto di forze di 7:1 per loro, e non manderanno ambasciatori a Cesare, né accetteranno le loro condizioni di pace.

Dopo tre giorni di circospetto ma pacifico avanzamento in territorio nervio, i Romani giungono a diecimila passi (15 km) dal fiume Sabis, oltre il quale li aspettano i Remi. Col nemico ci sono anche Atrebati e Viromandui, alleati che si sono autoinvitati alla festa, e si attendono rinforzi dagli Aduatuci. Vecchi, donne e bambini sono stati radunati in un luogo protetto dalle paludi.

Cesare manda esploratori e centurioni a scegliere un luogo dove accamparsi. Intanto, alcuni dei Belgi e dei Galli arresisi e accodatisi all’esercito vanno a riferire ai Nervi che ciascuna delle otto legioni protegge una lunga colonna di carri e salmerie: sarà facile assalire la prima legione mentre è in marcia e saccheggiare il convoglio, dopodiché gli altri reparti si troveranno troppo lontani per arrivare in tempo e dovranno scegliere se arrendersi o ritirarsi.

Ancora una volta, i barbari sono convinti che questo sia un ottimo piano, sostenuto dal fatto che hanno inventato la guerriglia: dato che i Nervi non possiedono una cavalleria, infatti, usano tagliare le cime degli alberi delle loro selve in modo che si espandano in larghezza e non in altezza, e poi piazzare dei rovi negli interstizi. Sicuramente, le legioni si troveranno incastrate fra i boschi senza potersi aiutare l’un l’altra!

I nostri, all’oscuro di queste diaboliche trame, si accampano su un colle non particolarmente scosceso che si allunga verso il fiume Sabis. Sulla riva opposta, in faccia al primo, c’è un’altra collina coperta di boschi: i nemici sono appostati qui, mentre negli spazi scoperti lungo il fiume i Romani possono vedere solo qualche avamposto di cavalleria.

Come c’era da aspettarsi, le informazioni con cui Galli e Belgi tradiscono Cesare non sono più valide: in testa alla colonna romana ci sono sei legioni senza bagagli, in mezzo il convoglio con l’equipaggiamento, in coda le due legioni arruolate per ultime, che lo devono difendere a tutti i costi. Un serpentone lungo qualche miglio.

Mandati avanti cavalieri, frombolieri e sagittari, questi attaccano la cavalleria nemica (esigua, come abbiamo detto: i Nervi non ne hanno affatto, devono contare sulla carità degli alleati) e la respingono, non osando però inseguirla nelle selve. Intanto le sei legioni d’avanguardia prendono le misure per il campo e iniziano a fortificarlo. Quando infine arrivano le salmerie (questo è il momento di attaccare, per i Nervi), essi liquidano la cavalleria romana,

Poi scesero al fiume con tanta celerità che i nostri quasi contemporaneamente li videro nelle selve, al fiume e vicino a loro stessi.

I Romani si trovano ad assorbire l’urto di un’orda in corsa mentre stanno scavando: molti non riescono nemmeno ad indossare l’elmo e a togliere la copertura dagli scudi, per non parlare di schierarsi ordinatamente sotto il rispettivo vessillo. Lo stesso Cesare si dibatte nell’intento di svolgere tutti i suoi compiti insieme: deve far suonare l’allarme, richiamare i soldati che si sono allontanati in cerca di materiali per il campo, esortare gli uomini, dare il segnale d’attacco. Non ha il tempo di fare nessuna di queste cose prima dell’impatto, ma almeno i legionari sono esperti, fanno automaticamente quel che serve, e i legati sono pronti a dare ordini senza aspettare l’imperator. Dunque Cesare dà le disposizioni indispensabili e poi – parole sue – “corre qua e là ad incoraggiare i soldati”. Le legioni, schierate alla meno peggio, combattono ognuna per conto proprio: ciascun legato che le comanda non sa nemmeno dove siano gli altri o se abbiano bisogno d’aiuto. Oltretutto, in mezzo a quei boschi le riserve non intervengono nel momento giusto. Il risultato sono un sacco di diversi episodi di combattimento con risultati anche molto diversi dall’uno all’altro.

Battaglia sul Sabis – fase 1: le sei legioni veterane sono schierate alla meno male di fronte al castra.

L’ala sinistra è costituita dalla Nona e dalla Decima, le fedelissime favorite di Cesare. Combattono contro gli Atrebati. Li respingono oltre il fiume già dopo il lancio dei pila, uccidendone parecchi mentre questi tentano il guado. Ma poi attraversano anche loro il fiume e si trovano in posizione sfavorevole (ricordate? C’è un colle vicino alle sponde, che i nemici hanno già iniziato a salire: i Romani li guardano dal basso). Si riprendono in fretta però questi Romani, mettendo di nuovo in rotta gli Atrebati.

Al centro abbiamo l’Ottava e l’Undicesima, che riescono anch’esse a respingere i loro nemici, i Viromandui, dall’altura, ma nell’inseguirli fin sulla sponda del Sabis lasciano sguarnito il castra su due lati: il centro e la sinistra, perché la Nona sta già occupando l’accampamento nemico. I Nervi di Boduognato ne approfittano caricando e parte va a circondare l’ala destra, parte va a distruggere l’accampamento. Quest’ultima incontra la cavalleria romana respinta, intenta a leccarsi le ferite, e la mette in fuga. I Treveri tosto giunti in aiuto dei Romani vedono il macello che vi ho descritto e si ritirano urlando che Roma è stata sconfitta.

Cesare intanto è corso all’ala destra, composta da Settima e Dodicesima legione, completamente accerchiate, e viene a sapere che i centurioni di un’intera coorte sono morti, mentre gli altri sono come minimo gravemente feriti. Un’insegna è andata perduta. Lo stesso valorosissimo centurione Sestio Baculo non si regge in piedi per quantità e “qualità” delle ferite. I superstiti stanno perdendo le speranze, le ultime file cominciano a disertare. Ed allora Cesare fa la cosa che gli vale la mia immensa stima: prende uno scudo, non avendo il suo con sé, avanza fino in prima linea, chiama i centurioni per nome, esorta i soldati e comanda di portare avanti le insegne (tuonando a quelli della Dodicesima di stare meno appiccicati, ché si stanno impedendo i movimenti l’un l’altro). Questo fa la differenza:

L’arrivo di Cesare infuse speranza nei soldati e ridiede loro coraggio: ciascuno di essi davanti al proprio imperator desiderava fare del suo meglio anche all’estremo delle forze. L’impeto del nemico venne così un po’ ritardato.

Trovandosi in mezzo a quelli della Dodicesima, Cesare vede che i loro compagni della Settima sono ancora in difficoltà, quindi dà ordine ai tribuni di far avvicinare le due legioni: in questo modo, l’accerchiamento (e quindi l’attacco alle spalle) è impossibile.

All’appello mancano solo le due legioni di reclute che sono rimaste indietro a proteggere le salmerie, una davanti e una dietro i carri. Accortesi che c’è battaglia, accelerano il passo e giungono al castra.

Tito Labieno, comandante dell’ala sinistra che per prima ha seguito gli Atrebati oltre il fiume, si è impadronito dell’accampamento nervio e ha visto la tragedia che sta accadendo all’altra ala sotto di lui. Manda la Decima in soccorso, e

L’arrivo di queste nuove forze portò un tale cambiamento che anche quelli dei nostri che giacevano a terra feriti ripresero a combattere appoggiandosi agli scudi. Anche i servi, quando videro i barbari atterriti, si gettarono contro gli avversari armati pur essendo disarmati; i cavalieri, per cancellare con prove di valore la vergogna della loro fuga, presero a combattere dovunque, cercando di emulare i fanti.

Battaglia sul Sabis – fase 2: quattro legioni sono di là dal fiume, due stanno per essere accerchiate, altre due appena sanno che è la guerra. Cesare corre.

Ma i nemici, come promesso, non si arrendono nemmeno quando capiscono che la sconfitta è certa: i feriti delle ultime linee combattono sui corpi dei loro compagni; in certi casi, i cumuli di cadaveri sono così alti che vengono usati come riparo dalle frecce.

Così ci si dovette render conto che non temerariamente uomini di tanto valore avevano osato attraversare un fiume così largo, scalarne le ripidissime rive, assalire una posizione così forte; cose difficili, rese facili dal loro coraggio [l'enfasi è mia, NdA].

La battaglia (e la guerra, in questo caso) è vinta, sotto ogni punto di vista.

Il popolo e il nome stessi dei Nervi sono distrutti. Anziani, donne e bambini, protetti da stagni e paludi, si arrendono a Roma. I senatori, da seicento che erano, sono rimasti in tre; gli uomini in grado di brandire le armi sono passati da sessantamila a cinquecento. Cesare li risparmia tutti.

Ora mancano solo gli Aduatuci, che abbiamo detto intenzionati ad inviare rinforzi ai Nervi: quando vedono la sconfitta, presi da un attacco d’intelligenza, tornano nelle loro terre, impacchettano mogli, figli e tutto quel che possiedono e si chiudono in una città. Come la maggior parte degli oppida gallici, essa sorge su un colle coi fianchi ripidi e un lato accessibile, bloccato da un doppio muro con tanto di massi e travi appuntite in cima. Intorno alla piazzaforte viene aggiunta in fretta e furia una trincea lunga 22 km: è lì che si arroccano gli Aduatuci.

Diamo il via alle scommesse: chi crede che queste “massicce fortificazioni” serviranno a qualcosa?

In effetti…

Quando videro che i Romani, dopo aver avvicinate le macchine da guerra e preparato il terrapieno, costruivano ad una certa distanza una torre, cominciarono a deriderli dal muro, chiedendo sprezzanti perché una macchina così grande fosse stata costruita tanto lontano, e con quali mani e forze uomini così piccoli [rispetto ai Germani, ovviamente, i Romani sono dei nanetti, solo un tantino più testardi... NdA] sperassero di muovere una torre tanto pesante. Ma quando si accorsero che la torre si muoveva [sullo Stilosissimo Sistema a Ruote brevettato dai Sumeri, NdA - nel caso non mi riconosceste] e si avvicinava alle mura, colpiti nel vedere cosa così nuova e insolita, mandarono ambasciatori a Cesare per trattare la pace.

Nuova e insolita, o divo Giulio? Dev’essere una boiata di un qualche pio scribacchino medievale, suppongo. Battutacce squallide a parte, sono contenta che Cesare faccia questo effetto su tutti i Galli e i Germani d’oltre Reno, ma non sta diventando un po’ troppo facile?

Comunque, gli ambasciatori aduatuci dicono che Cesare ha gli dèi belgici dalla sua, se riesce a compiere cotante imprese. E siccome nessuna adulazione è buttata a caso, lo pregano di lasciar loro le armi, altrimenti i loro voraci vicini li invaderanno e non potranno difendersi. Se otterranno un rifiuto, preferiranno dover subire qualunque cosa dai Romani, piuttosto che essere torturati e uccisi da coloro che prima si inchinavano loro.

Ma Cesare non si lascia impietosire né minacciare, e dice che risparmierà la città solo se si arrenderanno entro il primo colpo d’ariete (consuetudine romana era distruggere le fortezze che non lo facevano in tempo): non ci può essere capitolazione senza consegna delle armi – una grande lezione di vita, in effetti. Dal canto suo, Cesare si sforzerà di convincere i vicini degli Aduatuci a non schierarsi contro i protetti di Roma. I barbari accettano, e dall’alto delle mura piovono così tante armi che si accatastano in un cumulo alto come la fortificazione… e tuttavia i Romani non sanno che un terzo di quel mucchio è stato celato in città. Direi che se ne accorgeranno presto!

Infatti verso mezzanotte gli abitanti, armati alla meno peggio con le armi trattenute e degli scudi di legno o vimini, escono all’improvviso dalle mura per attaccare l’accampamento romano. Peccato che le fortificazioni dell’oppidum siano presidiate dai legionari, che scagliano i loro pila dall’alto. Ne uccidono 4000 e ricacciano indietro il resto. Il giorno dopo Cesare fa abbattere le porte e vende l’intera città in un solo lotto di schiavi. I mercanti che li acquistano riferiscono che sono 53.000.

Ecco, ora Cesare può iniziare a pagare i debiti che lo sommergono. Il ricavato della vendita degli schiavi appartiene tutto a lui, e un buono schiavo vale dai 2000 ai 4000 sesterzi (quelli “di lusso” molto di più), cioè 4000-8000 euro. Ehm… lui deve guadagnare qualche milioncino ancora, ma non temete, tornerà dalla Gallia ricco sfondato!

Tornando a noi, il legato Publio Crasso torna da Cesare annunciando di aver soggiogato Veneti, Vnelli, Osismi, Coriosoliti, Esuvi, Aulerci e Redoni, tutte popolazioni stanziate sulla costa oceanica (cioè in Francia occidentale).

Campagna del 57 a.C.: il riassunto dell’intero articolo!

Sottomessa l’intera Gallia, la fama di Roma è tale che arrivano spontanee offerte di ostaggi e ubbidienza da oltre Reno. Cesare sta macchinando di andare a guardare cosa c’è di bello in Illirico, quindi ordina alle delegazioni di ripresentarsi l’estate dopo, prende le legioni e le conduce a svernare dai Carnuti, dagli Andi e dai Turoni, prossimi agli ultimi teatri di guerra. Poi parte per l’Italia. Ed ora è il momento dell’autocompiacimento più assoluto, che va decisamente riportato:

Il Senato di Roma, informato delle vittorie dalle comunicazioni di Cesare, decretò feste di ringraziamento della durata di quindici giorni, cosa che prima di allora non era mai stata decretata in onore di alcun condottiero romano.

Fine Libro Secondo: campagne contro Bellovaci, Nervi e loro alleati.

***

* Se nel 58 è nata la terza moglie di Ottaviano, nel 57 nasce la prima, Clodia Pulcra, figlia di Fulvia e di quel Publio Clodio che sempre nel 58 è stato tribunus plebis. Ottaviano in due anni di matrimonio non la sfiorerà neanche con lo sguardo, divorziando e rispedendola dalla madre come virgo intacta. Politica.

**Bibracte è anche la città degli Edui, se ricordate. La particolarità è che in latino la città edua è Bibracte, Bibractis, di genere neutro, mentre la Bibracte dei Remi è Bibrax, Bibractis, femminile.

De Bello Gallico (II) – Libro Primo

Siamo nel 58 a.C., anno di consolato di Lucio Calpurnio Pisone Cesonino e Aulo Gabinio. Non solo: anno di tribunato della plebe di Publio Clodio Pulcro. Il 30 gennaio è nata la futura terza sposa del futuro Augusto, Livia Drusilla. Un anno fa sono morti il padre dello stesso Ottaviano, Caio Ottavio, e Metello Celere, il marito di quella Clodia che fu l’amante di Catullo (aka Lesbia). Cesare, Pontifex Maximus dal 69 (carica vitalizia), ha appena restituito i fasces di console: ha lottato a lungo per ottenere il proconsolato in certe specifiche Province – che, in teoria, avrebbero dovuto essere assegnate tramite sorteggio – e ora si appresta a fare i preparativi. Si va in Gallia!

Ma facciamo un piccolo passo indietro. Quello che Cesare ha alle spalle è stato probabilmente l’anno più difficile della sua vita. L’ha passato da console anziano, certo, ma con un collega a dir poco molesto: Marco Calpurnio Bibulo. Un ottimate che gli alita sul collo fin dal servizio militare, sotto Lucullo, e che gli è rimasto appiccicato nel cursus honorum: edile, pretore e console nello stesso anno, rispettivamente nel 65, nel 62 e nel 59, appunto. Per ogni legge che stilava, Cesare doveva fare i salti mortali per farla approvare in Senato – quasi sempre sotto minaccia di presentarla alle centurie – , ma ce l’ha fatta. Ha offuscato il suo collega. Il suo consolato non sarà ricordato come “l’anno di Cesare e Bibulo”, ma come quello “di Giulio e Cesare”… In effetti, per metà dell’anno Bibulo è rimasto chiuso in casa, a scrutare il cielo!

E il nostro prode non ha intenzione di sprecare il suo tempo, a quarantadue anni. Grazie alla stipula del Triumvirato, nel 60, è riuscito a farsi assegnare il proconsolato di Gallia Cisalpina, Gallia Narbonense e Illirico per cinque anni. Sarà la sua base: da qui potrà progettare l’annessione di una nuova provincia. Non sa ancora quale, ma a Roma giungono voci che il re dei Daci, Burebista, stia pensando di invadere l’Illiria. Al romano vengono concesse tre legioni, quelle di stanza ad Aquileia. Probabilmente Pompeo pensa che Cesare abbia le mani legate: come si può conquistare una fetta di terra così ampia come la Pannonia o il Norico, per non parlare della Dacia stessa, con solo tre legioni e i Germani che premono da nord?

Beh, non sapremo mai se e come ci sarebbe riuscito, perché un pericolo ben più pressante minaccia la Repubblica dal Nord: i Galli. Ci risiamo! E dire che Mario aveva dato loro una bella batosta. Il popolo di Roma, memore del terrore di quei tempi, si lascia prendere dal panico. A Cesare non sfugge l’occasione: si vanta in Senato di aver ottenuto tutte le Province che vuole governare e dice che “da ora in poi avrebbe potuto marciare sulle loro [dei senatori] teste”. Al che un augusto senatore non meglio identificato gli urla che non sarebbe stata impresa facile per una donna (= “Cesare, sei andato a letto con re Nicomede di Bitinia per avere la sua flotta, pappappero!”). Cesare risponde con un po’ di ironia (“Semiramide [regina babilonese, conquistò da sola Media, Egitto ed Etiopia] ha già regnato in Siria, e le Amazzoni hanno già dominato gran parte dell’Asia!”) e bada a lasciare Roma vuota dei suoi oppositori politici. A questo fine, incarica l’abile demagogo Publio Clodio (Pulcro, “il Bello“), suo alleato di rivoluzione, di allontanare Cicerone. E il cagnolino di Cesare fa un piccolo capolavoro: la lex Clodia impone l’esilio a chiunque abbia decretato l’uccisione di cittadini romani senza regolare processo. Con valore retroattivo. E così il caro, bisbetico, pettegolo Cicero viene buttato a calci fuori città. Col medesimo scopo, Catone, il compagno di merende di Bibulo, verrà spedito a Cipro a fare il propretore. E con la politica siamo a posto. Cesare lascia la cura delle finanze a Lucio Cornelio Balbo, banchiere di Gades (odierna Cadice) che farà la sua fortuna. Per l’occasione, elabora un codice cifrato (ancora oggi noto come cifrario di Cesare), che gli permetterà di mantenere i ponti con i suoi informatori segreti. Un genio.

Ci siamo. Ora che siamo sicuri che non ci bruciano la casa mentre siamo in guerra, possiamo pensare a come scatenarla. Serve un pretesto. Gli Elvezi ce lo servono su un piatto d’argento… signore e signori, inizia la narrazione del De Bello Gallico!

Allora, la prima cosa che salta all’occhio nel testo del De Bello Gallico (d’ora in avanti dBG), è che le indicazioni dei diversi luoghi sono tutte sballate. Questo per via delle cartine dell’epoca, che rappresentavano la Gallia come una lunghissima striscia di terra tutt’uno con le Spagne, pressappoco perpendicolare alle nostre Alpi. Di conseguenza, i Pirenei non delimitano più il confine sud della Gallia, ma quello ovest! Ma non temete, ho dozzine di cartine moderne per voi.

Ecco come i Romani vedevano il Nord. Scannerizzazione dalla mia copia del dBG.

In Gallia abitano tre etnie principali: Aquitani, Belgi e Celti (i veri e propri Galli). Di questi, i più potenti sono i Belgi, perché stanno sempre a baloccarsi con quegli spiritosoni dei Germani, che cercano di invadere un giorno sì e uno no. Se ne deduce che sono insediati a nord-est, in corrispondenza degli attuali Belgio (ma va’?) e Olanda. I Celti sono i più vari, occupano tutto il centro e il nord-ovest, mentre gli Aquitani sono stipati tra la Garonna e i Pirenei, a sud-ovest. La parte mediterranea e alpina è tutta romana.

I principali popoli e città galliche. Nel giro di sei anni la maggior parte non esisterà più.

L’attenzione va ai Celti. Torniamo al 61 a.C. Per lo stesso motivo dei Belgi, i più forti tra loro sono gli Elvezi, che stanno a ridosso dei Sèquani, i quali a loro volta sono ad uno sputo di topo dai vicini romanizzati, gli Allobrogi. Il più intraprendente, nobile e ricco aspirante al potere fra gli Elvezi è Orgetorige. Gli piacerebbe molto invadere gli altri Celti e farsi re della Gallia, quindi risveglia l’animo bellicoso del suo popolo e lo convince ad impacchettare tutti i propri averi, caricare sui carri donne, bambini e scorte di grano per tre mesi, e a bruciare quel che si lascia indietro: così, se mai a qualcuno venisse un attacco di codardia, non avrebbe una casa cui tornare. 368.000 anime, di cui 92.000 combattenti, si metteranno in cammino fra due anni di preparativi, cioè nel 59. Nel frattempo, briga con gli altri due popoli Celti più potenti dopo il suo, Edui e Sèquani, perché si uniscano alla migrazione. È interessante soffermarsi sulla tattica diplomatica che adotta: con gli Edui, comandati dal vecchio Diviziaco, va a pescare il fratello del re, Dumnorige (privato del trono da Roma proprio nel 61), e gli dà in sposa sua figlia in cambio di appoggio. Con i Sèquani spinge il figlio del princeps a rivendicare il potere. Dal suo canto, Orgetorige è ragionevolmente sicuro di riuscire a diventare il leader (anacronismo, lo so) indiscusso del suo popolo a breve. I tre si sentono così sicuri del successo che suggellano queste alleanze segrete con un giuramento di fedeltà. Ma

Ma evidentemente Orgetorige non ha tutto il controllo che pensa sulla sua gente, perché un delatore riferisce ai nobili delle sue trame. Così l’ambizioso celta finisce in gattabuia e sotto processo. Se lo troveranno colpevole di tradimento, la punizione sarà il rogo.

Una cosa che tutti i popoli antichi hanno in comune è il fortissimo senso dell’onore: dopo aver fatto testimoniare diecimila tra familiari, schiavi, amici e debitori ed esser stato assolto, Orgetorige muore suicida (dice Cesare).

Nonostante l’uomo sia morto, rimangono le sue idee: i preparativi non si fermano, i magistrati continuano ad esercitare la leva militare e ad applicare le leggi di Orgetorige. Ulteriore propulsore all’impresa – che chiunque non fosse gallo già allora vedeva disperata – , il fatto che la popolazione era cresciuta notevolmente negli ultimi decenni, troppo perché un fazzoletto di terra di 270 km per 360 potesse sfamarla.

Ora. La posizione degli Elvezi nel mondo è davvero infelice: fa sì che sia difficilissimo portare la guerra ai Celti, ma non ai Germani. Infatti, ad est hanno un Reno abbastanza facile da guadare, mentre a sud sono chiusi fra il Rodano e il lago Lemano, e ad ovest c’è il monte Giura. C’è solo una stradina di montagna, stretta quanto basta per non far passare più di un carro alla volta, che porta dai Sèquani. Oppure… oppure una bellissima strada romana che passa per la Provincia Narbonese, in mezzo agli Allobrogi. C’è solo un ponte da attraversare per arrivare nella più vicina città allobroga, Ginevra, e accedere alla strada. Beh, tanto vale tentare. Tirati dalla loro parte Ràuraci, Tulingi e Latovici, loro confinanti, gli Elvezi bruciano le grandi città (una dozzina), i villaggi (quasi quattrocento), e tutto il raccolto che non avrebbero potuto gestire. Ah, la logistica!

È il marzo del 58 a.C. quando Elvezi, Tulingi, Latovici e Ràuraci si mettono in cammino.

Lo scopo è arrivare a Ginevra, parlamentare con gli Allobrogi e convincerli ad assecondarli, con le buone o con le cattive. Vale a dire, nel migliore dei casi persuaderli a ribellarsi ai Romani, e nel peggiore estorcere loro il permesso di transitare sulle loro terre. Sì, sì, fungerà! è quello che devono aver pensato quei Celti, dandosi appuntamento per il quinto giorno prima delle calende di aprile sulle sponde del Rodano.

Ed ecco che la telecamera si sposta a Roma, dove il panico si diffonde a macchia d’olio. Cesare parte di gran carriera e arriva a Ginevra, il 2 aprile, con le sue amate marce forzate (fino a 100 miglia al giorno, cioè 150 chilometri. La norma è un terzo). Qui giunto, Stupore e Maraviglia: possibile che in tutta la Gallia Comata (= “dalle lunghe chiome”, quelle portate dai Galli) ci sia una sola legione (la Decima)? Non resta che indire la leva per altre due, XI e XII, e richiamare le tre di Aquileia. Ci vorrà un bel po’. Il passo che il Libro di Storia del Liceo manca di menzionare è che in questo momento Cesare è scoperto: ha una legione di soldati impigriti dall’ozio fra le mani, molte migliaia di giovani reclute in fase d’addestramento e un pugno di cavalieri Edui… di cui non si può fidare, ovviamente. Che fare, che fare? Procrastinare, ovviamente. E distruggere il ponte sul Rodano, per proteggere Ginevra (Genava).

Dunque si dispone a ricevere gli ambasciatori Elvezi, tali Nammeio e Veruclezio (qui presentati e qui dimenticati), che chiedono il sospirato salvacondotto per la loro gente, assicurando che non faranno danni. Che li lascino passare, perbacco! Sono del tutto inoffensivi!

Non c’è da crederci, ovviamente. Immaginate centinaia di carri, cavalli, greggi e mandrie che calpestano i campi coltivati… anche se i servi dei nobili evitassero cortesemente di sputare per terra, dubito che rimarrebbe qualcosa di vivo in zona… Ora, Cesare ha bisogno di due cose: un pretesto per attaccare quella gente, e una scusa per non farlo subito. Quindi dice che ci penserà, quando in realtà ha già la risposta pronta, e li fa tornare alle idi di Aprile (circa due settimane dopo). Intanto, si dà agli scavi: decide di far smaltire la pancetta a quei cinquemila soldati di stanza facendo loro costruire un muro corredato di fossato che sbarri la strada dal lago Lemano al monte Giura. Nulla di che, per i futuri sviluppi: alto sedici piedi (4,8 metri ca.) e lungo diciannove miglia (ventotto chilometri e passa), non ha una missione difficile: deve bloccare gli invasori che arrivano su poche zattere. Non ci sarà battaglia, i legionari dovranno solo ignorare quello che viene tirato al di là dei bastioni.

Il muro di Ginevra, lungo diciannove miglia, sbarra il passo tra il monte Giura e il lago Lemano. Gli Elvezi iniziano a tremare.

Dunque, gli Elvezi tornano il tredici Aprile, e la risposta è:

[...] seguendo il costume e le leggi del Popolo Romano, egli [Cesare] non poteva permettere a nessuno il passaggio attraverso la Provincia, e aggiunse che, se avessero tentato il passaggio di viva forza, lo avrebbero trovato pronto a respingerli.

Cioè uno sdegnato, altezzoso “Se non vi inginocchiate di fronte a Roma, soffrirete.” I barbari tentano lo stesso il guado nel punto meno profondo (il ponte non c’è più da un pezzo, poveri scemi) bersagliando il muro, ma ben presto desistono. Rimane una sola possibilità: tornare sui propri passi, imboccare quella stradicciola per le terre dei Sèquani, e sperare che nessuno faccia loro degli agguati, perché diventerebbero la replica più stupida delle Termopili: trecento uomini che ne bloccavano trecentomila. Cercano di convincere i Sèquani a lasciarli passare inattaccati, ma serve l’influenza di Dumnorige per riuscirci.

Altro nesso logico latente: perché i Sèquani sono così restii a lasciar passare i loro alleati? Perché Orgetorige è morto, quindi agli occhi dei Galli le alleanze da lui stipulate hanno perso di significato. Oltretutto, i Sèquani sono tra l’incudine e il martello: i Romani sono sempre ad un tiro di fionda! Seconda cosa: che c’entra Dumnorige, eduo, in un bisticcio tra Edui e Sèquani? Cesare dice solo che

[...] era molto potente fra i Sèquani per il favore di cui godeva (sob, NdA) e per le largizioni di cui era prodigo.

A parte il primo periodo, che non significa nulla (“è potente perché ha potere”, wow!), solo più avanti si verrà a sapere che queste “largizioni” arrivano grazie alle gare d’appalto sui tributi degli Edui, di cui ha il monopolio. Molto più limpido è perché sia disposto ad accorrere in aiuto degli Elvezi: brama altro ascendente. E, in minor parte, perché è sposato alla figlia di Orgetorige – legame da considerarsi debole in quanto quest’ultimo è morto, e un morto non fa favori politici. Dunque i Sèquani acconsentono, previo scambio di ostaggi.

Cesare viene a sapere il tutto (e ti pareva!), e scopre anche l’itinerario: attraverso i Sèquani per arrivare dai Sàntoni. Chi sono? Uno delle tante etnie indistinte che vengono nominate nel dBG. Quello che ci interessa di loro è che confinano con la Provincia romana tramite i Tolosati. Altro brivido lungo la schiena: il Nemico avanza implacabile, affamato di teste romane come un addhur… ehm, no, non è il momento. Dicevo. Cesare non può permettere che un popolo similmente bellicoso si stabilisca in un territorio fertile e pianeggiante, quindi fa i bagagli, lascia quel macellaio piceno di Tito Labieno a presidiare il muro sul Rodano e parte. Per dove? Per l’Italia, dove prende quelle due famose legioni più le tre di Aquileia (prima isolate nei castra hiberna: è vero, ufficialmente è aprile, ma secondo le stagioni siamo in pieno inverno – vedi qui) e con questi uomini si precipita di nuovo a nord, passando per le Alpi. In questo momento le sue legioni sono tutte a ranghi ridotti (poco più di 4000 legionari l’una più 4000 ausiliari in tutto): 25.000 contro 92.000? Si può fare.

Sbaragliata una ridicola resistenza sulle Alpi – dai pittoreschi nomi di Centroni, Graioceli e Caturigi – , percorre il tragitto dalla città di Ocelum (“il punto estremo della Gallia Citeriore”, dBG, I, X) alla terra dei Voconzi, in Transalpina, in sei giorni. La città farà da quartier generale per tutte le otto campagne: qui inizieranno, da qui ripartiranno l’anno dopo. Attraversa le terre allobroghe, poi invade i Segusiavi, il più vicino popolo non romanizzato, oltre il Rodano.

Nel frattempo, guardiamo cosa combinano gli Elvezi.

Hanno seguito il loro piano: dalle terre dei Sèquani sono giunti in quelle degli Edui, alleati dei Romani, e le hanno saccheggiate. Gli Edui, incapaci di difendersi, chiedono aiuto a Cesare. Stessa sorte subiscono Ambarri e Allobrogi, che abbandonano le loro terre e vanno a piagnucolare dai Romani. Può Cesare rimanere indifferente alle suppliche di innocenti, validissimi alleati da oltre sessant’anni? Ma certo che no! Tanto più quando viene a sapere che i nemici stanno attraversando il fiume Arar (moderna Saona), con delle zattere, e che dopo venti giorni dall’inizio ancora un quarto delle persone in movimento è sulla sua sponda, indifesa… Detto fatto, Cesare prende tutte le sue sei legioni (le tre di Aquileia, le due di reclute e quella di stanza in Gallia) e in una notte arriva, attacca i Tigurini alle spalle – erano loro l’ultima delle quattro tribù elvetiche – e li sbaraglia con facilità. Si stimano almeno novantamila morti tra soldati e civili: questa è la prima di una lunga serie di carneficine. Poi Cesare usa un ponte di barche per trasportare i suoi a mangiare gli altri tre quarti. In un solo giorno, sei legioni sono di là dal fiume, contro le tre settimane dei barbari (che se ne meravigliano, giustamente). Cesare riceve la loro ennesima ambasciata, capeggiata da Divicone. La proposta: in cambio della pace, gli Elvezi e i loro alleati andranno dove Cesare comanderà e da lì non si muoveranno mai più. La minaccia: se Cesare vorrà a tutti i costi combattere, che ricordi la fine del console Cassio*, massacrato da quegli stessi Tigurini comandati dal presente Divicone. Ricordi il loro valore. Cesare li ha sconfitti con un trucco da vigliacco, attaccandoli alle spalle quando non potevano ricevere rinforzi, mentre gli Elvezi hanno imparato a contare sul valore personale, non sugli inganni:

Perciò non offrisse alla località in cui si erano fermati di dare il nome ad una nuova sconfitta del Popolo Romano e alla distruzione del suo esercito.

A queste parole Cesare così rispose: ben poco egli aveva da esitare, perché tutto quello che gli Elvezi gli avevano ricordato era ben fisso nella sua mente e con tanto più dolore quanto meno per colpa dei Romani il fatto era accaduto: ai Romani, infatti, non sarebbe stato difficile prendere le necessarie precauzioni se avessero avuto coscienza di aver mai offeso gli Elvezi.

E, anche volendo dimenticare il passato, non si può ignorare il presente, con quel tentativo di forzare il passaggio per la Provincia e le offese arrecate agli innocenti, validissimi alleati di prima. Inoltre, argomenta Cesare, se i nemici sono riusciti a scampare alla giusta vendetta per cinquant’anni, è stato solo perché gli Dei hanno voluto che soffrissero di più al momento di perdere il frutto di cotanta vigliaccheria! Tuttavia, Cesare è un Buono, e sarà magnanimo: se gli Elvezi forniranno ostaggi e risarciranno i danni procurati a Edui, Allobrogi e Ambarri, Roma acconsentirà graziosamente alla pace. Divicone, provocato a regola d’arte – perché è ovvio che Cesare non vuole la pace! – , ribatte che gli Elvezi sono abituati a prendere gli ostaggi, non a darli: il Popolo Romano ne è testimone. E se ne va.

L’indomani gli Elvezi e i loro alleati levano il campo, tallonati dalla cavalleria e dalla fanteria romane. I cavalieri però vanno troppo vicino alla retroguardia nemica, scatenano una scaramuccia e, quattromila quanti sono, vengono sconfitti da cinquecento galli. Allora gli Elvezi si imbaldanziscono, cominciando a punzecchiare l’avanguardia romana con più insistenza… e Cesare trattiene i suoi, badando solo di non perdere bagagli e salmerie. Così va avanti per quindici giorni, senza che succeda nulla di fantasmagorico.

Intanto, i Romani iniziano a trovarsi alle strette con i viveri che gli Edui devono fornire. Si scopre che Dumnorige, il Fratello Cattivo di Diviziaco, rallenta la partenza delle navi sull’Arar. E comunque, l’esercito è ormai molto lontano dal fiume. Appena può, Cesare deve pensare anche a questo.

Segue piccola digressione, che ci spiega perché Dumnorige sia un Malvagio Doc: i nemici di Cesare non sono tali perchessì! Il fratello minore del princeps degli Edui ha tramato per anni pur di imparentarsi bene con tutti i Galli, prendendo moglie elvetica (la solita figlia di Orgetorige) e dando spose sue parenti in giro. L’avvento dei Romani gli sta togliendo i vantaggi politici che ciò comporta, e il fatto che un romano abbia messo il vecchio Diviziaco sul trono al posto suo la dice lunga su come andranno le cose per lui. Opponendosi a Cesare, invece, Dumnorige sarà abbastanza influente da farsi re dei Galli. Logico, no?

Beh, ci sono gli estremi per far bruciare vivo Dumnorige, ma questo potrebbe incrinare i rapporti diplomatici con gli Edui… eh, l’opinione pubblica! Se Dumnorige morisse, gli Edui incolperebbero Diviziaco. Dunque chiama l’imputato, gli fa la predica, gli consiglia di comportarsi meglio in futuro e lo mette sotto sorveglianza.

Ora, abbiamo detto che sia i Romani che gli Elvezi vogliono la battaglia. Infatti lo stesso giorno della “sentenza” su Dumnorige il nemico si accampa ai piedi di un monte ad otto miglia dai nostri. Nota, non salgono sul monte – ci mancherebbe che prendessero una posizione favorevole! – , rimangono alle pendici. Infatti a mezzanotte Cesare manda Labieno, di ritorno dal presidio del muro di Ginevra (a che serve sorvegliarlo se non ci sono nemici?), ad appostarsi con due legioni sulla vetta. Da parte sua, il generale prenderà il resto dell’esercito e, alle tre di notte, si avvicinerà preceduto da cavalleria ed esploratori.

All’alba Labieno è seduto in cima al monte, ad aspettare i comodi di Cesare. Perché non arriva? Devono attaccare simultaneamente, non può muoversi se uno non sa dov’è l’altro!

In effetti c’è stato un problema. Tale Considio, centurione pluridecorato, è corso da Cesare dicendo che su quel monte non ci sono insegne romane, ma galliche. Labieno deve esser stato sconfitto e fuggito chissà dove. Allora Cesare, in attesa di notizie più precise, si ritira su un altro colle in schieramento di battaglia. Solo a mattino inoltrato scopre che Considio si è fatto prendere dal panico, quindi impacchetta tutto e si getta (ringhiando, mi piace pensare: io avrei fatto crocifiggere Considio, ma i centurioni sono troppo preziosi per sprecarli in vendette!) di nuovo all’inseguimento dei barbari, che si sono allontanati. La sera pone il campo a tre miglia da essi.

Siamo a diciotto miglia da Bibracte, capitale edua: la città scoppierà per quanto è piena di grano! Mancano solo due giorni alla distribuzione di grano promessa ai legionari, che dovrà sfamarli per tutto il corrente mese di giugno. Non ha scelta: scioglie l’inseguimento degli Elvezi e si dirige verso la città. I nemici fraintendono: credono di averlo messo in rotta, e comunque possono provare a tagliargli le vie di rifornimento, chissà. Così gli trotterellano dietro, contenti della pensata.

Quando se ne accorge, Cesare si ferma su un colle e manda la cavalleria all’attacco. È l’esca. Poi, a mezz’altezza, schiera le quattro legioni veterane in triplex acies, cioè su tre file da quattro, tre e ancora tre coorti ciascuna. Copre le ultime due linee con uno “schermo” (parolone tecnico!) di cavalleria. Sulla cima vanno le salmerie, protette dalle due legioni di reclute (la Undicesima e la Dodicesima), tutti gli auxiliarii rimanenti e un bastione di terra.

La tattica dei Galli è un po’ diversa: fa più paura, ma meno danni. Cesare dice che gli Elvezi si schierano a falange, stando così vicini che gli scudi si sovrappongono. Non c’è mai programmazione: tutto si risolve sempre in una grande carica disorganizzata, dove ognuno combatte per la propria maggiore gloria, seguita da una finta ritirata per attirare i nemici fuori formazione. Beh, potrà funzionare fra barbari, ma i Romani non lo sono. Cesare sa che l’unica speranza che gli Elvezi hanno è di sfondare subito la prima linea, altrimenti alla seconda carica perderanno lo slancio. E infatti la prima linea romana tiene bene e scaglia i pila dalla posizione sopraelevata. Qui c’è il dramma: il pilum ha un’asta di ferro dolce che ha la spiacevole abitudine di piegarsi dopo essersi conficcata. I Galli non riescono ad estrarli, quindi sono costretti a lasciar perdere lo scudo e combattere col fianco sinistro scoperto. I veterani non si lasciano nemmeno tentare dalla falsa ritirata. Così gli Elvezi si disperdono, tallonati dai Romani in perfetto schieramento, con i gladi in pugno.

Battaglia di Bibracte – fase 1: i Romani mettono in rotta gli Elvezi.

Gli Elvezi si raccolgono a sud-est, dov’è un monte. I Romani ruotano sulla sinistra per inseguirli, lasciando il fianco destro esposto. Una carica di quindicimila fra Boi e Tulingi, calando da ovest, ne approfitta, e tenta l’accerchiamento. Un’ottima mossa: difende la retroguardia elvetica e attacca un punto debole… se non fosse che le terze schiere di ciascuna delle quattro legioni fanno conversione, bloccano la cavalleria e… la isolano da tutti gli altri! Abbiamo così un assalto su due fronti. Un massacro.

Battaglia di Bibracte – fase 2: le schiere più arretrate del triplex acies compiono un assalto su due fronti.

Il più è fatto. I nemici non hanno alcuna coesione, è questione di ore. Ore di caccia alle farfalle, direi. Per primi muoiono gli stupidi che si erano rifugiati su quel monte a chilometri dal campo-base, poi muoiono quelli che hanno cercato di proteggere la popolazione del campo stesso. Qui i Galli danno del filo da torcere ai legionari: i carri erano stati disposti a mo’ di trincea, così da offrire un posto sopraelevato per gli arcieri e un riparo per lancieri, picchieri e quei pochi fanti pesantemente armati rimasti. I Romani vincono. I Romani si impossessano di tutto. Era iniziata all’ora di pranzo, è finita a notte fonda.

Battaglia di Bibracte – fase 3: la caccia alle farfalle.

I superstiti sono 130.000, dice Cesare (ma mai fidarsi dei numeri di un politico, specie se è dell’antichità…). Dopo quattro giorni e cinque notti di cammino ininterrotto, giungono presso i Lingoni. Cesare minaccia di considerare chiunque li aiuti alla stregua degli Elvezi. Non può inseguirli subito, l’esercito ha bisogno di riposare. Ma tanto ora sono gli Elvezi ad essere a bocca asciutta! Infatti offrono la resa. I loro ambasciatori si buttano ai piedi di Cesare, supplicando e piangendo, ma l’unica cosa che gli cavano di bocca è di aspettarlo lì dove sono: verrà lui. Così dice, così fa. Arriva, pretende ostaggi – e questa volta glieli consegnano, oh, se glieli consegnano! – , armi e tutti i rifugiati. Di notte, seimila di questi fuggono in direzione dei Germani, ma Cesare sa sempre tutto e li fa catturare e consegnare a domicilio. Cosa più importante, ordina ad Elvezi, Tulingi e Latovici di tornare da dove sono venuti, e di non mettergli mai più i bastoni fra le ruote. Per assicurarsi di non combinare un pasticcio sul lungo termine, comanda agli Allobrogi di finanziarli e dar loro da mangiare, così che possano ricostruire le città e i villaggi bruciati. Il ‘pasticcio sul lungo termine’ sarebbero i Germani che passano il Reno, si insediano nei territori dei vinti e diventano scomodi vicini di casa di Roma… Elvezi assenti o presenti che siano. I Boi, etnia minore ma di grande valore militare, gli Edui offrono il soggiorno sui loro territori. In futuro saranno loro concessa libertà e pari condizioni di vita (sono sempre dei vinti, avrebbero sempre potuto essere schiavi!).

Nell’accampamento elvetico ci sono i registri con dati nominali e numerici di tutti i disgraziati gli individui che hanno partecipato alla migrazione. Cesare riporta: 263.000 Elvezi, 36.000 Tulingi, 32.000 Boi, 23.000 Ràuraci, 14.000 Latovici. In tutto gli uomini adatti alle armi erano 92.000. Tutte le genti insieme, uomini, donne e bambini, constavano di 368.000 persone.

Ora indovinate quanti sono quelli che tornano a casa.

300.000? 200.000?

Nemmeno alla lontana. Cesare ne censisce 110.000. Gli altri 258.000 sono morti, schiavi o fuggiaschi in altre lande. Ma, ripeto, non ci si può fidare troppo di queste cifre. È impressionante notare come un romano ne andasse fiero, mentre un moderno occulterebbe tutto, distruggerebbe ogni prova, minimizzerebbe…

Tutto risolto, ora, no? Già vediamo Cesare ricevere congratulazioni (magari intrise di lacrime, come sembra piacere ai barbari) da tutti gli angoli delle Gallie, un serto d’alloro in testa, seduto sulla sella curule, con un piede davanti e l’altro dietro, così romano… ma, ehm, no, questa è la mia fantasia. O meglio, queste cose sono successe davvero, ma non finisce qui. Gli ambasciatori chiedono il permesso di indire un’assemblea “pangallica”, per discutere di questioni di interesse comune, e lo ottengono. Dopo che si è tenuta questa misteriosa riunione, i principes dei popoli alleati di Roma vanno a riferirne il contenuto in gran segreto. Parla Diviziaco, che ci racconta i giochi di potere della Gallia prima del colpo di genio degli Elvezi.

Ci sono due fazioni: una comandata dagli Edui, l’altra dagli Arverni. Da molti anni ormai si contendono il predominio, sempre però in condizioni di parità: nessuno vince mai in modo definitivo. Senonché negli ultimi tredici anni Arverni e Sèquani, loro alleati, hanno assoldato dei Germani d’oltre Reno. Hanno iniziato con quindicimila, ma questi mercenari, vedendo le lussureggianti distese galliche, si sono fatti venire l’acquolina in bocca, e hanno chiamato via via sempre più gente. Attualmente la Gallia ospita la bellezza di 120.000 Germani. Col loro aiuto gli Arverni stravincono, a tal punto che gli Edui sono obbligati a consegnare ostaggi ai loro vicini Sèquani, giurare di non chiedere aiuto ai Romani e di sottostare per sempre ai Galli. Diviziaco è l’unico ad essersi rifiutato di giurare e di consegnare i figli, dunque è fuggito a Roma per chiedere aiuto di fronte al Senato…

Ma ai Sèquani vincitori era accaduta cosa ancora peggiore che agli Edui vinti [...]

perché Ariovisto, re dei Germani, ha occupato un terzo dell’intera Gallia, e ora ne vuole un altro terzo da regalare ai 24.000 Arudi che lo hanno raggiunto. Insomma, in pochi anni i Galli verranno cacciati dal loro paese.

Ad ogni modo, Diviziaco procede dicendo che Ariovisto

Era un uomo barbaro, iracondo, temerario: i Galli non potevano sopportare più a lungo la sua dominazione. Se non avessero potuto ottenere aiuto da Cesare e dai Romani, sarebbero stati costretti a fare quello che avevano fatto gli Elvezi: emigrare dalla patria in cerca di un’altra sede, di un altro paese lontano dai Germani, e tentare la sorte qualunque cosa accadesse. Se Ariovisto fosse venuto a conoscenza di queste loro parole non c’era dubbio che avrebbe inflitto gravi supplizi agli ostaggi che aveva con sé.

Cesare può fare qualcosa a riguardo, conclude il princeps degli Edui. A questo punto, poiché non è carino che degli uomini grandi e grossi come i temutissimi Galli mostrino così tanta virilità nell’implorare, tutti i presenti si gettano alle ginocchia di Cesare, sempre in lacrime. Tutti tranne i Sèquani. Che siano dei Veri Uomini? Cesare non ne è sicuro, chiede loro perché siano ancora in piedi con gli occhi a terra e il broncio. Vedendo che nessuno di loro risponde, lo fa Diviziaco, ribadendo che i Sèquani sono così spaventati dai loro alleati Germani da non osare lamentarsi o tantomeno chiedere aiuto nemmeno quando Ariovisto non li guarda.

Cesare si stufa della scenata, conforta i suoi pulcini e li manda via. Ha diversi motivi per intervenire in loro difesa, primo fra tutti il fatto che non è bene che i Germani prendano l’abitudine di guadare il Reno a loro piacimento.

Ora c’è una parte bellissima quanto lunga: la diplomazia. In questo non meno che negli assedi, Cesare è un maestro.

La prima ambasciata romana spedita ad Ariovisto chiede un colloquio personale tra i due generali in un punto a metà strada tra gli accampamenti. Ariovisto ribatte che, se Cesare ha bisogno di qualcosa, può venire a chiederla direttamente al suo insediamento: lui non gli andrà incontro, anche perché gli pare strano che Roma abbia qualche interesse nei territori di sua giurisdizione. Cesare risponde per le rime:

[...] Giacché Ariovisto, che aveva avuto da lui [Cesare stesso] durante il suo consolato, e dal Popolo Romano, la concessione tanto grande di essere chiamato re e amico, dimostrava così poca riconoscenza che, invitato ad un colloquio, ne risultava infastidito e rifiutava uno scambio di idee su affari di comune interesse, gli faceva queste richieste: in primo luogo, di non far passare più contingenti di Germani al di qua del Reno per stabilirsi in Gallia; poi, di restituire gli ostaggi degli Edui in sua mano e di permettere ai Sèquani di rendere quelli che essi detenevano; infine di non arrecare danni agli Edui e non portare guerra ad essi né ai loro alleati. Se avesse aderito a queste richieste, avrebbe avuto per sempre favore ed amicizia da parte sua e del Popolo Romano; altrimenti, attenendosi alla deliberazione presa dal Senato sotto il consolato di Messala e Pisone, per cui chi aveva il governo della Provincia doveva difendere gli Edui e gli altri amici del Popolo Romano nell’interesse di Roma stessa, egli non avrebbe lasciato impunite le offese arrecate agli Edui.

Ariovisto fa ancora lo gnorri. Dice che è diritto di guerra che i vincitori spadroneggino sui vinti; anche Roma comanda i suoi sottoposti come le aggrada, non secondo le disposizioni altrui. Dunque, visto che lui non s’impiccia negli affari romani, che Roma non si impicci nei suoi. Gli Edui, ribadisce, lo hanno sfidato per primi… e hanno perso, diventando così suoi tributari. Si dà il caso che la sola presenza di Cesare stia interdicendo la riscossione di tali tributi. Pertanto, non restituirà gli ostaggi, ma nemmeno scatenerà una guerra ingiusta, se Roma si fosse attenuta ai patti; sennò, Ariovisto scoprirà che essere amico di Roma non gli serve a nulla. Quanto al fatto che Cesare promette vendetta agli Edui, si ricordi che nessuno era uscito indenne da un combattimento contro di lui. Venga pure ad attaccarlo quando vuole: conoscerà il valore dei Germani, così forti che da quattordici anni non hanno una residenza fissa!

Mentre gli ambasciatori stanno ancora riferendo le parole di Ariovisto, giungono i corrieri di Edui e Treveri, altri alleati romani. Gli Edui sono venuti solo per lagnarsi dell’invasione degli Arudi, che stanno mettendo a ferro e fuoco la regione. I Treveri invece portano notizie interessanti: i fratelli Nasua e Cimberio, alla testa di trecento tribù dei Germani Svevi, si accingono a passare il Reno. Non c’è un minuto da perdere, dice Cesare: se permetterà a questi Svevi di ricongiungersi ad Ariovisto, la guerra potrebbe tirare troppo per le lunghe. Dunque fa il pieno di grano e si dirige a marce forzate da Ariovisto (proprio come quest’ultimo gli aveva consigliato, sigh). Dopo tre giorni viene a sapere che i Germani si stanno spostando verso Vesonzione (Vesontio, capitale dei Sèquani, odierna Besançon), e li precede. La città è ben rifornita e fortificata, non è il caso di lasciarla ai nemici. È in una posizione particolarissima: il fiume Dubis la circonda quasi completamente, “con un corso che pare disegnato col compasso” (dBG, I, XXXVIII). Nell’unico punto dove non scorre il fiume, c’è un monte a far da rocca alla città. Anche così, lo spazio “asciutto” si estende per meno di 1600 piedi (480 metri).

L’odierna città di Besançon. Si distinguono bene il fiume e il monte che la circondano per intero.

Ora, sarebbe bello vedere un assedio barbaro ad una città simile, ma la Fortuna ce lo nega. Infatti Cesare, trattenutosi il minimo indispensabile per i rifornimenti, ha fretta di rincorrere Ariovisto. Senonché

Colpo di scena: i mercanti della città hanno diffuso tra le giovani reclute il terrore per i Germani, che si è esteso a macchia d’olio fino ai veterani (come i soliti, importanti centurioni) e ai tribuni, che pure non sanno nulla di guerra e li si può scusare. Tutti fanno testamento, alcuni tentano di ottenere una licenza per abbandonare il campo, altri rimangono al campo a far la guardia al proprio onore. Dei centurioni si spingono persino ad avvertire Cesare che, al momento dello scontro, i legionari non si sarebbero mossi, e hanno l’ardire di chiedergli i suoi piani.

Che perdita di tempo. Cesare è costretto a convocare tutti i centurioni e li rimprovera con violenza. Prima di tutto chiarisce che è a sua discrezione scegliere l’itinerario e la strategia, e che non si confiderà con dei semplici sottufficiali. Poi schernisce quelli che temono la reputazione dei Germani: cos’hanno provato finora, dopotutto? Non hanno mai affrontato dei veri Romani. Forse questi centurioni non credono in se stessi, né nel loro generale? Dunque sì, i soldati si muoveranno per lui, perché Cesare non ha mai dato loro motivo di lamentarsi della sua condotta: la sua intera vita dimostra la sua integrità – e questa è una frecciata per il Senato, badate – e la campagna contro gli Elvezi dimostra la sua fortuna. Per cui non solo non rimanderà lo scontro, ma accelererà l’arrivo della resa dei conti, così i suoi uomini sceglieranno cos’hanno di più caro: la pelle, o l’onore? Se si dimostreranno dei codardi, parola di Cesare, combatterà i Germani con la sola Decima legione, di cui non dubita minimamente.

La reazione è esemplare ed esilarante:

Al sentire queste parole, sorprendentemente tutti cambiarono idea e in tutti sorse la voglia di agire e un gran desiderio di combattere: per prima la Decima legione, per mezzo dei tribuni militari, ringraziò Cesare per il lusinghiero giudizio espresso e si disse  prontissima alla lotta. Poi tutte le altre legioni chiesero ai tribuni militari e ai centurioni dei primi ordini di scusarli presso Cesare per aver detto che la suprema direzione della guerra non era compito del loro comandante.

Quanto lo amano! Pendono dalle sue labbra!

Cesare accetta graziosamente le scuse e leva il campo verso le tre di notte, direzione nord-est: si va a trovare il buon vecchio Ariovisto. Dopo sei giorni arrivano a ventiquattro miglia (trentasei chilometri) da lui. Ora i Germani si convincono che i Romani fanno sul serio, quindi accettano il colloquio e lo fissano per cinque giorni dopo. Le condizioni sono che entrambe le parti non portino i fanti con sé e, siccome tutta la cavalleria di Cesare è gallica e pertanto inaffidabile, fa montare i legionari della Decima in groppa ai cavalli barbari. Pensate come dovevano essere buffi! Uno di questi legionari fa dell’umorismo: ora non solo Cesare usa la Decima come sua personale scorta, ma ha addirittura nominato tutti loro cavalieri!

Perché non ridete? Ah, sì, manca un pezzo. Per i Romani essere cavalieri significa appartenere al ceto equestre, cioè essere ricchi sfondati. Cosa che i soldati decisamente non sono…

L’incontro è un riassunto di tutte le ambascerie di qualche giorno prima: Cesare dice che tutto quello che Ariovisto possiede è una concessione per nulla dovuta di Roma, e dunque gli ingiunge di non scocciare più di tanto i suoi alleati.

Secondo la consuetudine di Roma i suoi alleati ed amici non solo non dovevano perdere nulla di quel che già avevano, ma dovevano vedere accresciuta la dignità, l’onore, la potenza: come si poteva permettere, quindi, che fosse tolto loro quello che avevano offerto all’amicizia del Popolo Romano?

E ripete le condizioni: niente guerra con gli Edui, restituzione degli ostaggi, fine delle migrazioni. Anche Ariovisto ripete le solite vanterie, aggiungendo che l’amicizia con Roma terrà finché sarà un vantaggio. Nel momento in cui dovesse diventare un peso, non si farà scrupolo a rompere qualunque trattato. Meglio combattere questi insulsi nanetti scuri che perdere i tributi galli! Ariovisto può benissimo dire che i rinforzi da oltre Reno gli servono a difendersi, non ad attaccare, dunque che vuole Cesare, per venire ad annoiarlo fin nel suo feudo? L’amicizia con gli Edui è solo un pretesto, visto che i due “alleati” si sono traditi vicendevolmente più volte…

Ecco le minacce/proposte di Ariovisto: se i Romani non si ritirano dalla sua fetta di paradiso, diverranno dei nemici, tanto più che certi nobili romani gli hanno mandato degli ambasciatori tramite cui giurano che, se ucciderà Cesare, si guadagnerà l’amicizia di tutti. Se invece i Germani verranno lasciati liberi di dominare la Gallia, Cesare diventerà ricco, e potrà intraprendere tutte le guerre che vorrà: gli stessi Germani le vinceranno per lui.

In quanti rifiuterebbero? Pochissimi. Tra cui Cesare, ovviamente. Come se non avesse sentito, insiste che la Gallia non è dei Germani almeno tanto quanto non è romana: molti anni prima Roma aveva sconfitto una ribellione di Arverni e Ruteni, ma il console Fabio Massimo li aveva perdonati e lasciati liberi. Semmai la Gallia ha il diritto, per grazia del Popolo Romano, all’indipendenza.

Intanto che Cesare vi annoia con queste formalità, la scorta di Ariovisto sta insultando e scagliando dardi e pietre contro quella di Cesare. Meglio ritirarsi: il generale interrompe il discorso a metà, torna dai suoi e ordina di non rispondere alle ingiurie: anche se la Decima travestita da cavalleria non avrebbe alcun problema a farne strage, non vuole che gli si possa rinfacciare un attacco a tradimento. Di buono c’è che l’esercito, prima immagine della codardia, vuole ora il sangue degli invasori.

Due giorni dopo Ariovisto chiede un altro colloquio. Gli ambasciatori che Cesare manda, tali Caio Valerio Procillo e Marco Mezio, vengono pubblicamente accusati di essere spie e incatenati. Poi i Germani tolgono il campo, direzione quello romano, e lo superano. Si stabiliscono due miglia più in là, sperando di tagliargli i rifornimenti. Da allora per cinque giorni i Romani si schierano in formazione da battaglia, ma i Germani si accontentano di infastidirli con la sola cavalleria.

Romani e Germani si incontrano. Poi Ariovisto sposta il campo per far morire di fame Cesare.

Cesare ci spiega che i cavalieri sono divisi in gruppi da seimila unità, ognuna delle quali protetta da un fante scelto tra i migliori: in caso di ritirata, questi copriranno i cavalieri; in caso di disfatta, i fanti saranno abbastanza agili da aggrapparsi al volo alla criniera dei cavalli e scappare con loro.

Cesare, sempre con lo spettro della fame addosso, abbandona il campo, scavalca di nuovo i Germani e, schierato in triplex acies come a Bibracte, costruisce un nuovo campo più piccolo: le prime due linee tengono a bada la cavalleria germanica, l’ultima scava. Qui piazza due legioni e parte degli auxiliarii, li fa fortificare e torna con le rimanenti quattro legioni al campo grande. Perché i Germani hanno dichiarato guerra, ma non combattono? Cesare viene a sapere che aspettano gli auspici propizi nel novilunio. Quindi deve costringerli ad uscire dal campo prima possibile. Infatti il giorno dopo, presidiati i due campi e protetto quello minore con gli auxiliarii, porta le sue legioni fresche di riposo davanti all’accampamento nemico: i nemici non hanno scelta.  Si schierano per etnie: Arudi, Marcomanni, Triboci, Vangioni, Nemeti, Sedusi, Svevi. Alle loro spalle, ad impedire la fuga, i carri con cibo, donne e bambini.

Prima vera battaglia contro i Germani. Il nemico si è auto-proibito la ritirata: non mi sembra il massimo dell’astuzia!

È il momento per Cesare di dimostrare il suo valore: si sposta nella sua ala destra e attacca personalmente la parte debole dello schieramento nemico, in mezzo ai suoi soldati. Al segnale, i Romani si lanciano con così tanta foga che non hanno il tempo di lanciare i giavellotti: in un attimo sono troppo vicini per poter fare qualche danno. Li gettano a terra e combattono corpo a corpo. Molti legionari, notando la compattezza della falange germanica, saltano sul tetto di scudi, li strappano ai poveretti di sotto e attaccano dall’alto. L’ala sinistra viene rapidamente dispersa.

Dalla parte opposta, è l’ala sinistra di Cesare a rischiare lo sfondamento. Per fortuna Crasso (figlio del Crasso triumviro e comandante della cavalleria) vede il disastro potenziale e manda la terza linea del triplex acies a rinforzare la zona: si rivelerà fondamentale. I nemici vengono sopraffatti in men che non si dica e si danno alla fuga per i boschi fino alla sponda del Reno, a cinque miglia dal teatro di battaglia. Se solo non avessero messo quei carri di sghimbescio sulla via più rapida… Ad ogni modo, pochi sono quelli che riescono ad attraversare il fiume a nuoto o su una zattera, come Ariovisto. Il resto dei Germani viene catturato e ucciso dai Romani desiderosi di rivalsa. Persino Procillo e Mezio, i due ambasciatori fatti prigionieri, si salvano.

Campagna del 58 a.C.: il riassunto dell’intero articolo!

Ora, ricordate che gli Svevi si stavano accingendo ad attraversare il Reno, e che Cesare si era mosso proprio per impedire che si aggregassero ad Ariovisto? Beh, ora che sentono della disfatta non sono più molto sicuri che sia una buona idea: fanno dietrofront e tornano nelle loro terre, aprendosi la via tra gli Ubii (la gente che abita sulla sponda del Reno) e venendo da loro decimati.

Cesare ha fatto quel che può per quest’anno, e ha pure finito in anticipo sulla stagione della guerra (!), quindi se ne torna fra i Sèquani, molla le legioni nei castra hiberna e da solo fa ritorno in Cisalpina, per amministrare la giustizia: è quello il suo compito di proconsole, ufficialmente…

Fine Libro Primo: battaglia di Bibracte contro gli Elvezi e battaglia in Alsazia contro i Germani.

***

* Lucio Cassio Longino, console con Mario nel 107, partecipò con lui alle Guerre Cimbriche, e venne ucciso insieme alle sei legioni che guidava quando si allontanò troppo dalla Provincia romana.

De Bello Gallico: il Cast, le Scelte Narrative e i Dettagli

Redigendo l’articolo sul primo libro del De Bello Gallico (sono a buon punto, abbiate pazienza!) mi sono accorta che ero costretta a fare troppi passi indietro o, peggio, a gonfiare le frasi di subordinate, per spiegarvi bene le caratteristiche di popoli, strutture gerarchiche o semplicemente la geografia – da che pulpito, eh! – ; quindi raccolgo in questo articolo tutte le cose che mi farà comodo dare per scontate.

Il Cast.

Caio Giulio Cesare. Ben imparentato sotto ogni punto di vista: sua zia Giulia (Maggiore) sposò Caio Mario, da cui Cesare imparò qualcosa sulla guerra intorno ai tredici anni, mentre l’altra zia Giulia (Minore, o Iulilla) sposò Lucio Cornelio Silla (e morì poco dopo). Sua madre era una Aurelia Cotta, del ramo conservatore anch’ella. Morto il padre quando Cesare era ancora minorenne, divenne tutore legale di una famiglia composta da sole donne. Amico del re Nicomede di Bitinia, famoso per la sua predilezione per i ragazzi, venne accusato di esserglisi prostituito per ottenere una flotta per Lucio Licinio Lucullo, ex braccio destro di Silla. Probabilmente per contrastare tali calunnie, si creò una reputazione di gran donnaiolo, seducendo le mogli dei suoi oppositori politici. Era un grande sostenitore della legalità: ci teneva a candidarsi a tutte le cariche del cursus honorum in suo anno, poichè era prevista un’età ben precisa per ogni incarico: questore a trent’anni, edile a trentasei, pretore a trentanove, console a quarantadue (per questo c’è il dubbio se sia nato nel 101 o nel 100 a.C.: l’opzione più plausibile è la prima, proprio perchè fu console nel 59… in suo anno in un caso, in anticipo nel secondo). Ottenne ogni carica con il massimo dei voti. Ciò aveva particolare importanza, poichè in tal modo si sceglieva, ad esempio, il console anziano, che avrebbe detenuto i fasci (cioè la direzione delle assemblee del Senato e in generale il “diritto di precedenza” su tutti gli altri oratori) nel primo mese dell’anno. Poi il Primo Triumvirato distrusse una buona fetta di mos maiorum e il Secondo il resto.

I legati. Cesare dà il via all’usanza di usare legati di scelta del generale come propri ufficiali in seconda, sostituendoli a pretori e tribuni militari*, che molto spesso erano dei rampolli nobili in ascesa lungo il cursus honorum: degli emeriti incapaci, perdipiù scelti tramite elezioni popolari. Questo significa che i legati non dovevano essere di rango senatoriale nè di stirpe romana. Anzi, quasi nessuno lo fu. I più importanti furono Tito Labieno, Decimo Giunio Bruto e Quinto Tullio Cicerone, fratello dell’avvocato ed oratore lui stesso.

Il primo era del Piceno, ultimo avamposto italico prima della Gallia Cisalpina. I Piceni erano considerati dei barbari sanguinari. E Labieno non smentisce la tradizione: dopo Cneo (o Gneo, che dir si voglia) Pompeo Strabone, detto Carnifex, e suo figlio, detto Magnus, Labieno farà delle orribili stragi in Gallia, all’insaputa di Cesare ma dietro la sua protezione: non ce lo si poteva rivoltare contro, dato che era un comandante brillante. Qui spunta l’annoso problema di Cesare: non può essere dappertutto, deve per forza fidarsi di qualcuno ogni tanto. Sarà la sua fine.

A proposito della fine di Cesare, uno dei suoi assassini è in Gallia il suo più capace luogotenente: Decimo Bruto (che non è quello di Bruto & Cassio, accoppiata vincente…). Per dirne una, sconfiggerà i Veneti in una battaglia navale senza l’apporto di Cesare, che stava a guardarlo con l’esercito terrestre dalla costa.

Quinto Cicerone comparirà solo nel 54, nella quinta campagna. Appena arrivato, viene assediato nel suo castra invernale dai Nervii di Ambiorige, che aveva raccolto anche Eburoni, Atuatuci e un codazzo di genti minori, estasiati dall’aver sbaragliato la legione di Lucio Aurunculeio Cotta e Quinto Titurio Sabino. Peccato, erano dei buoni ufficiali. La resistenza di Cicerone (come narrerò!) fu eroica, in scarsità di approvvigionamenti: si chiuse dentro un campo malsano, in pieno inverno, con dei veterani feriti e ammalati, e resistette fino all’arrivo di Cesare. Mitico!

Verrà proscritto dal Secondo Triumvirato, per non essersi schierato contro il fratello e a favore di Cesare dittatore, e morirà privo di cittadinanza romana e proprietà. Era ricchissimo, sapete.

Le Scelte Narrative.

I prossimi saranno articoli molto, molto lunghi, corredati di una quantità di cartine. Ognuno degli otto libri corrisponde ad una campagna, quindi ad un anno – contando che Cesare in inverno non riposava sugli allori. Quindi, per non suddividere la narrazione in miriadi di capitoletti con i relativi titoli, che non mi piace, evidenzierò in grassetto le parti fondamentali o, almeno, i “colpi di scena”.

Il bello, il curioso e, ovviamente, il faticoso di questo progetto è che non farò solo uno stupido riassunto del De Bello Gallico (per dare un pericoloso vantaggio ai miei compagni di liceo? Giammai!). Partirò da lì, ma facendo risaltare le cose che interessano a me: il carattere dei singoli personaggi, le azioni politiche e militari, i capolavori della logistica, e chi più ne ha più ne metta. Tutto quello che si trova spezzettato in una miriade di trattati e libelli, insomma, e che mi ha fatto innamorare di Roma. Parte integrante dell’idea è mantenere l’occhio puntato su quel che succede dall’altra parte del mondo, agli altri grandi romani. Come un telegiornale. Ed è per questo che parlerò al presente.

Se pensate che non abbia spiegato bene una data azione, in futuro (sono una pessima narratrice), non avete che da insultarmi e chiedere spiegazioni: io provvederò citando la fonte, se possibile, o semplicemente correggendomi. Poi, è ovvio che se qualche troll di mia conoscenza arriva e fa delle domande idiote, io mi premurerò di eliminare il commento e bandirlo per l’Etternità Cristiana da queste divine sponde. ^_^

Spero di non metterci più di una settimana per fare un articolo decente.

Per quanto riguarda i termini, le cose che non mi darò pena di spiegare di nuovo sono qui:

1. Castra hiberna è la stessa cosa di castra stativa, e indica un accampamento semi-permanente, cioè quello invernale o, più avanti con gli anni, permanente (Augusto deciderà di dare all’Impero un esercito di professione, mentre prima si reclutava a ridosso dell’emergenza e, a causa dei costi, si smobilitava la legione in blocco non appena possibile);

2. I toponimi Gallia Narbonese, Gallia Narbonense o Gallia Comata indicano tutti la stessa area, con capitale Narbo (Narbona), che aveva la peculiarità di essere sotto la giurisdizione romana, ma popolata da Galli non-cittadini (“Amici e Alleati del Popolo Romano”). Era a tutti gli effetti il precursore degli stati-cuscinetto della Restaurazione, e questa caratteristica aiuterà molto Cesare;

3. Uso spesso la parola princeps/principes per designare i capi (che non sono re) dei Galli. Non voglio proteste per il lemma: princeps non significa principe, non è prerogativa dello stato romano (non ancora) ed è la parola usata da Cesare. Comunque la parola precisa per il “primus inter pares” gallico è thane;

4. Quattro. Frequentando certi blog mi si è appiccicata la nipponica tetrafobia;

5. La parola imperium è fondamentale. Durante la Repubblica avere un imperium significa poter convocare i comizi e il senato, emanare editti, imprigionare, processare e condannare a morte i cittadini e infine reclutare e comandare eserciti. Un uomo dotato di imperium non poteva varcare il pomerium, il sacro confine della città di Roma: se l’avesse fatto, avrebbe automaticamente rinunciato ad ogni potere, per tornare privatus. Uno dei tanti meccanismi di difesa della Repubblica (di cui Mario e Silla non si preoccuparono più di tanto). Era conferito a consoli, pretori, dittatori, magistri equitum (i “vice-dittatore”), promagistrati (proconsoli e propretori), interreges (senatori in carica per soli cinque giorni allo scopo di indire le elezioni se i consoli non avessero potuto farlo normalmente: va da sè che il primo interrex era perfettamente inutile!). Veniva assegnato tramite una legge curiata e non poteva essere revocato sino alla scadenza della carica. Imperator formalmente era colui che deteneva il comando supremo dell’esercito, ma nella consuetudine erano i soldati che acclamavano tale il loro generale quando faceva qualcosa di spettacolare (battaglie campali, assedi impossibili e via dicendo).

I Dettagli.

Un dettaglio fondamentale, che è quello principale per cui posto questa schifezza di articolo intermedio, è la scansione temporale. Cesare è molto preciso, ma un esame attento porta un lettore poco informato della politica dell’epoca a non capire granchè: infatti le date non corrispondono alle stagioni. Un esempio: nel primo libro vediamo Cesare scendere in Italia verso la fine di aprile, rimediare cinque legioni raffazzonate e fiondarsi in Gallia per la via più breve, le Alpi. Che stranamente sono innevate, e non è un fenomeno trascurabile: i legionari devono spalare via la neve sprofondandoci fino al ginocchio. Com’è possibile?

Cercherò di essere breve. Numa Pompilio stabilì che l’anno dovesse avere dodici mesi: quattro da trentuno giorni, sette da ventinove e uno (Februarius) da ventotto. Trecentocinquantacinque giorni in tutto. A questi andava aggiunto, ad anni alterni, un ulteriore mese intercalare, il mercedonio, di ventisette giorni: andiamo così a trecentosettantasette (perché il mese intercalare comprendeva gli ultimi cinque giorni di febbraio), più o meno.

Beh, è intricato, ma funziona. Il problema sta nel fatto che il calendario andava riformato ogni anno dal collegio dei Pontefici, e se il loro capo, il Pontefice Massimo, non era abbastanza zelante e non si preoccupava di riallineare l’anno formale a quello solare, i mesi correvano troppo rispetto alle stagioni. Questa è la situazione in cui ci troviamo con Cesare. Veramente, il Pontefice Massimo è proprio lui, ma il famoso calendario giuliano dovrà attendere fino al 46. Ah, una curiosità: il mese di febbraio era venuto per forza di cose lungo ventotto giorni, ma, poiché i Romani consideravano infausti i numeri pari (come me), lo dedicarono a “riti di purificazione”. Ma a tutto c’è una soluzione: i Romani spezzarono il mese in due parti da ventitrè e cinque giorni, e misero il mercedonio a cavallo tra le due – anzi, il mercedonio spesso comprendeva la seconda parte, che non ha un nome. La prima era considerata la chiusura delle attività religiose e per questo si chiamava Terminalia.

Dunque, si dovrà tenere a mente che le date menzionate sono in ritardo di una buona stagione sul tempo atmosferico: se il mese è primaverile, in realtà siamo in inverno; se è autunnale, siamo in estate, e così via.

Ora passiamo all’esercito. Dalla Repubblica in poi viene definito esercito un gruppo di soldati formato da almeno una legione (legio). Le legioni sono numerate e a volte hanno un nome (es.: Legio V Alaudae, cioè “le allodole”). Possono essere a ranghi ridotti o meno. Sotto Cesare, una legione in perfetta efficienza consta di 3000-6000 romani, ma per brevità io stimerò che siano sempre 5000, una buona media. A capo della legione, i legati, che rispondono delle loro azioni direttamente a Cesare. Essa è suddivisa in 10-12 coorti, che sono le unità tattiche. Ciò significa che si potevano trasferire da una legione all’altra, o da un teatro di guerra all’altro, indipendentemente l’una dall’altra, e spesso era richiesto che fossero autosufficienti. A capo di ciascuna c’è uno di quei tribuni militari incapaci eletti dal popolo. A sua volta la coorte è suddivisa in sei centurie da cento uomini – ipotizzando sempre una legione a ranghi completi – , ognuna guidata da un centurione. I centurioni sono i punti cardine dell’intero esercito: se sono scadenti loro, non importa quanti Giulio Cesare ci siano in giro, la battaglia è persa. Ne consegue che il loro potere andò in crescendo: già alla fine della Repubblica avevano capito come manipolare un generale (forzandolo a distribuire laute gratifiche in danaro e terre) a forza di ammutinamenti. Una legione ha anche tutto un corredo di segnali e decorazioni, sorrette dai signiferi (ripartiti in aquiliferi e, in epoca imperiale, in imaginiferi e vexilliferi), che servivano non solo a mostrare il valore della legione o della coorte in questione, ma per dare indicazioni ai soldati su come muoversi. Per questo ogni signifer doveva essere l’uomo più coraggioso, forte e carismatico, pronto a sacrificare la sua vita per non perdere i signa. Cesare ci racconterà di un aquilifer che, ferito a morte durante un assedio, con le ultime stille di energia scaglierà l’Aquila oltre le mura del castra, per poi morire combattendo mentre i suoi compagni gli si erano stretti attorno a protezione di quel pezzo di legno, ferro e argento…

In buona sostanza, la legione tipo ha 6000 uomini, diretti da 60 centurioni e 10 tribuni.

Ad essa sono poi accorpati altri reparti, quasi sempre non-romani: cavalieri, arcieri, frombolieri. In generale gli stranieri sono chiamati auxiliarii e proteggono la legione anche a costo di essere sterminati. Famosi i frombolieri delle Baleari, gli arcieri frigi e i cavalieri galli o germani (preferibilmente ubii). Vale la pena soffermarsi sui frombolierifunditores, dal nome dell’arma – , poco conosciuti.

La frombola (funda) è un tipo di fionda. Consiste in una larga striscia di cuoio collegata a due lacci di canapa intrecciata, uno dei quali ha un cappio. Si inserisce la mano nel cappio, si posiziona il proiettile sul cuoio e si tiene l’altro laccio nella stessa mano. Si fa ruotare l’arma un po’ come se fosse un lazo, e si lascia andare il laccio privo di cappio. (Sì, la specifica è necessaria: ho visto gente che lanciava via tutta l’arma insieme al proiettile nonostante l’altro laccio la ancorasse alla mano…) Se vi piace la religione, potete pensare a Davide e Golia.

I proiettili erano sassi, pezzi di piombo o di terracotta che, scagliati con la giusta tecnica, potevano sfondare un elmo e una calotta cranica anche da 40 metri di distanza. Al contrario di quanto direbbe la Troisi, e proprio come in un arco, non basta una tecnica perfetta per ottenere il minimo risultato, ma serve soprattutto una forza micidiale. Per questo occorre allenarsi fin da bambini.

I frombolieri erano un po’ difficili da accontentare, perchè i proiettili dovevano essere di una specifica forma e grandezza: non troppo sferici, nè troppo piatti, nè troppo appuntiti. Prima della battaglia si vedevano intere coorti aggirarsi lungo il greto di un fiume in cerca di sassi adatti. I Romani, rubata la tecnologia ai Cartaginesi, iniziarono a fabbricare proiettili in serie: nasce la glans plumbea (oggi chiamata “ghianda missile”, nientemeno). Un pezzo di piombo lungo dai 2 ai 7 centimetri e pesante fino a 150 grammi. Su ciascuna potevano essere incisi decori o dettagli, come il nome del soldato, della sua legione o del fabbro, ma anche esortazioni (Feri, “Colpisci!”), insulti al nemico e parolacce.

Ci sono poche testimonianze sui frombolieri, a parte i ritrovamenti dei loro proiettili. Ad ogni modo, si “estinsero” nel Medioevo, surclassati da arcieri e balestrieri, ma ricomparendo occasionalmente più avanti in compiti di nicchia e in situazioni specifiche, anche se mai come corpo d’armata fisso.

Bene. I frombolieri sono raggruppati in coorti insieme ai sagittarii, in quanto fanteria leggera (veliti), mentre i cavalieri sono suddivisi in squadroni (turmae, secondo il modello greco-macedone) da 32. 10 o 12 torme formano un’ala, proprio come 10 o 12 coorti formano una legione. Come dice la parola, le ali di cavalleria proteggono i fianchi dei fanti. In una battaglia in cui entrambe le parti non fanno errori tattici, la cavalleria ha il semplice compito di neutralizzare quella del nemico, lasciando decidere le sorti dello scontro alla fanteria, poichè l’unico momento in cui le ali sono indispensabili è quando l’avversario ha un fianco scoperto che permette l’accerchiamento.

L’ultimo dettaglio importante è che un esercito romano non è composto solo da soldati e ufficiali, ma anche – e qui sta la famosa logistica – da ingegneri militari e specialisti d’ogni tipo, che progettano accampamenti, ponti, strade e ogni genere di comfort un soldato in marcia possa desiderare… e Cesare stesso sembra l’inventore di tutte le opere che vedremo, come i due ponti sul Reno. Ogni legionario è pronto a trasformarsi in carpentiere e sterratore ogni giorno, anche solo per costruire il castra. Nella lista degli “armamenti”, accanto a gladio, scudo e pilum, ci sono due pale, la propria tenda e paletti di legno di ogni dimensione, che serviranno per le varie recinzioni. Ogni soldato aveva il suo compito specifico nell’edificazione dell’accampamento: chi spalava la terra per il fossato, chi la utilizzava per farne un vallo, chi ci montava sopra una palizzata… Caio Mario ad esempio, per tenere in forma i suoi soldati in attesa della battaglia, fece loro costruire una strada lastricata in Gallia Cisalpina.

Ora che sapete o avete ripassato tutte queste cose, o Quiriti, siete finalmente pronti per un corso intensivo di guerre alla romana! ROMA VICTRIX!

***

* Eppure a scuola ci insegnano a tradurre legatus non come legato, o al limite ufficiale, ma come ambasciatore. Sbagliato. Ambasciatore era lo stesso Cesare, inteso come diplomatico, o un corriere. Sotto Adriano saranno frumentarii e speculatores a fare da corrieri, agenti segreti e quanto di bello c’era prima di CIA ed FBI.

De Bello Gallico (I) – Introduzione

In meno di dieci anni di guerra per la conquista della Gallia, prese più di ottocento città, sottomise trecento popoli diversi, combattè contro tre milioni di uomini: un milione ne uccise e altrettanti ne catturò.

Parola di Plutarco. Ovviamente il soggetto è Cesare.

Come ho detto, pian piano sto rivalutando Cesare. Sta diventando un eroe – mai quanto Silla però, giammai! – , dunque dedicherò una bella serie di articoli al suo capolavoro, il de Bello Gallico. Okay, non sembra un’idea originale. Lo scopo di questa impensabile mole di lavoro che mi propongo è di contestualizzare. La maggiore difficoltà che incontrai leggendo l’opera a suo tempo, anni fa, fu capire dove si svolgessero le azioni militari e cosa c’entrasse la politica in tutto ciò. Il rischio che una ragazzetta come me corre nel leggere direttamente la fonte è di prendere tutto come se fosse una cosa a sè stante. Infatti, il resoconto che fanno studiare a scuola è pressappoco questo: Silla dittatore. Silla muore nel 78 a.C. Un po’ di tempo dopo un giovane Cesare torna dal governatorato delle Spagne, si allea con Pompeo e Crasso, Primo Triumvirato, parte per la Gallia. Fine della politica. Dal 58 al 51 c’è la guerra, il centro del mondo è con Cesare. E qui il primo grande pastrocchio: cosa succede a Roma? Che fanno gli altri triumviri? Rimangono a bocca aperta mentre noi guardiamo Cesare? Poi la telecamera, sempre fedelmente puntata sul divo Giulio, lo osserva prendere le sue legioni, attraversare il Rubicone senza alcun motivo apparente e spaventare a morte Pompeo da ottocento chilometri di distanza, con cinquemila soldati, mentre ci viene detto che Pompeo ne ha cinquantacinquemila. Pompeo fugge in Grecia, Cesare lo batte, poi Cesare va in Africa nonsisaperchè, non ci viene detto che fa, poi va in Spagna, combatte Qualcuno e lo vince a Munda.

Notato niente? Pompeo che fine ha fatto? È morto? È fuggito? Non lo sapremo mai… se non leggeremo qualcosa apposta. Tipo il de Bello Civili.

Dunque, il livello medio dei prossimi articoli storici sarà calibrato per quei disperati, come me, che hanno studiato sui libri di squola, al liceo, e hanno sentito puzza di bruciato. Coadiuvata da puntuali citazioni dal de Bello Gallico e dai chiarimenti di carattere militare forniti dalla Maggica Collana Osprey in mio possesso, cercherò di rispondere a qualche Perchè.

Il piano dell’opera è il seguente: ogni articolo storico sarà dedicato ad un Libro dell’opera; ce ne sono otto: sette di pugno cesariano, l’ultimo da parte di Aulo Irzio, luogotenente appassionato di letteratura che cercò di imitare lo stile incalzante del Maestro – fallendo miseramente, peraltro. Citazioni frequenti, come ho detto. Cartine. Forse, se mi accorgerò di dovermi fermare a spiegare qualcosa di importante perchè tutti possano comprendermi, farò uno specchietto per non perdere il filo del discorso.

Ricordatevi che non faccio articoli in stile wikipedia: le cose che dico le so di mio e non sempre mi ricordo dove le abbia lette, quindi non sarò fiscale. Poche date, soprattutto. Badate ai fatti. ^_^

Ho già un quaderno semipieno di appunti, la scrivania è imbandita di atlanti storici aperti alla pagina giusta, il de Bello Gallico è orrendamente costellato di post-it. Impazzirò, lo so, ma verrà fuori qualcosa di intelligente!