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Recensione: “La biblioteca di notte”, di Topolinamarta

Poiché il caro e dolce Bakakura si preoccupa di non aver nulla da leggere e noi blogger si è qui per lui, ecco un’altra Esplorazione dell’Ignoto: la recensione di un racconto pubblicato da Topolinamarta.

Ora, come gran parte dei principianti, sento il bisogno di fare un’introduzione: il racconto in questione non mi è piaciuto affatto. E sottolineo affatto. Però, dato che A) la scrittrice è una ragazza, B) è mia coetanea e, perdipiù, C) il tema del concorso cui ha partecipato non mi stimola granché, potreste pensare che sia l’Invidia a parlare. Proverò a dimostrarvi il contrario.

La prima sensazione spiacevole durante la lettura è data dalla ripetizione del nome del protagonista, Gaspare Marchetti. Lo veniamo a sapere alla seconda riga (in un poco convincente ‘raccontato’) e ce lo ripetono alla quarta, durante un dialogo: ce n’era davvero bisogno? Io, per esempio, avrei eliminato entrambe le menzioni, approfittando magari del fatto che, dieci secondi dopo questa scena, l’uomo legge il suo nome sulla copertina del libro che ha pubblicato.

Ma la vera piaga del racconto sono gli aggettivi. Sbucano fuori a tradimento dappertutto. Abbiamo dei “bip acuti”, un “enorme e unanime consenso di pubblico”, un “sinistro pendolo” che batte i “dodici rintocchi della mezzanotte”, la “lugubre luna piena”, un “nome stampato” quando si descrive una copertina di libro, eccetera. E questi sono solo gli aggettivi che ti danno dello scemo (un ‘bip’ è sempre acuto; i rintocchi della mezzanotte non possono essere che dodici, e via dicendo. Se devi leggerlo per capirlo, sei stupido). Poi ci sono quelli che rendono il tutto così ridondante che ti senti in fondo a un pozzo di melassa, come le famigerate “folate di vento di fine ottobre”. È poetico, certo, ma ai fini della trama cambia forse qualcosa?

Infine ci sono i momenti “WTF”, i miei preferiti! Qualche esempio:

«Magari tutti fossero puntuali come lei!», recita la bibliotecaria con aria sognante.

Ebbene, provate a replicare quell’azione. Sul serio, provate. Assumete un’aria “sognante” e recitate una battuta. Non so, ripetete il 5 Maggio. Vi accorgete, vero, del fatto che è impossibile? Come da dizionario: “Recitare: dire ad alta voce ciò che si è studiato e imparato a memoria; declamare; raccontare; citare.”

“[...] uno sfortunato lettore veniva tramortito con un libro e terrorizzato da ombre misteriose e rumori sospetti”

Cioè, prima incoccia in un libro che pare un muro di mattoni, cade a terra, sviene; poi viene spaventato da ombre e rumori (ovviamente tutto misterioso, sospetto e magari malvagio, nefasto e peccaminoso!). Sì, ha senso.

L’arcano uso delle parole è ribadito da una “pesante porta sbattuta con violenza”. Ehi, guarda laggiù, una porta sbattuta con gentilezza! Ed è addirittura pesante! Ma c’è di più.

“Inizia a pregare, a scongiurare che tutto finisca – o che perlomeno finisca presto.”

Che è chiaramente una contraddizione: il desiderio introdotto da ‘perlomeno’ è preferibile al primo! In altre parole, avrebbe avuto senso se fosse stato “Inizia a pregare, a scongiurare che tutto finisca presto – o perlomeno che finisca, prima o poi.”

Ricordo che la Dea, Gamberetta, ha sempre insistito molto su un certo tipo di errore. Qui, meraviglia delle meraviglie, c’è, e addirittura associato a un cocktail di altre simpatiche sciocchezzuole. Ecco a voi…

Altri visitatori a quest’ora?, si domanda ora, piuttosto irritato da quella insignificante distrazione che lo ha distolto dalla sua lettura.”

Andiamo con ordine. Non mi lamento per la ripetizione ‘quest’ora – ora’, perché io stessa commetto sempre tale errore. Guardate invece il difetto cui accennavo: “piuttosto irritato” in cosa diavolo differisce da “irritato”? Ha un odore o un sapore diverso? Infine, una chicca della logica: se la distrazione è ‘insignificante’, smette tanto di essere una distrazione quanto, di conseguenza, di distogliere dall’attività. Ancora, il possessivo in chiusura di frase è inutile: non puoi essere distratto dalla lettura di altri… soprattutto se sei solo, santo Piripillo.

Per non farci mancare nulla, poi, incontriamo dei cliché immani – beh, a dire il Vero tutta la storia narrata è un cliché, però… però… con un po’ d’impegno, si poteva rendere più che leggibile. Invece Gaspare sorride sotto i baffi, gente. Non che non si possa, per carità, è solo ridicolo.

Un altro luogo comune che sembra piacere all’autrice rivela l’idea che la Sacra Lettura elevi le anime di noi comuni mortali. Questa presunta nobiltà si è mantenuta nel protagonista, il quale riflette – per mano del Narratore, più o meno evanescente a seconda di come gli gira – che “forse non sono molti all’infuori di lui a considerarli [i libri] come persone vere e proprie.” Secondo me Topolinamarta condivide l’opinione (beh, in effetti gliel’ha messa in bocca lei…), cosa che va a classificare il suo personaggio come un Buono. Allora ho un dubbio: a inizio racconto, Gaspare si dimostra consapevole del fatto che il suo libro faccia schifo, ma quando lo sente esaltare da una sua fan si dimostra del tutto refrattario ai sensi di colpa. Dunque è un Cattivo! Però, quando deve trasmettere i Valori dell’autrice, diventa uno zuccherino. Ah, l’incessante lotta tra le doppie personalità Bene e Male!

Nel dubbio, preferisco il Cattivo: almeno non ha l’etica a intralciarlo.

Però bisogna dire che, in complesso, lo stile è originale: gli errori sono tantissimi, ma nessuno (eccezion fatta per l’eccessiva aggettivazione) si presenta due volte. C’è persino una domanda retorica: “I muri dell’edificio nascondono qualcosa di losco o è solo un’insulsa paranoia da scrittore di thriller?”… Che è più o meno come se Marta dicesse “Che bisogno c’è di creare un’atmosfera lugubre per far capire al lettore che qualcosa non va, se posso farlo pensare direttamente a Gasparuccio caro?” Peggio, non è lui a farlo, ma il Narratore. E poi Gaspare ci riflette su. Insomma, un guazzabuglio di pensieri e deduzioni e sospetti e sensazioni che non si capisce mai fino a che punto appartengano all’unico personaggio in gioco. E non aggrappatevi al fatto che il racconto, ai fini del concorso, non doveva essere più lungo di diecimila battute: gliene restava un altro migliaio per fare tutto come si deve.

Abbandoniamo lo stile per spostarci sulla trama. La trovo insulsa, sembra un mix della Storia Infinita, dell’Esercito Nero e di molta altra roba che ho sempre evitato come la peste: il solito tizio che legge un libro e scopre che gli stanno succedendo le stesse cose nella realtà, oppure che lui stesso è un personaggio del libro. Non c’è nemmeno qualcosa di scritto particolarmente bene: il personaggio è piatto, anonimo, normale. Pensa, parla e fa poco, eppure ci viene detto alternativamente che è cattivo e che è buono.

A proposito di piattezza del protagonista, bisogna dire che recupera alla grande con dei sensi supersviluppati:

“Prima ancora che riesca a formulare la fine di questo pensiero, sente qualcosa di duro e pesante – forse proprio un libro, a giudicare dalla conformazione – che lo colpisce dietro la testa”

Dunque. Noi conosciamo il pensiero per intero, eppure lui non finisce di formularlo. Che è successo? Ma soprattutto, come cazpero fa a “giudicare dalla conformazione” – qualunque cosa ciò voglia dire – l’oggetto che lo colpisce “dietro la testa” (tristemente nota per essere chiamata anche nuca)? Voglio dire, ci sta che pensi che sia un libro, ma non di certo constatando che è ‘pesante’. Genio di un Gaspare, quello che hai sentito era un impatto dovuto alla forza del galantuomo alle tue spalle, non il peso dell’oggetto contundente. Spero sia sposato, sennò non mi spiego come sia campato tutti quegli anni da solo senza finire schiacciato dal peso di un cuscino.

Concludo la recensione con una perla: Gaspare sviene per il colpo e…

“[...] dopo un interminabile tempo trascorso a vagare nell’oblio, riesce a riprendere conoscenza.”

Come se svegliarsi fosse un’azione volontaria. E come se un periodo di tempo che – la stessa autrice lo ammette - termina potesse definirsi ‘interminabile’! Bah. Mi ha pure ricordato le anime dei morti di Hercules che vagano nell’Ade…

Ade era il Cattivo.

Lettori, a voi. Cosa pensate di racconto e criticozzo?

Se questi sono individui…

Il polo scolastico che frequento è da sempre molto sensibile alle tematiche sociali più delicate. Negli ultimi tre anni ho sprecato ore e ore nel sentire famigerati esperti di apprezzatissime scienze dal nome troppo lungo perché io le ricordi avvicendarsi nell’arduo intento di portare Progresso & Civiltà™ fra i cuccioli d’uomo. Tutto all’insegna, nemmeno a dirlo, del Rispetto (che non si sa bene cosa sia, concretamente, ma metterlo in mezzo è sempre chic). Oggi è stata la volta delle donne e della mercificazione del loro corpo, tema a me e a Barbara d’Urso molto caro.

Questo è il fuoco (o il fulcro: tendo a sovrapporre i due lemmi) degli appunti che ho preso:

Solo i migliori studenti prendono appunti a lezione.

Avete presente quelle specie di conferenze in cui si inizia dai ringraziamenti e ci si ritrova spiazzati perché ancora non si sa chi sia quella gente? Ecco, è un indizio. Parlerò solo dei lati negativi dell’esperienza: sono preponderanti.

C’era una volta l’assessore alle pari opportunità e alle politiche giovanili di Rimini, la mia provincia di residenza. Ne ho dimenticato il nome, e forse è meglio così: niente strane pubblicità filo-femministe in casa mia! Una buffa romagnola tipica, con vocabolario scarno (quel genere di persona che non sa trovare un degno sostituto di “casino” in tempi utili, sapete) e bagaglio di opinioni personali ancor più desolante. Iniziamo bene, fa un bell’esempio: ha conosciuto una donna la cui figlia era morta, sembrava, per malnutrizione. “Non c’era neanche tutta con la testa, poverina”, come ha detto la stessa politicante, dunque la donna era stata incarcerata e privata della patria potestà sugli altri figli. E qui il mio giudizio è: “Giusto! Se era una squilibrata che non ha portato la figlia in ospedale, è un’ottima cosa che i bambini superstiti ne siano stati allontanati!”… Ma no, non è certo così semplice. Difatti, l’autopsia sulla figlioletta aveva rivelato non solo l’assenza di malnutrizione, ma una malformazione: OMG, ma allora la madre non è pazza! E chi è quel bruto insensibile che l’ha condannata? Tutta colpa dei pregiudizi!

Ora, questa per me è follia. Distorsione di un fatto che, almeno per la morale comune (che, infatti, darebbe ragione alla legge!), è molto semplice: una bambina muore in casa senza che la madre la porti in ospedale? Benissimo, la donna non è in grado di prendersi cura di chicchessia. Quindi le si tolgono i bambini. Ciò che mi spaventa è che l’assessore a tutte quelle belle cose venga in una scuola pubblica a sindacare su una sentenza di tribunale e a ispirare pietà per una “povera madre”… disgraziatamente pazza, toh. Poi, chiarisco, l’assessore può essere d’accordo con la legge come può non esserlo, ma non deve certo esserle permesso di fare propaganda con ragazzetti diversamente riflessivi. E, soprattutto, dove sono i professori che invitano questa gente senza rendersi conto delle scempiaggini che diffonde?

Andiamo avanti. In mezzo a tante belle frasi, such as “il rispetto non è un optional“, “la sofferenza degli altri mi fa stare molto male”, “siamo molto contente di essere qui” – il che mi ricorda un po’ le miss America dei film che spacciano la pace nel mondo come il loro più grande desiderio – , sopraggiunge il momento-video, “qualcosa che vi farà riflettere”. Ovvero una serie di foto tanto del vecchio movimento femminista, che dovrebbe rievocare i Bei Tempi Passati – e mai vissuti, visto che fino agli anni Sessanta né i liceali né gran parte dei professori erano nati – , tanto delle oscene pubblicità che ‘strumentalizzano il corpo femminile’. Riflettiamo. Sì, tutti insieme, in coro. E buon Natale anche a voi, perdiana.

Oh, ma che insolenza usare qualcosa di bello per guadagnare soldi! Sono circolate frasi come “Perché questi corpi devono essere perfetti?” o “Io preferisco una pubblicità con una donna in carne e senza vestiti alla moda!”. Vedete la follia? L’attaccamento agli stessi pregiudizi che queste persone pensano di combattere? Poiché mi leggete, sono sicura di sì. Ora vedere una bella donna seminuda che pubblicizza, che ne so, omogeneizzati, deve fare scandalo in quanto bieca operazione commerciale. L’ottica di fondo suppongo allora sia che bisogna proteggere il popolino da questi soprusi, perché comprando il prodotto così sponsorizzato esso fa del male a sé e alla modella. Ah, ma dunque il pubblico non sa decidere! E così la signorina che si denuda per vendere pappe deve restare senza lavoro! Quindi, proseguendo col ragionamento di questa gentaglia, dobbiamo educare le nuove generazioni a temere e odiare le persone che fanno soldi sfruttando la stupidità del popolino. Ma se il popolino pensa “Oooh, un seno! Una bocca carnosa! E cosa sta mangiando? Un omogeneizzato? Sì, sì, lo compro!”, allora non è da disprezzare lui, più che la marca e la testimonial?

Prevedo una cosina molto simpatica: se questa pseudo-moralità riuscisse a sedimentarsi, cioè a riportarci alla castigazione morale di Catone il Censore e dell’epoca vittoriana, le pubblicità saranno dapprima piene di donne basse, grasse, vecchie, peloserrime, piene di porri/calli e, in sostanza, racchie come le femministe, e poi spariranno del tutto da ogni manifesto, giornale, rivista e sito internet politically correct del pianeta. Che dire, spereremo nel porno. ^_^ A parte gli scherzi, trovo sia Catone che i movimenti femministi anacronistici: c’è ben poco per cui combattere che a ciascuna donna non sia possibile ottenere individualmente, perché la mentalità comune è già cambiata. Ora le eredi delle suffragette sono coloro che usufruiscono delle quote rosa… e non mi pare che ci sia da rallegrarsene.

Ah, già, e i nostri bambini impareranno a scimmiottare degli eroi belli dentro.

Un’altra cosa: i termini. “Strumentalizzare il corpo femminile” non mi sembra una frase molto sensata: di per sé, il corpo è uno strumento. Dunque ‘strumentalizzarlo’ significa usarlo. Mordere una mela è strumentalizzare. Allacciarsi le scarpe è strumentalizzare. Probabilmente perfino pensare è un sopruso. Sempre che il criceto che abbiamo nel cervello faccia girare la ruota abbastanza in fretta!

La cosa che però spero renda un po’ utile questo articolo è l’enorme contraddizione di base. Indire un’assemblea contro la mercificazione del corpo della donna non è forse discriminarla? Parlare di pari opportunità e poi chiedersi “Siamo sicur@ che del femminismo non ci sia più bisogno?” (giuro, sulla diapositiva era scritto così) non è forse antitetico? Per non parlare della foto che mostrava uno dei vecchi adagio femministi, “Salario alle casalinghe”: brrr! E ci siamo già detti dell’anacronismo di tutto il sistema. Quindi, riassumendo: che schifo, che noia, è tutto sbagliato a questo mondo, moriremo tutti (non troppo presto, suppongo). E invece no, la morale va fatta come si deve. Dunque, il messaggio che mi viene dal profondo del cuore è…

Donne, santo cielo, e fatevela una nottata di sfrenati et immorali eccessi ogni tanto! Ma che hanno queste femmi-komuniste? Secondo me portano tutte il cilicio la domenica. E non si depilano. Oh, che nervi. Alla prossima. :P

Quattro chiacchiere (2): i Telepredicatori

Ricordate questo articolo? No? Beh, meglio così. Oggi facciamo il bis.

Come al solito, ho dovuto moderare i termini. Però sono rimasta abbastanza soddisfatta di come ho espresso la mia opinione, per cui eccola qui. ^_^

I “telepredicatori”

In televisione – più che in altri tipi di ‘spettacolo’ – tutti sono critici e quasi nessuno sa di cosa parla.

Lo riconosco, poche sono le persone con una volontà abbastanza ferrea (altrimenti detta ‘ostinazione’) da sviluppare uno spirito critico. Meno ancora sono coloro che lo creano studiando e non solo speculando.

Per esprimere giudizi serve analizzare, e per analizzare bisogna avere dei criteri di base. Se questi criteri non sono razionalmente motivabili, non parliamo di critica, ma di capricci.

Concretizziamo. “Questo libro è brutto”  non è una critica utile. “Questo libro è brutto perché è noioso” è meglio, ma non soddisfa un ascoltatore attento. “Questo libro è noioso perché in cento pagine è stato descritto un semplice comodino” è di rilevante utilità. La perfezione, infine, sarebbe simile a: “Questo libro è noioso perché il prologo dura fino a metà tomo e si conclude con un paragrafo spaventoso: «In questa piccola introduzione abbiamo voluto descrivere la posizione di un singolo comodino. Ma come cambieranno le cose nella percezione dei nostri eroi se su questo futile oggetto porremo un vaso di fiori freschi? N.B.: i protagonisti saranno svelati nell’ultimo capitolo, così da aumentare la suspense”.

Dunque, una buona critica dev’essere accuratamente contestualizzata e convalidata da prove. E io non vedo una tale onestà in televisione.

Non posso vederne in un discorso palesemente portato all’eccesso solo per colpire una larga fetta di pubblico – e pronunciato nel posto sbagliato al momento sbagliato, per giunta. Naturalmente mi riferisco all’orazione di Celentano all’ultimo Festival di Sanremo, ma voglio estendere il discorso a ogni tipo di spettacolo così seguito.

È una forma di demagogia, a mio parere. Il pubblico che segue un concorso di musica (cioè mezza Italia) non è, per la stragrande maggioranza, colto abbastanza da sostenere un’arringa ideologica. Non senza esserne pilotato come il più rozzo degli ignoranti.

In generale, quello che io vedo è una persona molto amata dai telespettatori che esprime idee banali e poco ragionate nel modo più polemico possibile su un argomento a caso, a patto che sia popolare. E naturalmente non incontra nessuna opposizione durante lo spettacolo. Poi, come al solito, il pubblico si divide in sostenitori (i “Buoni”, difensori di tutto ciò che è bello e giusto), detrattori (i “Cattivi”, invidiosi cronici) e indifferenti. Bene o male, tanto i sostenitori quanto i detrattori stanno al gioco dell’oratore: gli fanno pubblicità. Gli indifferenti, al contrario, senza volerlo ne causano l’affogamento.

Quindi evviva chi sa astenersi dal dare importanza alle polemiche da studio televisivo e ai piccoli uomini che le fomentano.

Con ciò, ho capito che, per il bene mio e di molti, non devo darmi al giornalismo. Ma, ripeto, questa rubrichetta serve soprattutto a sentire le opinioni di chi mi legge… quindi, a voi la parola!

Operation “Black March”

Illuminata dal sublime Alberello, commentatore di salvifici lidi quali Baionette e Zweilawyer.com, vi propongo un’immagine da lui linkata:

Sì, lo so, c’è un errore ortografico. Pazienza.

Come avrete letto, si tratta di non comprare riviste, giornali, DVD, videogiochi, libri e di non scaricare musica (né legalmente né illegalmente), oltre che non andare al cinema, per tutto il mese di marzo.

È ovvio che non funzionerà. Questo genere di cose, come gli scioperi, non ha mai risultati apprezzabili. Però io parteciperò, e invito tutti voi Lettori a fare lo stesso e diffondere questo comunicato. Bisogna reagire alle ingiustizie, anche con mezzi insufficienti, anche sapendo per certo che sarà inutile. Oltretutto, in questo caso ciò non comporta rischi.

Mein Liebster Blog

Credo che la blogosfera sia ormai infestata da articoli con questo titolo. Il motivo è il seguente.

È una specie di catena che assegna il titolo di preferito a cinque blog che abbiano meno di duecento follower. A me ne sono stati assegnati due: da Bakakura e da Werehare *si agita sulla sedia, con gli occhi a cuoricino*. Appena smaltita la gioia, cioè qualche ora dopo il Fatto - in cui credo di aver mandato sms a mezza Italia: perdonatemi – , ho scelto i miei favoriti.

Sì, ora ci sarebbe la parte lievemente “amyketta-like”, in cui dovrei dire che è stata una scelta ardua: nella mia vita impegnata seguo millemila blog e sono tutti parimenti stupenderrimi, che poi è quasi vera ma suona tutta falsa. Quindi, poiché tanto Werehare’s Burrow quanto Neyven sarebbero state le prime scelte, ma sono già nel blogroll e li ho appena citati (la mia furbizia non ha confini, muahahah!), vi parlo di chi non linko mai.

  • Tabvla Rasa, di Okamis;
  • La Carne, l’Incanto, il Sogno, di Francesco Dimitri. È uno scrittore apprezzato, anche se mai abbastanza, quindi spero che abbia ben più di duecento funz, ma vedo pochi commenti. Nel dubbio, io lo metto e ciccia; ^_^
  • A Cosimo’s Mind, di, ehm, Acosimosmind, che poi è Koda;
  • Sudare Inchiostro, di Mattia (blog scoperto grazie a Werehare e divorato in una notte);
  • Draghi d’Ottone e Nani con la Scopa, di Gherardo Psicopompo. Sì, okay, è nella barra dei siti consigliati (come Okamis), ma lo adoro quasi quanto la Bacheca Retard di Zweilawyer. Quando ho bisogno di consolarmi delle mie miserie vado lì e passa tutto.

Badate bene, non troverete miei commenti da nessuna parte, se non un paio da Okamis e uno in casa dello Psicopompo. Non è che non mi sprechi a farmi sentire, è solo codardia. ^_^

Contro la scuola

Gentili Lettori e Lettrici, sono tornata! Non so fino a che punto, ma la scrittrice che è in me è ancora viva e piena di idee. Sostenuta dalla sua caratteristica irascibilità.

Ebbene, la scuola. La scuola italiana. La mia scuola. I professori della mia scuola. In sintesi: Puah.

Il programma di letteratura inglese di terza Scientifico presuppone lo studio di diverse opere letterarie anglosassoni scritte in non si sa bene che periodo storico. Si inizia dai racconti brevi, si passa ai romanzi, si dilaga e sprofonda nella poesia. Però, guarda caso, per analizzare le prime due forme di Arte bisogna avere certi strumenti. Bisogna sapere cosa (cioè, poveretto, chi) sia il Narratore Onnisciente e quello di prima e di terza persona; distinguere il raccontato dal mostrato; individuare il tipo di PoV.

Per tutto ciò c’è Gamberetta la professoressa. Ma certo! Se non fosse che il mio libro di testo insegna cose tipo:

The third-person narrator knows everything about the actions and the characters’ thoughts and intentions; this is why such a narrator is also called omniscient.

Scempiaggini. Il Narratore Onnisciente (esempio classico: Alessandro Manzoni) sa tutto e lo fa capire ai lettori tramite digressioni, pontificazioni, anticipazioni e quanto di peggio possiate immaginare. Che poi parli in terza persona è un altro paio di maniche.

Fra il XV e il XVI secolo le maniche erano il dono tipico dello sposo alla sua promessa. Donne, pretendete qualcosa di più utile di un pezzo di metallo dai vostri succubi!

Il narratore di terza persona (esempio classico: tutti gli scrittori moderni che finalmente hanno capito quanto faccia schifo l’onniscienza!) parla sì come tale, ma non sa mai tutto ciò che accade agli altri personaggi. Esempio pratico. Siete in un romanzo storico:

Caso A: Il Narratore è onnisciente. Diciamo che il diadoco Tolomeo scrive le sue memorie su Alessandro Magno e parla di lui in terza persona, ma alternando il punto di vista macedone a quello persiano quando gli fa comodo – ad esempio, quando mostra le battaglie.

Caso B: Il Narratore non è onnisciente, ma di terza persona. Nella situazione di prima, potremmo avere la telecamera incollata sulla chioma di Alessandro, ad esempio. In tal caso, se il PoV è gestito bene, assisteremo a una battaglia solo dal punto di vista greco-macedone e vedremo solo ciò che vede Alessandro. Non sapremo dunque cosa stia pensando l’oplita in prima fila, né tantomeno cosa stia dicendo Dario nel frattempo.

Una locandina del film "Alexander", di Oliver Stone. Un flop. La vicenda è narrata dal vecchio Tolomeo sottoforma di dettato a uno scriba, ma la voce narrante si perde subito e il PoV saltella fra l'intera compagnia macedone e il solo Alessandro.

Cioè, mi vergogno a scriverlo, ma anche Artisti del calibro di Licia Troisi ed Elisa Rosso ci sono arrivati (sebbene a volte sembrino dimenticarsi del colpo di genio). Lo ribadirò lo stesso: il Narratore di terza persona non sa un maledettissimo cazpero di niente se non quello che gli accade e ciò che vede, sente e pensa (forse) egli stesso. È precisamente come quello di prima persona, solo che i verbi e gli aggettivi possessivi sono diversi. Poi è tutta una questione di PoV: lo scrittore sceglie se condividere i pensieri del protagonista coi lettori o mantenere la telecamera fuori dalla sua testa, più o meno vicina a uno qualunque dei personaggi.

Quello del PoV è un discorso lungo e complesso, si può anche discuterne all’infinito e non riuscire a venirne a capo. Invece bisogna distinguere questi diavolo di Narratori. Ecco, gli autori del mio libro di testo (e i loro complici, insegnanti incompetenti) non solo non ce lo insegnano, ma peggio, ci insegnano a sbagliare anche una cosa così elementare. Brutti babbuini balbuzienti.

"Pan", di Francesco Dimitri, parte con un Narratore Onnisciente, per poi passare a un Narratore di terza persona. Scelta pericolosa, a mio parere ottimamente portata a termine. La lettura migliore del 2011.

Sono nozioni, quelle che ho riassunto finora, che chiunque abbia un minimo interesse per la scrittura possiede. Il mio scopo non è scrivere banalità, ma partire da esse per lamentarmi di altro criticare a tutto spiano certe schifezzuole.

Quindi, l’idea è: poiché a scuola non solo non m’insegnano molto, ma gran parte di quel “non molto” è sbagliata, abbasso la scuola e chi la rende così.

Come per tutti i mestieri, c’è chi sa fare il proprio e chi no. Però l’insegnamento richiede di più: ci vuole passione. Ci vuole il piacere di sapere, di imparare, di diffondere la cultura dell’Uomo, di far apprezzare agli altri la particolare Bellezza che la conoscenza porta, di stare a contatto con gente che – in teoria – è venuta da te per imparare a vivere e che sai ti insegnerà sempre qualcosa. E va bene, se la scuola fosse davvero così si tramuterebbe nel Liceo aristotelico.

Una delle convinzioni più diffuse che precludono l’idillio appena descritto è quella che, se una tale ipotesi si realizzasse, la scuola non darebbe più alcuna competenza agli studenti. «La scuola», dicono gli ottusi, «deve fornire conoscenze e capacità reali, in prospettiva di un lavoro. La filosofia secondo cui tutti imparano da tutti e insegnano a tutti non dà pane». Tuttavia, io non vado a sindacare sui programmi scolastici: va benissimo imparare l’inglese, l’algebra, la geometria, il latino e l’italiano arcaico di Dante o Manzoni… ehm, no, quello proprio no. Non alla scuola dell’obbligo, per cortesia! Ad ogni modo, io contesto il sistema che permette a degli schifoserrimi incompetenti di insegnare a chi incompetente non vuole essere (presente!). E così uno che insegna qualcosa di cui non sa assolutamente nulla porta al suo porcino livello almeno venti persone all’ora, cinque ore al giorno, per cinque giorni a settimana. Non è fantastico?

Bisogna considerare il fatto che c’è differenza tra il non sapere qualcosa e l’essere convinti che un mucchio di stupidaggini sia oro colato, in quanto scritto sui libri. Il soggetto colpito dalla seconda patologia combatterà in ogni modo il disgraziato (sì, sono ancora qui) che parla con cognizione di causa, quando il suddetto disgraziato avrebbe gioco facile a inculcare le nozioni giuste in chi semplicemente non le ha.

Con questo, non voglio insegnare niente a nessuno. Non ne ho affatto la competenza… ed ecco la differenza tra me e certi insegnanti: io lo so e mi comporto di conseguenza. Semplicemente, parlo degli argomenti che mi piacciono, e lo faccio in pubblico perché così chiunque può commentare e istruirmi (oltre al fatto che è sempre bello ricevere congratulazioni per il mio stile!).

Le conclusioni: sapere cosa sia il Narratore Onnisciente non mi cambierà la vita, come non l’ha cambiata a chi non lo sa (altrimenti non esisterebbero professori ignoranti, no?), ma, quando questo fenomeno si verifica su scala nazionale, si spiega l’esistenza di Artisti quali le sopraccitate Troisi e Rosso e compagnia cantante. È vero anche che è colpa degli studenti se non approfondiscono le materie scolastiche, ma di certo costringerli a studiare evidenti idiozie (cioè banalità o argomenti noiosi) non li aiuta. Come potrò aver voglia di sapere di più sulla vicenda di Celestino V e Bonifacio VIII, ad esempio, se l’insegnante mi costringe a leggere un saggio di Silone spacciato per romanzo? Tuttalpiù, le conseguenze saranno che la storia mi annoierà e considererò la letteratura italiana una porcata (cosa quest’ultima che, in effetti, avrei delle remore a negare); non certo che mi appassionerò alla lettura, dato che Silone scrive i famosi “romanzi-saggio” in una maniera che oscilla tra il male e il malissimo.

La scuola, in ultima analisi, spinge all’indifferenza e di per sé non fa molto per inculcare un po’ di cultura nelle nostre infantili zucche vuote menti da indirizzare. Anzi: a scuola trovo tutti, e dico tutti, e sottolineo tutti!, i tipi di adulto che non voglio essere. La fortuna è stata incontrare un paio di eccezioni, ma questo non m’impedisce di pensare che sto perdendo le mie mattinate da troppi anni, e che per troppi anni ancora non ne riacquisirò il possesso. Tutto perché devo “pensare al mio futuro”. Mi chiedo se chi si ostina a ripetermelo abbia già ordinato la propria cassa da morto: sarebbe un’imperdonabile negligenza vivere felici senza pensare al dopo!

L’evidente conclusione cui sarete giunti:

Il calendario che ho appeso alla porta dei miei regali appartamenti. Purtroppo, temo che morderò qualcuno solo fra diversi mesi.

2012!

Il 2011 è stato l’anno più bello della mia vita, fra alti (alti, altissimi, che ancora mi tolgono il respiro al pensiero) e bassi (tutti legati alla scuola e pertanto marginali). Sono passata dal non avere nulla di veramente caro a… beh, tutto. Sicuramente più di quanto sperassi per me.

Amnell ha sempre il volto triste, ma dentro è felice come mai prima d'ora. ^_^

Anche questo blog va molto, molto bene. Dicembre si è concluso con 1.027 visite, cioè un quinto di tutto il traffico, fin dalla creazione (quindici mesi fa) e un quarto dell’intero 2011 (4.270). A giugno esultavo per cento visite mensili, ora ho dieci volte tanto: impressionante. Vorrei poter dire che ripagherò il tempo e l’attenzione dedicatimi scrivendo di più, ma mentirei: devo impegnarmi per la scuola e ho un esame d’inglese da preparare. Per i prossimi cinque mesi, temo che non rimarrà nulla di me se non la ‘figura professionale’ della studentessa che odia profondamente il suo mestiere. Prometto però che mi sforzerò di alzare la qualità dei post, perché mi sto stufando di sembrare una dilettante che parla di niente – cosa che amo fare, lo sapete, ma non sempre! – e perché vorrei che questo blog fornisse quantomeno degli spunti per parlare degli argomenti che mi incuriosiscono.

Sarebbe bello se questo blog assomigliasse, virtualmente parlando, al Foro Romano.

Ma bando alle ciance, sono qui per fornirvi dei dati!

Nel 2011 ho pubblicato 96 articoli, cioè otto al mese, cioè due a settimana. Sarebbe una media eccellente, se non fosse che, appunto, è una media: in realtà quest’estate ho pubblicato anche sei o sette post a settimana (arrivando a tre ogni due giorni… per la miseria!), mentre nell’ultimo trimestre sono scesa a due o tre al mese. Bah.

Il record di visite giornaliere ci fu il 22 novembre, in cui si arrivò a 132 – da notare che il picco è situato in un periodo di magra: ad agosto ho pubblicato quattro articoli da diecimila parole l’uno, in media, ma non ho registrato nessun primato. Altro mistero.

E ora arriviamo alla parte carina: i referenti. La gente è arrivata qui da:

  1. Facebook;
  2. Neyven;
  3. Baionette Librarie;
  4. Quattro;
  5. Tapirullanza;
  6. aNobii.

Ora, Facebook è abbastanza motivabile, anche se ho pochi amici… e tutti lurker, ahimè. Anche Neyven è facilmente spiegabile, visto che il tenutario, Bakakura, è mio amico e il suo blog è l’unico che segua e commenti con la bava alla bocca per l’aspettativa.

Ma io mi chiedo: da dove arrivano gli estimatori del Duca e di Tapiro? Sono due dei miei blogger preferiti, anzi, potrei dire di essere una loro fangirl (!), ma su Baionette ho commentato una volta anni fa e su Tapirullanza solo un paio.

In ogni caso, devo ringraziare tutti questi scrittori (e altri, come Gherardo Psicopompo e Okamis), anche se probabilmente non leggeranno mai una parola di ciò che scrivo (con la gigantesca eccezione di Bakakura). E forse è pure un bene.

Ho visite anche dall’estero, soprattutto da Stati Uniti e Spagna. E vabbeh, già non si capisce ciò che dico in italiano, figurarsi cosa pensa chi capita qui per sbaglio…

I migliori delurkati sono:

  1. Ehm, sorpresona… Bakakura, con la bellezza di 42 commenti!
  2. Gladiumibericum, con 18;
  3. Kahlan SS, con 11;
  4. Quattro!
  5. Fsquatrano e Greta, con 3 a testa.

Notare le cifre, LOL.

I miei lettori sono più ostinati del Divo Giulio. ^_^

Gli articoli più apprezzati sono stati quelli sul De Bello Gallico, con una marea di visite e manco mezzo commento, quello sull’amore e quello con tre foto. E quest’ultimo un po’ mi delude: ventitrè commenti per tre stupide foto.

Bene, non mi resta che ribadire i ringraziamenti per questo successo inaspettato e fare i complimenti a tutti i commentatori per la tranquillità che hanno – quasi sempre – dimostrato. Auguro un anno festosamente incasinato a tutti voi, miei fidi lettori.

Come osano?

Con la fine del primo trimestre, gli alunni hanno il diritto di cedere a tutti i sentimenti negativi che la scuola non vuol fare a meno di infliggere loro. Essendo io una studentessa di bassa lega, ciò che ho accumulato non è solo frustrazione e noia, bensì, in somma parte, rabbia. Questo perché ho la cattiva abitudine di sentirmi migliore delle persone che mi mettono i voti e faccio in fretta a liquidarle come incompetenti se fanno qualcosa che mi dispiace – e non parlo di valutazioni.

Se dunque la scuola, convenzionalmente considerata importante nella vita dei ragazzi, ispira cotali sentimenti, è naturale che io li immagazzini in un post.

Sono fortunata, negli ultimi tempi mi trovo ad annoiarmi ben poco: chiacchiero amabilmente con i tre quarti delle mie conoscenze e bisticcio alacremente con le altre. Mi piace litigare, mi fa sentire viva. L’ultima situazione che mi ha particolarmente stimolata è di questo tipo – dove, come ben s’intende dal lessico che usa, lo speaker A sono io:

A: “Secondo me sei deficiente.”

B: “Come ti permetti di dirmi questo! Io ti ho forse mai insultata? No! Quindi non ti azzardare, per l’amor del cielo, non ti azzardare a mancarmi di rispetto!”

Ora, voglio che qualcuno mi spieghi cosa c’è di male a informare uno stupido del suo handicap: è un atto di pietà, o perlomeno di squisita cortesia! Non è da tutti aiutare così il prossimo, non trovate? Certa gente, pensate un po’, è così menefreghista da non sprecarsi a insultare mai nessuno. Per poi essere così meschina da giustificarsi dietro due parole magiche: il Tatto o Sensibilità.

Per carità, non fraintendetemi: non ho nulla contro l’ipocrisia, a volte è necessaria alla sopravvivenza, ma bisogna usarla con parsimonia. Rimane il principio di fondo secondo cui bisogna preferire l’onestà alle buone maniere, a parer mio.

In effetti, Tatto o Sensibilità è in agguato ovunque: nei regali di Natale e di compleanno, nel primo contatto umano del giorno (perché, siamo sinceri, pretendiamo un saluto gioioso la mattina, ma non si può sorridere appena alzati!), quando si dimostra estrema comprensione per disgrazie mai accaduteci, quando si sopportano comportamenti sgraditi per amor del quieto vivere, e mille altre occasioni. Tatto, a.k.a. Sensibilità, è il Male. Tant’è che si nasce senza e ce lo inculcano gli adulti: che Peter Pan se li porti.

Molte persone sono convinte di avere diritto – senza dubbio per grazia divina – a non essere mai insultate. Io non so come possa accadere di pensare una stupidaggine simile, quindi posso solo dire che si sbagliano. Tutti hanno diritto a dire qualunque cosa di chiunque a chiunque in qualsiasi modo/momento/luogo essi preferiscano, e non è molto intelligente dir loro che “non devono”. E sapete perché? Sono convinta di sì, ma lo dirò lo stesso: perché una persona che minaccia e ricatta pur non essendo nella posizione di realizzare tali minacce e ricatti è ridicola. Quindi, sì, io mi permetterò di dire il peggio che riesco a immaginare almeno fino a quando non vedrò una minaccia concreta. E forse anche oltre.

Volendo fare una piccola scenata sentimentale, potrei dire che non tutti sono disposti a farsi intimidire da uno stupido “Come osi?”, e che queste due semplici paroline costituiscono, in prospettiva, una minaccia alla libertà individuale di ciascuno. Ma sarebbe una reazione esagerata, ne convengo, in quanto chi dice una cosa simile senza rendersi conto del fatto che è un’idiozia non è in grado di raggiungere gli scopi che si era prefisso.

Ciliegina sulla torta, c’è una bellissima ombra di ricatto proiettata dal tipico “Tu sbagli nel reagire così perché io non l’ho mai fatto con te”. Anche qui il concetto di fondo è sbagliato: si presuppone che la gente agisca per sete di vendetta, non perché è giusto così. In altre parole, acquisisci il diritto di insultare solo dopo che qualcuno ha insultato te. Ma se così fosse nessuno litigherebbe mai, in quanto mancherebbe l’ingiuria scatenante.

Infine, la morale di questo predicozzo. Sappiate che potete dire qualunque cosa vogliate nella più completa libertà, senza preoccuparvi di ledere i diritti degli altri: non ne hanno, non esiste un diritto al rispetto. Al massimo vi querelano! Gli spettri dei reati Diffamazione (in pubblico, magari, perché a tu per tu non serve a nulla) e Calunnia incombono sempre sulle nostre teste.

Ecco, questo era un po’ del veleno accumulato in tre mesi. Storie di ordinaria idiozia che tutti abbiamo vissuto e che spero di avervi reso ancora più insopportabili con questo post. Buon Natale a tutti, miei cari!

Quattro chiacchiere (1): l’Eutanasia

Giusto perché non ho niente di meglio da fare, ho deciso di partecipare a un progetto lanciato da tre giornali proprio niente male e rivolto agli adolescenti più nerd volenterosi della scuole superiori: scrivere un articolo a settimana – o più di uno - sui grandi temi della cronaca, in cambio di premi vari. Roba da adulti. Ma non temete, non lo faccio per la ricompensa, quanto per la gloria che ciò mi porterà.

Okay, fate bene a non credermi. Mi sono presa questo impegno solo perché la professoressa me lo valuta, e io ho tremendamente bisogno di punti bonus agli orali. Help.

Detto ciò, vedrete bene che ci sono andata piano con le parole: posso permettermi di parlare con franchezza solo con voi, miei cari. Dunque, godetevi il mio (disastroso) tentativo di moderare i termini e di giocare alla Piccola Giornalista. ^_^

Eutanasia: due prospettive

L’eutanasia è un argomento scomodo. Se ci si dichiara favorevoli a essa, si passa per barbari senza timor di Dio; se ci si dichiara contrari, per bigotti antiprogressisti; se non si prende posizione, cosa a prima vista conveniente, si è incasellati come deboli con poca attitudine al ragionamento.

Dei tre comportamenti, credo che l’unico criticabile da tutti sia l’ultimo: l’indifferenza. O meglio, da tutti coloro che indifferenti non sono. Molte persone stentano a costruirsi un parere sulle tematiche più importanti della nostra realtà: parlo di questioni ‘calde’ come il rapporto tra scienza e religione, la convivenza in una società multietnica, la politica in generale. Molti, ancora peggio, s’intestardiscono sulla prima soluzione che capita loro di pensare (cioè un semplice ‘Pro’ o ‘Contro’), senza poi saper motivare la loro scelta, solo perché avere una bella idea porta consensi.

Vediamo allora di allontanarci da questa disgustosa categoria di persone, gli Indecisi e i Superficiali, per analizzare un tema su tutti: l’eutanasia, appunto.

Una prima prospettiva con cui osservare l’argomento è quella storica. Innanzitutto, ‘eutanasia’ è una parola greca – dolce morte, letteralmente. In effetti, il mondo classico aveva un concetto molto ampio di libertà, e quindi anche di libero arbitrio: non c’erano leggi dello Stato che impedissero il suicidio. È vero anche che non c’erano leggi a condannare lo schiavismo – anzi – né l’uccisione di moglie e figli da parte del capofamiglia… ma si tratta comunque, a mio parere, di un segno di civiltà che la società moderna ha perso molti secoli orsono. Sono molti gli esempi di personaggi entrati nella leggenda proprio per essersi suicidati: ad esempio il grande Decio Mure che, avendo ordinato una carica di cavalleria disastrosa per le sorti della battaglia in corso (una delle prime dopo le Forche Caudine), come il padre si suicidò votando la propria vita agli dèi della guerra. Oppure ancora lo stoico Catone, accoltellatosi in Utica per sfuggire a Cesare dopo essersi rassicurato sull’immortalità dell’anima. E lo stesso Bruto, cesaricida, si fece affondare un gladio nello stomaco dopo la disfatta di Filippi. Ho citato i più famosi romani, ma ci furono dozzine di casi simili anche in Grecia, e tutti i suicidi di quell’epoca hanno una caratteristica comune: sono passati alla Storia per il loro estremo coraggio.

Naturalmente la diffusione del cristianesimo cambiò alle radici il pensiero occidentale, in quanto chi si toglie la vita compie un affronto al dio in questione e pertanto va all’Inferno. Oggi in Italia non è molto diverso da millecinquecento anni fa, se non per il fatto che la nostra anima non appartiene solo al dio cristiano, ma anche – e ben più concretamente – allo Stato. Scegliere l’eutanasia dunque condanna noi stessi ad un’eternità di (ulteriori) flagelli, e i nostri cari ad una sanzione pecuniaria o penale, in special modo chi ci permette fisicamente tutto ciò, ovvero un medico.

Ho menzionato il cristianesimo, introduco quindi la seconda ottica da cui ammirare la questione: la religione. Ora, siamo abituati al cattolicesimo, ma, poiché sia questo che l’islamismo sono la bruttacopia dell’ebraismo, si può fare un discorso generale per le tre religioni monoteiste finora sopravvissute.

E il discorso generale proposto da un credente è di questo tipo: “La mia vita mi è stata donata da dio, la posseggo pienamente e la vivo facendo tutte le scelte che mi vengono imposte, ma non sta a me decidere come e quando finirla.” Lo metterò subito a confronto con la mia personalissima visione da atea: la mia vita non mi è stata ‘regalata’ da nessuno (tranne forse che dal caso, che non è un’entità senziente), la posseggo pienamente e la vivo facendo tutte le scelte che accetto di compiere, inclusa quella di morire come e quando più mi aggrada. Qui sta il conflitto, allo stato attuale delle cose: è una questione morale – per quanto, da atea, stenti a vedere le diverse religioni come qualcosa di etico.

Sono state principalmente queste due prospettive – storica e morale – ad influenzare il giudizio sul recente suicidio assistito di Lucio Magri, fondatore del quotidiano Il Manifesto. I pareri sono stati discordanti, tuttavia il dibattito in proposito è stato un fuoco fatuo, spentosi poche ore dopo esser stato innescato. Il caso particolare ci offre però una valutazione abbastanza condivisibile del fatto, in quanto il motivo del suicidio di Magri è stato il dolore per la perdita della moglie: chi non può perlomeno comprendere una cosa simile, pur rimanendo in disaccordo?

Il che mi porta a voler esporre il mio parere generale. Io dico che ognuno debba avere il più completo controllo sulla sua vita, fintantoché dispone di un cervello in perfette condizioni, e che nessuno abbia il diritto di dirgli come viverla. Non la religione, fondata ufficialmente sul nulla e ufficiosamente sull’avidità di pochi inetti, e non lo Stato, fondato ufficialmente sulla giustizia, al lavoro per un fantomatico “bene comune”, e ufficiosamente sull’avidità degli stessi pochi inetti di prima. Lo Stato ha il compito di gestire la libertà fisica dei suoi cittadini, ad esempio mandando in carcere coloro che giudica pericolosi, ma non per punirli, quanto per proteggere il diritto delle brave persone a vivere un’esistenza pacifica: che è ben diverso dal voler stabilire se un persona possa morire o meno, almeno quanto lo è dal decidere se la stessa debba morire o no. Dunque vi domando: perché le leggi in favore della pena di morte sono quasi unanimemente riconosciute come un abominio, mentre quelle che impediscono la ‘dolce morte’ sono accettabili? Si tratta di una palese contraddizione, un nonsense, un’assurdità.

Concludo con la mia citazione preferita: La tua vita appartiene a te e basta. Alzati e vivila.

Naturalmente non ho potuto trattenermi: sono riuscita a ficcare Catone Uticense (protettore di questo blog) e un riferimento alla Spada della Verità in un articolo sull’eutanasia. Voglio un applauso per le contorsioni che ho dovuto fare!

L’Amore, questo sconosciuto

Una mattina di queste ero in cerca d’ispirazione per un articolo. Mi sono lagnata con una cara amica, la quale mi ha risposto: «Tu non parli mai d’amore». È vero, quindi eccomi qui.

Non ho molto da dire, in realtà. Mi conoscete in tanti: il romanticismo non è nel mio stile. E poi, ho la sfortuna di essere davvero molto giovane: a stento sto imparando cosa sia l’amicizia, figuratevi cosa mi può interessare dell’amore in questo momento. Ad ogni modo, faccio anche io le mie indagini di mercato, da cui traggo statistiche e in base alle quali punto il dito indice.

Ebbene, da queste indagini spunta fuori che:

  1. Il 99% delle intervistate, liceali del terzo anno frequentanti un paio di scuole diverse, sono fidanzate – o vorrebbero esserlo con tutte le loro forze;
  2. Al 70% degli intervistati, esclusivamente maschi, non ne può importare di meno di fidanzarsi o trovarsi una ragazzetta dietro cui perdere tempo;
  3. Di conseguenza, l’1% delle sedicenni ha la testa sulle spalle, mentre il 30% dei sedicenni preferisce essere patentato prima di conoscere una bella venusiana;
  4. Quattro;
  5. Altra conseguenza, se una malcapitata sostiene di appartenere a quell’1%, non solo nessuno le crede, ma la prendono proprio in giro.

Va bene, ho giocato, ma ciò che ho detto alla fine è vero (percentuali escluse: quanta gente pensate che conosca?): la mia è l’età dell’innamoramento facile, dei “Ti amo” detti alla prima sciocchezza, dell’ostentata sensibilità, delle frasi da cioccolatino. Io disprezzo tutto questo. Anzi, prima ancora di disprezzarlo, non lo capisco. Ma ho problemi con i sentimenti in generale, dunque è normale che non li comprenda.

Io adoro i cioccolatini, ma se sono a forma di cuore non li mangio. Nemmeno voi, spero.

Ora che ho chiarito nel modo più superficiale possibile che quasi tutti i miei coetanei mi perplimono, passiamo a come la penso io.

Distinguiamo immediatamente tra amicizia e amore. L’amicizia so cos’è, ne ho diversi esempi – uno ottimo, uno molto buono, uno non c’è male e dozzine pessimi, per la precisione. Parlare con un buon amico è sufficiente a farmi sentire in pace. Per me l’amico ”vero” è colui che è interessato a ciò che penso, che non mi permette di esitare e che non sempre si fida di quello che dico, se il suo istinto gli dice il contrario. In secondo luogo, è la persona che ha tanta fiducia in me da farmi notare i miei difetti e aiutarmi a correggerli, preferendo la possibilità che io lo odi per questo, ma diventi una persona migliore, a quella in cui io ripeta gli errori. Oh, ecco il tipo di frase che tanto detesto! Però sappiate che, nonostante queste dolci parole, non ho mai mantenuto un amico per più di sei mesi. Anzi, allo stato attuale sì, ma non in passato. Ma veniamo alla parte imbarazzante del post: è una sfida per me parlare di sentimenti, lo vedete.

Non mi sono mai innamorata, non mi è mai piaciuto nessuno nel senso più comune del termine, non smanio dalla voglia di conoscere ragazzi e non sbavo dietro a nessuno (se non gli irraggiungibili, tipo le star hollywoodiane). Mi piace parlare con i maschi – come si dice alle elementari - mettendo qualche parola di troppo qua e là, ma solo per gioco e quando sono sicura (o non mi importa) di non essere fraintesa. Vedo l’amore disposto su due livelli, a seconda del mio stato d’animo: a volte sono romanticamente convinta che esista quello eterno, stile Edward e Bella Richard e Kahlan (romanzi, sottolineo), altre sono catastrofista e penso che tutto abbia una fine, soprattutto se è bello. In questo momento, mentre scrivo, credo nella seconda ipotesi, ma solo perché sto subendo una serie di piccole sconfitte personali.

Dalla regia mi fanno notare che non ho ancora definito il mio concetto di amore. Ebbene, l’amore è l’unico sentimento pari all’amicizia. Nasce probabilmente come sconfitta per i più orgogliosi, perché implica l’abbassamento delle difese – in primis l’isolamento, che infatti non mi dispiace poi troppo – e una fiducia incrollabile nell’altro. C’è chi dice che l’amore sia portato dal rispetto e chi il contrario, che l’amore induca alla tolleranza. Io odio queste due parole, rispetto e tolleranza, per cui dico che l’amore segue l’esigenza e precede la pace. E una persona può essere in pace con se stessa pur essendo intollerante (cioè pur usando il cervello, mi verrebbe da dire). Ancora, l’amore è ciò che ti fa sentire la persona più utile al mondo per l’altro – mentre ad esempio per un amico puoi anche essere uno fra i più. Per questo credo si possa amare completamente una sola persona.

Secondo punto: come si manifesta un sentimento così… uhm, dirompente. Con calma, grazie! A parte questo importante monito, credo nel colpo di fulmine perché sono soggetta a impressioni istantanee appena vedo una persona, e da quelle difficilmente mi distacco. Invece non mi fido di amici di lunga data che improvvisamente pensano bene di mettersi insieme: significa che c’è sempre stato un interesse, e di conseguenza mai amicizia. Questo paragrafo esiste perché così mi dò modo di rispondere ai romantici che amano ripetermi che “prima o poi prenderò una cotta (sottinteso: e smetterò di fare l’insolente)”: si sbagliano, per il semplice fatto che non mostro i sentimenti come vedo fare a loro. Ah, l’ho scritto anche per insultare una più ampia parte di conoscenti, naturalmente.

Per quanto riguarda le applicazioni reali di quanto ho detto, sono fermamente convinta di essere troppo piccola, stupida e intrattabile per trovare l’”Uomo della mia Vita”, e il fatto non mi duole per nulla. Come ho detto, già viaggio in stato stuporoso meravigliandomi dell’amicizia che certe persone mi offrono, non sento davvero il bisogno di farmi spezzare il cuore dal primo gonzo che passa – né l’ultimo, se vogliamo andare per il sottile. Certo, a volte mi capita di pensare “Toh, vorrei proprio trovare quell’unica persona al mondo cui possa appoggiarmi senza il bisogno di dire una parola”, e addirittura di invidiare certe mie amiche ‘impegnate’, solo per la serenità e la sicurezza che dimostrano quando sono accompagnate dal loro soggetto.  Però sono momenti bui, in cui al cinismo che mi è proprio subentra quell’infame cosa chiamata speranza: in condizioni normali so benissimo che ciò che ho adesso è il massimo – e non lo scrivo per vittimismo, che sono la prima a disprezzare, ma semplicemente perché è vero.

Un’altra cosa su cui fantastico spesso è un’ipotesi terribilmente realistica: prenderò una cotta per un disgraziato, me lo sento! Ma qui siamo al confine con l’isteria, vedete. Quando si crede nella legge di Murphy succede questo.

In conclusione, l’amore eterno o non esiste o non lo troverò mai, e anche se esistesse non sarei interessata all’acquisto – quindi grazie, richiamate più tardi… fra una mezza dozzina d’anni siete liberi? Per allora sarò pronta alla vita.

Chiudiamo con il dovuto ringraziamento a Bakakura, che si è volontariamente, e con immane coraggio, prestato alla tortura di leggere la bozza di questo post – e voi non sapete quanto sia atroce tutto ciò. Grazie! ^_^

Avanti!

In uno dei miei viaggi alla scoperta della terra dove mi trovo a vivere, la celeberrima Valmarecchia-in-provincia-di-Rimini, ho iniziato a scattare foto inquietanti. Ne propongo tre, in ordine d’importanza.

Possiamo essere un paese che unisce? Volendo psì. Laica e socialista è l'Italia che vogliamo costruire.

Non ho assolutamente nulla contro il socialismo, tutti sono a conoscenza delle mie tendenze monarchiche – a patto che io sia chiamata Domina Orbis Terrarum, e mi sembra proprio una piccola cosa in confronto all’aura di maestà che emano. Solo, mi scoccia terribilmente vedere Garibaldi sopra un manifesto politico. E sono anche vagamente inquietata da quello scarabocchio, “Volendo psì”: cos’avranno voluto dire con ciò? Sono sicura che non ci dormirò la notte pensandoci.

La croce che sovrasta una specie di collina, visibile da quasi ogni angolo dal paesello ai suoi piedi.

Ora, essendo atea, le croci mi fanno già un certo effetto. In foto mi mette i brividi e mi fa venire in mente questa traccia (tratta dal film “Le Crociate – Kingdom of Heaven”, che amo molto):

Ha anche ispirato molti, molti dei miei incubi.

Infine, lievissima autoironia. Nel mio caso non è mai abbastanza, vista la boria che deve compensare, quindi procediamo.

Il tè che ho bevuto qualche giorno fa. Le bustine di zucchero sono nove.

Ho strane abitudini alimentari. I cioccolatini ripieni: prima buco l’involucro con un dente, poi bevo il liquore interno come se fosse in un bicchiere, infine sgranocchio la capsula di cioccolato. Il cappuccino: prima mangio la schiuma a cucchiaiate, versando un pochetto di zucchero su ognuna, poi ne verso almeno sei nel caffè puro che risulta dalla scissione. Il tè: lo bevo molto carico (5-10 minuti di infusione) e con una media di dieci bustine di zucchero a tazza. Eccetera. Sapevatelo.

Non ho dimenticato il blog, è solo che la scuola non mi fa respirare. Vorrà dire che vi beccherete una sfilza di articoli tutti in una volta, durante le vacanze!

Marco Giunio Bruto e la battaglia di Filippi

Il 23 ottobre del 42 a.C., cioè precisamente duemilacinquantatrè anni fa, moriva Bruto Cepione, assassino di Cesare (o tirannicida, o liberator, a seconda di quanto siete moralisti). Io provo profondo disprezzo per la sua persona, anche attraverso i millenni, quindi gli dedicherò il primo vero post in quasi tre settimane di pigrizia.

Un calcoletto: campò quarantatrè anni, cioè tredici meno di Cesare. Questo mi dispone un po’ meglio. Ancora di più il fatto che nessuno dei congiurati sopravvisse a lungo al divo Giulio, e che quel poco tempo lo trascorse fra terrore, violenza, incertezza e in perpetua fuga. Il popolo amava e adorava Cesare come un dio, sebbene lui avesse sempre rifiutato tale onore. D’altro canto il Grand’Uomo morì come desiderava: all’improvviso, mentre faceva il suo dovere per Roma.

Ebbene, questo disgustoso prodotto umano che è Bruto nacque da una vipera, Servilia Cepionide (sì, sempre la solita amante di Cesare) e il marito Marco Giunio, forse discendente di quel Lucio che, fintosi stupido (brutus, appunto) presso il re Tarquinio, riuscì a cacciarlo da Roma, ad istituire la Repubblica e ad esserne il primo console. Insomma, la gens Iunia non poteva che essere ultraconservatrice. Alla nascita del pargolo Cesare aveva quindici anni: in quell’anno morì suo padre, Cesare il Vecchio, e un anno prima era morto lo zio Mario. No, non sto divagando, sto dipingendo il quadro storico!

Come circa-zio, in quanto fratellastro di Servilia, Bruto aveva nientepopodimenochè Catone Uticense. Il simpatico nasone non potè fare a meno di indottrinarlo, e così in quattro e quattr’otto ne fece un provetto stoico. Cioè una sua copia! I due Marco se ne andavano in giro assieme, Bruto facendo da reggigomito a Catone – o qualcosa di parimenti glorioso, non so – e Catone sbraitando un po’ per tutto. Già ricchissimo di suo (lo zio Cepione lo aveva adottato dopo aver trafugato, sembra, una parte del celebre Oro di Tolosa), pensò bene di darsi allo spolpamento delle Province romane in Oriente, mettendo su una fiorente società di usurai e pubblicani. Questo, manco a dirlo, non gli frutterà molto nel futuro, quando la guerra sociale si sposterà in Grecia…

Ora, nella sua triste vita non fece granchè: era un intellettualoide, si dilettava nel riassumere le opere dei grandi letterati (morirei dalla voglia di vedere come avrebbe pasticciato sul dBG, che è il più deliziosamente scarno dei capolavori!) e disdegnava l’attività militare. Puah! Alla faccia del romano tipico! Mi domando cosa se ne facesse Servilia di un maschio che non combatteva… Ad ogni modo, non ci interessa tanto la sua esistenza, quanto la morte, in uno scenario guerresco molto bello: Filippi.

Per vostro gaudio, Filippi è qui sopra, in un'insignificante terra chiamata Tracia.

Dopo la morte di Cesare, Bruto e Cassio erano fuggiti in Oriente per scampare alla lex Pedia (Quinto Pedio era il collega di Ottaviano, ventenne, al consolato) “de interfectoribus Caesaris“, che li privava della cittadinanza e confiscava le loro proprietà*. Radunato un esercito di 19 legioni e 17.000 equites nelle Privince di Grecia-Macedonia e Siria con la promessa dell’indipendenza da Roma, i due furfanti si garantirono anche l’appoggio di Gneo Domizio Enobarbo, capo della flotta repubblicana dai tempi di alea iacta est. Di seguito comparirà come Barbarossa, cioè il suo cognomen italianizzato.

Ora, se Bruto come vir militaris faceva davvero schifo, così non era per Cassio. Poichè otto legioni dei triumviri avevano scoperto un passo montano a loro molto favorevole, e i repubblicani non volevano combattere in sedi svantaggiate, si ritirò sulla costa, protetto dalla possente flotta di Barbarossa, e lì stette. Quando arrivò il nemico, in inferiorità numerica visto che nove legioni su ventotto le aveva dovute lasciare indietro, Cassio lo respinse indietro, oltre quel passo strategico e a ovest di Filippi. I triumviri si trovavano in pesante svantaggio: Bruto e Cassio erano accampati su due colli, protetti a sud da una palude e a nord dai monti. Bruto prese il colle a nord-ovest della città, Cassio l’unico a sud. E dirò di più: fecero in tempo a fortificarsi, con tanto di bastioni! Poi, grazie a Darwin, arrivò anche quel radical-chic di Ottaviano, sconvolto nella sua cagionevole salute, che si piazzò sul naso di Bruto. Infine ecco quel saltimbanco di Antonio, che si sedette sugli alluci di Cassio. Con i triumviri c’erano molte nostre vecchie conoscenze: la Sesta, la Settima, l’Ottava, la Decima Equestris e la Dodicesima, oltre a tantissime altre leve. Però coi numeri dall’altro lato non ci siamo: due legioni erano rimaste indietro; delle 17 restanti solo due a ranghi completi, mentre le altre erano decimate (e dico decimate!). Poi c’era qualche ausiliario orientale, tipo gli arcieri a cavallo. Come vedremo, parte delle legioni dei cesaricidi era pure malfidata, in quanto ex-cesariana.

Una cosa molto “bella”, a mio parere, è che Cassio iniziò a corrompere soldati e centurioni sborsando migliaia di denarii ciascuno, di tasca sua, di Bruto o in prestito ai suoi stessi soldati. Insomma, anche in caso di vittoria, un bel pasticcio.

Alla fine, ausiliari o meno, le due forze erano più o meno pari per numero, i cesaricidi si trovavano in posizione favorevole, i triumviri avevano molta fretta di attaccare, sennò sarebbero rimasti senza cibo. Antonio cercava di innescare una scintilla tutti i giorni, ma Cassio lo ridusse alla disperazione rimanendo dov’era. Ed è qui che subentra la genialità. Il triumviro fece costruire una gigantesca pedana rialzata sulla palude e iniziò ad attraversare coi suoi. Cassio se ne accorse appena in tempo: mandò i suoi a sud, verso il nemico, ed eresse una specie di diga.

Il 3 ottobre arrivò il primo scontro: Antonio ordinò una carica alle mura del castra. Al contempo le truppe di Bruto attaccarono senza aspettare la parola d’ordine (che era -dice Wikipedia, perché io non lo sapevo- Libertas) e volsero in fuga i legionari di Ottaviano. E così, mentre Antonio prendeva il campo di Cassio, Bruto distruggeva quello del Divi Filius, senza tuttavia trovarlo lì. Tradizione - o propaganda del regime augusteo, in seguito – vuole che avesse avuto un sogno premonitore e si fosse nascosto nelle paludi. Chi lo sa. Di sicuro c’è che il povero schizzinoso ebbe un bel pensare in quegli acquitrini, ancora prostrato dal mal di mare com’era.

E qui abbiamo il primo colpo di scena. Col polverone che c’era, data la vastità del teatro di battaglia, Cassio pensò che anche Bruto fosse stato sconfitto e ucciso. Dunque si tolse la vita. In seguito Bruto lo chiamò l’ultimo dei Romani e prese le redini dell’esercito.

Ora, abbiamo un esercito senza la minima fiducia nel proprio comandante, che dal canto suo si ritirò nella propria tenda con la coda tra le gambe, senza sapere cosa fare, e un altro esercito, quello dei triumviri, sconfitto, senza cibo, ma col morale alto e la speranza di una grande ricompensa. Infatti il tutto si basava sulla fama di Ottaviano come legittimo erede di Cesare e sui suoi donativi.

Alla fine Bruto si risolse per una tattica temporeggiatrice che però, come nelle Guerre Puniche, suscitò l’impazienza dei generali. Temendo una disertazione di massa, quel coniglio accettò di dare battaglia il pomeriggio del 23 ottobre (cioè oggi). Nulla di complesso: i due schieramenti non si sprecarono neanche a lanciare i giavellotti per l’ansia di combattere, caricarono, i cesaricidi vennero respinti, i triumvirali li inseguirono, entrarono nel castra prima che le porte venissero chiuse e fecero un macello. Sulle colline retrostanti stava Bruto con sole quattro legioni superstiti.

Ed ecco l’ultimo colpo di scena. Voi direte, Bruto era un coniglio, cos’avrebbe potuto fare oltre che fuggire ancora e non farsi mai più rivedere? Sbagliato. Vuole la tradizione che il nostro fosse stato visitato in sogno da uno spettro (Cesare, probabilmente), che gli avrebbe detto “Sono il tuo cattivo demone, Bruto: ci rivedremo a Filippi”. E infatti l’aveva rivisto alla vigilia della disfatta. La sera, infine, stufo di fuggire, decide per il suicidio. È possibile che sia avvenuto come narra Shakespeare, che poi sarebbe il modo più romano di morire: due uomini gli ressero la spada e lui vi si gettò contro.

Antonio lo fece poi cremare e restituì le ceneri alla madre (quella serpe di Servilia sopravvisse al Grand’Uomo e al figlio, maledissione!), contro il desiderio di Ottaviano, che avrebbe voluto esporre il cadavere come si faceva coi traditori della patria. Ecco uno dei motivi per cui Ottaviano non mi piace: Cesare uccise coloro che avevano decapitato Pompeo – era pur sempre un romano!

Dunque la morale è: non siate Cesare, perché il troppo stroppia (e muore come un pollo); non siate Bruto, perché i conigli non vivono bene (e muoiono come polli); non siate Antonio, perché il genio va usato e non annacquato nel vino o usato per la prima Cleopatra che passa (che vi manda a morire come un pollo); non siate Ottaviano, perché polli non sarete mai, ma avrete sempre il raffreddore o il mal di mare!

*Questo tipo di condanna si chiamava aquae et igni interdictio, “privazione di acqua e fuoco”, gli elementi indispensabili alla vita politica e religiosa di Roma. Le proprietà in confisca, naturalmente, non rimanevano mai allo Stato, ma venivano rivendute all’asta, in spregio ai sacrileghi.

La legge prevedeva un processo a tutti i congiurati: il giorno stabilito non se ne presentò nessuno (loro sì che credevano nella giustizia!), così furono tutti condannati in contumacia.

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